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24 maggio 2015

Dal Karakorum a Sarajevo



Non è un’avventura conosciuta dal largo pubblico, eppure ha avuto un notevole valore tanto che ancora oggi chi per motivi di ricerca si addentra nell’Asia profonda, non può prescindere dalle monumentali relazioni frutto di quell’esperienza. Si tratta della missione guidata attraverso l’Himalaya da Filippo De Filippi, medico torinese ma soprattutto esploratore, con lo scopo di provvedere alla mappatura di valli, vette, ghiacciai tra l’altopiano del Tibet, l’impenetrabile Karakorum e il Turkestan cinese (oggi Xinjiang). 
Nel 2013, in concomitanza con la seconda mostra organizzata dalla Società di studi geografici di Firenze, presso cui è raccolta la maggior parte del materiale riportato dal viaggio, la casa editrice Corbaccio ha pubblicato un testo importante che ne ripercorre le tappe a cento anni dal compimento.  
Potendo contare su un finanziamento di 250.000 lire, cifra affatto indifferente per i tempi, messa a disposizione dal re e da istituti come l’Accademia dei Lincei, la Reale Società Geografica, il Governo dell’India, e la Royal Society di Londra, ente pionieristico nelle campagne di esplorazione del globo, De Filippi si imbarca a Marsiglia con la sua «compagna picciola» composta da colleghi italiani e britannici, direzione Bombay (Mumbai). Valendosi del supporto di tecnici indiani e portatori locali, questo eclettico studioso che aveva già al suo attivo importanti successi al fianco di Luigi Amedeo di Savoia duca degli Abruzzi, insieme al quale aveva quasi raggiunto il K2 e si era spinto fino in Alaska, ha dato vita a una vera e propria impresa. La sua è oggi considerata la prima e più grande spedizione organizzata dall’Italia. Seguiti da 200-250 portatori che dovevano sovrintendere al trasporto di 235 casse, di cui una settantina contenenti solo strumentazione scientifica, dall’agosto del 1913 al dicembre ’14, De Filippi e i suoi percorrono duemila chilometri, spesso in condizioni estreme. Il serpentone di uomini e mezzi si snodava lunghissimo nel silenzio delle valli. Durante le tappe però, la carovana sovente si divide in gruppi per motivi logistici, soprattutto per attraversare in maniera più agevole un territorio così difficile e insidioso. Gli incidenti non mancano ma anche in virtù della perizia di due guide alpine valdostane che scortavano il gruppo non vi sono perdite umane. 
Mi è capitato di vedere una volta in un documentario – e ancora mi interrogo su come l’operatore abbia saputo districarsi con la telecamera in una situazione simile – in che modo queste popolazioni attraversano i fiumi ghiacciati. In quel caso era un padre che insegnava al figlio a riconoscere, aiutandosi con indizi visivi e perfino attraverso l’olfatto, se il ghiaccio potesse tenere: il padre metteva al corrente il figlio del pericolo mortale legato a una caduta, e il ragazzino imparava a muovere con lentezza i suoi primi passi. Ora, immaginarsi come questi uomini siano riusciti, appesantiti dal bagaglio, a fare i medesimi movimenti, dà la misura della loro straordinaria tenacia.
Ma una prova ancora più difficile li attendeva, una prova che avrebbe colto tutti di sorpresa, sparigliando le carte di un progetto che stava procedendo al meglio e sembrava destinato a un clamoroso successo. È il 16 agosto del 1914, un bel pomeriggio sull’altopiano del Depsang (Tibet), De Filippi sta gustando un tè insieme ai colleghi. Nell’accampamento l’atmosfera è serena, tutto scorre secondo i piani, un’occhiata a mappe e appunti, il tempo per distendersi e ridere di qualche disavventura. Sono sulla via del ritorno e credono che la parte più complicata del viaggio sia ormai alle spalle. All’improvviso vedono avvicinarsi cinque messaggeri a cavallo, incaricati di recapitare al gruppo la corrispondenza. Le buste non promettono nulla di buono: dispacci dai comandi militari. Che diavolo sta accadendo? Le dita corrono veloci sulla carta, i gesti si fanno stranamente concitati. In Europa è scoppiata la guerra. L’Italia non è ancora coinvolta ma gli ufficiali vengono richiamati; sebbene manchino pochissime tappe alla conclusione dei lavori, i britannici devono abbandonare.
Anche tra le cime e le nevi perenni dell’Himalaya, per quanto in ritardo, è giunto l’eco degli spari di Sarajevo. Il clima tra i presenti volge al peggio, si rompe qualcosa. Questa la notazione di De Filippi: «Da ora in poi, tutto fu cambiato per noi. Privi di qualunque notizia per mesi interi, vivemmo col pensiero assillante di quello che poteva accadere nelle nostre patrie».
Il resto è la cronaca di un rientro complicato, tra sospetti, controlli di frontiera inaspriti dall’evento bellico, e un morale estremamente basso. Raggiunto il Turkestan Orientale, dove gli esploratori erano arrivati nell’autunno del ’14, il governo locale vuole controllare in maniera scrupolosa tutto il bagaglio, esigendo spiegazioni dettagliate circa gli strumenti e non mancando di chiedere se vi fosse qualcosa in grado di prevedere il destino del vecchio continente.   
La vera sfida fu in effetti rientrare in Europa. I pericoli corsi sulle vette tibetane al confronto sembravano cose da nulla. Nel Turkestan russo De Filippi è costretto a lasciare parte dei propri materiali scientifici, essendo la Russia un paese già coinvolto nelle ostilità. Non senza momenti di apprensione, attraverso Odessa, via Balcani, alla fine i nostri rimpatriano.
Ma le vicissitudini non sono ancora esaurite. Complice la lunghezza della Grande Guerra, essendo completamente cambiate le priorità del paese in quegli anni di sforzi ed enormi sacrifici, fu impossibile richiamare l’attenzione sui risultati raggiunti in Asia. Ci è voluto un secolo esatto per tirare fuori dall’oblio tutti i dati legati alle scoperte fatte lungo quell’incredibile cammino, la documentazione fotografica (circa quattromila scatti eseguiti da Cesare Antilli) e i diari di De Filippi. Dal 2008 al 2013 si può dire che sia stato finalmente reso l’onore dovuto a quegli incoscienti sognatori. 

(Di Claudia Ciardi)




Bibliography
:

Filippo De Filippi, Der Forschungreise S.K.H. des Prinzen Ludwig Amadeus von Savoyen, herzogs der Abruzzen, nach dem Eliasberge in Alaska im Jahre 1897, J. J. Weber, Leipzig, 1900.

Filippo De Filippi, I viaggiatori italiani in Asia, con proemio di Giovanni Gentile, Istituto italiano per il Medio ed Estremo Oriente, Roma, 1934.

Filippo De Filippi, Storia della spedizione scientifica italiana in Himalaya, Karakorum, Turkestan cinese (1913 - 1914), Bologna, Nicola Zanichelli, 1924

Stefano Ardito, La grande avventura. Filippo de Filippi e la sua spedizione attraverso le montagne dell’Asia (1913-1914), Corbaccio, 2013

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Press:

  • “Karakorum. Che ci faccio io qua?” di Jacopo Pasotti su «Focus», n. 97, novembre 2014, pp. 56-61
  • “Cent’anni fa la Grande Guerra cambiò il mondo”. Supplemento di sedici pagine su «La Stampa», 16 gennaio 2014
  • “Cent’anni fa l’Italia entrava in guerra”. Speciale su «La Stampa», 24 maggio 2015 

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