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30 novembre 2020

Il canto della pietas


Riprendiamo il viaggio argonautico seguendo la rotta della pietas. Corrispondente all’italiano
pietà, nella cultura romana almeno fino all’epoca imperiale conservò il suo significato originario, talvolta usato anche nella nostra lingua; ad esempio nell’espressione la “pietas” di Enea, con riferimento al protagonista virgiliano. Nel linguaggio letterario, più vicino dunque al latino, indica una disposizione dell’animo a provare affetto, devozione, rispetto reverenziale per ciò che è considerato sacro: i genitori, la patria, le memorie per le proprie tradizioni familiari e civiche. Nella teologia morale la virtù, considerata parte della giustizia, per cui si tributa il doveroso e conveniente ossequio e la debita reverenza ai congiunti per sangue, ai proprî concittadini e al prossimo in generale.
Sentimento della misericordia e della comprensione, viene in soccorso all’essere umano per riscattarlo dall’efferato volgere dei tempi e consolarlo. Usare pietà significa infatti lenire le ferite e tendere una mano. Quale più attesa e nobilitante salvezza per l’uomo che sperimenta i rovesci del vivere, i colpi degli eventi, se non la possibilità di ritrovare se stesso, di avvertire di nuovo in sé la vaga ombra di quegli stati d’animo in cui avere riparo e avvicinare i propri simili che si credevano ormai allontanati, dispersi.
«La pietà nei confronti degli uomini era ciò che veniva sentito dai poeti dopo le grandi crisi, ad esempio dopo la Guerra del Peloponneso: coltiviamola il più possibile anche noi», così ci esorta Alessia in una sua recente riflessione, richiamando alla memoria uno dei fatti storici che forse più sono in grado di raccontarci in tema di lacerazioni interne, disgregazione sociale, crisi degli ideali, insanabile impoverimento materiale e culturale causato dal protrarsi del conflitto oltre ogni umana sopportazione. Il momento che stiamo attraversando non è meno complesso, in quanto segnato da pesanti incertezze e inevitabili battute d’arresto nel modus operandi delle strutture che reggono la nostra organizzazione. L’epidemia rischia di precipitarci in una conflittualità permanente, che in parte stiamo già sperimentando. I medesimi argomenti che attengono alla nostra salute, alle possibili strategie di uscita dall’emergenza sono oggetto di scontro, di faziosità, in buona sostanza di fitte incomprensioni. Prendiamo la delicatissima questione del vaccino. Prima dei tanti e disorientanti annunci, a mio avviso, si sarebbe dovuti provvedere alla divulgazione dei risultati su organi accreditati per l’informazione scientifica. Quindi procedendo a comparare i dati dare gli strumenti a esperti e non per formulare un giudizio svincolato, limpido, sereno se possibile. Di recente mi ha colpito l’intervento dell’Ordine dei medici e chirurghi di Forlì-Cesena (bollettino del 20 novembre) che ha diffuso un articolo approfondito su quanto – e non è poco! – non sappiamo per poter dire con certezza che disponiamo di un vaccino efficace. Non ultimo il campione dei testati. Allo stato attuale si rasenta a malapena il centinaio di volontari. Anche un campione di 30.000 sarebbe ancora un numerino; magari con 300.000 si potrebbero avere delle evidenze tali da sbilanciarsi un po’ di più sui risultati. Ma oggi non siamo neppure lontanamente in vista di tali cifre.
Illudere su cure e prevenzione, lo ha detto in diversi interventi lo psichiatra Paolo Crepet – con cui tuttavia dissento circa le posizioni di obbligo del vaccino, anche per le ragioni che ho appena esposto – rischia di innescare un pericoloso risentimento che si sommerebbe a un malessere più ampio. In momenti storici che si annunciano opachi e discontinui ci vogliono trasparenza e messaggi chiari da destinare alla collettività. Né la prossimità alla morte che l’epidemia impone sembra allentare le nostre ansie innescate dalla sveltezza consumistica. La preoccupazione di oggi a quanto pare non è l’umano che recede, ma il tempo perso, irrecuperabile al nostro dimenarci in superficie. Anche qui Paolo Crepet è stato tra i pochi a commentare le illuse pulsioni in cui da mesi ormai esorcizziamo il quotidiano morire, mostrando tutta la contraddizione che grava sui nostri comportamenti. Certo, non è restando aggrappati a questa contraddizione che ne usciremo.
Piuttosto sono le risorse della mente, gli strumenti del pensiero razionale e la poesia, il coraggio della poesia, veicolo di polarità inversa in confronto alle derive del mondo opaco, appiattito, ridotto a superficie, sono queste le cose che possono tirarci fuori dalla lunga guerra. È nel riparo sicuro di queste cose che germoglierà la pietas. Dunque, al modo della giovane brigata che si ritirò a novellare per cercare scampo dalla peste, lasciamo spazio alla narrazione, al potere curativo della narrazione, e ascoltiamo le toccanti parole scelte da Alessia per il suo contributo.     

(Di Claudia Ciardi)


Michelangelo - Pietà Rondanini


Il canto della pietas
Di
Alessia Rovina
Per la rubrica
«LArgonauta»

Come tradurre un concetto, quello abusato e dunque immancabilmente travisato di pietas, che lo stesso, grandissimo, Alfonso Traina definisce come «intraducibile»? [A. Traina, sub voce “pietas”, Enciclopedia virgiliana, IV] Come riportare alla sua valenza originaria ciò che il nostro umano bisogno di comunicare ci presenta come parola, e che invece è – come lo stesso grande latinista tiene a precisare – un sentimento? E poi, quale pietas proviamo noi, oggi, avventori spaesati di strade in cui la pietra d’inciampo quotidiana è sempre quella del rischio di assuefarci ai dolori altrui, ai corpi martirizzati, alle atrocità, all’odio, nella furia che serializza l’agonia e la miseria? Ebbene, nella più totale apertura, diamoci il permesso di indugiare sugli immortali capolavori letterari che ci sono stati donati, e permettiamo alle parole dei nostri mirabili antenati di interrogare i nostri cuori.
Virgilio, nella composizione del secondo libro della sua straordinaria Eneide, riporta il racconto della notte funesta che vide il giovane Enea perdere nel rogo la sua patria, costringendolo a fuggire radunando i suoi affetti, non prima di essersi scontrato con lo scoramento dell’anziano padre, Anchise, deciso ad indugiare nella tristezza d’un fato inesorabile. Per prodigioso intervento divino, però, la decisione del padre di Enea muta, e si pone la necessità di riparare al più presto sul monte sacro. Nella tempestività di tale decisione, il giovane indugia benevolo, e il Poeta così soavemente canta:

ergo age, care pater, cervici imponere nostrae;

ipse subibo umeris nec me labor iste gravabit;

quo res cumque cadent, unum et commune periclum,

una salus ambobus erit.

Publius Vergilius Maro, Aeneis, II, 707-710

Ecco la pietas tanto celebre di Enea, il quale invita il padre a salirgli in spalla, giacché la necessaria fatica fisica, «labor», comportata da questo gesto non gli sarà gravosa, perché, a conclusione, «uno e comune il pericolo,/ una salvezza ci sarà per entrambi». Nella morale che non cede al moralismo il genio virgiliano lascia aperte anche al nostro occhio le crepe che dilaniano Enea: la sua pietas totale, esercitata verso i parenti, verso i compagni, verso la patria, verso gli dèi, impone spesso il sacrificio di una di queste stesse componenti – la conseguenza più drammaticamente ricordata sappiamo essere l’epilogo della relazione con Didone, ma che in realtà accompagna nel suo languore accadimenti che si estendono per tutto il poema – ma soprattutto il sacrificio di sé.
Non esiste constatazione più tranchant: l’insorgere incontrollato di quel sentimento tanto profondo, tanto difficile da sperimentare così puramente, comporta necessariamente la rinuncia di qualcosa di noi. In che cosa questo coincida, a ciascuno di noi scoprirlo.
La bufera sta infuriando, e ogni superbia si scioglie sotto il cielo plumbeo della Britannia. Re Lear, magnifico ritratto immanente e trascendente tratteggiato da Shakespeare nell’omonima tragedia del 1605-1606, dopo i suoi accessi di vanità senile che riescono nel devastare il cuore dell’unica figlia fedele, Cordelia, riesce a ritornare uomo solo nel momento in cui sperimenta la nuda pietas nei confronti del Fool, il Matto di corte, metafora della sua stessa follia, resa eccellentemente da una delle pagine più alte del teatro, in cui il vecchio sovrano, chino e tremante, rivolge al sé stesso che vede dall’esterno queste parole:

Comincio a perdere il cervello. Vieni,

ragazzo mio. Come stai, ragazzo?

Hai freddo?

Ho freddo anch’io. Dov’è

questa paglia, amico? L’arte del bisogno è strana

e può rendere preziose cose vili.

Andiamo. Alla tua capanna!

Povero Matto e furfante,

nel mio cuore

c’è una parte che ancora soffre per te.

[traduzione di A. Lombardo]

W. Shakespeare, Re Lear, atto III, scena II

L’autentica vita di Re Lear, libera dalle angustie delle logiche del potere, pare avere principio proprio nel momento in cui egli ha compassione di se stesso, proprio come accade ad Ivan Il’ič poco prima di morire: un lampo di conoscenza di sé che rende essenziali ed irrinunciabili proprio gli ultimi istanti di vita. Vorrei significativamente concludere questo nostro breve riflettere sulla pietas letteraria con le parole del Manzoni, in quanto, dopo la mia angoscia di ex-liceale sopraffatta dalla monumentalità del ramo del lago di Como, riscopro solo ora l’inesplicabile altezza della prosa manzoniana, nonché la profonda bellezza spirituale, in grado di far percepire realmente l’inestimabile valore di ogni umanità ferita e accolta. Appena introdotto l’innominato, Federigo gli andò incontro, con un volto premuroso e sereno, e con le braccia aperte, come a una persona desiderata, e fece subito cenno al cappellano che uscisse: il quale ubbidì. […] «oh!» disse: «che preziosa visita è questa! E quanto vi devo esser grato d’una sì buona risoluzione; quantunque per me abbia un po’ del rimprovero!». «Rimprovero!» esclamò il signore maravigliato, ma raddolcito da quelle parole e da quel fare, e contento che il cardinale avesse rotto il ghiaccio, e avviato un discorso qualunque. «Certo, m’è un rimprovero,» riprese questo, «ch’io mi sia lasciato prevenir da voi; quando, da tanto tempo, da tante volte, avrei dovuto venir da voi io.». «Da me, voi! Sapete chi sono? V’hanno detto bene il mio nome?». […] «Dio grande e buono!» esclamò Federigo, alzando gli occhi e le mani al cielo: «che ho fatto io, servo inutile, pastore sonnolento, perché Voi mi chiamaste a questo convito di grazia, perché mi faceste degno d’assistere a un sì giocondo prodigio!» […] Così dicendo, stese le braccia attorno al collo dell’innominato; il quale, dopo aver tentato di sottrarsi, e resistito un momento, cedette, come vinto da quell’impeto di carità, abbracciò anche lui il cardinale, e abbandonò sull’omero di lui il suo volto tremante e mutato. Le sue lacrime ardenti cadevano sulla porpora incontaminata di Federigo; e le mani incolpevoli di questo stringevano affettuosamente quelle membra, premevano quella casacca, avvezza a portar l’armi della violenza e del tradimento.».

A. Manzoni, I Promessi Sposi, cap. XXIII

Auguro a tutti quanti noi innominati di imparare a cedere, in nome di quella pura pietas che porta il nostro nome, «madre o mantice dell’amore» [G. Leopardi, Zibaldone, 3607].

(Di Alessia Rovina, classicista e studiosa di teatro, novembre 2020
account twitter: @rovina_alessia)