17 marzo 2016

Donne, queste sconosciute


Woman bathing in a stream - Rembrandt van Rijn (1654)


Se passa un po’ di tempo senza ascoltare qualche stupidaggine sulle donne, si sta in pensiero. Da quel che si sente in giro, per una parte dei maschi siamo destinate a rimanere un enigma irrisolto. Ma bene! Non allarmiamoci, con quei maschi lì non ci perdiamo proprio nulla. E non c’è neppure da sorprendersi che in genere sia chi ha la fama di grande tombeur de femmes a fare delle figuracce sul tema, mostrando di non avere nessuna dimestichezza col gentil sesso. Le inclinazioni pedofile naturalmente non aiutano. Direi anzi che sono tare assai respingenti, quando si tratta di conoscere davvero una donna. Cosa questa tra le più belle e semplici del mondo, purché non ci si scopra inquietati da un essere che la natura ha dotato di fattezze diverse da quelle maschili, e che magari a seconda delle situazioni mostra un piglio e una forza di volontà spiazzanti. Almeno, dovrebbe darne segno, altrimenti io consiglierei al maschietto di interrogarsi sull’assenza di questi due fondamentali che permettono a una donna di appartenersi e di completarsi, specie dopo i vent’anni. Oggi purtroppo si tende a metterne in primo piano solo l’estrema giovinezza – tredicenni e quindicenni posano per linee di biancheria intima e case di cosmetica – per un uso e consumo estremamente effimero, neppure legato al loro aspetto, ma per qualcosa di ancora più intangibile, quasi fosse un contorno; immagini sempre più stereotipate dai maghi del digitale, sotto le quali spuntano gambe e braccia magrissime, visi affilati, forme di un’adolescenza che si è appena affacciata al mondo e che onestamente fa più che altro tenerezza. Ciò va sempre più accostandosi a una supposta longevità biologica maschile, che si vuole sinonimo di senno, esperienza, in una parola il fascino imperituro dell’homme âgé.
Io non credo affatto che responsabile di questo sia in maniera univoca Silvio Berlusconi, tutt’altro. Diciamo che ricoprendo Berlusconi un incarico politico, dunque avendo un’esposizione pubblica, la cosa ha avuto un effetto mediatico deflagrante e ha finito per ampliare nel senso del gigantismo, cose che non ha certo inventato lui – io lo ricordo ai comizi in Abruzzo di circa otto anni fa, quindi non un secolo fa! con un seguito agguerrito di sostenitori e in grande spolvero di slogan che sarebbero risuonati ancora per molto tempo in un’Italia che appariva completamente anestetizzata, se il paese non fosse entrato nell’affanno economico che conosciamo. Voglio dire, insomma, che il monito del “purificare l’aria” lanciato giustamente dalla Cei, nacque quando divenne indifendibile l’esternazione di una corruttela di costume galoppante in rapporto con un paese che rotolava a colpi di spread e caduta verticale dei posti di lavoro. Non prima, dunque, sebbene queste cose accadessero da molto e fosse impossibile che in ambienti di potere non se ne sapesse nulla. Il torbido intreccio tra politica, festini, donne mandate in ambasceria per addolcire o neutralizzare il nemico di turno, si perdono nella notte dei tempi. Per citare due episodi del periodo contemporaneo, tra l’altro assai diversi l’uno dall’altro, la missione affidata alla vivace cugina di Cavour, che avrebbe dovuto, come accadde, sedurre Napoleone III, e il tragico squallore del caso Tambroni. 
Resto però convinta, ed è ipocrisia da parte femminile non ammetterlo, che essendo gli uomini i detentori consolidati di un potere, che purtroppo in molti casi non meritano, se vogliamo conquistare qualche quota di rappresentanza in più, è proprio con questo potere che bisogna venire a patti. Intendiamoci, non  come abbiamo visto nelle scene da commedia plautina di fine seconda repubblica, ma certamente con intelligenza, astuzia, e perché no, una punta di cinismo. Non è un tabù, e in qualche convegno femminista un po’ più aperto e sensato di altri a cui mi sono ritrovata, l'ho sentito ripetere senza fisime.  
Le donne quanto a determinazione, se vogliono, arrivano dovunque. E la misteriosa bellezza della maternità lo conferma a pieno. 
Negli ultimi giorni si è scritta una pagina orrenda sull'universo femminile, l’ennesima in un paese che soffre di tanti di quei complessi da aver perso il conto. In forze alla diseducazione e all'emotività dissociata del maschio che sfocia sempre più spesso in episodi di violenza indicibili, l’arte denigratoria, facendo finta di dimenticare che sul piano mediatico ha effetti annichilenti sull’avversario, si è rimessa in marcia.
Tra telegenia e insuperabili disagi legati alla maternità, ecco rispolverata tutta la gamma dei luoghi comuni sulle donne. Vedere una donna di cinquantadue anni messa all’angolo dalle malignità, rinunciare alla propria candidatura, piangendo, l’ho trovato indegno. Il Movimento penso non le abbia dato il giusto supporto, non l’abbia protetta a sufficienza. Voglio dire, mica è andata lì a fare un provino da valletta. A passare dalla parrucchiera era in tempo. Si è presentata per un progetto politico o mi sbaglio? No, perché qui siamo al paradosso che chi fa politica o, per dire, pratica l’avvocatura o scrive un libro, se il giorno dell’udienza o della presentazione del suo lavoro non ha i capelli cotonati e il tacco dodici, arriva il primo in vena di ciarlare e magari si mette a insinuare che sarebbe preferibile agghindarsi in un certo modo e così via. Mentre la donna dei desideri va impeccabilmente sparando stupidaggini in qualsiasi contesto, e sebbene manchi in modo evidente di personalità, contenuti e capacità oratoria – nel mondo antico si studiava anni prima di osare parlare in pubblico, è un'arte e faticosa, ricordiamocelo, altro che aspetto! - riceve applausi. Io più che la messa in piega, fossi un maschietto, valuterei se la signora o signorina è abbastanza sveglia e reattiva nelle situazioni che si trova a fronteggiare. Starei ben attento a cosa è in grado di produrre. Vale in ogni ambito lavorativo. 
Poi, questo continuo ripetere che la politica è sangue, asprezza, cattiveria. Andiamoci piano. Intanto mi pare una contraddizione in termini, perché se affermo la validità del modello manichino-replicante non vedo dove siano tutte queste passioni, per quanto vengano evocate. La vacuità non è né buona né cattiva. È insipida, insulsa. Ferisce senza far vedere la mano. E mi sembra che la stagione politica attuale, aggirando un rapporto autentico con la collettività – gente di governo, rammentare la falange astensionista! – sia ben avviata su questo binario. La candidata del Movimento a Milano, diciamolo pure per non dare troppo lustro ai detrattori, è caduta sotto i colpi di una brutale insulsaggine.  
Per quanto riguarda la maternità, sull’argomento da sempre volano stracci. Viene da chiedersi, ma gli uomini come le vogliono queste donne, cortigiane o mamme? Perché appena si presenta una mamma, ci si imbatte in qualche nostalgico rimpianto della cortigiana, mentre a fronte della donna in carriera, ecco un tripudio di cattiverie, pronunciate in buona quantità peraltro dalle stesse donne, secondo cui chi non è mamma è una sciagurata, ha una femminilità mutila, non conosce una parte essenziale della vita, e avanti con altre demenze.
Io penso che prima di tutto si dovrebbe diventare mamme, possibilmente, nella piena consapevolezza di ciò che comporta e non sotto il pungolo di qualche convenzione sociale o per imposizioni di altra natura. Invece vedo che le donne, specie in questa fase, hanno un atteggiamento rinunciatario, proprio in una cosa di capitale importanza qual è l’attesa di un figlio. Rinunciatario in un doppio senso. In quello letterale, per cui le mie condizioni economiche e sociali mi costringono a rimandare e forse a non veder mai avverarsi questo evento. In tal senso la stigma culturale risulta oltremodo beffarda e fuori fuoco. Ma anche rinunciatario in un modo che inclina a una rassegnazione di stampo opposto, assai pericolosa in quanto veicolo di palese egoismo proprio nei confronti del nascituro. E suona così; sebbene non abbia una posizione che mi garantisca un'indipendenza economica e in generale di vita, lo faccio, poi vedremo. Il che è scaricare immediate ansie e frustrazioni su chi viene al mondo, e anche opportunisticamente lasciar sbrogliare la matassa al papà. Per l’amor del cielo chi sono io per giudicare; tuttavia nella genitorialità qualsiasi scorciatoia rischia di essere esiziale tanto per la donna quanto per il bambino.
E con questo vorrei dire ai maschi che si riempiono la bocca sulla maternità, solo e unico completamento della donna a loro giudizio, che a volte non avere un figlio è una scelta obbligata e più responsabile di altre. Che molte donne, nonostante l'esser diventate madri, non sono né più affettuose né meno egoiste. In più di un caso sono, diciamolo, pessime madri. Quindi non rappresenta di per sé una garanzia di bontà e maggiore credibilità sociale. Non solo. Si può essere e si è compagne, generose pazienti attente, anche senza essere mamme. 
Sarebbe bene non ricamare attorno a una materia così delicata strane certezze e aforismi da osteria, che mistificano il rapporto di coppia e mettono in ridicolo soprattutto la donna.    
È chiaramente necessario un passo in avanti per quel che riguarda il rispetto del maschio nei confronti della donna, ma anche di ciascuno dei sessi verso se stesso. Non è difficile, basta mettere sul piatto un po’ di intelligenza e altruismo e anche una dose maggiore di tenacia nel provare a realizzarsi come persone prima di tutto.

(Di Claudia Ciardi)  


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