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24 luglio 2018

Paolo Ciampi - Il sogno delle mappe




Con l’avvento del turismo di massa e la condizione del viaggiare asservita a un consumismo mordi e fuggi, il che significa tempi stretti, soste necessariamente brevi che nella maggior parte dei casi precludono il vero incontro con un territorio, spese ridotte perché la dura lex dell’economia, che per qualche insano motivo si è deciso di far girare al contrario, prevede ormai margini labilissimi entro cui sognare, progettare e, appunto, conoscere il mondo, insomma, stando alla misura odierna dell’uscita dal proprio spazio per assimilarne un altro, diviene sempre più improbabile ottenere un’esperienza durevole, attinta in profondità. Il viaggio, come tutto il resto, si adatta inesorabilmente alla velocità, a un avanzamento piuttosto superficiale tra una meta e l’altra, e si comunica in fretta, nell’intervallo di qualche selfie e di una condivisione in rete, a volte istantanea.
Sembra lontanissima l’epoca in cui i rampolli delle grandi famiglie europee, ma anche russe, organizzavano il Grand Tour, che aveva in Italia la sua tappa d’elezione, una discesa lenta lungo lo stivale, fino a Roma e poi Napoli, e infine la Sicilia, che secondo Goethe è «la chiave di tutto». Imparagonabile con le odierne peregrinazioni di studio e, in qualche caso più privilegiato, successive allo studio: anche qui solo vendita all’ingrosso, fretta, offerta massificata di cultura ed esperienze che vi ruotano attorno e che raramente brillano di luce propria. Pensare che durante il Grand Tour si trovava perfino il tempo di fermarsi nelle più celebri biblioteche italiane – la Marciana, la Laurenziana, la Vaticana – solo per poter religiosamente toccare con mano le pagine di qualche manoscritto. E quando per qualche motivo si negava l’accesso all’oggetto dei desideri, il richiedente era capace di appostamenti lunghissimi pur di raggiungere l’obiettivo.
In questo grazioso libro sulle mappe, Paolo Ciampi ci racconta un sogno millenario, fatto di uomini ostinati, artisti prima di tutto, capaci di osservare il mondo da prospettive differenti. Perché solo mutando il punto di vista si è in grado di spingersi altrove. E le mappe questo sono. Un racconto fatto d’immaginazione, anzi di tante immaginazioni che nei secoli si sono incrociate e anche contrastate. Così l’autore, dedicandosi al ritratto dei grandi cartografi del passato e commentandolo con alcune delle voci più note della narrativa di viaggio contemporanea, da Bruce Chatwin a Simon Garfield e Paolo Rumiz, ci riporta all’emozione della scoperta, dell’andare come avventura – etimologicamente il volgersi incontro a quel che accadrà – dell’opera devota, quasi monastica – diversi disegnatori di tali oggetti d’arte furono proprio monaci – di coloro che si esercitavano a ridurre il mondo o una porzione di mondo entro un foglio.
Immaginiamo il gesto di un comandante di vascello che diceva al suo secondo di portargli una carta. E poi le ore passate in cabina, magari fino a tarda notte a studiare distanze e tempi del viaggio, interrogandosi sulle scorte e l’umore dell’equipaggio. Che epica meravigliosa, dove il destino dei disegnatori si legava indissolubilmente a quello degli esploratori. Ci racconta lo scrittore in queste sue dense paginette, che i cartografi di Amsterdam solevano aggirarsi sui moli della città e interrogare gli equipaggi di ritorno da lunghi mesi di navigazione, per carpire segreti e dettagli utili alla compilazione dei loro ambitissimi lavori. Storie degne della migliore antropologia letteraria, cui verrebbe voglia di abbandonarsi per un po’: un modo per cominciare un viaggio diverso e per riprendere a coltivare quella lentezza del pensare e dell’incrociare l’altrui cammino che tanto manca al nostro tempo.
Nel resoconto di Paolo Ciampi scorrono sotto i nostri occhi nomi e luoghi antichi a fianco dei moderni. Le origini e le loro, spesso insolite, a volte opposte, prosecuzioni. Spostarsi infatti è anche questione di nomi, dell’attrazione che esercitano su di noi, della loro capacità di interrogarci, della storia con cui lambiscono il passaggio del visitatore, sia il più sprovveduto o documentato. Quella poesia prima o poi ti entra dentro, anche se a te non sembra. Ed ecco che, citando Judith Schalansky «la cartografia dovrebbe essere annoverata finalmente tra i generi poetici e l’atlante tra la bella letteratura». O ancora, affidandoci a Giovanni Cenacchi: «Una mappa, un panorama di montagna, un libro di itinerari e uno di poesie si assomigliano un poco».
Del resto, scoprire su un atlante storico come i romani chiamavano le provincie dell’impero è un po’ come viaggiare nel tempo. Nome quali Norico, Pannonia, Mesia bastano da soli a schiudere quinte immaginifiche di regni e battaglie. È dunque uno scritto, quello di Ciampi, che dedica molto spazio alle etimologie, alle parole chiave che servono a raccontare il mondo. Tutto nasce leggendo i nomi su una carta, fantasticando su quei suoni, lasciando che la mente vaghi sulle vie dei canti, assai prima che il piede, tra incertezza, gioia e curiosità imbocchi un sentiero. Non senza dimenticare il prodigio e la bellezza che stanno nel perdersi. Dante iniziò proprio così, dallo smarrimento in una selva oscura, e ne è scaturito un poema immenso. Lode dell’essere disorientati e dell’abbandonarsi alle sue conseguenze. Le cose migliori, a volte, vengono fuori mentre si sta cercando altro. Colombo era sicuro di andare in India, mentre trovò l’America. Secoli dopo Walter Benjamin, con la stessa convinzione un po’ disincantata, tipica del navigatore novecentesco, vagava nella metropoli, scrigno dei ricordi d’infanzia e luogo dell’inatteso.
Come un affidabile portolano il volumetto di Paolo Ciampi ci guida lungo rotte dimenticate, risvegliando in noi il senso di un’esperienza colta nel suo divenire storico e poetico.

(Di Claudia Ciardi)  


Paolo Ciampi, Il sogno delle mappe. Piccole annotazioni sui viaggi di carta.
Ediciclo, 2018




Mappa mundi di Hereford - 1300 circa


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