7 dicembre 2015

Considerazioni sul Pinocchio illustrato (I)


La copertina originale di Pinocchio nell'edizione Salani, Firenze 1924


Scrivere qualcosa sulla tradizione del Pinocchio illustrato significa entrare in uno di quegli universi paralleli dell’editoria da cui si corre il pericolo di essere inghiottiti senza neanche accorgersene. La ribollente vulcanica enigmatica fiaba qual è la “bambinata” di Collodi, che ha visto la luce nel 1883 e non pensa minimamente a invecchiare, ha tenuto a battesimo un filone altrettanto animato, per non dire tempestoso, di disegni. Che si tratti di tavole, vignette, cornici, questa inaugurata da Enrico Mazzanti, geniale interprete della prima edizione a stampa delle avventure del burattino, si configura come un’abitudine assai longeva, la cui sagoma non si è ancora compiutamente rivelata e sulla cui fronte chissà quanti altri frutti meravigliosi spunteranno.  
Per ciò che riguarda il romanzo di Pinocchio, ma anche qui ci si muove su un terreno mutevole – quanto riduttiva se non inappropriata è l’etichetta di romanzo – le illustrazioni stanno al libro come uno specchio magico; gettano sulle parole un riflesso che ora le assottiglia ora le dilata in maniera spaventosa e ne preserva l’incantesimo. Il dinamismo, quella specie di iperattività che proietta le vicende narrate nella vertigine del ritmo, fino al parossismo, e che per questo le espone anche a un’irrefrenabile angoscia, è l’elemento assorbito da tutti coloro che per motivi diversi hanno reso omaggio al capolavoro collodiano. Si può parlare quindi, senza esagerazione, di vero e proprio travaso emotivo fra testo e interpreti. E in cosa poteva tradursi la velocità che mette in moto la storia, il pepe nella parlantina del bambino-marionetta e le sue fughe ispirate da monelleria, spirito di bravata e paura di affrontare la realtà, se non in una esplosione prismatica di gioia creativa? E intendiamoci, non mi riferisco solo a chi si è cimentato con Pinocchio in un rapporto cosciente di mimesi artistica, provocandolo alla riscrittura o sovrascrittura, ma anche e soprattutto al lettore comune che in apparenza non cova velleità in tal senso, e che pure Collodi sembra istillargli, portandolo inesorabilmente dalla sua parte, dal lato di una fantasia rumorosa e pasticciona le cui pulsioni risvegliano in lui immagini che credeva di non possedere affatto. Frasi del tipo «Bada, Grillaccio del malaugurio! Se mi monta la bizza guai a te!», che vengono dal primo Pinocchio, quello che rifiuta la sua natura di balocco ma quanto al divenire bambino non sa decidersi, oppure «Babbo mio, aiutatemi… perché io muoio», pronunciata sulle soglie dell’ultima metamorfosi, con il compito di avviare la trama al suo scioglimento definitivo, danno la misura della varietà di registri disseminati in un’opera tutt’altro che semplice o dilettantesca. In questa seconda battuta affiora a mio avviso un’eco dell’invocazione di Cristo al padre, che al di là della specificità religiosa, connette la storia, giunta qui a una svolta se vogliamo catartica, con la sfera del sacro. Qui in maniera più scoperta che altrove, essendo tutto il quadro di salvataggio del padre da parte di Pinocchio un episodio assai struggente. Collodi si appella a degli “universali” della storia umana e la sua grandezza sta nel non calarli dall’alto come citazioni colte ma nel tirarli fuori senza parere, quasi venissero per proprio conto, che poi è quel che di solito accade quando uno scrittore si trova in totale sintonia con la sua materia. Del resto, l’infanzia, intesa nella sua qualità filosofica di collettore di simboli, non è per nulla un mondo pacificato. Voltarsi verso il tempo trascorso, misurarsi con la memoria non è cosa che si intraprende a cuor leggero; ogni narrazione, non importa se condivisa o meno con altri, implica un nuovo scendere a patti con la nostra identità, dunque la riscoperta di un universo simbolico nel suo intero, qualcosa che reca in sé un aspetto tangibile. E tuttavia più che un toccarsi è uno sfiorarsi, perché non appena si crede di essere sulle tracce di un’esperienza, i contorni sfuggono, il contenuto si rovescia e diventa di nuovo inafferrabile. Forse il fascino del manichino, delle meravigliose trasformazioni che avvengono nel libro, deriva anche dall’aver saputo riprodurre sulla pelle di una fiaba questo eterno movimento del nostro sé.
Il ceppo dotato di spirito vitale, chiacchierino e dispettoso, continua dunque a vegetare tra i suoi lettori e disegnatori. Alcuni di questi temi sono stati oggetto di una lezione durante la giornata inaugurale del Book festival a Pisa, e siccome ogni toscano che si rispetti, nativo o adottivo, è un collezionista di Pinocchio, quantomeno un suo devoto studioso, il pubblico non ha mancato l’appuntamento; mi è anche capitato qualche tempo dopo di proseguire il discorso con un bancarellaio che porta in giro libri per l’Italia, tra cui rare edizioni illustrate del romanzo di Collodi, e dove io per grazia e per fortuna ho rimediato una copia musicale con illustrazioni a rilievo, stampata da Edicart (Legnano, 2012), un piccolo gioiello nel suo genere. Alla conferenza pisana sono intervenuti Riccardo Greco, responsabile di Vittoria Iguazu Editora, e l’illustratore Fabio Leonardi per presentare il loro accurato lavoro di riedizione dei primi quindici capitoli dell’opera usciti sul «Giornale dei Ragazzi» nel 1881. Fu questa pubblicazione a determinare le vibranti proteste dei giovanissimi lettori che inondarono i tavoli redazionali delle loro letterine con la richiesta che la storia continuasse. E di tale cesura, del rammendo tra una prima e una seconda parte, Pinocchio porta segni evidenti proprio a partire dal suo cromatismo. Fino all’impiccagione del burattino alla quercia grande a prevalere sono i toni del grigio, che rimanda ai resti del focolare, e del bianco, colore della miseria e anche di una abbacinante inflessibilità che incombe sugli eventi, dove non c’è spazio per il perdono; dopo si fa largo un’idea di redenzione veicolata dall’ampliarsi degli sfondi – non più il cosmo chiuso del villaggio intorno a cui tutto era girato in precedenza, ma le pianure, il cielo, il mare e quella strana contrada a metà fra regno della pura immaginazione e porta degli inferi che è il paese dei balocchi. Non è un caso, fa notare Stefano Bartezzaghi nel suo saggio fondamentale su Pinocchio, che la descrizione di questo luogo, o più propriamente non luogo, batta su vocaboli di pertinenza infernale: “pandemonio”, “baccano indiavolato”. Ritmo, disordine e frastuono  rimandano a livello visivo alle rappresentazioni dell’inferno, e anche a quelle diablerie d’uso medievale che pare avessero ispirato più di qualcosa allo stesso Dante, antesignane per certi versi dei moderni mascheramenti carnevaleschi. Ancora una volta, vediamo quanto dettagli che giudichiamo magari superficiali ci mettano in comunicazione con strati molto profondi della nostra cultura. Né viene meno di nuovo il simbolismo cristiano, cui si attinge lo ripeto non in senso stringente, in nome di un’ortodossia da catechesi, ma traendone l’universalità del messaggio di redenzione e salvezza. Il peccato originale di Pinocchio consiste nel suo essere burattino. Per risolvere l’ambiguità che questa condizione comporta dovrà sottoporsi a diverse prove, finché l’anima del giocattolo non entrerà più in conflitto con quella del bambino. Eppure Collodi, desiderando essere all’altezza dei dispetti del suo personaggio, ci rivolge una domanda e ci lascia nel dubbio: alla fine della storia, Pinocchio si impone alla nostra attenzione nelle conquistate sembianze di creatura viva o come balocco? In effetti, del bambino si ignorano le sorti, mentre la marionetta affolla il nostro immaginario e i giochi dei più piccoli. E di più, sebbene nel corso della storia Pinocchio sia dotato di poteri che lo distinguono come non umano – le sue azioni, il modo in cui riesce a cavarsi d’impaccio o, al contrario, la sua propensione soccombente sono indizi chiari di una natura che trascende la realtà – mentre leggiamo capita spesso di dimenticare che si tratti di un burattino. Insomma la sovrapposizione è un’altra delle burle che lo scrittore non lesina al suo pubblico, al punto che il tempo della fiaba e quello delle consuetudini quotidiane si coalizzano in un vortice ora stridente ora indecifrabile, con l’effetto che ogni cosa, in certe situazioni, sembri al suo posto, pur non essendolo. 
A sentire che Fellini aveva in mente un suo Pinocchio per il cinema salvo poi rinunciare al progetto, restai malissimo. La narrazione cinematografica, il grande prisma impazzito su cui il contemporaneo fissa le sue ombre: c’è in ballo la capacità di illustrare un’opera non meno di chi esercita il mestiere di disegnatore. Se poi si tratta di un grande ritrattista, un virtuoso dell’immagine, allora il rammarico è doppio. Mettendo in conto il rischio di farsi prendere sulle scatole, sono cose che in un genio andrebbero sollecitate con impudica insistenza. Parlo di quanti hanno il privilegio nel corso del loro passaggio terreno di incontrare e frequentare delle menti d’eccezione. Non oso figurarmi come le note espressioniste e grottesche di Collodi si sarebbero aperte un varco in un simile estro, una cosa di sicuro da pazzi, tra incantesimo per golem e tarantismo. 
Pinocchio è pure questo, già si è detto. Vive anche, perfino con maggiore intensità, in chi lo incontra senza acchiapparlo. La sua corsa giocosa ne fa un messaggero fugace e impertinente, un’apparizione fantasmagorica che incuriosisce, trascina e respinge. Anche solo restare sulla soglia, affacciarsi per un attimo a quel teatrino da cui il discolo è fuoriuscito, significa subire un fascino, condividerne il destino, avanzare in quel regno del sovvertimento fiabesco che tuttavia si scopre non poi così distante dalle nostre più segrete, e forse anche più vere, inclinazioni.

(Di Claudia Ciardi) 


Un’illustrazione di Pinocchio realizzata da Luigi e Augusta Cavalieri - Salani (Firenze 1924 - ristampa 1939)

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Animali di Esopo e Collodi (all'interno della rubrica Aesopica)

Il mito di Pinocchio (Su «Il tempo e la storia» - Rai.tv) a cura dello storico Luciano Curreri, autore della postfazione Play it again, Pinocchio in Le avventure di Pinocchio, Einaudi 2014

Stefano Bartezzaghi, Il paese senza balocchi (2002), introduzione a Le avventure di Pinocchio, Einaudi 2014

Pinocchio illustrato da Fabio Leonardi (2015) - Vittoria Iguazu Editora

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