19 gennaio 2016

Follia ragionante (I)


Edvard Munch - Love, 1896

Una pisana, una nobildonna o forse solo un’eccentrica con una sbalorditiva attitudine al racconto, venne ricoverata alle Ville Sbertoli di Pistoia, noto manicomio cittadino, per un caso di follia ragionante. È codesta affezione una psicosi paranoide contrassegnata da delirio lucido in cui il patrimonio intellettivo del paziente si mantiene integro. In pratica la signora aveva la parlantina sciolta, e per una pulsione che la dominava fin dalla gioventù inventava di sana pianta delle storie, associando con cinica abilità gli elementi più improbabili, tanto per vedere l’effetto che facevano. E completamente assorbita da questa occupazione, tormentava qualsiasi malcapitato incrociasse la sua strada. Ma presto il passatempo divenne crudele, millantava, sproloquiava, insomma un’astiosità di fondo volse al peggio i sintomi di un semplice esaurimento che sulle prime non si pensava sfociasse in complicanze. Questioni pendenti di eredità e accordi matrimoniali saltati, causa il pervicace disimpegno degli interessati, aggravarono la signora che quindi abbracciò il delirio con fatale naturalezza, quasi fosse un amico per innumerevoli anni atteso sulla panchina di un giardinetto. Presumibilmente lo stesso del ricovero in cui era alloggiata. E in effetti per il modo in cui il corteggiatore si era presentato, non poteva dirsi proprio un tipo comune. Fin dal primo appuntamento quel farfallino per traverso e i capelli arruffati, di chi non sappia pur con tutte le forze della volontà abbandonarsi al sonno dei mortali, avrebbe allarmato anche il carattere meno sospettoso di questo mondo. Ma la signora, no, lo prese sul serio e a differenza degli altri pretendenti si trovò subito un accordo. Non poté più fare a meno di quei due occhi spiritati, che riteneva irradiassero su di lei ogni grazia, e anche quel suo gesticolare nervoso, come di uno che voglia pescar pesci nella nebbia, gli fu caro quant’altri mai. Nel tipico slancio da donna innamorata, che forse è a sua volta un piccolo delirio, cui abbandonarsi figura però tra le ragioni migliori del vivere, se lo prese a modello; non erano trascorse neppure un paio di settimane dal felice incontro, che quella febbre dello sguardo era passata in lei, e anche i suoi atteggiamenti ora abdicavano alla femminilità per volgersi a un’insolita, si potrebbe dire perentoria, concitazione. L’indemoniato spense nella sua dolce metà ogni residua scintilla di un’esistenza normale, e in gran fretta si celebrò un rito assai più impegnativo, che andava al di là del riconoscimento terreno sancito dal matrimonio. Del resto, eravamo in presenza di un’unione di anime. Ma le due entità invece di stare in un nocciolo, come si è soliti affermare, erano piuttosto l’una dentro l’altra. Il demone occupava letteralmente il cuore della signora e lo inveleniva pian piano. Credendo lei essere chiamata alla prova del suo sentimento, si vedeva in obbligo di dare continue dimostrazioni della propria fedeltà coniugale e, nella fattispecie, spirituale; pertanto qualsiasi cosa gli suggerisse il malandrino, lo realizzava con devota alacrità. 
I dispetti si moltiplicarono, non risparmiando nessuno del reparto, neppure quei pazienti affetti da catatonia acuta con cui dichiarava rapporti amichevoli, visto che non contraddicevano mai le sue storie. Se ne stavano lì, come seduti su una nuvola, lo sguardo immobile alla medesima macchia di umido sulla parete del refettorio, e lei avrebbe potuto declamare un intero ciclo di poemi senza che si sollevasse neppure un sopracciglio. Una volta, era di pomeriggio, fuori pioveva a dirotto e nessuno degli ospiti poteva lasciare la Casa per fare una passeggiatina all’aperto. Quale favorevole circostanza per dare un pubblico saggio delle sue doti narrative. Con un salto fulmineo, a dispetto degli anni e di un robusto accumulo adiposo che le inguainava i fianchi – ma i matti si sa sono capacissimi di cotali guizzi – saltò su una sedia, attaccando col suo cavallo di battaglia. Che il padre, uomo di oscuri natali, era stato un grande viaggiatore e un giorno conobbe la principessa di Beonia, regno del tropico degli Ossigoti, ed eludendo la guardia di palazzo e l’ottavo senso di un eunuco che aveva dodici paia di orecchie e altrettante d’occhi, dunque in grado di discernere quel che accadeva a miglia e miglia di distanza, si trattasse anche di un brusio fuor di palazzo, sedusse l’infanta. Già al terzo incontro fu concepita la nostra narratrice, ma siccome durante la gestazione la mamma ricevette il morso di un aspide tra i più venefici di quell’ignoto continente, i dotti di corte dissero che per salvarla era necessario asportare il mignolo del piede del padre. Orrore, costui non era dunque il principe di Bonzo? Proprio no, piuttosto quel gretto filibustiere di cui tutto si ignorava. E poi, sommo oltraggio alla corte, con quale inganno si era introdotto nelle segrete stanze? A rimetterci barba e capelli per primo fu l’eunuco, visto che altro non gli si poteva chiedere, avendolo già sacrificato da tempo. Considerato che le cose volgevano al peggio, quella notte il suo valido papà scappò insieme all’amata. L’eunuco ridotto in ceppi si accorse del piano ma nulla poté. I suoi rantoli furono attribuiti all’opera del barbiere. Insomma lei era nobile per diritto d’un mignolo e chi metteva in discussione questa storiella se la sarebbe vista con quel tale di Bonzo, che si era impegnato a reclamare la sposa violata e anche la bambina, perché così aveva giurato, e al Tropico dell’Incornato (o forse era Incoronato ma che differenza fa) l’onore viene prima di tutto. 
La signora dal sangue blu e dalla burrascosa fantasia che dentro vi scorreva, prese fiato. Ma giusto un attimo, non avessero a pensare che le sue deliranti capacità mostravano segni di guarigione. Avrebbe voluto quindi dedicarsi alla seconda parte del suo cimento, e tuttavia l’imponderabile che è sempre in agguato, rivelando un singolare fiuto per il genere delle stramberie, si inserì nel corso degli eventi. Sarà stato che del temporale non si udiva ormai più nulla e che i degenti mostravano segni di impazienza, sarà bastata quell’infima variazione di luce – la cartella clinica della signora parlava chiaramente di marcata fotosensibilità – o l’accenno di uno sbadiglio, accompagnato da una rumorosità giunta come eccessiva all’udito ipersensibile di una psicotica, fatto sta che la fiaba non venne in alcun modo proseguita. L’espressione della narratrice subì una terribile metamorfosi, livida e grifagna come un’arpia si raccolse tutta in se stessa con l’intento di sferrare chissà quale attacco. La sua voce, che fino ad allora aveva conservato un’innocua monotonia, piombò addosso all’imbelle uditorio peggio di un turbine. E quali sconcezze pronunciò. O se preferite, quali non profferì nelle allucinate battute di quella crisi. Nessuno fu risparmiato. Né fu l’unico episodio di quel tenore.
Qualcuno dei catatonici, a essere sinceri, mostrò anche segni di risveglio. Forse la foga mai sperimentata prima, che disarcionò il loro torpore. E da un simile punto di vista, quel delirio si sarebbe dovuto semmai benedire. Ma nulla, le regole sono regole anche dentro un manicomio. Si decise perciò il ricovero in isolamento. Qui ebbe inizio l’attività più inquietante della nostra amica.  
Il demonietto che aveva determinato l’oscuro coagulo nella mente della malcapitata, continuò a lavorare di cesello. Quando si rendeva necessaria una visita per accertarsi delle condizioni della paziente, la nostra eroina metteva in campo tutto il suo genio malato per confondere, sviare, turlupinare l’esaminatore. Aveva un ascendente, lo sapeva bene, e il suo mentore non perdeva occasione per rammentarglielo. Non si faceva problemi a usarlo nel modo più miserevole. Con limpide argomentazioni, che non sarebbero sfigurate in bocca a un principe del foro, si divertiva a evidenziare come ognuna delle frasi pronunciate dal dottore di turno si prestasse a un’interpretazione ambigua, a tratti ridicola, e non poggiasse su alcuna base logica. La solidità di quelle clausole, peraltro indecorosamente approssimate, e qui non mancava neanche di dare lezioni di stile, non era più solida della follia che le veniva attribuita. Ribatteva punto per punto, con ostentato rigorismo, finché il dottore svilito chiedeva l’aiuto di un collega e tutto ricominciava daccapo. Ma perché restasse una traccia tangibile delle sue ragioni, dopo averci pensato su diverse nottate, si risolse a infrangere il regolamento. E siccome tutto quello su cui s’incaponiva lo otteneva senza difficoltà, tanta era l’energia che impiegava nell’esasperare le sue vittime, eccola di nuovo all’opera. Stavolta era in gioco quasi il tradimento dello sposo, sebbene per una giusta causa. Con diverse moine e lamentele, alternate a promesse di non meglio precisati favori carnali, manipolò un anziano inserviente d’indole abbastanza eccitabile quanto fedele, il quale mosso a compassione le regalò carta e penna, oggetti severamente vietati nei casi di esaurimento e psicosi. 
Ora poteva finalmente denunciare l’ingiustizia del mondo, che è la vera follia, il vero scandalo dei tempi e che senza provvedere a se stesso, tormenta dei poverini, innocenti al paragone di un’onta così spropositata.
La storia di F. R. allietò non molto tempo fa un pranzo tra amici in quel di Pistoia e ricordo benissimo come l’ironia dei miei commensali non mi dette tregua per un pezzo. A loro dire manifestavo con il caso spudorate affinità. Prima di tutto l’origine, e la comunanza del luogo di nascita si sa è di per sé un elemento contaminante. Ciò vale anche per il posto che in un certo periodo della nostra esistenza ci troviamo a frequentare. Insomma il fatto che per un lustro o giù di lì mi sia accaduto a intervalli di tempo di aggirarmi per le vie comunali di Pistoia, ha contribuito a oliare il sospetto. I presenti avevano bell’e celebrato nel tumulto altrettanto deprecabile delle loro teste le nozze spirituali tra me e la povera matta di questa storiella. Restando ai sacramenti, i luoghi ci avevano in certo modo battezzate, così anch’io presentavo quei sintomi polemici, biliosi, irriverenti, destinati all’inevitabile mortificazione della mia femminilità. E questo per regio decreto del pubblico maschile, che è risaputo sulle questioni dell’altro sesso inclina facilmente al radicalismo. Non era neppure un caso che si fosse venuti a conoscenza del fatto proprio nel corso del nostro pranzo. Che a qualcuno fosse balenata l’idea di aprire quel tomo di cronache manicomiali, da tempo immemore abbandonato in un angolo della panca su cui sedevamo, era di per sé la conferma di una comune ascendenza che aspettava un pretesto per palesarsi.
Se sollecitati nella giusta misura gli uomini riescono a eccitare le loro facoltà con maggior successo di una chiromante. Anche qui, nulla di nuovo. To’ ma guarda, guarda cosa mi ha lasciato in tasca questa amica…. E va bene, lo ammetto, magari ci ho aggiunto del mio ma nella sostanza il discorso non cambia. Perdonate la divagazione. Presto trascriverò l’atto di difesa della nostra protagonista, che in barba all’eunuco di sua madre e ai suoi custodi, rispedì indietro le accuse di malattia che le furono mosse, dimostrando in maniera irrefutabile la perenne infermità della razza umana e la natura contagiosa dei loro difetti che alcuni pretendono di attribuire ad altri, essendo invece patrimonio collettivo. 

(Di Claudia Ciardi)

*Insieme ai precedenti qui pubblicati, Risus abundat!, Guglielmo II e la tenzone dei coboldi, Taboga, questo pezzo fa parte di una galleria di prose di andamento polemista e totemico, un’irregolare riflessione sul vivere, liberamente ispirata a Einbahnstraße di Walter Benjamin.

  

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