Visualizzazione post con etichetta Kurfürstendamm. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Kurfürstendamm. Mostra tutti i post

19 marzo 2013

«Die kreisende Weltfabrik»


Else Lasker-Schüler

Nato davanti a una tazza di caffè gustata sotto un pergolato di Sindelsdorf, Der Blaue Reiter è un movimento molto diverso da quello della Brücke (Dresda, 1905-1906), e dunque dall’espressionismo. Ciò è dovuto al suo rapporto fortissimo con l’eredità del romanticismo tedesco e al contatto con gli artisti russi, legati all’ambiente simbolista, cose che lo espongono all’influsso di dottrine esoteriche.

Entrando nella galleria del Lenbachhaus di Monaco si è infatti colpiti dalla forte presenza del blu cobalto, tanto che sembra di passeggiare in un mondo fiabesco di immagini irreali, vicine alla natura, dove l’universo romantico convive con un’istanza di rottura della tradizione. Leggendo alcune osservazioni di Boris de Rachewiltz circa il simbolismo racchiuso nell’azzurro presso le culture orientali, non sfuggirà il nodo di implicazioni che una simile scelta di colore comporta: «Questa predominanza [del blu] può riferirsi – al di là della pura e semplice visione estetica – a un elemento archetipico cromatico la cui dimensione «magica» era ben nota agli antichi egiziani (si ricordi la vasta produzione di faïence azzurra) e che si basa sulla particolare vibrazione di questo colore. In sede scientifica si potrebbe ricordare come le onde luminose provenienti dal sole ed invisibili negli spazi cosmici, colpendo l’atmosfera, brillino di luce azzurra. La percezione intuitiva di antiche genti sul miracolo della «luce» portò quindi alla attribuzione di una proprietà magica al colore azzurro […]. La stessa giada azzurra venne considerata magica dai cinesi in quanto si reputava contenesse il principio Yang e quindi la «segnatura» solare, divenendo così un centro carico di energie cosmiche» (si tratta del suo famoso studio sulla poesia poundiana, L’elemento magico nella poesia di Ezra Pound, pp. 14-15).
Un altro aspetto che contraddistingue Il Cavaliere azzurro è il sodalizio, tutt’altro che superficiale, tra pittori e musicisti. Basti pensare che nel celebre almanacco di presentazione sono inserite le partiture di Schönberg, Berg e Webern, e ben quattro saggi musicali su quindici complessivi. Anche a monte di ciò si registra un’eredità simbolista, un bagaglio che si coglie pure nel forte interesse per il primitivo dimostrato da tutti gli aderenti. Il gusto per ciò che è naïf, ossia fotografato in uno stato di comunione con la natura, non solo penetra nel Blauer Reiter attraverso il filtro delle più o meno coeve esperienze d’avanguardia ma si materializza in una vera e propria ricerca delle origini, ravvisate ad esempio nelle figurine del teatro d’ombre egiziano, nei disegni cinesi e negli ex voto bavaresi (importanti soprattutto per Kandinskij), pitture queste ultime di incredibile semplicità tecnica e compositiva, eseguite su specchi e vetri, quale attestazione della grazia ricevuta.  
Infine non è possibile non riconoscere uno spiccato carattere internazionale del gruppo, soprattutto aperto all’elemento russo-slavo. I russi, in particolare Kandinsky, Javlenskij e la Werefkin, trapiantati a Monaco, sono i rappresentanti di una religiosità, il cui misticismo si unisce al romanticismo tedesco, oltre ad essere portatori di una sensibilità per il colore, vicina ai toni esplosivi e fantastici dei fauves, incontrati a Parigi.
Insieme a Kandinsky, il padre putativo del movimento e colui nel quale si identifica la figura “virtuosa e visionaria” del cavaliere, è Franz Marc, legato peraltro da una profonda amicizia a Else Lasker-Schüler, moglie del gallerista Herwarth Walden. Else chiama Marc con il soprannome di fratello Ruben e gli indirizza non poche lettere (56 per l’esattezza, vergate tra il 1913 e il '15) in cui mima i più improbabili travestimenti, ora proclamandosi regina di Tebe, esotica e sensuale, ora cortigiana d’avanguardia, irriverente e androgina.
Nel suo epistolario Else assume il ruolo di gran sacerdotessa che officia la nascita rituale della nuova arte monacese. Il dialogo intrecciato con Ruben prima del dramma – l’artista infatti muore nella prima guerra mondiale, diventando una sorta di incarnazione di Adone, giovane e dolente –  somiglia a un cammeo bizantino, un'affiche surreale ornata di illusionismo, la cui vibrante gestualità si ritrova, per certi versi, nello straordinario bazar weimariano allestito da Benjamin, più di un decennio dopo, sulla sua Einbahnstrasse.
Con l’aroma del caffè, da Sindelsdorf arrivano a Berlino le cartoline di Franz animate da paesaggi onirici e spiazzanti cavalli azzurri. Else non si lascia certo cogliere impreparata e risponde coniando un fortunatissimo epiteto: «caro cavaliere azzurro». L’idea si lega finalmente a un nome e il gruppo può così consegnarsi alla storia. Né manca in tutto questo l’ammiccamento sessuale, maschera ironica ed estremamente volubile, che presiede al gioco di reciproca investitura artistica: «Siamo entrambi seduti sul pavimento della stanza dei giochi nel vecchio palazzo a Tebe; giochiamo insieme con le cianfrusaglie, con le gambe di legno, con la coda del cavallo a dondolo rotto. Fez polverosi e turbanti stracciati e vari tipi di legno del Libano sono sparsi un po’ dappertutto fino all’uscita. Ci rincorriamo sulla scala a chiocciola, che già scricchiola, i suoi scalini sono marci e traballano come i vecchi denti degli eunuchi. Tu sei il più caro che io conosca, sei fatto di puro miele; bada che non venga un orso a leccarti. Io sono ancora piccolina, gioco sempre a nascondermi dietro le mani o far trapelare il sole fra le dita. Tu sei sempre di casa, ma per lo più siamo due porcospini che si rotolano sui sassi ruvidi – o due lombrichi; quando sentiamo delle voci ci rifugiamo in un cantuccio» (lettera 26).
E ancora: «[…] lontani vagano i tuoi occhi bruni e la tua mano afferra la prima striscia d’aurora nel cielo, per intagliarsi un bastone da pastore. Tu, grande pastore fra i principi, Tu, Emiro, Tu Messia di tutte le fiere dei boschi nuziali, delle cupe foreste vergini. Tu, azzurro guidatore del destriero, Tu sciacallo bruno-oro, che afferra la gazzella dalla roccia. Tu mi insegnasti la parola dell’assassinio casto. Sei Ruben, l’uomo ancora intatto della Bibbia. Tuo fratello Jussuf» (lettera 35).
Simili tonalità non sono forse straordinariamente affini ad alcuni cori di bassaridi, ministre e ambasciatrici di quell’eros dionisiaco e di quella sensualità innica disseminati nei Cantos, che si andavano inaugurando più o meno nello stesso momento dell’avanguardia di Monaco? La cultura europea sembra percorsa, ma meglio sarebbe dire scossa, dal riprodursi di simboli e archetipi che nel primo novecento affollano il panorama del fermento creativo. Impossibile non cogliere il bisogno concettuale, e ancor più plastico, di irretire la materia in nuovi alfabeti e linguaggi in grado di comprenderla nella maggiore profondità e completezza d’espressione. Ma in ogni caso si tratta di una esplorazione che guarda all’antico e non sogna affatto di amputare né disconoscere l’origine dell’arte occidentale, anzi l’obiettivo è proprio il recupero di tale radice di pensiero per provare a operarne una sintesi.  
La scelta di alcune lettere della Lasker-Schüler, nella traduzione di Maura Del Serra, autrice anche di una puntuale analisi del milieu in cui l’epistolario è venuto alla luce, fa di questo volumetto, edito da Via del Vento, un prezioso contributo all’approfondimento non solo di una singola avanguardia ma in generale di un’epoca che ha assistito a una grande mobilità di ingegni e idee, chiosando, almeno per un piccola porzione, quel concitato crocevia che è la cultura del primo Novecento.

(Claudia Ciardi, maggio 2011)
Portrait

Else Lasker-Schüler (Elberfeld, Westfalia, 11 febbraio 1869 – Monte degli Ulivi, 22 gennaio 1945).


Else Lasker-Schüler, "Caro cavaliere azzurro" Lettere a Franz Marc, a cura di Maura Del Serra, Via del Vento edizioni, maggio 1995.
Titolo originale: Der Blaue Reiter präsentiert Eurer Hoheit sein Blaues Pferd, Monaco, Prestel, 1987 (comprende tutte le 56 lettere scritte dalla poetessa al “fratello Ruben”).

Else Lasker-Schüler, 11. 2. 1869 Elberfeld - 22. 1. 1945 Jerusalem. Die Tochter eines jüdischen Bankiers erhielt nach Schulabbruch Privatunterricht, heiratete 1894 den Arzt Dr. Berthold Lasker und zog nach Berlin. Hier entwickelte sich kurz vor der Jahrhundertwende eine enge Freundschaft mit P. Hille, mit dem sie zeitweise in der von den Brüdern Hart gegründeten Neuen Gemeinschaft zusammenlebte; 'Das Peter Hille-Buch', ihre erste Prosaarbeit, überhöhte die Beziehung ins Traumhaft-Mythische. Inzwischen von Lasker geschieden, heiratete sie 1903 H. Walden, den späteren Herausgeber der Zeitschrift «Der Sturm» (Scheidung 1912). 1933 emigrierte sie in die Schweiz und reiste danach wiederholt nach Palästina. Hier wurde sie 1939 vom Ausbruch des Krieges überrascht, so dass sie nicht mehr in die Schweiz.


«Chi abbandona l’amico è un disertore, ma guai a chi si vanta della vittoria con il nemico. Voglio essere imperatore sopra l’imperatore. Ciascuno di voi, sia pure il più povero, è il mio imperiale suddito. Vogliamo baciarci sulla bocca. Io, il Malik, ognuno di voi, ognuno di voi l’altro. Dunque curate dolcemente le parole del mio amore, che fioriscano in mezzo al pane dei vostri acri. Ho sempre guardato al cielo, oh, dovete avermi caro, e vi porto con molta dolcezza il mio cuore come un grande narciso
»  (lettera 55, a Karl Kraus).

*****



Leseprobe aus Die kreisende Weltfabrik

DIE BEIDEN WEISSEN BÄNKE VOM KURFÜRSTENDAMM


Meinem lieben Freunde Andreas Meyer Morgens standen sie plötzlich auf dem Kurfürstendamm wie vom Himmel gefallen in Mondsichelfasson. Die eine weiße Bank winkte den Letzten, die aus der Friedrich-Wilhelm-Gedächtniskirche kamen, freundlich zu, die andere weiße Bank lud eine blonde Schöne ein in aschgrünem Samt. Ich bin seitdem öfters an den weißen Bänken vorbeigegangen; gestern setzte ich mich zum erstenmal auf die eine, den Damm weiter, auf die andere. guckte ich geradeaus, bot sich mir ein Kreuz- und Querbild. Man sieht es vielen Vorbeieilenden an am Operngucker in ihrer Hand, wohin sie wollen zur Hochbahn in einer halben Stunde fangen die Theater an. Andere kommen aus der Stadt, biegen um die Joachimsthaler Straße und kehren ein in das heimatliche Café des Westens. Kommen da zwei kleine, arme Mädchen; in ihrer Mitte ihren lebendigen, rotbäckigen Hampelmann, der sprechen kann. "Zwei Jahre ist er", erzählen sie mir und streiten sich, wer ihn aufwarten, das heißt, wer mir von ihnen seine Kunststücke zeigen wird. "Wir sind keine Schwestern", antworten die beiden gernegroßen Mütter, sie lassen schon behäbig das Kinn hängen, fürsorglich sind sie um ihren kleinen Kasperle. "Wir sind jede für uns allein." Sie meinten damit, sie sind nicht einmal verwandt. Lieschen ist in Pflege, ihr Pflegevater ist Nachtwächter manchmal legt er sich vor Müdigkeit, wenn er morgens nach Haus kommt, mit dem Bund Schlüsseln und der Laterne ins Bette. Das andere Lieschen, sie heißen beide ganz gleich, erzählt: Sein Vater helfe einem Zauberer. "Ein schwarzer Neger ist sein Papa!" Es ruft mich jemand von der Haltestelle der Elektrischen, ein Dichter im Florentiner, er will in die Kolonie fahren. "Reisen Sie alleine, Torquato Tasso, ich will mich noch auf die weiße Schwesternbank setzen." Ich sehe mich nach ihr um, sie glänzt viel bräutlicher wie diese, von der ich mich erhebe; und ich zögere, mich auf die myrtenweiße niederzusetzen. Aber die beiden Verliebten da bemerken es nicht. Aus der Kirche treten schon die ersten Sonntaglinge, die Sonne spielt Orgel um das Haus mit ihren schlanken Strahlen. Ich verstecke mein Gesicht in dem großen Glockenturm sehe, höre und denke nichts. und doch findet man sich auf den weißen Bänken wieder, wenn man sich verloren hat.



Beschreibung zu Die kreisende Weltfabrik


Else Lasker-Schüler, 1869 in Elberfeld (Wuppertal) geboren, 1945 in Jerusalem gestorben, lebte seit 1894 in Berlin, schrieb Gedichte, Theaterstücke, Prosa und wurde eine der bekanntesten Figuren der aufregenden zehner und schrillen zwanziger Jahre. 1933 musste sie in die Schweiz emi­grieren, seit 1939 lebte sie in Palästina. Für Gottfried Benn war sie »die größte Lyrikerin des Jahrhunderts«.


Ihr Ruhm basiert auf sehr poetischen und phantasiereichen Liebesgedichten, auf ihrer unkonventionellen Lebensweise, auch auf der Fähigkeit, geradezu schwärmerisch auf Personen zuzugehen, die sie als geistesverwandt ansah und dann in Gedichten und Briefen verewigte.

Es gibt auch eine andere Seite der Else Lasker-Schüler, die viel zu wenig wahrgenommen wurde und wird: die der genauen Beobachterin des großstädtischen Lebens in Berlin. Es gibt eine Reihe von Prosatexten und Porträts aus den zehner und zwanziger Jahren, also aus der Zeit, in der Else Lasker-Schüler in Berlin lebte, die eine überraschend präzise formulierende Autorin zeigen und das Bild korrigieren, das von vielen Interpreten (à la »eine ganz nach innen gekehrte Seherin«) geprägt wurde. Sie ist hier als Autorin zu entdecken, die ihre soziale Umgebung mit allen Details und Widersprüchen wahrnahm, sie hinreißend genau beschreiben konnte und dann mit ihrer einzigartigen Ausdruckskraft zum Leuchten brachte. In einer manchmal ironischen, manchmal ganz sachlich am Gegenstand (Straßen, Plätze, Bäume, Hotels, Cafés etc.) oder an Personen (Porträts von Zeitgenossen, bekannten wie unbekannten) orientierten Sprache hat Else Lasker-Schüler etwas über die damalige Zeit und das damalige Berlin zu sagen, was über die Feuilletons anderer Autoren dieser Zeit hinausgeht und eine ganz eigene Farbe trägt.



Else Lasker-Schüler: Die kreisende Weltfabrik. Berliner Ansichten und Porträts
Herausgegeben und mit einem Nachwort von Heidrun Loeper
Transit Buchverlag, Berlin 2012
130 Seiten, 14,80 EUR.
ISBN-13: 9783887472825

See also:

War & Metropolis/ Robert Musil, la guerra e la metropoli
Robert Musil, Narra un soldato, Via del Vento edizioni, novembre 2012
recensione di Giuliano Brenna per La Recherche

On Pinterest/ Berlin Books

6 novembre 2012

Buon compleanno, Signor Musil! - Alles Gute zum Geburtstag, Herr Musil!



Portrait of Robert Musil


Nachlass zu Lebzeiten (1936)

Pagine postume pubblicate in vita

Vorbemerkung
Nota introduttiva

«Hat sich der Dichter deutscher Nation nicht schon längst überlebt? Es sieht so aus, und genau genommen, hat es, so weit ich zurückzudenken vermag, immer so ausgesehn, und ist bloß seit einiger Zeit in einen entscheidenden Abschnitt getreten.»

«Il poeta di lingua tedesca non è già da lungo tempo sopravvissuto a se stesso? Così sembra, e a regola la cosa è sempre andata in questo modo, per quanto indietro possa risalire con la mente, e solo da qualche tempo è giunta a una fase decisiva»

(Traduzione/ Übersetzung – Claudia Ciardi)


Diari – Quaderno 31 – traduzione di Enrico De Angelis

Scene di strada: Alla sera sul Kurfürstendamm una grande confusione che si impone sordamente, ma non troppo forte. Le persone vengono strappate dalla loro via da un’onda che si propaga risalendo la strada e corrono (tanto più velocemente quanto più sono lontani?) in raggi a ventaglio.
È come un processo fisico.
Si vede quanto debole era il loro «legame con il campo».


Diari – Quaderno 35 – traduzione di Enrico De Angelis

Sono nato nel 1880, ho sessant’anni e scriviamo 1940. Mi pare quasi una coincidenza significativa. Forse qualcuno scoprirà che cosa significa questo. Si è praticata l’astrologia, la grafologia e altre cose con grande stupidità. Forse si sarà capaci di spiegare con una grande teoria anche la mia debolezza psicologica, che si mostra nella mia osservazione. Spiegazione di un’applicazione della mistica dei numeri.
Io stesso ho l’impressione che le cose vadano verso la fine.


Diari – Quaderno 21 – traduzione di Enrico De Angelis

Percorrere di sera la Währingerstrasse. [Strada che da Vienna porta al distretto di Währing]
Donne come fiori che nell’oscurità nuotano portate dalla corrente.
La sua attenzione viene fermata da una fanciulla che cammina sul marciapiedi dalla parte del muro, nella sua stessa direzione. Egli nota una inesprimibile pena nel movimento. Le membra si arrestano, l’andatura si confonde, le gambe vogliono alzarsi contemporaneamente oppure fermarsi contemporaneamente, vuole alzare il braccio che non deve, il braccio destro oscilla in maniera sbagliata, la spalla si torce per la tensione, la volontà soffre di uno sforzo indicibile nel dipanare questa confusione e il corpo, malato di sfinimento, vacilla contro il muro.
Prima di accorgersi di quelle stranezze aveva creduto a un improvviso malessere e voleva accorrere. Ma allora vide il dolce, bel volto della fanciulla.
In quell’attimo egli stesso venne attraversato da un ricordo che veniva da sogni dei quali in stato di veglia fino a quel momento non si era mai reso conto. Ma era il suo sogno; camminava così e all’improvviso non poteva muoversi per la contemporaneità del movimento delle membra, e spostava in avanti di pochissimo una gamba o piegava un dito solo con sforzi [indicibili] vani. Sapeva di sognarlo sempre. Ora il suo sogno gli era stato inviato qui.
Permette che l’aiuti? – chiese e fece scivolare il suo braccio sotto quello della malata. Tremava per paura di una scena isterica, devastante, di spiegazioni davanti a un assembramento di persone. Ma non successe niente. Il suo braccio venne accolto come una cosa naturale. Così gli anormali si riconoscono. – Io ho [spesso] sempre sognato di lei – disse lui – Dove posso condurla? Se non avesse saputo tutto anche lei, questa ridicola espressione avrebbe dovuto suscitare le sue obiezioni oppure una risposta altrettanto ridicola. Ma lei camminava in silenzio appoggiata al suo braccio, completamente sicura ora, e la fiducia del braccio di lei fluiva come un’unione nel braccio di lui. – Io non capisco niente di medicina – disse lui e si sentiva contento. – Non è così grave come sembra – rispose sottovoce la ragazza. – Io l’amo, naturalmente – disse lui…



Musil ist unser Hausheiliger
Von Susanne Beyer

Der Journalist Karl Corino, 60, über sein obsessives Verhältnis zum österreichischen Schriftsteller Robert Musil (1880 bis 1942)

SPIEGEL: Herr Corino, Sie haben 36 Jahre an einer Biografie über Robert Musil gearbeitet. Ihre Recherchen begannen 1966/67 mit der Katalogisierung des Nachlasses in Rom, erst im Mai dieses Jahres haben Sie Ihr 2000-Seiten-Werk abgeschlossen. Sind Sie von Musil besessen?

Corino: Ich fürchte schon. Es war eine Faszination von Anfang an.

SPIEGEL: Warum musste es ausgerechnet der sperrige Klassiker Musil sein?

Corino: Ich bin Bauernsohn aus Franken und hatte 1959 mein Schlüsselerlebnis: Da las ich eine Musil-Passage, in der er auf eine für mich verblüffend exakte Weise Rinder im Morgenlicht beschreibt: Die Rinder lagen "auf den Wiesen halb wach und halb schlafend. In mattweißen steinernen großen Formen lagen sie auf den eingezogenen Beinen, den Körper hinten etwas zur Seite hängend; sie blickten den Vorübergehenden nicht an, noch ihm nach, sondern hielten das Antlitz unbewegt dem erwarteten Licht entgegen?.

SPIEGEL: Musil gilt inzwischen als einer der wichtigsten Repräsentanten deutschsprachiger Literatur, kann aber mit der Popularität seines Zeitgenossen Thomas Mann nicht mithalten. Wollten Sie Musil seinem Konkurrenten gegenüber aufwerten?

Corino: Das Verhältnis zwischen Mann und Musil trägt in der Tat tragische Züge. Musil kam immer ein bisschen zu spät. Er war fünf Jahre jünger als Mann und hat sich zum Beispiel vom "Zauberberg? gehörig in seiner Arbeit verunsichern lassen. Ich habe die historische Ungerechtigkeit gegen Musil stark empfunden, das war sicherlich auch ein Impetus meiner Arbeit.

SPIEGEL: Der Kritiker Marcel Reich-Ranicki hat kürzlich Musils unvollendetes Hauptwerk "Der Mann ohne Eigenschaften? als misslungen bezeichnet und Musil selbst als gehässig. Wie haben Sie diesen Angriff auf das Objekt Ihrer Begierde verkraftet?

Corino: Ich habe mit Reich-Ranicki ein paarmal telefoniert, als er an dem Musil- Aufsatz saß, und ich merkte schon, dass er beratungsresistent ist. Aber ich kann ihm in seinem Urteil nicht zustimmen. Mich hat zum Beispiel Musils Bildlichkeit immer fasziniert: Wenn er Diotima mit einem "jungen Rind? vergleicht, das "die trockenen Gräser betrachtete, die es ausrupfte?, gefällt mir das - auch aus den eben genannten Gründen. Reich-Ranicki aber kann darin nur sprachliche Entgleisungen sehen. Er rügt auch das Nicht-Fertigwerden, das Sich-Verlaufen im Essayistischen, was ich immer als sehr modern empfunden habe.

SPIEGEL: Wenn ein Romancier eine Figur sterben lässt, kann er mitunter sehr leiden. Was empfanden Sie, als Sie Musil im vorletzten Kapitel ihrer Biografie in den Tod verabschieden mussten?

Corino: Ich kann Ihnen sagen, dass dieses Ereignis zumindest von meiner Frau herbeigewünscht wurde. Ich arbeitete größtenteils im Souterrain an dem Buch, und meine Frau trat manchmal auf den Treppenabsatz und rief herunter: "Ist er endlich tot?? Ich musste lange sagen: "Nein, er röchelt noch.?

SPIEGEL: Ihre Frau Elisabeth hat - wie auch Sie - Ihre Doktorarbeit über Musil geschrieben. Führen Sie eine Ehe zu dritt?

Corino: Wahrscheinlich. Ohne Musil hätten wir uns nie kennen gelernt, ohne ihn gäbe es also unsere Kinder und Enkel nicht. Er ist zu einer Art Hausheiligem geworden. Wir haben ihm jetzt in unserem Garten ein Denkmal errichtet. Musil selber hat ja kein Grab, seine Witwe verstreute seine Asche am Rande zweier Genfer Gärten. Und nun haben wir ihm eine Art Ruhestätte bereitet: einen Bronzeabguss seiner Totenmaske auf einer Steinplatte. Da ist er jetzt, zwischen Farnsträuchern, um ihn selber zu zitieren, "bescheiden zur Natur zurückgekehrt wie ein weggeworfener Schuh?. Interview: Susanne Beyer
DER SPIEGEL 41/2003


Gesammelte Werke 7 - hrsg. von Adolf Frisé

Carlo Salzani
Crisi e possibilità. Robert Musil e il tramonto dell’occidente
Peter Lang, Bern, 2010



From the book:

«Ora, la metropoli non va ad indicare solo la grande città e la sua vita da formicaio, non è solo il modello di vita proprio degli enormi agglomerati di asfalto, uomini e cemento; la metropoli è la modernità, esemplifica il modo di vita, dei rapporti sociali, umani, economici e di potere dell’età moderna, della tecnologizzata società di massa. È una società altamente razionalizzata e formalizzata, una macchina estremamente complessa in cui il movimento di ogni singolo componente, di ogni piccolo ingranaggio mette in moto il tutto con una kafkiana automaticità. […] L’esperimento utopico di Musil tenta proprio di dischiudere mete sconosciute a partire dalla radicale accettazione dell’alienazione della vita metropolitana, che include però in sé grandi possibilità di sviluppo.»

Salzani, pp. 80-83

«Il principio di ragion sufficiente elevava ogni evento ad un superiore “status” di necessità, dando un senso anche all’incomprensibile, alla brutale datità del male. Ma molti fattori finiscono per rivelare che l’accadere non ha una causa sufficiente. Si sgretola così l’affresco di una storia unitaria, lineare, univoca e necessaria.
A mettere in crisi definitivamente questa visione della necessità storica è soprattutto la guerra. La guerra è sempre portatrice di orrori difficilmente giustificabili anche dal pensiero dialettico. La prima guerra mondiale inoltre distrugge un mondo, porta alla dissoluzione una secolare potenza e tutte le sue certezze, e quello che ne rimane si agita freneticamente senza sapere che via imboccare.
L’individuo viene sbalzato dal suo involucro e lasciato privo della logica che lo confortava, ed anche il suo agire si rivela nullo: la prima guerra mondiale porta nel teatro della storia le masse, ma mostra contemporaneamente come l’evoluzione degli eventi tocchi solo marginalmente la vita individuale e Musil constata la mancata corrispondenza tra gli avvenimenti e l’uomo.»

Salzani, pp. 141-142

«Dichtung [poesia] è la forma dell’utopia, la latenza del possibile, l’apertura non ancora colmata e irrigidita da ciò che è, ma disponibile ad essere plasmata: “la poesia è la capacità di immaginare come l’uomo può essere, è l’essenza stessa del senso della possibilità: è profezia, utopia, saggismo, tentacolare tentativo di sperimentare in tutte le direzioni le virtualità della propria esistenza; è anzitutto poesia non scritta dell’esistenza umana, dice Musil […]. La poesia è […] la storiografia dell’uomo, l’ipotesi della ‘vita vera’ ”.»

Salzani, p. 238
Chi è Carlo Salzani
Carlo Salzani è Adjunct Research Associate presso il Centre for Comparative Literature and Cultural Studies della
Monash University (Australia), e Alexander von Humboldt Postdoctoral Research Fellow presso la Rheinische Friedrich-Wilhelms-Universität Bonn (Germania). Ha pubblicato Constellations of Reading: Walter Benjamin in Figures of Actuality (Oxford: Peter Lang 2009) e curato, con Barbara Dalle Pezze, Essays on Boredom and Modernity (Amsterdam: Rodopi, 2009).



Robert Musil Literatur Museum in Klagenfurt


14 ottobre 2012

Helga Schneider


Uuzym polzo ieldii
Nella mia bocca è il vento


Formula di un rituale Teleut (Siberia)

«Un’alba impaziente aveva fuso la notte come cera».
[...]
«Finalmente il treno si rimise in moto giungendo a Berlino che era buio pesto. La stazione era avvolta da tenebre impenetrabili e un ferroviere ci scortò fino all’uscita con un lume raccomandandoci di cercare un riparo perché era appena stato lanciato l’allarme aereo. Mi accodai a un gruppo che stava puntando verso un rifugio pubblico nei pressi di Askanischer Platz.
Anche l’Askanischer Platz si presentò nera come la pece con il complesso dell’Europahaus oscurato. L’atmosfera era triste e sinistra. Si sentirono i primi rombi aerei e tutti presero a spingere per mettersi in salvo il più in fretta possibile. […] L’inferno finì dopo mezzanotte. Nuova ressa per uscire.
Finalmente fuori.
Inspirai avidamente l’aria fresca e solo in quel momento mi afferrò l’emozione di essere di nuovo a Berlino».
[...]
«Stavamo percorrendo il Kurfürstendamm. Fino a qualche tempo addietro era stata un’area piena di vita e ora sembrava un luogo di fantasmi.
Silenzio, buio e poca gente per strada. Gregor osservò con disappunto: – Non capisco più i berlinesi! Cosa li trattiene dal comportarsi come una volta divertendosi e godendosi la vita? Possibile che l’obbligo dell’oscuramento sia sufficiente per inchiodare il popolo di una metropoli tra le proprie quattro mura?
– È la guerra, – non potei fare a meno di obiettare. – La guerra deprime, rende insicuri e preoccupati».
[...] 

«Ci sono stati alcuni bombardamenti sulla capitale ma per fortuna non hanno causato troppi danni. Il 26 agosto è stato colpito il centro storico e ci sono stati numerosi morti. Tutti sono molto scossi….»
Berlino, 28 agosto 1940

Portrait of Helga Schneider

Il piccolo Adolf non aveva le ciglia
di Helga Schneider
Grete è una giovane madre che sperimenta sulla propria pelle la cruda efferatezza del programma di eutanasia elaborato dal nazismo. Tutto comincia quando conosce Gregor, il facoltoso rampollo di una famiglia prussiana, destinato a una radiosa carriera nelle alte gerarchie del regime. L’unione è in apparenza felice ma molte ombre minano la solidità della coppia. Il carattere instabile di Gregor infatti non tarda a manifestarsi nella forma di una brutale crescente violenza, culminando nel rifiuto del figlio, che, appena nato, viene trasferito all’istituto di Görden, la prima struttura ad essere entrata in funzione per praticare lo sterminio di bambini affetti da malformazioni e malattie genetiche. Ma il calvario di Grete è solo agli inizi. Gregor, consapevole di non poter salvare in alcun modo il suo matrimonio, per cancellare la vergogna che ciò comporta in una società che ha eretto altari al culto dell’ordine e della perfezione, dispone il ricovero coatto della moglie in un centro di cura per le malattie mentali, avviandola a morte certa.
Solo per una incredibile fatalità Grete scampa alla camera a gas. Da questo punto in poi ha inizio la sua seconda vita, con l’adesione alla resistenza e un nuovo amore. La storia vera di Grete Schulze rappresenta il drammatico percorso del risveglio di una coscienza indottrinata, plagiata fin dall’infanzia ad accettare passivamente regole e comportamenti che ne avrebbero fatto un ottimo elemento di sostegno al partito di Hitler.
Attraverso questo romanzo Helga Schneider aggiunge un tassello importante alla sua indagine sui crimini commessi dalla dittatura nazista, affrontando un tema delicatissimo in rapporto al quale il processo di recupero di una memoria esaustiva di fatti e persone coinvolte, parallelamente alla stesura di una storiografia critica,  può dirsi tutt’altro che concluso.
L’opera è corredata di una nota di approfondimento nella quale si ricostruisce la pianificazione e la messa in atto dello sterminio di quanti furono considerati ‘inabili’ al lavoro e alla procreazione: epilettici, senza fissa dimora, disabili, malati di mente, invalidi di guerra, omosessuali. Una sintesi che permette di seguire nello spazio geografico e cronologico i terribili sviluppi di una pratica ispirata da un’ideologia folle, alla quale vanno attribuite 70.000 vittime.
(di Claudia Ciardi)

Heike riprende a respirare
Su licenza della Salani Editore (2008), TEA ripropone nel 2011 un intenso romanzo di Helga Schneider, "Heike riprende a respirare", dove la scrittrice, scampata alla furia della battaglia di Berlino e da molti anni in prima fila nel rappresentare il dramma del popolo tedesco annientato dal delirio nazista, torna a riflettere sulle distruzioni fisiche e morali della guerra.
L’inizio del 2011 ha visto dare alla luce diverse pubblicazioni su questo tema, pensiamo al bel volume di Abscondita che presenta in nuova veste editoriale il quaderno-poema di acqueforti, Estragos o Desastres de la guerra, realizzato da Francisco Goya tra il 1814 e il 1820; guardiamo agli appunti scritti durante la seconda guerra mondiale da John Steinbeck, mentre era al fronte come corrispondente per l’esercito americano, usciti a gennaio per Bompiani; e ancora il Cendrars di Via del Vento edizioni, reduce e invalido di guerra che cerca di far proseguire la propria vita. Questi lavori arrivano in un momento cruciale per l’assetto geopolitico del Mediterraneo. Non è volersi affidare a tutti i costi ai ricorsi storici. Eppure, quella che va presa come un’innegabile coincidenza, senz’altro conferisce maggior vigore ai messaggi di autori che tornano ad affacciarsi nel panorama culturale dell’occidente proprio in una fase delicatissima, nella quale quotidianamente abbiamo sotto gli occhi esodi e violenze. Di un simile aggirarsi per macerie umane e culturali la scrittura della Schneider si fa carico con straordinaria intensità, proiettando la narrazione pezzo per pezzo verso la fragile quinta di una realtà desolata.
Al pari di una macchina da presa, il racconto indugia ripetutamente sul paesaggio lunare di una città che non c’è più, non solo per il venir meno dei suoi spazi ma anche, e soprattutto, in seguito alla fine delle consuetudini e della quotidianità vissute dai suoi abitanti. C’è un respiro spezzato nelle architetture e uno, interrotto con strazio ancora più grande, nelle persone: lo spazio offeso scandisce il ritmo di una lacerazione corale. Peraltro la memoria dolorosamente infranta dal dramma di un’epoca è al centro anche di altri resoconti. Uno su tutti, il romanzo di Anne-Marie Hirsch, esule in Francia dall’avvento del nazismo. Nel suo Ritorno a Weimar la Hirsch, compiendo un percorso in parte simile a quello della Schneider, che la porta tra le rovine delle città tedesche, da Berlino ad Halle, comincia un lento ritorno a quel mondo, violentemente strappato alla propria vita e perfino al ricordo, quindici anni prima. Ogni giorno, i sopravvissuti, sotto l’assedio di una sorta di spasimo del nulla, cercano di rintracciare la strada che porti a una guarigione dal trauma, se non arrivando a superarlo, almeno aspettandosi di sanare la tensione che ancora, alla fine del disastro, tiene lontana l’anima dal sé, non a caso, per gli antichi, soffio vitale e centro sensibile. Un’esistenza più che stentata quella in cui si trascina il popolo delle Trümmerwohnungen, abitazioni di fortuna ricavate da case distrutte. E ciò a partire dalle due protagoniste, Heike, cugina berlinese della scrittrice, e la madre, vittima prima delle violenze dei Russi e poi della brutta depressione che le sarà fatale. Dopo il bombardamento della casa, convertita la cantina in alloggio, le due donne lottano per dare un senso alla loro vita familiare, in attesa dell’arrivo del padre e marito. Ma la volontà di andare avanti viene meno a Margie, lentamente consumata da un dolore insidioso, quasi l’ammorbante scenario di sconforto, che non lascia intravedere alcuna speranza, reclami da lei ogni intento di salvezza, finché un pomeriggio la fa finita, assumendo una massiccia dose di Veronal. Heike si trova disperata e sola, in un mondo di solitudine e devastazione col quale combatterà la sua personale e durissima battaglia, per poter ritrovare se stessa e lo spazio che le appartiene. Come per un’assurda fatalità, l’estremo gesto della madre le riporta il padre. E tuttavia, il genitore è a sua volta confuso e svuotato dall’atmosfera di un paese nel quale fa fatica a riconoscere e recuperare i cocci della propria vita, precedente lo strappo della guerra. La Schneider riflette molto bene in questo lavoro su un tema centrale nella società tedesca postbellica, affrontato ad esempio, con grande semplicità e immediatezza, anche dal diario di Marta Hillers: la frustrazione maschile per la sconfitta, la perdita dei punti di riferimento nel contesto privato e pubblico e il ruolo delle donne le quali, al prezzo di una sofferenza non minore ma che hanno saputo volgere in positivo, perlomeno in molti casi, si sono messe a scavare, letteralmente e moralmente, tra le rovine del proprio paese per ricostruirne le case e, soprattutto, le persone. Del resto, già un paio di millenni e più orsono, Eschilo ci aveva mostrato quanto delicato fosse il dialogo e lo scambio, all’interno della pólis, tra le attività e i rapporti del nucleo familiare e le istituzioni. E aveva messo in guardia i propri concittadini dal fatto che un irragionevole sentimento di paura, generato dai cattivi governanti, e la stásis, ossia la guerra interna, sua inevitabile conseguenza, facessero correre pericoli esiziali alla società. Le macerie del Pireo e quelle di Berlino si osservano in controluce e mettono a fuoco la stessa tragedia. Heike ha solo dieci anni, eppure trova il coraggio di gridare il suo disagio e di scuotere il padre dal torpore che sempre più lo sottrae a lei. È, certamente, una ribellione ingenua, che non manca di metterla in serio pericolo, ma nel tempo sortisce i suoi effetti.
In questo nulla umano i soli elementi di rifugio e consolazione, grazie ai quali Heike si sente ancora in contatto col mondo, sono gli alberi e la lingua che parla con loro. Proprio l’alternanza tra la polvere e l’aridità della terra, e l’improvviso aprirsi di rigogliosi squarci di verde, danno un respiro tutto particolare alla narrazione. Le piante, fiorite nel deserto, incarnano la resistenza della vita, che dentro se stessa trova la forza di uscire dalla catastrofe.
(di Claudia Ciardi)

Il rogo di Berlino 
«Perché piango? Io non lascio niente, tranne il buon vecchio Opa. Ma quanto fa male! Lascio una città che mi ha rifiutato tutto: una madre, un padre, la nonna. Una vita normale, un’infanzia serena. Una città che mi ha dato solo dolore, privazioni, terrore, solitudine, tristezza, angoscia e disperazione. Perché piango?»
"L’addio a Berlino" di Helga Schneider è una delle dichiarazioni d’amore più toccanti e appassionate che si possano rivolgere a una città. Helga, che aveva otto anni quando si è trovata a vivere i mesi della caduta del Reich in una Berlino bombardata con eccezionale violenza e condannata a un’agonia lenta e terribile, scrive una testimonianza asciutta degli eventi che hanno segnato la sua infanzia e quella del fratello minore Peter.
Le corti di Berlino, spettrali e deserte, la vita di una città che è costretta ad abbandonare spazi e consuetudini, una ferita che si allarga e sanguina di infinita devastazione. Ovunque rovine e il “muto sconcerto” che si abbatte su tutto. L’immenso rogo di una città chiusa in un dolore attonito, assurda prigione di corpi dove la morte, nella veste di un’infaticabile sorvegliante, si è aggirata febbrilmente per mesi. Helga ha vissuto in una cantina, insieme alla famiglia e agli altri abitanti del suo palazzo, i mesi atroci dell’assedio di Berlino. La condanna a un’esistenza sotterranea, piena di privazioni. Inaudite condizioni di sopravvivenza. Gli stenti della fame e della sete e i pericolosi viaggi, nei brevi intervalli tra i bombardamenti, in cerca di qualcosa con cui andare avanti. Le urla di chi ha scelto a rifugio i sotterranei della metropolitana, i corpi sorpresi per strada dalle incursioni aeree, il fischio impressionante degli “organi” di Stalin. Cumuli di macerie, dappertutto, la vita saccheggiata a una città e alla sua comunità.
Di origini austriache, alla fine della guerra, in seguito al ritorno del padre, l’autrice rimpatria con i genitori nel proprio paese. Ma la tragedia di Berlino, gli anni nella città che dentro di sé ha espiato il dolore del mondo, le settimane nella cantina dove ha rischiato di morire non si possono dimenticare. Si può dire addio a Berlino? Pianto di liberazione, pianto di nostalgia, pianto di un tempo che non può passare soltanto. Berlino è un’ossessione e un legame per la vita. Se volete capire questa città, leggete il libro di Helga Schneider.
(di Claudia Ciardi)


Links:



Helga Schneider è nata in Slesia ed è cresciuta in Germania e in Austria. Sopravvissuta alla battaglia di Berlino, drammatica esperienza di cui fu testimone diretta all’età di otto anni, è un’infaticabile narratrice dei crimini del nazismo e degli orrori della guerra. Dal 1963 vive a Bologna, portando avanti il suo lavoro di narratrice, per il quale ha scelto la lingua italiana, oltre a dedicarsi all’attività didattica rivolta soprattutto alla sensibilizzazione dei giovani su questi temi.

18 aprile 2012

Attraverso Charlottenburg - Robert Musil


Attraverso Charlottenburg
Robert Musil



Cortili sul Kurfürstendamm


«Finora l’unico verde sospeso nelle strade ad altezza d’albero è quello dei semafori, e ha qualcosa di invecchiato, quasi spettrale, quando oscilla vivacemente sopra tre macchine ferme, come se ne giungessero altre cento a gran velocità. Molto autunnali sono pure i cartelli rossi sopra i quali sta scritto, casa per casa, che ci sono appartamenti da affittare. Ma nei cortili dei casermoni dai tetti merlati si nota la primavera dalle screpolature dei muri. A grossi frammenti l’intonaco si è scrostato, sembrava una lebbra divorante e ora il sole splende nelle ferite. Soltanto i camini, fraternamente ritti sul tetto, hanno conservato il loro colore del buon tempo andato e, quando vi splende sopra il sole, si nota dal rosso pallido dei loro mattoni com’è diventato intenso il blu del cielo nelle ultime settimane. Se poi lo sguardo da questo gioco di lontananze discende lungo le pareti, perfino le chiazze scrostate dei muri sono in grado di simulare una vita fiorente che sboccia».

Margini del Tiergarten

«Il colore degli inizi della primavera è il bruno in innumerevoli gradazioni, dal pallore sbiadito dell’erba fino al marrone sfavillante dell’acqua. Solo i nudi rami dei salici piangenti tracciano nella natura precise linee verdi, sottili come fruste. Una macchia rossa dietro radi cespugli – non è altro che l’estremità verniciata di rosso di un picchetto di legno – dà l’illusione di un arbusto in fiore, di un’aiuola di fiori appena sbocciati: il cuore ne resta sgomento e tradisce di essere pieno di un’aspettativa simile a quella del battello che sta «sotto pressione» davanti alla chiusa: la simpatica piccola caffettiera ha ridipinto il suo vecchio scafo e il fumaiolo a fresche strisce bianche e rosse; all’inizio di ogni primavera si prepara, infatti, per un grande viaggio che dura quasi un anno, benché questo viaggio, un anno dopo l’altro, si svolga su e giù soltanto tra Charlottenburg e Stralau».

Castello di Charlottenburg

«Quando gli chiediamo dove dobbiamo scendere, il giovane bigliettaio crede di riconoscere in noi dei forestieri e ci dà l’amichevole consiglio: «Non perdete l’occasione di visitare il mausoleo: il riverbero è bellissimo laggiù, è il più bel riverbero di Berlino!» Credo che in questa informazione sia racchiusa e concentrata al massimo l’essenza di ogni celebrità e curiosità. Tuttavia, non vogliamo rivedere il mausoleo bensì il parco, e dinnanzi a esso è appeso un cartello: «Causa intransitabilità dei sentieri oggi chiuso». Per settimane non c’è stato maltempo e, all’improvviso, ci si sente riportati indietro nell’epoca di un vigile governo che protegge il cittadino dai pericoli che, da qualche parte, stanno in agguato insidiosi attorno a lui, poiché anche l’occhio, fin dove giunge, vede i sentieri nel più bell’ordine. In casi simili l’uomo d’oggi compie un tentativo di aggiramento. Passa dapprima oltre il monumento dell’imperatore Federico, là dove, su panchine di pietra, stanno sedute, una accanto all’altra, persone con le gambe allungate e il viso rivolto al cielo: il tutto come se una mano in uno slancio avesse sparso sulle panchine fiori dai lunghi steli recisi. Più in là si può notare dal sentiero di Tegel che anche l’interno del parco del castello è tanto asciutto quanto pianeggiante, l’attenzione però è ora subito sviata verso l’altro lato ove, in uno stile eclettico-romanico ma pur sempre imponente, si erge minaccioso un tribunale con un motto inciso nella pietra sopra l’ingresso: Suum cuique. Il che significa: A ciascuno il suo, ed è un buon vecchio motto prussiano, quindi assai giusto, ma nel sole primaverile fa venire il dubbio se molta gente non darebbe volentieri il suo per meno, quando questo consista in diversi anni di prigione».




Versione tratta da:
Robert Musil
Romanzi brevi, novelle e aforismi
Traduzioni di Anita Rho e Roberto Olmi
Introduzione di Cesare Cases
Einaudi, 1986

Powered By Blogger

Claudia Ciardi autrice (LinkedIn)

Claudia Ciardi autrice (Tumblr)

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...