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31 maggio 2014

Hannes Stöhr - Icaro a Berlino


Berlin calling - Tra catabasi e poesia filmate da Hannes Stöhr



Regia: Hannes Stöhr
Sceneggiatura: Hannes Stöhr
Interpreti principali: Paul Kalkbrenner, Rita Lengyel, Corinna Harfouch, Araba Walton, Peter Schneider
Produzione: Germania, 2008
Durata: 100’

Presentato ai Festival di Belino, Locarno, Amburgo e Toronto, «Berlin Calling» racconta la storia di un musicista nella Berlino di oggi. Il protagonista è interpretato dal DJ e producer Paul Kalkbrenner, uno dei maggiori artisti della scena electro berlinese e autore della bellissima colonna sonora. La sua è una dolorosa catarsi attraverso l’arte che gli permette di uscire dal tunnel della droga. Riproponiamo l'articolo che abbiamo scritto per la proiezione del film nelle sale italiane nel 2011.



Vibrazioni di una metropoli. Metamorfosi al nero, scandita dagli ambienti della tecno. Gradazioni e risonanze fotografate dalla notte all’alba, intenso lirismo di una città al risveglio. Ritmo della capitale confuso alla sinfonia elettronica di un corpo urbano e umano in continuo movimento.
Hannes Stöhr, inserendosi nel filone dei tanti film che hanno cantato "l'aria di Berlino", ci racconta l'aspetto più dimesso del suo carattere ma forse anche quello che meglio la rappresenta, sempre in bilico tra malinconica ritrosia e voglia di comunicare. La sua mano coglie sapientemente l’umore mutevole dell’uderground tedesco, cui partecipano differenti tonalità di voce e colore, Farbabstimmungen, dialoganti in un paesaggio comune.
E proprio questo denso intreccio di segni avvolge il protagonista, Paul Kalkbrenner, nella realtà animatore della Berlino notturna e uno dei compositori di tecno più in voga in Germania, che nei panni di un tormentato alias, il dj Ickarus, fragile e sensibile genio della musica, mette a rischio la propria vita a causa di una brutta dipendenza dalle droghe.
Prigioniero di una spirale soffocante, all’insegna dell’eccesso e dello sballo, scivola sempre più giù, concludendo il viaggio al termine della notte in una clinica di riabilitazione. Le ore che precedono il ricovero sono una passeggiata sull’orlo del precipizio. Ickarus, nell’impossibilità di controllare il proprio corpo, si trascina ai confini di se stesso. Silenzioso testimone di questa allucinata 'catabasi' il profilo del muro, sponda fisica di una ferita che scende nel cuore della città. In fondo alla barriera incontra la dottoressa Petra Paul, interpretata da una straordinaria Corinna Harfouch, con cui condivide tensioni, contrasti, a tratti anche molto duri, e momenti di abbandono, durante i quali lascia straripare la propria emotività in piena.
Icka vuole dimostrare che la sua musica, grazie all’energia che mette in circolo in lui e attorno a lui, è l’unica cosa in grado di fargli mantenere un contatto col mondo e permettergli un ritorno alla vita. Il respiro metropolitano, le storie di uomini e donne che lì si amano, soffrono, si perdono, perfino l’odore e il rumore della S-Bahn, lo attraversano. Tutto entra in lui, con forza, e la musica della rinascita viene da un ascolto continuo, da una sintonia di corpi e immaginazioni che, al pari di una marea, non smettono mai di fluire.
I pezzi onirici della colonna sonora, firmati da un ispiratissimo Kalkbrenner, non solo presiedono alla struggente trasformazione umana del protagonista ma anche a quella di una città che vive in simbiosi il medesimo stato emozionale.
L’alternanza dei piani visivi accompagna il faticoso percorso di Icka in uscita dal tunnel. Intento a guardare lo skyline dal tetto del reparto, ora somiglia a un Prometeo incatenato alla sua pena, sempre sul punto di venir meno, conteso tra alto e basso, tra fuori e dentro; ora condivide la sorte di Filottete, il quale, abbandonato dai compagni su un’isola deserta a causa della piaga che lo affligge, sviluppa con l’ambiente un profondo legame simpatetico, sopravvivendo così all’emarginazione.
Qui, si tratta del cielo sopra Berlino.
La cima della Siegessäule è sostituita dalla sagoma ammiccante della torre che domina l’Alexanderplatz. Trionfante miraggio offerto al volo del nostro moderno taumaturgo, il quale tuttavia non riesce a trarne neppure per un attimo la gioia dell’hiersein né a intravedervi una via per la salvezza, ma è costretto semmai a riconoscere intero il peso del suo spaesamento e della sua solitudine.
È una creatura schiacciata dall’impulso dell’Alto, quasi angelo rilkiano, la cui parola rinuncia a descrivere le dissolvenze dello spazio esteriore, dato in maniera ingannevole come forma e concretezza, per preservarne la vera rappresentazione nell’indicibile interiore. Angelus Novus, fin troppo umano e dolente, irrimediabilmente impigliato alla sua caduta, consapevole che nel risveglio si nasconde il rischio della propria dissoluzione.
«Forse sonno di giganti/ del nostro sangue caldo», Icarus doppia nel suo slancio i versi del poeta, perché la sua volontà inesausta ugualmente si protende sulla sconfinante lontananza dell’abisso. E proprio nel suo cuore acceso sopravvive la scintilla del riscatto. Questo è il richiamo di Berlino. Berlino – anzi il dio stesso della città – comincia qui. Così pure Walter Benjamin, che con vivida empatia aveva saputo cogliere, molto tempo prima, il nodo di pulsazioni inquiete e allo stesso tempo capaci di rassicurare, stretto alle fondamenta della città.
Sotto la pelle degli sfondi metropolitani, catturati nel loro delirio chiaroscurale e accarezzati dal misticismo dissonante della melodia di Altes Kamuffel, scorre un moto di ribellione, inseguito, cullato, vibrato, fino ad arrivare all’urlo di Revolte.
Lentamente, ma procedendo anche per violenti strappi, ci si lascia alle spalle il labirinto e si esce di nuovo all’aperto, non prima però di un’estrema danza con la morte sui binari della metropolitana, culmine allegorico del viaggio. E i sotterranei della stazione diventano l’archetipo di ogni “discesa”, giacché l’esperienza poetica è esattamente questo, restare sospesi a un passo dal baratro e riportarne in superficie quella necessità deflagrante da opporre alla devastazione del nulla.

(Claudia Ciardi, febbraio 2011)



24 maggio 2014

Verso quale Europa?




A poche ore dal voto la domanda sorge spontanea, anche e forse di più tra quanti si professano euroscettici, specie se la loro diffidenza non si traduce in consenso politico ma resta in balia della marea astensionista. La crisi economica sta mettendo a dura prova la tenuta dell’Unione, e chi sottovaluta l’impatto sociale di ciò che stiamo vivendo, o nasconde altri interessi o dissennatamente si limita a spostare la polvere sotto il tappeto. Ricordiamo che i “protocolli” di Bruxelles hanno seriamente contribuito alla nascita di Alba dorata in Grecia. E se ci guardiamo attorno, i segnali che vengono da Francia, Inghilterra e Ungheria non sono affatto incoraggianti. Questi tre paesi conoscono un’impennata dell’adesione alle destre nazionaliste. In Ungheria assistiamo addirittura alla quasi completa occupazione della scena politica da parte di due forze ultranazionaliste, da un lato Fidesz, il partito di Orban, il quale ha fondato la sua leadership sull’opposizione dura allo strapotere delle banche, dall’altro Jobbik, formazione neonazista che alle recenti elezioni si è attestata oltre il 20%. Più che di due sponde, conviene parlare di due schieramenti che si inseriscono nel medesimo quadro ideologico e che vanno a nozze col malcontento popolare. Merita anzi tutta la nostra attenzione il dato, per nulla confortante, secondo cui mentre Fidesz, pur confermandosi come primo partito ungherese nell’ultimo confronto elettorale, ha perso ben otto punti percentuali, Jobbik è in continua ascesa.
Cosa vogliamo che abbia voce e dunque crei rappresentanza per il nostro immediato futuro nel vecchio continente? È innegabile che le attuali politiche europee di gestione della crisi vanno accrescendo problemi e disparità che, da focolai isolati, rischiano di divenire situazioni fuori controllo. Un’inversione di rotta sarebbe stata opportuna già da diverso tempo, almeno dagli inizi del “caso Grecia”. Non sono un’analista politica ma una tale perseverante cecità può sembrare per certi versi pianificata. Supponiamo che qualcuno voglia far precipitare le cose – intendo con ciò favorire l’estrema destra – non avrebbe che da suggerire, senza neanche accalorarsi più di tanto, l’attuale linea di gestione delle turbolenze economiche e politiche da cui siamo investiti. Uno su tutti, i rimandi continui nell’affrontare la pesante crisi dell’occupazione dei paesi euromediterranei col conseguente scivolamento di una porzione enorme di cittadini europei nel disagio sociale. Le attuali statistiche contano 126 milioni di poveri e 27 milioni di disoccupati in tutta l’Unione.
Così, questa presunta alleanza tra incapacità e ragionato catastrofismo sta facendo pericolosamente inclinare la barca. Sarebbe anche importante non perdere di vista le pressioni esercitate dai gruppi di potere che, da un’epoca all’altra, si avvicendano attorno alle classi dirigenti per far prevalere i propri interessi. Nel tempo che noi stiamo attraversando, si possono menzionare il lobbismo bancario e in generale legato alle attività finanziarie, il profitto delle multinazionali capace di macinare leggi e limitazioni imposte dagli Stati, l’applicazione del liberismo a tutti i costi quale unico e irrinunciabile teorema della politica occidentale, ormai con ricadute negative sul sistema che lo fiancheggia, ricadute che sono sotto gli occhi di ognuno, ma senza che questo basti a decretarne il superamento. Gli obiettivi dei gruppi dirigenziali e le spinte da essi generate, sono talora responsabili di avvenimenti storici di enorme portata, come è stato per la Grande Guerra. Tutt’altro che guerra “scoppiata per caso”, le sue motivazioni sono da ricercare negli squilibri che caratterizzano la geopolitica europea tra la fine dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento. L’efficace saggio di Luciano Canfora sul 1914 ha il pregio di spiegarceli con semplicità, mostrandoci quali fossero i partiti che allora si dividevano il campo, analizzando il sistema democratico in Francia versus gli imperi (Germania, Austria-Ungheria, Turchia, Russia) e le monarchie (Inghilterra, Italia). In realtà nessun paese poteva dirsi lo specchio fedele della propria forma di governo: ad esempio, in Francia la repubblica era scaturita dall’eccidio dei Comunardi, atroce antefatto che, associato alla pratica elettorale a collegio uninominale, retaggio del secondo impero, metteva in discussione l’essenza repubblicana dalle fondamenta. Lo studioso inoltre, narrando ampiamente delle politiche colonialiste di tutti gli attori presenti sulla scena, ci indica l’origine di scenari conflittuali di lì a poco destinati a replicarsi all’interno del continente.
Trascorso un secolo da tali eventi, il voto europeo cade in una fase che presenta non poche problematicità. Si va alle urne in un momento di forte prostrazione economica per le democrazie occidentali, dove la flessione del binomio produttività-lavoro dura da almeno quattro anni, mentre il Mediterraneo e i confini orientali sono attraversati da gravi instabilità. Domenica 25 gli ucraini sono chiamati a scegliere il loro presidente, ma per i leader che si contendono la piazza è sempre più difficile risultare credibili e scacciare l’immagine di debolezza che li accompagna. In tutto questo appare evidente il black out di una politica europea chiamata a far fronte comune. Così, i problemi della Grecia li abbiamo ormai liquidati come “questioni di periferia”, allineandoci a un bieco calvinismo che comanda la totale assunzione di responsabilità per i propri guai, e la Siria, terra lunare di un Medio Oriente troppo lontano da noi, dove pure il 3 giugno si svolgeranno le elezioni presidenziali, in qualche modo provvederà a se stessa.
Qualsiasi sia la nostra posizione, bisogna innanzitutto aver coscienza di quanto sta accadendo in casa nostra e fuori. Si parte dalla giustizia sociale e dalla necessità di dare regole chiare all’economia, ben al di là del puro esercizio ragionieristico in voga tra i burocrati dell’Unione. L’Europa non può più procedere a due, tre velocità. Chi sta davanti, se non vuole aspettare per paura di perdere il treno, bisogna che conceda almeno condizioni eque ai mercati in affanno. Altrimenti nasce il fondato sospetto che le economie cosiddette forti abbiano più di un interesse a far chiudere le imprese dei paesi più esposti a un default; la crisi può anche essere cavalcata per togliere di mezzo concorrenti scomodi.
Quando il ministro delle finanze tedesche Schäuble ripete che «le regole comuni vanno rispettate», il concetto rimane fastidiosamente appeso per qualche istante alle orecchie di chi lo interroga. Ci si aspetterebbe qualche indicazione un po’ più precisa sul da farsi, qualche apertura verso le situazioni di maggiore incertezza che rischiano di avere pesanti ripercussioni sul resto del continente, ma negli ultimi anni si è assistito più che altro alla ripetizione di tanta poco ragionata teoria sia sul piano storico che dell’attualità politica.
L’Europa è esposta a numerosi pericoli. La miseria e quindi l’esclusione sociale generate dalla crisi economica sono una vera e propria manna per delinquenza e corruzione, anticamera delle mafie che vanno radicandosi dappertutto, specie in quei paesi dove si continua a considerare la criminalità organizzata un fenomeno del folclore italiano. Un’altra drammatica ricorrenza si insinua in questo voto per l’Europa. Il 25 maggio 1992 nella basilica S. Domenico di Palermo si svolgevano i funerali del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e dei tre agenti di scorta Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo, vittime della strage mafiosa di Capaci. Lungi dall’essere una patologia del Sud Italia, la mafia infiltra tessuti sociali considerati impermeabili alla sua natura e la si ritrova ovunque si prospettino laute spartizioni: appalti, gestione di grandi patrimoni mobiliari e immobiliari. Perciò è necessario impedire con ogni mezzo la concentrazione di grossi capitali nelle mani di oligarchie che con elevata probabilità suscitano gli appetiti dei poteri mafiosi.
Chiudo con un riferimento al meccanismo dei tribunali arbitrali, cui le grandi imprese che operano a livello globale nei settori più disparati, dall’energia alle costruzioni, possono ricorrere quando uno Stato recede il contratto stipulato. Nati per una giusta causa, ossia evitare che le espropriazioni o certe controversie sugli investimenti, sfociassero in crisi internazionali, l’istruzione di un processo in questi tribunali può tuttavia divenire un’arma minatoria delle sovranità nazionali. Le cause sono costosissime, così uno Stato che si trovi coinvolto in un contenzioso con una multinazionale ci rimette un bel po’ di risorse pubbliche - oltre a uscirne quasi sempre sconfitto - uno sperpero che di questi tempi non lascia tranquillo nessun governante. Attualmente la svedese Vattenfall è in causa con la Germania, in seguito alla marcia indietro del governo tedesco riguardo gli accordi sul nucleare. Questo è solo uno degli episodi più clamorosi, ma le cause fioccano continuamente, e c’è più di una persona tra gli addetti ai lavori che se ne serve come macchine da “soldi facili”. Il problema è di enorme portata specialmente per quanto riguarda le scelte di politica ambientale dei singoli paesi. La consapevolezza di andare incontro a processi di questo tipo, può divenire uno strumento per influenzare le decisioni di un governo.
Nella mia idea di Europa vorrei che ognuna della questioni qui solo brevemente accennate trovasse un suo spazio rappresentativo. Maggiore omogeneità nella considerazione dei popoli che ne fanno parte, una politica estera più rigorosa e definita, misure volte a stimolare crescita, occupazione e in generale a configurare una partecipazione reale e non di facciata. Rispetto del diritto a circolare liberamente nei paesi dell’Unione, a fruire di sovvenzioni statali e fondi che garantiscano con equità esperienze formative, conferendo ai più meritevoli ruoli di mediazione culturale, investendoli dell’onore e dell’onere di rinnovare il dialogo tra stati membri e paesi emergenti. C’è tanto da fare e altrettanto ha da cambiare, soprattutto nel meccanismo di elargizione di favori a clientele e parentadi politici che da trent’anni a questa parte molto sono costati e pochi risultati hanno portato a casa. Un’intera generazione che più o meno va da quella di chi scrive questo pezzo ai tanti giovani e meno giovani esclusi da incarichi di responsabilità e ruoli decisionali in qualsiasi ambito della società, attende di far valere una visione che lasci da parte la teoria e il principio, dietro i quali si nasconde neanche troppo bene la volontà di continuare a bloccare tutto, così da mettere a disposizione le proprie competenze per costruire qualcosa di più coinvolgente in cui sentirsi finalmente reclutati e garantiti.

(Di Claudia Ciardi)



16 maggio 2014

Incontro con Klaus Wagenbach




Bettina Müller, Klaus Wagenbach, Ranieri Polese («Corriere della Sera») - foto di Claudia Ciardi 


Klaus Wagenbach l’ho conosciuto lo scorso novembre al Pisa Book Festival, di cui è stato il primo ospite nella giornata di apertura. E non si sarebbe potuto sperare in un officiante migliore, dal momento che il paese attorno a cui ruotava l’intera manifestazione era per l’appunto la Germania. Per quanto non sia una frequentatrice di fiere, tuttavia l’atmosfera più raccolta se così si può dire che la rassegna pisana offre, rispetto alla dispersione da grande magazzino di eventi molto più rumorosi, e la presenza di Wagenbach, col suo carico di anni e esperienze editoriali, non poche delle quali nate sul limite della barricata, sono stati elementi sufficienti per decidermi a una visita. L’incontro con quest’uomo esile, apparentemente fiaccato dall’età, timido – ma è solo un’impressione legata ai due minuti d’inizio, quando si schiarisce la voce per sintonizzarsi col pubblico – non ha tradito le aspettative.
La casa editrice di Wagenbach festeggia quest’anno mezzo secolo di pubblicazioni. Un bel traguardo su cui sta scritta la caparbietà del suo fondatore. Klaus parla un tedesco lento, la cadenza berlinese in lui si ammorbidisce, diviene quasi sommessa, ma senza togliere peso a ogni parola pronunciata. L’ironia, e qui invece il tratto del berlinese affiora con decisione, è il filo che tiene insieme tutto il suo intervento e avvince gli ascoltatori alla sua storia personale.
Wagenbach ha in sé tutte le caratteristiche del tipo sopra le righe. Non molto teutonico, anzi affatto. E di tedeschi disordinati, fuori dagli schemi, disponibili a scelte radicali a livello sociale e culturale, per quella che è l’Europa contemporanea, ce ne sarebbe estremo bisogno, come ama sottolineare a più riprese nel suo discorso. Il tema è meno folklorico di quanto possa apparire di primo acchito. Klaus gioca sul filo dei luoghi comuni che accompagnano il confronto tra Italia e Germania, perché esattamente prendendo le mosse da un discorso leggero, ma con implicazioni culturali di notevole portata, si riesce a stabilire una dialogante sintonia tra due popoli che, pur tra numerose incomprensioni, non sono mai stati indifferenti l’uno all’altro.
Già nel modo in cui approda in Italia a ventuno anni, molto si comprende della singolarità dell’uomo. È il 1951 e si mette a esplorare il paese in sella a una bicicletta. Si perde letteralmente tra le campagne senesi, paesaggio dell’anima verso il quale sente un’affinità che lo spinge a tornare e a cercarvi «un posto per scrivere e pensare»: lo trova nel paesino di Monte dove decide di investire la piccola eredità paterna di cui dispone. Da trent’anni, nei periodi che trascorre in Toscana, si serve della macchina da scrivere che ha portato con sé nel suo primo viaggio.
Wagenbach è una pietra rara – ma sarebbe più giusto definirlo una roccia per la resistenza che ha dimostrato alle intemperie attirate dal suo lavoro – nel panorama dell’editoria indipendente. Si diverte a raccontare che la maggior parte dei suoi interlocutori, nel corso degli anni, non ha mancato di chiedergli come sia sopravvissuto. In questa domanda sono condensati quasi tutti gli atteggiamenti grossolani dell’epoca in cui viviamo, oltre a un malcelato dispetto per la longevità editoriale di questo personaggio d’eccezione. Una “sopravvivenza”, parola che la voce di Wagenbach veste di compiaciuta sprezzatura, che la dice lunga sul carattere dell’uomo. Non scendere a compromessi, è ciò che ha animato sempre le sue scelte e orientato i progetti culturali dei quali si è fatto promotore. «Un editore tedesco con simpatie per l’Italia (e per il socialismo) non ha una vita tanto facile». Così si apre il suo volume di memorie, edito da Sellerio nel 2013, ed è sulla scia di questa riflessione che evoca alcuni episodi chiave del clima asfissiante e censorio in Germania e Italia durante la guerra fredda. Nel ’72 al funerale di Giangiacomo Feltrinelli gli editori presenti sono soltanto due: Einaudi e lui. Sono momenti tesi, durante i quali chi è politicamente schierato paga dazio. Ricorda come negli anni ’70 la televisione tedesca si sia risolta a buttare nel cestino la produzione dell’Antigone di Sofocle, perché considerata opera scomoda; lo scandalo della negata sepoltura al nemico politico rischiava di accendere ulteriori animosità in uno scenario già compromesso.
Lo stesso impegno con cui ha lottato per i suoi ideali Wagenbach lo ha profuso nella realizzazione dei suoi libri, facendo molte scelte controcorrente. Ad esempio si è impuntato su Giorgio Manganelli, pur cosciente che avrebbe ottenuto ricavi molto contenuti. Il primo libro dello scrittore era stato infatti pubblicato dall’amico Feltrinelli, con sole 700 copie vendute. Wagenbach non ha superato le 500. Tuttavia rifarebbe ogni passo che lo ha portato a oggi. A tale proposito manifesta volentieri un altro dei suoi formidabili insegnamenti: da una parte sta la tasca destra (il capitalismo) e dall’altra la sinistra (gli oggetti a perdere, ossia i libri belli); e qui nasce anche un meraviglioso gioco linguistico, possibile solo in tedesco, con la parola Verlust (“perdita”, ma che ha in sé anche il termine Lust, “passione”).
Studioso di letteratura italiana e della poetica kafkiana – proprio a Kafka ha dedicato diversi scritti e altrettante ricerche – Wagenbach è la migliore incarnazione di un’editoria che fa cultura, con rimessa di mezzi e con un profondo coinvolgimento della persona, un’editoria che scuote la testa davanti alle mode e ai commerci.
Si può capire benissimo, dunque, perché mi sia spinta a raggiungerlo al tavolo della conferenza. Ci siamo intesi subito, già mentre gli davo la mano. Avevo con me un po’ d’aria di Berlino, essendo da poco tornata dalla “nostra comune patria delle lettere”, e le mie due ultime traduzioni pubblicate con Via del Vento. Si è informato sulla casa editrice – il nome non lo ha lasciato indifferente – e neppure la città, Pistoia, da lui frequentata alcuni anni prima, nell’occasione di un dibattito sull’editoria. E mentre cerca di ricordare l’episodio, compie un gesto che mi lascia di stucco. Con l’immediatezza e la semplicità delle brave persone mi regala la sua copia del libro. Uno scambio di xenia, in perfetto stile antico. Subito dopo, anche per togliermi dall’imbarazzo del silenzio sceso sugli ospiti a caccia di autografo, ai quali non era sfuggita la cosa, dice: «Aiutami, così non devo portarmelo dietro».
Credo che incontrare Klaus Wagenbach, oggi, abbia un significato particolare, per l’umanità e i valori che è in grado di trasmettere. Sguardo preziosissimo il suo, che ci ricorda alcune buone pratiche cui sarebbe opportuno tornare, se al “fare” si vuole anche associare la serietà dell’impegno e di conseguenza il messaggio che una simile posizione porta con sé.

(Di Claudia Ciardi)


Segreto bleu (Tecnica Mista) - Blaues Geheimnis (Mischtechnik)
di Sergio Beragnoli
Haus Opherdicke, Dorfstr. 29, Holzwickede
Aus der Ausstellung/ Dalla mostra «Begegnung», «Incontro»


12 maggio 2014

L'inquieta frontiera orientale (II)




Proseguiamo l’intervento sull’Ucraina, occupandoci della frontiera orientale dal punto di vista di uno dei suoi più profondi narratori, Joseph Roth. Originario di Brody, piccola città della Galizia, regione asburgica ora scomparsa, la più densamente popolata da ebrei all’interno dell’impero, ebreo lui stesso afflitto dalle chiusure della provincia ma anche consapevole dell’iniziazione poetica che quest’ambiente gli aveva regalato, Roth ha per l’arcipelago orientale una straordinaria predilezione, che riversa in pagine estremamente commosse. Si avverte, in questi quadri ovunque disseminati nella sua opera, tutto l’attaccamento a un mondo segnato da intrinseca fragilità e da un ineludibile destino di dissoluzione. Ucraina significa “regione di frontiera” e non è un caso che proprio in luoghi come questo gli eventi si concentrino in dorsali estremamente instabili. Anche un’analisi letteraria risulta quindi di assoluto interesse per comprendere il carattere di tali territori e il loro problematico inserimento negli assetti disegnati da vicini potenti e agguerriti.
Nei riferimenti rothiani alla terra di confine, in cui interviene certamente anche una dose di sublimazione, si colgono alcuni caratteri ricorrenti. Il primo è la natura che si impone con forza sugli uomini, i quali non riescono a opporgli resistenza – lo shtetl, il villaggio, è quasi un tutt’uno con l’ambiente che lo circonda e non ha nulla a che vedere con la distaccata astrazione delle città. In tal senso si può parlare di una sorta di paganesimo rothiano che nel celebrare la natura attua un ritorno ai Lares della propria infanzia e, in generale, della propria cultura. Di esempi se ne possono fare tanti, ma uno dei vertici, se si escludono i passi di La Marcia di Radetzky – in cui mi vengono in mente le belle descrizioni della Moravia in estate o l’arcaica serenità della campagna slovena –  è senza dubbio l’immagine della Siberia, estrema propaggine dell’Oriente, in Fuga senza fine.
Ci sono poi gli abitanti della frontiera, la cui arretratezza non alimenta alcun disprezzo, semmai contribuisce a rappresentare quella dimensione epica che Roth rimpiange come ormai perduta alla vita e dunque alla scrittura. Se si analizza un testo incompiuto quale il Perlefter, o il lungo abbozzo (Fragole) che avrebbe dovuto fare da battistrada a un romanzo autobiografico sull’infanzia trascorsa in Galizia, vi troviamo condensati molti di questi motivi, puntualmente sviluppati e inseriti nell’opera per così dire maggiore. Figure di carrettieri, falegnami, osti, mercanti, girovaghi, piccoli bottegai, ebrei avvolti nei lunghi caffettani «come un campo di strane spighe nere al vento», un cosmo oscillante, i cui protagonisti fronteggiano ogni giorno le necessità dettate dalla sopravvivenza. Leggiamo insieme l’incipit del frammento autobiografico: «La città dove sono nato si trova nell’Europa orientale, in una grande pianura scarsamente popolata. Verso est questa pianura è infinita. A ovest è delimitata da una catena di colline blu, visibile soltanto in limpide giornate estive. Nella mia città natale vivevano all’incirca diecimila abitanti. Di questi, tremila erano matti anche se innocui. Una soave pazzia li avvolgeva come un nembo d’oro. Attendevano ai loro affari e guadagnavano soldi. Si sposavano e generavano figli. Leggevano libri e giornali. S’interessavano delle faccende del mondo. Conversavano in tutte le lingue parlate dalla popolazione assai composita della nostra regione».
Chi dalla cosiddetta civiltà approda alla frontiera, spesso ne viene sopraffatto. È questa una riflessione dominante gran parte di La Marcia di Radetzky, dopo il trasferimento di Carl Joseph, l’inetto rampollo della famiglia Trotta, nel reggimento dei Cacciatori, d’istanza al confine con la Russia. I soldati cadono vittime dell’alcol e del gioco, e non mostrano alcuna convinzione per i loro incarichi: «Nessuno era forte come la palude. Nessuno poteva reggere alla vita di frontiera. Verso quell’epoca i più alti capi a Vienna e Pietroburgo cominciavano già a preparare la grande guerra. Gli uomini della frontiera la sentivano arrivare prima degli altri; non solo perché erano avvezzi a presagire le cose, ma anche perché ogni giorno potevano vedere con i propri occhi gli indizi del disastro».
L’usuraio Kapturak, che compare anche nel Giobbe, nei panni di chi dietro un lauto compenso aiuta i soldati a disertare, è qui l’emissario di una corruzione che lentamente si infiltra nel mondo, nelle falle di una società che va esaurendo la sua forza: «Ai confini della monarchia austro-ungarica c’erano a quell’epoca molti uomini del genere di Kapturak. Essi cominciavano a volteggiare intorno al vecchio Impero come quei neri e vili uccelli che da infinita distanza adocchiano un moribondo. Con impazienti e foschi colpi d’ala aspettano la sua fine. Coi becchi ricurvi si avventano sulla preda. Non si sa da dove vengono, né dove volan via. Sono i pennuti fratelli della misteriosa morte, suoi nunzi, sua scorta e suo seguito».
Che siano i contadini di Sipolje, il villaggio sloveno dove i Trotta hanno origine, o quelli della frontiera ucraina, Roth ama trasmettere al lettore l’attaccamento alla terra, unico elemento certo e inamovibile, attorno al quale la vita si ripete con ciclica ritualità. In un passo piuttosto emblematico da questo punto di vista, nel romanzo Destra e sinistra, lo scrittore austriaco indica la sede della nostalgia nei piedi, ai quali il richiamo alla terra, al luogo di nascita è solito trasmettersi per primo: «È ai piedi che la nostalgia si è comunicata per primi, ai piedi, gli strumenti della peregrinazione».
Nei villaggi di campagna il tempo si modula sull’alternanza delle stagioni, arando una poesia che armonizza opere e giorni. La precarietà dell’esistenza avrebbe pertanto una compensazione nella maggiore autenticità che la sorregge.
Accanto alle effimere comparse di questi idilli, tuttavia, è il tempo storico che in La Marcia di Radetzky accentra e livella qualsiasi sviluppo della narrazione, correndo inarrestabile in quella “azione parallela” che è la guerra. Sebbene il conflitto sia ancora lungi dal deflagrare, il sentore della morte aleggia continuamente sui personaggi, che sia nell’aspetto sia nel comportamento ne portano addosso i segni. Si direbbe che Roth volutamente indugi sul carattere profetico della morte, sul suo lento insinuarsi nella vita, attraverso indizi all’apparenza di poco conto ma inequivocabili. Perfino nella parte finale del romanzo, quando ormai i giochi sono fatti, non abbandona questo espediente narrativo. I russi hanno già cominciato a muoversi lungo il confine e la loro presenza è annunciata dall’arrivo dei corvi: «I grossi uccelli neri erano immobili sui rami, frutti sinistri, piombati dallo spazio. Se ne stavano lì imperterriti, gli uccelli neri, gracchiavano e basta. Stepaniuk tirò dei sassi contro di loro. Ma i corvi si limitarono a sbattere due o tre volte le ali. Erano accoccolati sui rami come frutti nati dall’albero». Questa sinistra rivelazione che gli abitanti della frontiera, avvezzi a leggere nei cambiamenti della natura, colgono subito, era stata preceduta da un’altra non meno sconvolgente. La festa organizzata dal reggimento, oltre a essere l’occasione in cui affiorano al completo le ridicole manie di ufficiali e soldati – è la fotografia di un esercito in rotta prima ancora di approdare sul campo di battaglia – si trasforma in un evento più che surreale. Funestata da un temporale che costringe gli ospiti a riparare nel vicino castello, e che indispone l’animo degli organizzatori, la natura sembra voler a tutti i costi allearsi con la storia. E in effetti la notizia dell’assassinio dell’erede al trono non si fa attendere: irrompe in piena notte, mentre le orchestrine suonano morbidi valzer per accompagnare gli invitati verso l’ultima illusione.
Più volte Carl Joseph aveva preso e riposto l’uniforme nell’armadio, infine l’aveva sistemata nel proprio bagaglio dove «la personalità di soldato di Trotta giaceva, un cadavere ripiegato secondo il regolamento». Al destino non si scampa. Di lì a poche settimane inizia la mobilitazione, e anche nel momento della marcia dei soldati Roth non tralascia di elencarci quei dettagli che alludono alla disfatta: il fango che si richiude schioccando sugli stivali dei soldati, intralciandone il passo, è già di per sé un’immagine di sepoltura non solo dei singoli ma anche della storia cui appartengono.

(Di Claudia Ciardi)



In questo blog:

«Otto prose inedite in Italia. Otto “personaggi in cerca d’autore” che escono dalla penna di Joseph Roth come altrettante miniature fantastiche. Effimeri protagonisti di un’epica marginale e sofferta, comparse di un mondo sconvolto dalla guerra. Clowns e camerieri alle prese col carovita, fantasmi, maghi, fotografi come negromanti, un luogo di villeggiatura stregato dall’aria di ottobre, donne inghiottite dalle mode alle quali hanno irrimediabilmente svenduto la propria femminilità, viandanti stanchi del clamore e del vuoto incontrati in viaggio, che ora siedono malinconici e traditi a un angolo di strada».

«Concordemente al saggio di Kracauer sulla vita weimariana, la letteratura della flânerie emergeva da un’esperienza di vacuità e alienazione individuali e collettive, da un’esperienza della nullità [Nichtigkeit] dell’individuo. Insieme alla rassegnazione procurata dalla prima guerra mondiale, alla confusione di una rivoluzione tedesca, e all’incertezza che serpeggiava nei primi anni della democrazia di Weimar, questo filone letterario riflette pure in modalità visive l’insicurezza generata dalle innovazioni tecniche e dalla rivolta, eventi che aiutarono ad accrescere il numero di immagini liberamente accessibili nella sfera pubblica e nello spazio esterno della metropoli del tempo di Weimar».


Sfogliando il romanzo

8 maggio 2014

L'inquieta frontiera orientale (I)


Presentiamo in due parti una breve riflessione sulla crisi in Ucraina. Desideriamo mettere per scritto qualche idea che ci è venuta da diverse letture, più intensamente condotte a cominciare dal bagno di sangue dello scorso 20 febbraio, quando i cecchini hanno preso di mira i manifestanti di Majdan, lasciando per strada cento morti e cinquecento feriti. Delle tante immagini registrate dagli inviati nel disastro di quelle ore, una ci ha colpito in modo particolare perché coglie in pieno molte delle stridenti contraddizioni del nostro tempo: «Al centro del viale Kreshatik, di fronte a un caffè elegante e a una boutique di moda con surreali cartelli “chiuso per rivoluzione”, c’è un capannello di una cinquantina di persone che prega. Ai loro piedi otto cadaveri allineati». Tempo fa in un reportage dal Medio Oriente, leggevamo che in un quartiere di Baghdad, una città che nel corso del 2013 è stata martoriata da una terribile sequela di attentati, dove ancora le interruzioni di corrente elettrica si protraggono per buona parte della giornata, esiste un centro commerciale superlusso, protetto da guardie armate, in cui è possibile togliersi più di uno sfizio, come acquistare un profumo per sessantacinque dollari. Il consumismo arriva dappertutto e, a quanto sembra, la convivenza con la morte non incide affatto sulle sue caratteristiche. 
Difficile analizzare tutto questo. In prima battuta, si resta più che altro disorientati.
L’Ucraina si è finora rivelata un pantano per la diplomazia internazionale, che comunque dall’una e dall’altra sponda pare abbia lavorato senza sforzarsi più di tanto e senza variare di una virgola modelli preconfezionati e ormai scaduti.   
Che la frontiera orientale sia una soglia inquieta e un cosmo assolutamente peculiare ce lo spiega in maniera straordinaria Joseph Roth nel suo capolavoro, La marcia di Radetzky, romanzo del 1932, nel quale è rievocata la fine dell’impero austro-ungarico. A lui dedicheremo il nostro secondo articolo.
Qui ci limitiamo a sottolineare che la questione ucraina è uno strascico della prima guerra mondiale. Questa eredità problematica trova spazio nell’opera rothiana, la quale si chiude non a caso con lo scoppio del conflitto che sorprende i reparti austriaci proprio al confine tra Russia e Ucraina. La lunga mano della guerra si stende gradualmente sui personaggi, braccandoli sempre più da vicino fino all’inevitabile confronto con la morte. È la cronaca, se vogliamo, di uno scivolamento della storia verso un compimento annunciato.
Vogliamo quindi riproporre e discutere la conclusione del romanzo, perché ci sembra compendiare ciò che al momento accade in questa agitata frontiera del vecchio continente. Ma su tale aspetto ci soffermeremo la prossima volta.

 
Kiev-Pechersk, 1895


Ogni settimana che passa, districarsi nel pasticcio ucraino è impresa sempre più difficile. Osservatori, analisti, diplomatici non fanno in tempo a disegnare scenari e ipotizzare soluzioni, che puntualmente, poche ore dopo, il banco salta. Ultima delle tante clamorose retromarce che hanno costellato il tesissimo dialogo tra cancellerie occidentali e vertici russi, l’accordo di Ginevra lo scorso 17 aprile. Tre giorni dopo, uno scontro a fuoco nella città separatista di Sloviansk, ha quasi mandato tutto a monte. Forse però, bisognerebbe avere il coraggio di ammettere che ciò che è stato siglato in Svizzera un paio di settimane fa, solo con un grande esercizio di fantasia delle parti avrebbe potuto tradursi in una seria soluzione del problema. Firmare una carta affatto stringente sul disarmo, priva di indicazioni pratiche su come si sarebbe dovuto realizzare sul campo, senza pertanto spingere la Russia a scoprirsi e a mettere nero su bianco una collaborazione fattiva con il governo ucraino in tale senso, ha regalato parecchi punti a chi scommette sul caos in Ucraina. E si sta facendo anche di peggio. I tentennamenti dell’Occidente, dentro i quali si annida una preoccupante stanchezza nella gestione delle crisi internazionali – al di là delle sanzioni pare esserci poca lucidità per considerare altro – rischiano di arare il terreno proprio a quella violenza che può far da alibi a qualsiasi escalation. Ogni volta che leggo di nuove sparatorie nell’est dell’Ucraina, non posso far a meno di pensare alle alacri manovre del regime hitleriano per creare il proprio casus belli con la Polonia. Ricordiamo, a titolo d’esempio di quella torbida stagione, l’incidente del 10 agosto 1939, quando Reinard Heydrich in persona ordinò a Alfred Naujocks, Sturmbannführer, oltre che futuro terrorista e falsario, di inscenare con i suoi agenti un atto di sabotaggio nella zona di confine, alla stazione radio di Geiwitz. I retroscena di questo episodio, in cui le SS lasciarono il cadavere di un militare polacco sul luogo dell’attentato come prova della paternità dell’azione, vennero poi alla luce in seguito alle deposizioni rilasciate da Naujocks al processo di Norimberga.
Eppure nel “grande gioco” tra Oriente e Occidente lo stesso Putin è una pedina che organizza mosse contraddittorie, le quali tradiscono, oltre i roboanti proclami, l’assenza di una vera e propria strategia. Al di là del principio vecchio di una decina di anni, formulato da Vladislav Surkov, ideologo dell’attuale regime russo, secondo cui la sovranità non è solo un diritto ma una capacità, non si intravede in alcun modo come, facendo leva su questa teoria politica, possano essere elaborati nuovi e concreti indirizzi per affrontare i problemi che stanno sul tavolo – l’Ucraina ma anche la Siria, situazioni tra loro sempre più pericolosamente allacciate.
La base navale di Sebastopoli (Crimea) ospita la flotta russa dal 1738. Il contingente militare presente in città è di 14.000 unità. Porto da sempre strategico per la Russia, dal momento che attraverso gli stretti del Bosforo e dei Dardanelli le assicura in inverno uno sbocco nel Mediterraneo e nell’Oceano indiano, quando le basi del Baltico e del Mar Bianco sono impraticabili a causa del ghiaccio, la sua importanza si è improvvisamente accresciuta nel marzo 2011, all’inizio del conflitto siriano. Da qui infatti Mosca coordina i movimenti della propria flotta a Tartus e Latakia.
Putin sembra smanioso di usare l’Ucraina per una dimostrazione di forza, sia nei confronti degli occidentali, rei di aver smarrito leadership e integrità morale, sia verso i propri nemici interni – non è da sottovalutare il rinfocolarsi del terrorismo nell’area caucasica; così stando le cose salta qualsiasi lettura “lineare” del conflitto. Quando in politica estera c’è in ballo l’emotività, e la Russia putiniana nell’attuale vicenda ne mescola molta al già di per sé confuso corso degli eventi, allora è possibile tutto e il contrario di tutto. Ci si interroga se dietro l’atteggiamento russo non vi sia l’intento di alzare la posta in gioco, per proporre agli occidentali un rinnovato patto sulle grandi crisi e la cooperazione in Europa. Potrebbe darsi, ma va detto che in una fase tanto concitata andare al rilancio è quasi come entrare in una polveriera con un fiammifero acceso. Fatti presenti questi elementi, persino buona parte dell’armamentario da guerra fredda, frequentemente tirato in ballo da tanti che scrivono sulla crisi, va adattato a un contesto per molti aspetti inedito. Si ha l’impressione, semmai, che lo stesso capo del Cremlino, a corto di argomenti, si spinga sul filo delle allusioni a quel clima per seppellire ogni trattativa sul nascere.  
Negli stalli delle situazioni siriana e ucraina – da una parte una guerra civile cruenta che va avanti da tre anni nell’indifferenza generale, dall’altra una guerra civile che rischia di deflagrare e avere un decorso non meno lungo e drammatico – si scontano inoltre diversi omissis e errori nelle relazioni tra Russia e Occidente degli ultimi vent’anni. Con la fine della guerra fredda si è continuato a trattare i russi come nemici sconfitti. Nel 1991 diversi sondaggi indicavano che l’80% della popolazione russa aveva una buona opinione degli americani. Nel ’99 il dato si era ridotto al 20%. Nel 2000, quando è andato al potere, le posizioni di Putin erano tutto sommato concilianti verso l’Occidente. Ha sostenuto l’invasione dell’Afghanistan e smobilitato le basi sovietiche a Cuba e in Vietnam. L’eterno belligerante George W. Bush ha subito ringraziato con delle mosse alquanto discutibili, espandendo la Nato nel Baltico e nei Balcani, decidendo l’invasione dell’Iraq senza il mandato dell’Onu, dando sostegno alle rivoluzioni colorate in Ucraina, Georgia e Kirghizistan. Questi pasticci hanno creato un circolo vizioso che influisce tuttora sui rapporti USA-Russia e inevitabilmente fa traballare i negoziati.
Non è infine trascurabile la complicata situazione economica in cui versa l’Ucraina. I debiti pesano e, lo si è visto, vengono agitati come uno spauracchio dai russi che promettono di rimpinguare le casse di Kiev. Ma tra il dire e il fare, si infila sempre quella tentazione propagandista che sposta i termini della questione. La rabbia degli ucraini si è indirizzata principalmente alla corruzione della propria classe dirigente, uno stato d’animo che in questo momento scuote e risveglia le coscienze di molti popoli in diverse parti del mondo. Majdan ha convogliato buona parte di questa frustrazione e del rifiuto di uno stato corrotto. Non lo si è detto né scritto abbastanza. Di fronte a tale problema, l’Europa non può pensare che il compitino del Fondo monetario pervenuto al ministero dell’economia ucraino possa far cambiare l’aria che si respira nel paese.
Nei futuri incontri diplomatici bisognerà tenerlo ben presente e cominciare a mettere a fuoco una via percorribile, se si vogliono neutralizzare certi proclami russi. Sarebbe inoltre auspicabile un ravvedimento di entrambe le parti – a ovest si dovrebbe fare uno sforzo di volontà e lavorare in maniera un po’ meno scoordinata e sorniona di quanto si è visto finora, a est si spera che più di qualcuno si stia accorgendo di aver imboccato un vicolo cieco.

(Di Claudia Ciardi)





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Il Caffè geopoliticoDossier Ucraina


«La situazione in Ucraina peggiora e le opzioni militari cominciano purtroppo ad affiorare. Abbiamo trattato il tema dal punto di vista politico, strategico-militare, mediatico e vi presentiamo una serie di contenuti speciali con opinioni, foto e video per capire meglio»


A cura di Claudia Ciardi:

L'estrema destra "forconista" in Piazza Majdan c'è stata e c'è. La propaganda putiniana ne ha fatto una clamorosa strumentalizzazione, promuovendo la crociata contro i "fascisti di Kiev". Tuttavia non pochi opinionisti occidentali, in maniera altrettanto scorretta, hanno preferito glissare su una presenza molto scomoda.
Si veda l'utile sintesi di Guido Caldiron, «Il Manifesto», 21. 2. 2014: «Macerie d'Europa. L'estrema destra vuole l'escalation».

In questo blog:

«Parallelamente alla crisi economica che da diversi anni affligge gli stati membri dell’Europa occidentale, è cresciuto il dibattito attorno ai paesi che occupano la metà orientale del vecchio continente. Tra aspettative e demonizzazioni l’intellighenzia figlia di un occidentalismo oltranzista, in preda ormai alla stanchezza senile, continua a guardare a est con non poco scetticismo, mostrando spesso nelle proprie analisi scarsa obiettività. L’eredità di atteggiamenti coltivati in piena guerra fredda è dura a morire e continua a infiltrare l’evolversi dei rapporti tra europei occidentali e orientali».

«Il ‘decalogo’ che ci scorre sotto gli occhi mostra in tutte le sue sfaccettature il processo che comporta l’occupazione dei vertici dello Stato e di ogni posizione disponibile nella società da parte di soggetti incompetenti e totalmente pervertiti dall’indottrinamento. Si tratta della messa a nudo di un vizio umano che nella Germania hitleriana conobbe una stagione trionfale, con tutte le nefaste conseguenze che ne derivarono, ma a fronte del quale ancora oggi è importante mettere in campo tutte le risorse disponibili per restare vigili e non cadere in tentazione».

4 maggio 2014

Grand Budapest Hotel




Grand Budapest Hotel

Regia: Wes Anderson
Interpreti: Ralph Fiennes, Tony Revolori, Saoirse Ronan, Bill Murray, Edward Norton, F. Murray Abraham, Harvey Keitel, Jude Law, Tilda Swinton, Adrien Brody
Lingua originale: inglese
Paese di produzione: USA
Anno: 2014
Durata: 99 min




Omaggio alle opere di Stefan Zweig, cui il film si ispira, il regista Wes Anderson confeziona un’opera brillante in grado di suscitare simpatie e consensi tra il pubblico europeo. Lo conferma l’attenzione che gli ha riservato la 64ª edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino, scegliendolo come film d’apertura e conferendogli il Gran premio della giuria.
Storia, atmosfera, trovate, costumi, gli ingredienti si amalgamano a meraviglia come nella pasticceria di Mendl's, i cui dolcetti fungono da bizzarro e gustoso trait d’union del racconto. E in effetti tutta la vicenda, nonostante certi sviluppi drammatici, pur sempre giocati su toni noir-grotteschi, ha la stessa consistenza di una zuccherosa decorazione per torte. C’è molta narrativa tedesca del Novecento nel lavoro degli sceneggiatori; oltre alla voce di Zweig, si coglie abbastanza nitidamente più di uno spunto dall’Hotel Savoy di Roth, e forse in generale dalla scrittura rothiana. La figura del concierge raffinato e intraprendente, affiancato dal suo giovane boy tuttofare, è un duo straordinariamente immortalato dal grande romanziere austriaco. Ma azzarderei anche un parallelo tra la giovane, bella e mite Agathe, «con una voglia a forma di Messico sulla guancia», pasticciera a tempo pieno da Mendl's, e l’eterea controparte di Ulrich nel musiliano L’uomo senza qualità.
Nell’immaginaria Repubblica di Zubrowka si respira aria di Mitteleuropa a pieni polmoni, con qualche merletto in stile Finis Austriae, ma anche con tutti i lugubri paramenti di un’aristocrazia avviata al tramonto, attorno alla quale girano venti di guerra e losche figure di criminali senza scrupoli, ingaggiati da eredi desiderosi di godersi le ultime fortune di famiglia. Le clienti dell’impeccabile, a tratti perfino stucchevole Monsieur Gustave, imbevuto di etichetta, affettazione e poesia romantica sono infatti anziane ricchissime vedove in cerca di consolazione, anche sessuale, presso il loro affabile quanto discreto padrone di casa. Il Grand Budapest Hotel appare quindi fin da subito un luogo dove si consuma una clamorosa illusione in cui va dissolvendosi un’epoca, ma Anderson ama anche rappresentarcelo come una specie di baluardo nel quale vige un codice che aspira a tenere lontana la violenza del mondo esterno; e qui si scorge più di un riferimento all’ascesa delle dittature in Europa.
Quando ci si ritrova a cena nel salone ormai vuoto dell’albergo, e diversi lustri sono passati dall’avventurosa storia che coinvolse il solerte Gustave, il vecchio Zero Moustafa, il suo boy, ha preso le sembianze di uno degli ultimi viaggiatori dell’Orient-Express, consapevole che presto, al capolinea, bisognerà consegnare una volta e per tutte il mito che da sempre lo accompagna.
Lo splendore del Budapest è morto e sepolto. Incombono espropriazioni e svendite immobiliari, in un raggelante scenario di austerità sovietica. Al tavolo le portate sfilano senza ostentazione, il racconto di Zero scivola via, inghiottito dal silenzio della sala. Solo la deliziosa glassa di Mendl's riaffiora, non si sa per quale miracolo e soprattutto per mano di chi, sopravvissuta ai rovesci della storia e alla perdita dell’amore (Agathe) e dell’amico (Gustave).
La trama, relativamente semplice, si impreziosisce di colpi di scena che tengono costantemente il film su un ritmo elevato. Gustave si trova coinvolto nelle guerre familiari scatenate dalla morte di una delle sue facoltose amiche, proprietaria del fantomatico Schloss Lutz. In realtà dietro la vicenda si nasconde l’orribile crimine del figlio di lei, Dmitri – un irresistibile Adrien Brody – smanioso di seppellire la vecchia per impadronirsi dell’eredità. Accusato di circuire vedove sole e inconsolabili, i sospetti cadono dapprima su Gustave, cui per testamento spetta un dipinto rinascimentale di straordinario valore. Mentre si cerca di far luce sul caso, l’innocente Gustave finisce in carcere da dove organizza una spettacolare fuga insieme ad alcuni compagni: e qui ha origine una sequenza di assoluto spasso che va dalla notte dell’evasione alla “catena umana” per mezzo della quale i portieri di tutti i più importanti alberghi della provincia riescono a far arrivare una macchina con autista e il profumo preferito di Monsieur Gustave, capriccio cui non sa rinunciare neppure in situazioni estreme, per trarlo in salvo. Nel frattempo piovono omicidi, commissionati da Dmitri a un sicario di professione – e anche in questa figura che viaggia a bordo di una motocicletta modello BMW, vestito di impermeabile nero, bardato di tirapugni adorni di teschi non è difficile scorgere una ‘citazione’ del nazista sanguinario e spietato.
Vale la pena fare un appunto anche sul modo di parlare di Monsieur Gustave, altra metafora della dissoluzione di un’epoca e di un modo di essere che attraverso l’attaccamento alla parola scelta, a certi vezzi ridondanti e vacui del parlare, cerca di colmare un vuoto ben più spaventoso, quello dell’ignoranza. In questo senso, le sparate di Gustave ipnotizzano l’ascoltatore che nel corso del film impara ad amarle. Ma anche qui Anders è sottile nell’intrecciare ironia e disincanto. Infatti, ogni volta che si tenta di fare un discorso aulico o di declamare dei versi, accade qualcosa che costringe a interrompere. E il momento clou, che ci mette sotto gli occhi l’eterna perversione del mondo, è proprio legato all’attraversamento della frontiera. Nelle due occasioni in cui i protagonisti tentano di raggiungere in treno Lutz, le due guerre mondiali sono alle porte. La storia incalza il nobile cuore romantico di Gustave, e la sua sete di poesia non può nulla contro i gendarmi che con brutalità gli perquisiscono lo scompartimento. La seconda irruzione gli sarà fatale.
Come si diceva, gli ingredienti per far funzionare il film ci sono tutti, e i componenti del cast sembrano aver cuciti addosso i loro ruoli. Dalla bella Agathe (Saoirse Ronan), che «nonostante tutto è sempre bella perché possiede la purezza», parola del dongiovanni Gustave, al giovane Zero Moustafa, l’esordiente Tony Revolori, ottimo coprotagonista, in grado di fronteggiare magnificamente la geniale interpretazione di Ralph Finnies. Questo ragazzo, di genitori guatemaltechi, incarna alla perfezione, anche per il suo aspetto, quello spirito dell’esule orientale, sradicato, scacciato, perseguitato che vive in tante pagine della letteratura ebreo-tedesca. Roth lo avrebbe senz’altro promosso a pieni voti: un boy al quadrato.
Diamo infine al lettore qualche indicazione sui luoghi in cui la pellicola è stata girata, perché anche questo contribuisce all’atmosfera che abbiamo sin qui descritto. Per gli interni dell’hotel la scelta è caduta sul Görlitzer Warenhaus, un grande magazzino liberty dismesso, a Gorlitz, cittadina tedesca al confine con la Polonia. Il castello tedesco di Osterstein a Zwickau è l’ambiente della prigionia di Monsieur Gustave. Infine lo Zwinger di Dresda, complesso barocco che ospita parte delle collezioni museali statali della città, è il luogo nel quale si consuma il truce assassinio dell’avvocato, nonché esecutore testamentario, dell’anziana nobildonna di cui è in ballo l’eredità.

(Di Claudia Ciardi)


                                 


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«Non è la vita di Sándor Márai ad aver attraversato il secolo, ma la deriva storica del ‘900 che lo ha trascinato nel gorgo aperto al suo passaggio. Quegli ottantanove anni sembrano doppiare tutte le contraddizioni vissute dall’occidente, fino a trovare una singolare e beffarda coincidenza nella fine: il 9 novembre 1989 cade il Muro di Berlino; qualche mese prima lo scrittore si uccide con un colpo di pistola. Alla soglia del ventesimo anniversario dalla morte di Márai e dalla notte in cui l’Europa ha composto la grande divisione provocata dalla seconda guerra mondiale, un fatto strano, che suscita inquietudine, sembra in qualche modo ricordarci quanto la vita dell’artista ungherese sia entrata nell’ossatura degli eventi, facendo i conti fatalmente con le brusche e spesso violente svolte della contemporaneità».

1 maggio 2014

Edvard Munch - 150



Vale senz’altro la pena spendere qualche parola sulla mostra di Edvard Munch (1863-1944), allestita a Palazzo Ducale a Genova per il 150° anniversario della nascita del pittore, che chiude i battenti proprio in questi giorni. Quello presentato è un Munch meno conosciuto e per certi versi inedito. È l’artista disegnatore, geniale creatore di incisioni, nelle quali si scorgono prove altissime di molti dei soggetti rappresentati su tela. L’intera sua produzione ammonta a 1789 opere censite. L’opera grafica, per lo più eclissata dalla forza dei dipinti, costituisce un grande bacino di idee nel quale Munch ha elaborato non pochi temi che alimentano il suo percorso artistico. Viceversa, da alcune tele ha in molti casi ricavato delle serie grafiche che gli hanno permesso di esplorare un identico soggetto, mettendone a fuoco possibilità e varianti. Questo modo di lavorare si nota ad esempio in Chiaro di luna, tela del 1893, e nelle omonime xilografie degli anni successivi. Restio a separarsi dalle sue tele – e comunque bisogna attendere il primo decennio del Novecento perché si celebri il vero e proprio riconoscimento della sua arte – è per lo più la vendita delle litografie a procurargli i proventi necessari al suo mantenimento. 
Tra il 1903 e il 1907 Munch si divide tra Berlino e Parigi, partecipando a tutti i maggiori eventi artistici delle due capitali europee. Nel 1908 è costretto al ricovero in un ospedale di Copenahgen per disturbi nervosi; dimesso l’anno seguente, inizia a meditare di ritirarsi in patria. A partire dal 1916, anno dell’acquisto della tenuta di Ekely, vicino Oslo, Munch si costruisce un eremitaggio, per poter vivere immerso nella natura e circondato dalle proprie tele. Non accettava visite, con due sole eccezioni per uno spedizioniere e il pittore danese Pola Gauguin. Quasi tutti i locali della casa erano occupati da materiali di lavoro, compreso il famoso fienile, privo di copertura, nel quale i dipinti giacevano esposti alle intemperie e dove l’artista stesso era solito intrattenersi con le caviglie affondate nella neve. Questa consuetudine naïf di mischiare letteralmente i suoi lavori agli elementi naturali, un procedimento che lui amava definire “cura da cavallo”, era stato inaugurato per la prima volta durante gli inverni trascorsi a Berlino dal 1892 al 1896. Stando a quel che Munch dichiarava al riguardo, il suo intento era verificare la resistenza del colore e allo stesso tempo stabilire un legame tra opera e ambiente: ne scaturisce una esposizione, ai nostri occhi del tutto bizzarra e inconsulta, di tele letteralmente appese ai rami degli alberi, trasportate sulla sabbia dei fiordi, posate sulle chiome dei cespugli, abbandonate a paesaggi innevati.  
Il pregio della rassegna genovese è mostrarci, da un punto di vista meno noto, i centri radiali dell’originalità pittorica di Munch, a partire dai suoi primi passi nell’ambiente artistico di Kristiania (Oslo). Il padre avrebbe voluto che frequentasse la Scuola tecnica ma dal novembre 1880, sotto l’influsso della zia materna, appassionata di disegno, e dei paesaggisti di Oslo, matura definitivamente la decisione di diventare pittore. Nell’autunno del 1882, prende in affitto, insieme a altri sei studenti di arte, uno studio in viale Karl-Johan, la strada più bella del centro cittadino. Inizia a cimentarsi in vedute urbane, nature morte, scorci paesaggistici: questi esordi sono di grande pregio e vi si intravedono motivi che torneranno nell’opera più tarda. Emblematici gli oli su cartone del Giardino con casa rossa, apparentemente incentrati su un idillio campestre, ma a ben guardare turbati da un’atmosfera che getta sull’osservatore un senso di disagio e impotenza: la casa, collocata sullo sfondo, sembra farsi largo a fatica tra la vegetazione; il giardino è incolto, alberi e piante tentacolari si tendono verso le architetture in un abbraccio soffocante. La ‘casa rossa’, struttura attorno alla quale si addensano inquietudini e visioni interiori, e soprattutto l’utilizzo in tal segno della campitura rossa, cuore vivo e martellante dentro il quadro, si impongono come motivi che avranno la loro piena celebrazione in La vite rossa (1898) e in La casa rossa (1926-1930). Nella prima tela, la vite è un tutt’uno con la facciata, di cui lascia fuori soltanto le finestre: la pianta, che non pare affatto una pianta, ma una enorme macchia di colore che occupa il centro del quadro, leviga e sovverte la nostra percezione della casa come universo rassicurante e pare un’emanazione dei pensieri del volto ritratto in primo piano. Nella seconda, la casa rossa è ancora una volta in posizione arretrata. Le pennellate sono più veloci, perfino abbozzate, tetto e facciata paiono quasi schiacciarsi l’una sull’altra e i colori formano un continuum cromatico con il terreno e il tronco del grande albero che occupa la destra del quadro e pare sul punto di inglobare l’intera la rappresentazione. Il debito con la pittura di Paul Gauguin è evidente. Come lui, Munch pensava che la natura non fosse il punto d’arrivo ma un mezzo attraverso cui esprimersi.
Il passaggio di Munch a Berlino non è indolore né privo di conseguenze per le sorti della pittura. L’artista norvegese è entrato nella storia dell’arte per aver gettato i semi dell’espressionismo e proprio la trasferta nella metropoli tedesca, con tutto il clamore che suscita, mette una seria ipoteca sull’affermarsi della nuova avanguardia. Il 5 novembre 1892 si inaugura al Verein Bildender Künstler di Berlino una mostra personale di Munch con 55 dipinti. L’esposizione causa una levata di scudi da parte della critica più ortodossa che giudica il pittore un “imbrattatele”, suscitando l’immediata reazione delle autorità, le quali decidono la chiusura della mostra il 12 novembre. Il “caso Munch”, esploso nel giro di una settimana, porta il pittore alla fama. Da allora la sua ascesa non conoscerà più battute d’arresto. Nel frattempo, dietro impulso di Max Liebermann, ben 65 artisti “moderni” protestano contro la Große Berliner Kunstausstellung che aveva rifiutato i quadri di Walter Leistikow (amico di Munch che nel 1902 gli dedica una litografia in cui lo ritrae con la moglie). Per solidarietà nei confronti del collega si risolvono ad abbandonare l’Accademia statale, dando vita alla cosiddetta Secessione di Berlino. Tra i suoi esponenti ricordiamo Lovis Corinth, Max Klinger, Oskar Kokoschka, Käthe Kollwitz, Walter Leistikow e lo stesso Edvard Munch. Il gruppo esporrà a Berlino, Dresda, Düsseldorf, Monaco, Copenhagen, Breslavia e continuerà a essere vitale fino ai primi anni del Novecento.
Durante il soggiorno berlinese Munch frequenta la birreria-circolo letterario «Zum Schwarzen Ferkel», luogo d’incontro di scrittori e critici favorevoli alla proposta delle avanguardie. L’influsso esercitato da Munch in Germania sarà durevole quanto dirompente. Nell’aprile del 1902,  presenta per la prima volta il Fregio della vita alla quinta mostra della Secessione. L'evento suscita vivo interesse, soprattutto tra i giovani pittori del Nord Europa. In questo stesso periodo si procura una macchina fotografica e inizia a farsi autoscatti, tutti sovraesposti, duplicando nelle immagini scattate il suo stile pittorico fluido e trasfigurante. Intanto la relazione con la sua storica modella, Tulla Larsen, termina in modo drammatico. La donna vorrebbe essere sposata per creare una famiglia ma lui fugge il matrimonio come una condizione limitante del suo percorso artistico. L’ennesima discussione sull’argomento sfocia in una lite violenta e Munch si ferisce alla mano sinistra con un colpo di pistola. Verso la fine dell’autunno, a causa di un problema alla vista, raggiunge l’oculista e amico Max Linde a Lubecca. Costui gli commissiona una serie di ritratti dei suoi familiari. Munch realizza così i disegni e le acqueforti che costituiscono il Portfolio Linde.
E qui tocchiamo uno dei vertici della mostra di Genova. Le acqueforti dei Linde sono delle pietre rare e preziosissime all’interno della produzione munchiana. Di fronte alle consuetudini familiari l'artista non si muove fino in fondo a proprio agio, e anche nei ritratti il disegno lascia spazio a ombre ed è rivelatore delle ansie che circondano la vita domestica. Un esempio particolarmente significativo è La madre e il bambino che piange. Ma ancor più è all’aperto, nel parco di villa Linde che l’artista lascia correre la sua immaginazione. Il giardino si popola di enormi piante dall’aspetto lugubre e fantastico. Ne scaturiscono scenari inconsueti e notturni sognanti come nel magnifico Giardino di notte. Nel portfolio non c’è praticamente spazio per la serenità ed è un fatto che, subito dopo la partenza dai Linde, Munch lavori alle scene di Spettri, opera teatrale di Henrik Ibsen composta nel 1881.
Più o meno in questo stesso torno di anni l’artista si dedica a incisioni che per la scelta dei soggetti e per le modalità con cui vengono realizzate comportano un rovesciamento degli schemi rappresentativi tradizionali. La litografia Dopo la festa (1898-’99), mette al centro una comitiva i cui membri hanno l’aria di coboldi stretti tra un gendarme e un’ombra che non lascia scampo. Una simile atmosfera di oppressione la si può leggere sui volti di Il pescatore e sua figlia (acquaforte del 1902) e Il tavolo da roulette (1903).
A parere di chi scrive il bilancio dell’evento genovese è dunque estremamente positivo perché ha il merito di aver raccolto un patrimonio di opere disseminate per lo più in collezioni private e perciò misconosciute al largo pubblico. Un percorso stimolante in grado di suscitare numerose riflessioni e anche qualche utile ripensamento sulla creatività del grande artista norvegese.

(Di Claudia Ciardi)


Vite rossa
Catalogo:

Edvard Munch – Palazzo Ducale, Genova, 2013-2014, Gruppo 24 Ore Cultura

In questo blog:

«Nato il 14 luglio 1892, secondo di sette figli, a Baumgarten, sobborgo agricolo di Vienna. Il padre Ernst, d'origine boema, era un orafo. La madre Anna Finster, viennese di modeste origini, sognava di “calcare il palcoscenico” come cantante lirica. Aveva due fratelli artisti: Ernst pittore e Georg orafo, al quale si devono molte cornici di metallo di suoi dipinti. Klimt è stato l’spiratore e il fondatore della Secessione viennese, istanza di quel modernismo europeo che ebbe tra i suoi protagonisti di spicco personaggi come Jan Toorop, Fernand Khnopff, Koloman Moser, e soprattutto l’amico di tante avventure intellettuali e progettuali, Josef Hoffmann».

«Estate 1882. Carl e Felicie Bernstein ritornano a Berlino da Parigi con un gruppo di opere pittoriche di impressionisti. I Bernstein, emigrati nella metropoli tedesca dalla Russia, avevano acquistato tele di Manet, Monet, Sisley e Pissarro. Questi lavori formano il cuore della prima collezione di arte impressionista a Berlino. La casa dei Bernstein era il luogo di un salone settimanale, frequentato da artisti quali Adolph Menzel, Max Klinger e Max Liebermann, e da storici e critici come Theodor Mommsen e Georg Brandes. Un anno più tardi, nell’ottobre 1883, l’ampio pubblico ebbe l’opportunità di vedere queste pitture, essendo incluse in un’esposizione di impressionisti alla Galerie Fritz Gurlitt di Berlino».

«Come Alan Watts già preconizzava nel suo celebre scritto sul taoismo (La Via dell’acqua che scorre, Ubaldini, 1977), in Cina la dimestichezza con il linguaggio e le pratiche del progresso avrebbe quasi definitivamente sradicato la familiarità con gli antichi saperi. Sono pensieri simili a quelli espressi da Gao Xingjian che ho avuto il piacere di sentir parlare e conoscere qualche anno fa, poco dopo aver letto il suo capolavoro sulla Cina ‘perduta’, La montagna dell’anima, toccante pellegrinaggio di un ‘uomo senza qualità’ che nel corso della propria odissea orientale riflette sulle devastazioni del capitalismo».


Da sinistra: Elsa Glaser, Jappe Nilssen, Albert Kollmann, Christian Gierloff e Edvard Munch a Kristiania (Oslo) nel 1913