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24 luglio 2018

Paolo Ciampi - Il sogno delle mappe




Con l’avvento del turismo di massa e la condizione del viaggiare asservita a un consumismo mordi e fuggi, il che significa tempi stretti, soste necessariamente brevi che nella maggior parte dei casi precludono il vero incontro con un territorio, spese ridotte perché la dura lex dell’economia, che per qualche insano motivo si è deciso di far girare al contrario, prevede ormai margini labilissimi entro cui sognare, progettare e, appunto, conoscere il mondo, insomma, stando alla misura odierna dell’uscita dal proprio spazio per assimilarne un altro, diviene sempre più improbabile ottenere un’esperienza durevole, attinta in profondità. Il viaggio, come tutto il resto, si adatta inesorabilmente alla velocità, a un avanzamento piuttosto superficiale tra una meta e l’altra, e si comunica in fretta, nell’intervallo di qualche selfie e di una condivisione in rete, a volte istantanea.
Sembra lontanissima l’epoca in cui i rampolli delle grandi famiglie europee, ma anche russe, organizzavano il Grand Tour, che aveva in Italia la sua tappa d’elezione, una discesa lenta lungo lo stivale, fino a Roma e poi Napoli, e infine la Sicilia, che secondo Goethe è «la chiave di tutto». Imparagonabile con le odierne peregrinazioni di studio e, in qualche caso più privilegiato, successive allo studio: anche qui solo vendita all’ingrosso, fretta, offerta massificata di cultura ed esperienze che vi ruotano attorno e che raramente brillano di luce propria. Pensare che durante il Grand Tour si trovava perfino il tempo di fermarsi nelle più celebri biblioteche italiane – la Marciana, la Laurenziana, la Vaticana – solo per poter religiosamente toccare con mano le pagine di qualche manoscritto. E quando per qualche motivo si negava l’accesso all’oggetto dei desideri, il richiedente era capace di appostamenti lunghissimi pur di raggiungere l’obiettivo.
In questo grazioso libro sulle mappe, Paolo Ciampi ci racconta un sogno millenario, fatto di uomini ostinati, artisti prima di tutto, capaci di osservare il mondo da prospettive differenti. Perché solo mutando il punto di vista si è in grado di spingersi altrove. E le mappe questo sono. Un racconto fatto d’immaginazione, anzi di tante immaginazioni che nei secoli si sono incrociate e anche contrastate. Così l’autore, dedicandosi al ritratto dei grandi cartografi del passato e commentandolo con alcune delle voci più note della narrativa di viaggio contemporanea, da Bruce Chatwin a Simon Garfield e Paolo Rumiz, ci riporta all’emozione della scoperta, dell’andare come avventura – etimologicamente il volgersi incontro a quel che accadrà – dell’opera devota, quasi monastica – diversi disegnatori di tali oggetti d’arte furono proprio monaci – di coloro che si esercitavano a ridurre il mondo o una porzione di mondo entro un foglio.
Immaginiamo il gesto di un comandante di vascello che diceva al suo secondo di portargli una carta. E poi le ore passate in cabina, magari fino a tarda notte a studiare distanze e tempi del viaggio, interrogandosi sulle scorte e l’umore dell’equipaggio. Che epica meravigliosa, dove il destino dei disegnatori si legava indissolubilmente a quello degli esploratori. Ci racconta lo scrittore in queste sue dense paginette, che i cartografi di Amsterdam solevano aggirarsi sui moli della città e interrogare gli equipaggi di ritorno da lunghi mesi di navigazione, per carpire segreti e dettagli utili alla compilazione dei loro ambitissimi lavori. Storie degne della migliore antropologia letteraria, cui verrebbe voglia di abbandonarsi per un po’: un modo per cominciare un viaggio diverso e per riprendere a coltivare quella lentezza del pensare e dell’incrociare l’altrui cammino che tanto manca al nostro tempo.
Nel resoconto di Paolo Ciampi scorrono sotto i nostri occhi nomi e luoghi antichi a fianco dei moderni. Le origini e le loro, spesso insolite, a volte opposte, prosecuzioni. Spostarsi infatti è anche questione di nomi, dell’attrazione che esercitano su di noi, della loro capacità di interrogarci, della storia con cui lambiscono il passaggio del visitatore, sia il più sprovveduto o documentato. Quella poesia prima o poi ti entra dentro, anche se a te non sembra. Ed ecco che, citando Judith Schalansky «la cartografia dovrebbe essere annoverata finalmente tra i generi poetici e l’atlante tra la bella letteratura». O ancora, affidandoci a Giovanni Cenacchi: «Una mappa, un panorama di montagna, un libro di itinerari e uno di poesie si assomigliano un poco».
Del resto, scoprire su un atlante storico come i romani chiamavano le provincie dell’impero è un po’ come viaggiare nel tempo. Nome quali Norico, Pannonia, Mesia bastano da soli a schiudere quinte immaginifiche di regni e battaglie. È dunque uno scritto, quello di Ciampi, che dedica molto spazio alle etimologie, alle parole chiave che servono a raccontare il mondo. Tutto nasce leggendo i nomi su una carta, fantasticando su quei suoni, lasciando che la mente vaghi sulle vie dei canti, assai prima che il piede, tra incertezza, gioia e curiosità imbocchi un sentiero. Non senza dimenticare il prodigio e la bellezza che stanno nel perdersi. Dante iniziò proprio così, dallo smarrimento in una selva oscura, e ne è scaturito un poema immenso. Lode dell’essere disorientati e dell’abbandonarsi alle sue conseguenze. Le cose migliori, a volte, vengono fuori mentre si sta cercando altro. Colombo era sicuro di andare in India, mentre trovò l’America. Secoli dopo Walter Benjamin, con la stessa convinzione un po’ disincantata, tipica del navigatore novecentesco, vagava nella metropoli, scrigno dei ricordi d’infanzia e luogo dell’inatteso.
Come un affidabile portolano il volumetto di Paolo Ciampi ci guida lungo rotte dimenticate, risvegliando in noi il senso di un’esperienza colta nel suo divenire storico e poetico.

(Di Claudia Ciardi)  


Paolo Ciampi, Il sogno delle mappe. Piccole annotazioni sui viaggi di carta.
Ediciclo, 2018




Mappa mundi di Hereford - 1300 circa


24 dicembre 2013

Am Schlachtensee



Foto di Claudia Ciardi ©

Am Schlachtensee

A Joseph Roth


La strada corre lungo il Mexikoplatz, una lingua verde a tratti quasi impudente per la fretta dei ciclisti. Ma io amo sorprenderne il volto gentile che si perde tra gli alberi e tenta di raccontare qualcosa come se facesse cadere dietro di sé molliche di pane, questo più di tutto mi seduce.
Prima dello Schlachtensee ci si ritrova su un’ampia curva, una morbida parentesi nell’astratto rettilineo che serra i pensieri alle fermate. Quindi lentamente affiora con le sue pagode ubriache il Mexikoplatz incagliato sul binario. Perfino la voce registrata del treno sembra per un attimo far posto a un’esotica imminente evasione, sbocciata tra le case come per gioco.
Ma per me, per me soltanto, evoca molto di più. Ben oltre l’idea del nuovo mondo giunto agli incroci della metropoli sta la vera stravaganza che me l’ha fatto immaginare assai prima di arrivarci. Parlo di un sogno in cui la città intorpidiva nell’abbaglio dell’inverno, e le strade erano poco più che una mistura confusa di orme lasciate dai passanti sulla neve. Così mi trovavo a bussare a porte e finestre, mentre le ore passavano e il tramonto trascinava con sé qualcosa di inesorabile.
Al Mexikoplatz ero infine perduta. La città, immobile e svuotata, giaceva in un riverbero azzurro che annunciava la sera. Tutto cospirava per scacciarmi, e anche l’impossibilità di rimanere, era chiaro, incarnava un’ipotesi fatale che sfiorava strani tasti della mia fantasia e una corda, cui sentivo appeso più di un episodio della mia vita. Queste sensazioni non mi hanno dato tregua neppure dopo, quando ho veramente visitato la piazza. La realtà si è messa a sparigliare le carte insinuando in quel che vedevo il dubbio di un’effettiva esistenza. Improvvisamente, la fontana, gli alberi, i vialetti secondari, le teste dei clienti nel bistrot reclamavano di essere guardati con intensità maggiore di quella che si riserva normalmente alle singole apparizioni. Già sapevano che da me avrebbero ottenuto più comprensione di quanta potessero offrirmi nell’istante in cui li ho sorpresi.
Il Mexikoplatz non si raggiunge per caso. Qui una camminata non si limita a uno spostamento nello spazio ma sembra preparare chi vi si avventura a un moto ulteriore. Per quanto mi riguarda è una tappa verso lo Schlachtensee coincidente con un sintomo del mio divagare, qualcosa di simile a un incontro che si è desiderato per molto, un oggetto indecifrabile che mentre si manifesta perde ogni potere di rivelazione e beffardamente ci rimanda ad altro. Come capita di bere e continuare ad aver sete, così ogni volta che cammino lì nei dintorni, non posso fare a meno di spingermi in avanti.
La curva docile e ombreggiata che conduce al lago e l’arco stesso che disegnano le sue rive leggermente scoscese mi ricordano il bel viale di platani che nella mia infanzia mi portava al mare. Le querce vegliano il sentiero, e il tramonto lo accende come il dorso di un drago addormentato. Di tanto in tanto un treno rotola sul binario e il bosco ne rimanda il sussulto smorzato, e qualcosa di quel battito metallico e primitivo resta per pochi attimi impigliato da qualche parte nel fitto della vegetazione. Anche il noleggio delle barche affiora senza clamore, la casetta dei due custodi appare come scaraventata in quel punto dalla distrazione di qualcuno; una staccionata di legno che invece di indicare un perimetro dà l’impressione di stare lì per assecondare le fantasticherie del viaggiatore. Se non fosse per le voci dei padroni in cui risuona un berlinese ruvido e sbrigativo, se non fosse per qualche infuocata lite a distanza tra rematori attardati e implacabili doganieri, tutto farebbe pensare a un avamposto lasciato deserto ormai da anni.
Ma non è questa ancora la meta del mio andare. Neppure qui, tra questo muro in ombra e la finestrella incollata al sottotetto, timida vedetta di una fiaba, neanche in quest’angolo riesco ancora ad avvistare un segno di quel che mi ha adescato. Da diverso tempo molte cose sembrano indicarmi un approdo seppur provvisorio ma in grado di rassicurare, che magari offra riposo, e io non so coglierlo o continuo a respingerlo, fatto è che le due cose sempre finiscono per allearsi e congiurano contro di me.
Ebbene, io sono caparbia, cerco ugualmente la mia via attraverso il coro di squillanti sirene che mi si para davanti. Non è facile superarlo, però un verso per guadagnare l’altra riva deve pur esserci. Questione di affidarsi a una buona corrente. E alla fine, a metà del lago, scorgo sopra un fitto canneto una selva di gioiose betulle scosse dal vento. Freme con la grazia di un tempio chiuso, un respiro che imparo subito e sento scendere dentro di me. Si potrebbe passare ore a contemplarla o anche un’intera vita. E il senso di aver compiuto qualcosa cancella ogni smarrimento. Per un po’ qui ci sarà pace, per un po’ si potrà restare.


(Di Claudia Ciardi)



                      

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16 ottobre 2013

Racconto di Berlino - Erzählung aus Berlin #0


Le fotografie qui raccolte sono il frutto di uno dei miei recenti viaggi nella metropoli, scatti letteralmente rubati alla strada che non ambiscono a essere reportage ma hanno solo la pretesa – davvero minima se messa in rapporto con l’ampiezza della materia – di salvare qualche istante di vita in uno dei luoghi forse più narrati degli ultimi due secoli. Quando ripenso alla Stimmung della Berlino dei miei ventisette anni, non posso che prendere atto di un’esperienza irripetibile; le sensazioni e la scrittura di allora erano state il frutto del mio primo sguardo sulla metropoli, il punto zero, l’attimo in cui la città con le sue tante voci e i suoi incredibili richiami, non pochi dei quali destinati a rimanere incompresi, mi era venuta incontro, configurandosi come straordinario centro di attrazione del mio immaginario. Da quel preciso momento Berlino diveniva determinante, avviava in me una nuova ricerca, il peso delle sue tante storie scorreva dai suoi incroci alle periferie della mia volontà di espressione. Avevo come il presentimento di sfidare il tempo, andavo in cerca di narrazioni e puntualmente mi sottraevo a ogni ritratto troppo preciso, respingevo le parallele della storia e aspiravo a una sorta di circolarità fantastica, al recupero – sebbene quasi del tutto inconsapevole – di una dimensione in cui il ‘dimenticato’ dell’infanzia potesse trovare una via per rappresentarsi. Più o meno lo stesso di quanto riferisce Kracauer a proposito dei cortili di Parigi – ma si sa che i suoi cortili, le sue vie sono sempre quelli di Berlino, perché qui ha imparato ad essere flâneur e qui soltanto poteva esserlo completamente; come i Passages di Benjamin provengono dagli alfabeti berlinesi, coordinate mitologiche e caratteri affettivi imparati durante l’infanzia nella metropoli.
In tal senso Berlino è anche una patria sepolta, uno specchio meraviglioso rivolto al passato o almeno a qualcosa di molto somigliante a esso, intendendo qui il vissuto come uno spazio fisico più che concettuale. E tuttavia questo dare appuntamento alla memoria – che io, peccando magari di presunzione, vedevo come la possibilità di ritrovare qualche frammento della mia in un luogo che così tante ne aveva accolte –  era per quanto mi riguarda un esercizio piuttosto maldestro, portato avanti casualmente, dal quale risalivo spossata. A cosa tendevo davvero? In quale parte di me mi dirigevo?
La città ha coltivato in me questa silenziosa regressione, la città-levatrice ha provocato il corpo a riscoprire gesti e rituali delle proprie origini.
Non sono le sue strade, non sono i suoi passanti, questi volti in cui capita di scorgere infinite epoche e mondi, nessuno in particolare nell’istante in cui ci si sofferma a guardarli, eppure presenti tutti insieme in uno sconvolgente unisono; questi passages, più del pensiero che della realtà, eppure di un'intimità così organica, sono le segrete scale da cui io discendo al fondo della mia immaginazione. 
(Foto e testi di Claudia Ciardi ©)
«Smanioso di pervenire al luogo in cui il dimenticato mi sarebbe finalmente sopravvenuto, non potevo rasentare il più modesto vicolo laterale senza infilarlo e senza svoltare all’angolo che si apriva alle sue spalle. […] Nello scrutare, così, da ogni parte – dal sole fino all’ombra e di nuovo, indietro, al giorno – avevo la netta sensazione di non muovermi soltanto nello spazio, ma di varcarne non di rado i limiti e di fare irruzione nel tempo. Una segreta pista di contrabbandieri conduceva nel distretto delle ore e dei decenni, il cui sistema stradale era altrettanto labirintico di quello della città medesima ».
Siegfried Kracauer, Strade di Berlino e altrove 
[Straßen in Berlin und anderswo -  Suhrkamp Verlag, 1964]
«Credo da tempo che, se una speranza ancora esiste per il continente europeo, essa si celi nelle potenzialità, artificialmente inibite, dei paesi compresi tra la Germania e la Russia».
Czeslaw Milosz, La testimonianza della poesia

Botanischer Garten - Bahnhof

 Botanischer Garten - Bahnhof (detail)

 Muro nella Fabeckstraße (Dahlem)

 Hochstraße nei pressi di Gesundbrunnen Bahnhof

 Schöneberg (Bahnhof) - pavimento della stazione

 


















La Marlene di Friedenau (Bahnhof)


Friedenau (Bahnhof - Gestalten)

Nikolassee (Bahnhof - passage)

Un canneto al Wannsee - Schilf am Wannsee

29 ottobre 2012

Theodor Fontane - Elogio della flânerie


Theodor Fontane
L’aria di Berlino
Titolo originale: Von Zwanzig bis Dreißig, 1898
Traduzione italiana di Carmen Putti
Casa editrice: Santi Quaranta
Anno: 2004

From the book: pp. 102-105

«A Pasqua venni promosso alla classe superiore e mi ripromisi di essere diligente e ordinato. Ma non misi mai in atto i miei buoni propositi. Anzi, per quanto riguarda gli studi fu un vero fallimento, e non del tutto per colpa mia. O almeno per quella volta non fu colpa mia. A Pentecoste, allo zio August venne l’idea di affittare una casa per l’estate nelle vicinanze di Berlino e scelse una località ad un buon quarto d’ora di distanza dalla porta di Oranienburg, che veniva familiarmente chiamata “bei Liesens” (da Liesen). Da lì ci impiegavo esattamente un’ora per arrivare alla mia scuola e non era cosa da poco. Ma nulla era quell’ora di cammino in confronto a ciò che mi aspettava ogni mercoledì e domenica! In questi due giorni, infatti, erano programmate le escursioni botaniche con l’insegnante di scienze naturali, il benemerito maestro Ruthe. Poiché egli abitava all’imbocco della Köpnickerstraße, guarda caso le escursioni venivano sempre fatte nella zona verso Treptow o, meglio ancora, verso Britz e sui prati di Rudow. Vi partecipavo volentieri, soprattutto per merito del maestro. Mentre sedevamo sul cordolo di una rustica pista da bocce intenti a bere il nostro latte, il buon Ruthe, che in fondo era un uomo semplice, lasciava cadere la maschera dell’insegnante e faceva trasparire la sua vera natura di filantropo rousseauiano ed educatore. Toccava volentieri questioni riguardanti la morale.
“Ebbene, miei giovani amici, indubbiamente la botanica è una cosa buona e anche le scienze lo sono. Ma la cosa più importante resta sempre l’uomo con la sua retta moralità. Ve ne parlerei volentieri, subito qui, ma anche in classe. Vi gioverebbe di più di molti altri argomenti. Ma purtroppo non posso farlo.” Quest’ultimo era un chiaro riferimento al direttore, il vecchio Klöden, che credo avesse molte perplessità circa gli argomenti di morale di Ruthe. Ruthe era indubbiamente una persona eccellente, benché non abbia mai saldato con noi il debito del “mistero della vita”, ma per quanto lo amassi non riuscii mai a perdonargli la sua ostinazione nel non voler modificare la meta delle escursioni dai prati di Rudow. Abitando nella Köpnickerstraße, quella meta per lui era indubbiamente comoda e anche per i miei compagni di scuola il tragitto fino a casa non era eccessivamente lungo, per me invece, le vere difficoltà della giornata iniziavano appena terminata la lezione: troppo spesso, infatti, dovevo rifarmi il tragitto dalla Köpnickerstraße fino a Liesen con i piedi piagati poiché non ho quasi mai posseduto stivali in cui i miei talloni si trovassero a loro agio. Arrivavo perlomeno dopo un’ora e mezza di cammino. Una volta a casa facevo appena in tempo a sistemare gli esemplari botanici raccolti nella carta assorbente e finalmente sprofondavo stanco morto nel letto. È facile immaginare con che spirito mi alzassi il mattino successivo per andare a scuola. A volte l’impresa era superiore alle mie forze.
Un’altra conseguenza della villeggiatura a Liesen fu la pessima abitudine di andare a zonzo, tanto che per me divenne consuetudine marinare la prima ora di lezione, dalle otto alle nove. Per mia fortuna quell’ora corrispondeva alla lezione di francese e il professore insegnava in almeno altre tre scuole e così gli importava francamente poco degli assenti. Come il leone non riesce più a trattenersi dal compiere carneficine una volta assaporato il gusto del sangue, così ben presto anch’io non seppi più accontentarmi di bigiare la prima ora di lezione trascorrendo addirittura intere giornate a bighellonare dentro e fuori le mura cittadine. Le assenze prolungate avevano il vantaggio di essere facilmente giustificabili con la scusa di una “malattia”. E i giorni da ottobre a Natale si prestavano ottimamente allo scopo.
Ero perfettamente cosciente dello spreco di tempo che stavo perpetrando ma, contemporaneamente, non incontravo difficoltà nel mettere a tacere i rimorsi di coscienza, anche e soprattutto grazie alla mia giovane età. Producendo un’encomiabile opera di persuasione mi autoconvinsi che, di lì a pochi anni, sarei diventato un famoso botanico, per cui trovavo assai più proficuo pattugliare regolarmente i boschi e le lande che seguire le lezioni di grammatica del professor Philipp Wackernagel; si ostinava a dettare nei nostri quaderni infinite liste di vocaboli terminanti in «ig» e «ich», che poi dovevamo anche studiare a memoria. Ancora oggi ignoro l’opinione in proposito del professor Wackernagel, un’ottima persona, oltre che erudito di fama eccelsa. Insomma, boschi e brughiere mi avevano definitivamente conquistato e divenni un perfetto conoscitore del territorio rupestre circostante. A prescindere da queste digressioni, ero seriamente alla ricerca di muschi e licheni, immaginando di essere un piccolo criptogamologo. In effetti la fioritura dei muschi è uno spettacolo meraviglioso.
Verso l’una del pomeriggio ero generalmente a casa e mangiavo con appetito invidiabile che, evidentemente, non dava segni di venir rovinato dai sensi di colpa. Al termine del pranzo mi si presentava il dilemma su come trascorrere le restanti ore del pomeriggio. Ma un modo lo trovavo sempre. All’angolo tra la Schönhauserstraße e la Weinmeisterstraße, quindi in una zona della città in cui era molto improbabile incontrare il direttore Klöden e gli altri insegnanti, si trovava la pasticceria del mio amico Anthieny. Bevevo il mio caffè immerso nella lettura dei periodici letterari più in voga: il «Beobachter an der Spree», il «Freimütigen», il «Gesellschafter» e soprattutto il mio favorito, il «Berliner Figaro». Ore di completa beatitudine. Divoravo le recensioni teatrali di Ludwig Rellstab, i saggi e i racconti di Gubitz e le poesie di quei sei o sette giovanotti che, forse loro malgrado, formavano la scuola poetica berlinse dell’epoca. Ricordo i nomi di Eduard Ferrand, Franz von Gaudy, Jiulius Minding e August Kopisch, i migliori, talenti che, nonostante il mutare delle mode e dei costumi, hanno saputo affermarsi e sono conosciuti anche ai nostri giorni. Eduard Ferrand, che forse oggi è retrocesso in seconda linea nel gusto della critica contemporanea, morì molto giovane e componeva versi semplicemente sublimi. Una della sue poesie migliori ispirò i versi di Georg Herweghs: «Vorrei spengermi come l’ultimo bagliore del tramonto». I versi di Ferrad esordiscono con le parole: «Vorrei morire come quella nube» che, ripetute, ritornano ad ogni capoverso con piccole variazioni. Impossibile non cogliere la somiglianza. Ripensando alle mattinate nei boschi e ai pomeriggi da Anthieny, quelle giornate caratterizzate non solo dalla pigrizia, ma anche da menzogna e inganno, non posso fare a meno di provare un certo turbamento, paragonandomi al famoso «Cavaliere sul lago di Costanza» che si rese conto della sventatezza della propria impresa solo dopo averla compiuta. Trasalisco al solo pensiero del tempo perduto e prego i miei giovani lettori di non volermi imitare. Sono stato uno sventato, ma non per tutti la sorte è così benevola. Ora che sono felicemente sfuggito al pericolo, pur ammettendo la mia colpa, non posso comunque fare a meno di esprimere una certa soddisfazione per aver marinato la scuola e per aver intrapreso le “escursioni nel Brandeburghese” molto prima del loro inizio ufficiale. Da un punto di vista fisico quel moto mi faceva bene e poi, nei pomeriggi, le letture letterarie da Anthieny, mi hanno permesso una tale padronanza della lirica tedesca degli anni trenta, che forse, ancora oggi, nessuno la conosce meglio di me. Se, invece, avessi adempiuto diligentemente ai miei obblighi scolastici, indubbiamente avrei conservato una coscienza pulita, ma al mio bagaglio culturale, peraltro già carente, sarebbe venuta a mancare anche la preziosa formazione che devo alla lettura del «Freimütigen», del «Gesellschafter» e del «Figaro». Alle critiche di mia madre, che rinfacciava a mio padre di attingere il proprio sapere dal dizionario enciclopedico, egli regolarmente rispondeva dicendo che «la fonte della cultura è completamente irrilevante». E mi sento di condividere questa sua opinione».

Portrait of Theodor Fontane

Theodor Fontane: Meine Kinderjahre
  Vorwort
Als mir es feststand, mein Leben zu beschreiben, stand es mir auch fest, daß ich bei meiner Vorliebe für Anekdotisches und mehr noch für eine viel Raum in Anspruch nehmende Kleinmalerei mich für einen bestimmten Abschnitt meines Lebens zu beschränken haben würde. Denn mit mehr als einem Bande herauszutreten, wollte mir nicht rätlich erscheinen. Und so blieb denn nur noch die Frage, welchen Abschnitt ich zu bevorzugen hätte.

Nach kurzem Schwanken entschied ich mich, meine Kinderjahre zu beschreiben, also »to begin with the beginning«. Ein verstorbener Freund von mir (noch dazu Schulrat) pflegte jungverheirateten Damen seiner Bekanntschaft den Rat zu geben, Aufzeichnungen über das erste Lebensjahr ihrer Kinder zu machen; in diesem ersten Lebensjahre »stecke der ganze Mensch«. Ich habe diesen Satz bestätigt gefunden, und wenn er mehr oder weniger auf Allgemeingültigkeit Anspruch hat, so darf vielleicht auch diese meine Kindheitsgeschichte als eine Lebensgeschichte gelten, Entgegengesetztenfalls verbliebe mir immer noch die Hoffnung, in diesen meinen Aufzeichnungen wenigstens etwas Zeitbildliches gegeben zu haben: das Bild einer kleinen Ostseestadt aus dem ersten Drittel des Jahrhunderts und in ihr die Schilderung einer noch ganz von Refugié-Traditionen erfüllten Franzosen-Kolonie-Familie, deren Träger und Repräsentanten meine beiden Eltern waren. Alles ist nach dem Leben gezeichnet. Wenn ich trotzdem, vorsichtigerweise, meinem Buche den Nebentitel eines »autobiographischen Romanes« gegeben habe, so hat dies darin seinen Grund, daß ich nicht von einzelnen aus jener Zeit her vielleicht noch Lebenden auf die Echtheitsfrage hin interpelliert werden möchte. Für etwaige Zweifler also sei es Roman!
Th. F.

Links:
Theodore Fontane.de
Bücher
Franz Hessel - Reveries in Berlin/ Fantasticherie berlinesi di Claudia Ciardi
(La Biblioteca di Israele a cura di Giusi Meister per Franz Hessel)

6 luglio 2012

Piranesi in Berlin


Giovanni Battista Piranesi tra Roma e Berlino

Piranesi: Carceri

Berlin. Sammlung Scharf-Gerstenberg. Surreale Welten 

Giovanni Battista Piranesi si potrebbe definire un flâneur ante litteram. Nelle sue ricognizioni tra le antichità romane sperimentò infatti quel gusto per l'esplorazione e quell'attitudine a cogliere lo spirito della città, attraverso l'incontro sul campo con le testimonianze del passato, che fino ad allora in pochi erano riusciti a far riemergere. Nessuno certo con la passione e il rigore scientifico che Piranesi mostrò nella sua opera. Desiderio di sottrarre i resti dell’antichità all’azione del tempo e straordinaria capacità di ‘fotografare’ lo spazio contribuirono insieme alla creazione di un disegno di altissima genuinità estetica, nel quale il tratto originale e infaticabile dello studioso si fonde con la forza immaginativa dell’artista.
Non pochi pittori e letterati ne subirono il fascino visionario. Il «sublime sogno di Piranesi», come l’intellettuale Horace Walpole efficacemente sintetizzò la dimensione liminale e straordinaria rispetto alla realtà in cui si aggirava il tratto dell’artista italiano, corre lungo le nervature del romanticismo, mostrando scopertamente un’affinità piena con l’umore dello Sturm und Drang e tenendo a battesimo il genere ‘gotico’, nella scrittura e nell’arte. Né è forzato individuare un momento di questo ‘sogno piranesiano’ nelle agitate e fantastiche periferie delle avanguardie espressioniste. Pensiamo alla metropoli tra incubo e rito iniziatico delle tavole di Frans Masereel o alle fioriture mitologiche e demoniache sulle architetture urbane di Heinrich Kley.
A preparare lo sfondo del sogno e a favorire la lunga durata di questo immaginario, può aver contribuito il genere cosiddetto dei capricci, molto diffuso in ambito veneto, che Piranesi ebbe modo di approfondire alla bottega del Tiepolo, un genere nel quale predomina il tema delle rovine associato al senso di angoscia per il trascorrere del tempo, dove si stabilisce un intreccio surreale tra antichità e modernità. Del resto anche certe riflessioni sulla libertà di cui l’espressione artistica è veicolo e la genialità che contraddistingue l’artista e il suo modus operandi, istanze care a Piranesi che andavano affermandosi nel dibattito sull’arte della seconda metà del Settecento, e che si sarebbero sviluppate a pieno nel secolo successivo, si riaffacciano nei movimenti d’avanguardia del Novecento, particolarmente proprio nella tormentata rivolta creativa che alimenta la densa corrente espressionista e i suoi frastagliati arcipelaghi. Si tratta soprattutto di uno slancio al di là del mondo fenomenico, uno sguardo gettato lungo i confini della realtà, quasi a volerne registrare tensioni e incrinature, in grado di raccontare una versione più articolata e meno scontata di quanto ci circonda e ci osserva a sua volta; l’arte espressionista recupera esattamente questo pathos attraverso il quale si tenta di entrare in contatto con la cifra metafisica iscritta in ogni fenomeno.  
A Berlino, presso il Sammlung Scharf-Gerstenberg, è possibile confrontarsi con la creatività di Piranesi e con i mondi fantastici di una serie di pittori, disegnatori, acquarellisti da Goya al Novecento, in un percorso ispirato alle suggestioni surreali che concorrono per vie sotterranee a declinare il linguaggio artistico. Alla luce della nostra premessa e dei temi che abbiamo individuato, quali nuclei essenziali della poetica piranesiana, non stupisce la presenza dell’artista italiano nel contesto della collezione di Berlino, luogo centrale per l'indagine dei moderni ritrattisti dello spirito della metropoli. 
(Di Claudia Ciardi)
Fonte/ Quelle: Wikipedia.de
Die Sammlung Scharf-Gerstenberg ist ein Kunstmuseum im Berliner Ortsteil Charlottenburg. Es zeigt seit Juli 2008 Kunst von der französischen Romantik bis zum Surrealismus. Die Sammlung mit Gemälden, Grafiken und Skulpturen aus dem Besitz der „Stiftung Sammlung Dieter Scharf zur Erinnerung an Otto Gerstenberg“ ist zunächst leihweise für zehn Jahre in den ehemaligen Räumen des Ägyptischen Museums beheimatet und gehört zur Nationalgalerie Berlin.
   
Das Museum zeigt Werke der "Stiftung Sammlung Dieter Scharf zur Erinnerung an Otto Gerstenberg". Otto Gerstenberg war Anfang des 20. Jahrhunderts einer der bedeutendsten Kunstsammler in Berlin. Seine Sammlung wurde teilweise im Krieg zerstört. Andere Teile der Sammlung befinden sich als sogenannte ‚Beutekunst‘ in russischen Museen. Von den in Familienbesitz verbliebenen Kunstwerken erbte sein Enkel Dieter Scharf (1926–2001) eine Sammlung von Grafiken, die den Grundstock für seine eigene Sammlertätigkeit bildete. Kurz vor seinem Tod wandelte Scharf diese Sammlung, die bereits im Jahr 2000 unter dem Titel „Surreale Welten“ in Berlin zu sehen war, in eine Stiftung um. Zunächst ist zwischen der Stiftung und den Staatlichen Museen zu Berlin ein auf zehn Jahre befristeter Dauerleihvertrag vereinbart worden. Die Stiftung Preußischer Kulturbesitz stellt der „Stiftung Sammlung Dieter Scharf zur Erinnerung an Otto Gerstenberg“ hierfür den östlichen Stülerbau in Charlottenburg zur Verfügung.

Die Sammlung Scharf-Gerstenberg befindet sich in der Schloßstraße 70 gegenüber dem heutigen Museum Berggruen (westlicher Stülerbau). Beide Gebäude sind durch den Spandauer Damm vom Schloss Charlottenburg getrennt. Sie gehen zurück auf Entwürfe des preußischen Königs Friedrich Wilhelms IV, die in den Jahren 1851–1859 vom Architekten Friedrich August Stüler umgesetzt wurden. Beide Stülerbauten dienten ursprünglich als Offiziers-Kasernen des Garde du Corps-Regiments. Dem östlichen Stülerbau schließt sich das 1855–1858 von Wilhelm Drewitz errichtete ehemalige Marstall-Gebäude an. Von 1967 bis 2005 dienten der östliche Stülerbau zusammen mit dem Marstall-Gebäude als Ägyptisches Museum. Die Gebäude wurden von 2005 bis 2008 für die künftige Nutzung als Museum Scharf-Gerstenberg unter der Leitung des Architekten Gregor Sunder-Plassmann für zehn Millionen Euro umgebaut.

Zu den Werken der „Stiftung Sammlung Dieter Scharf zur Erinnerung an Otto Gerstenberg“ die Dieter Scharf aus der Sammlung seines Großvaters erbte, gehören Grafiken von Giovanni Battista Piranesi, Francisco de Goya, Charles Meryon, Victor Hugo, Édouard Manet und Max Klinger. Die Arbeiten dieser Künstler bildeten für Dieter Scharf die Grundlage für den Aufbau einer Sammlung des Symbolismus und Surrealismus.
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Da Piranesi, a cura di Orietta Rossi Pinelli,
«ArteDossier» n. 186
Quote. Pages: 8, 9, 10, 11, 13, 14, 15, 16, 17, 33, 34 
«Giunto a Roma, Piranesi colse, fin da principio, la potente vitalità di una città ancora fortemente segnata da un tessuto urbano medievale, ribollente crocevia delle stratificazioni tra le più dissonanti, incrocio di lucente modernità e fatiscente vecchiezza, di miseria e splendore. I suoi occhi seppero vedere una città come nessuno aveva mai saputo fare prima e da questa capacità scaturì la ricchezza e l’intelligenza della sua produzione.
Inutile dire che a Roma, introdotto dal suo potente protettore, l’ambasciatore veneziano Francesco Venier, Giovanni Battista ebbe modo di entrare in contatto con gli artisti e gli intellettuali più significativi residenti in città. Frequentò per esempio monsignor Giovanni Bottari, bibliotecario della famiglia Corsini e poi del Vaticano, principale esponente del gruppo di archeologi e di studiosi romani, sostenitore di una riforma spirituale di ascendenza giansenista. All’epoca, il filone classicista (o rigorista), da un lato, e la cultura barocca dall’altro seguitavano ad affrontarsi, nella capitale pontificia, senza vincitori né vinti. Piranesi occupò i primi tempi del suo soggiorno in una instancabile e capillare ricognizione della città. Non riuscendo a trovare credito come architetto, ripiegò sull’opportunità di entrare nella bottega dell’incisore di vedute Giuseppe Vasi, presso il quale imparò importanti nozioni di tecnica e cominciò a incidere piccole vedute per editori romani.
Rientrò quindi brevemente a Venezia ma l’interesse per Roma era più forte delle difficoltà ivi incontrate sul piano lavorativo. Nel 1743 Piranesi era ormai in grado di pubblicare la sua prima raccolta di incisioni nella quale impostava le coordinate del suo lavoro a venire: Prima parte di architetture e prospettive […], una serie di disegni densi di immaginazione dai quali emerse tutto il suo ricco bagaglio formativo, dalla tecnica dei Bibiena, alla irruenza immaginativa del testo di Fischer von Erlach, all’impaginato dei vedutisti. Ancora qualche incertezza la presentava unicamente il segno, che solo in alcune tavole si rivela sciolto, a volte sfrangiato, ma tuttavia carico di suggestioni e potenzialità evocative.
Il secondo soggiorno veneziano di Piranesi (tra il 1743 e il 1744), pur non essendo molto documentato, fu importante per la messa a punto di alcuni aspetti sia tecnici che teorici della sua arte. Pare che Giovanni Battista abbia allora avuto modo di frequentare la bottega di un maestro come Tiepolo che, oltre alla consistente produzione di grandi tele e imponenti cicli di affreschi, era anche ricercato come raffinatissimo disegnatore e incisore. Questi si era specializzato nel genere dei “capricci”, molto diffuso in ambito veneto, in cui ricorreva il tema delle rovine e dell’inesorabile trascorrere del tempo. Tornato a Roma, Piranesi aprì una bottega in via del Corso, davanti all’Accademia di Francia in palazzo Mancini, e proseguì il suo lavoro di incisore di vedute.
[…] Accettando quindi le difficoltà ad affermarsi come realizzatore di monumenti, Piranesi sostenne con determinazione la volontà di lasciare un segno nell’arte a cui si sentiva votato, servendosi di un mezzo normalmente utilizzato dai pittori e dagli scultori: il disegno. Il disegno era tradizionalmente considerato il livello più alto del fare arte in quanto diretta espressione dell’ “idea”, del progetto artistico, prima che questo venisse poi tradotto in un elaborato più complesso. Piranesi non fallì i suoi obiettivi; infatti intorno a lui gravitarono moltissimi architetti, provenienti da tutta Europa, sedotti dalla sua immaginazione visionaria e dalla sua sofisticata cultura teorica. Inoltre, quella scelta indotta da una necessità si rivelò per lui estremamente remunerativa, perché mai come nel XVIII secolo le stampe godettero del favore di un pubblico tanto vasto e differenziato. E forse mai come allora l’immagine di Roma, per di più distillata con tale sapienza, cultura e sentimento, fu in grado di richiamare l’attenzione delle persone colte di tutta Europa. Nel 1767 un altro grande architetto del Settecento, Vanvitelli, ricorda in una lettera al fratello il successo economico di Giovanni Battista: «Questo Piranesi si è arricchito sopra centomila scudi e si farà una borsa grossissima, tutto parto delle sue fatiche e del suo talento, per cui ha acquistato fama in ogni parte».
[…] In quegli stessi anni Piranesi lavorava alla prima edizione di Invenzioni Capricci di carceri all’acquaforte date in luce da Giovanni Buzard in Roma mercante al Corso (1745).
Il secondo stato vedrà la luce solo nel 1761 con un titolo cambiato in Carceri d’invenzione di G. Battista Piranesi Archit. Vene. Si tratta della serie di stampe certamente più celebre dell’artista; quella che ha mantenuto viva l’attenzione su di lui anche in periodi in cui la cultura del Settecento nel suo complesso non veniva recepita se non come una forma di decadenza di scarso rilievo. Alle prime tavole l’artista lavorò a Venezia, poi seguitò a Roma. Il segno è rinnovato, rispetto ai precedenti lavori; è esaltato il nitore della carta, che entra in gioco come colore, e il bulino acquista la leggerezza e la fluidità della penna. Abbandonati i tratteggi incrociati della più consolidata tradizione, Piranesi esaltò la fluidità e la ricchezza dei segni paralleli, spezzati, ondeggianti, arabescati. Nel desiderio di rintracciare le matrici di quest’opera eccentrica, non si può sottovalutare il legame tra l’invenzione delle Carceri e l’immaginario legato alla scenografia contemporanea, cioè la conoscenza delle sofisticate tecniche illusionistiche che gli ultimi due secoli di cultura figurativa italiana avevano raffinato e distillato con infinite sfumature. La fuga di scale sospese nel vuoto che portano in nessun luogo, mentre da un lato esaltano la incombente perpendicolarità delle strutture murarie, la serie di archi e ponti che moltiplicano gli spazi pur confermandone l’atmosfera oppressiva, creano immagini allucinate che si reggono teoricamente proprio per l’eccellente padronanza delle regole prospettiche sperimentate da Piranesi come scenografo. Affiora anche la memoria dell’Arsenale veneziano in quella sovrabbondante, sinistra presenza di cordami, pulegge, catene, massicci anelli di ferro impiantati nei muri. La tradizione del genere dei “capricci”, a sua volta, può aver alimentato quell’incerto equilibrio, quell’ambiguità costante tra antichità, modernità e surrealtà. Il tema è ossessivamente insistito, la scena è in fondo sempre una sola: un vastissimo ambiente di indefinita ubicazione, chiuso da mura possenti e tetre, percorso e scandito dalle più inverosimili strutture architettoniche. Nonostante il soggetto e la forte componente visionaria, questi rami interpretano la quintessenza della cultura illuminista. Una cultura decisamente aperta alla ricerca sperimentale, disciplinata da un ineludibile ricorso alle tecniche più raffinate e, allo stesso tempo, improntata dalla convinzione che la ragione sia soprattutto uno straordinario “strumento laico”, in grado di consentire la conoscenza e sperimentare il mondo fenomenico nel suo inestricabile miscuglio di luci e oscurità.
L’edizione delle Carceri del 1761, arricchita di due tavole nuove (da tredici a quindici), fu molto rilavorata rispetto alla prima stesura. Nella seconda versione della raccolta il tratteggio è molto più disteso, per ottenere una più ricca inchiostrazione e ridurre le zone luminose. Piranesi ha anche inserito figurine gesticolanti per esasperare l’atmosfera inquieta che incombe in ogni scena e accentuare l’immensità dei luoghi. Le Carceri hanno scatenato, nel corso del tempo, l’immaginazione e le interpretazioni più appassionate, e non solo da parte di architetti o studiosi di arte ma anche da parte di molti letterati, a cominciare dai contemporanei dell’autore. Lo stesso genere del “romanzo gotico”, che si fa risalire al lord inglese Horace Walpole (Londra 1717-1798), saggista, romanziere, storico, editore, antiquario, collezionista e perfino architetto, arbitro della cultura visiva britannica in pieno Settecento, ebbe origine da un “sogno” piranesiano. Horace Walpole pubblicò infatti nel 1764 la prima versione (ancora anonima) del Castello di Otranto e la prima scena del romanzo è chiaramente ispirata a un’acquaforte della seconda edizione delle Carceri, lo Scalone con trofei (Carcere VIII). Walpole amava immensamente le stampe di Piranesi e negli Anecdotes of Painting in England (1771) scrisse del loro autore in termini lusinghieri: «Il sublime sogno di Piranesi, il quale sembra aver concepito visioni di Roma che oltrepassano ciò che è la sua gloria e vanto financo all’apogeo del suo splendore. Selvaggio come Salvator Rosa, fiero come Michelangelo, esuberante come Rubens, egli ha immaginato scene che confonderebbero la geometria, scene impensabili perfino nelle Indie. Egli costruisce palazzi sopra ponti, e templi sui palazzi, e scala il cielo con montagne di edifici. Eppure quale gusto nella sua audacia! Che travaglio e riflessione nell’impetuosità del suo tocco come nei dettagli.»
Piranesi aveva avuto il merito, agli occhi di molti artisti europei, di coniugare la scienza, in quanto adesione al mondo del reale, al sublime, uno dei più apprezzati impulsi al piacere emotivo, uno dei più importanti nodi estetici per tutta la seconda metà del XVIII secolo. La teoria del sublime legata all’antico trattato dello pseudo-Longino (Del Sublime), tradotto in francese nel 1674 da Boileau, aveva trovato terreno favorevole in Gran Bretagna attraverso le definizioni di Addison e quindi l’ampliamento a categoria psicologica nella filosofia di Locke e di Hume, fino alla cristallina sintesi nelle pagine dell’Inchiesta sul Bello e il Sublime di Edmond Burke, del 1756 (A Philosophical Enquiry into the Origin of our Ideas of the Sublime and the Beautiful). Burke sosteneva che le passioni che riguardano l’autoconservazione e che si riferiscono principalmente al dolore o al pericolo «sono le più forti di tutte le passioni» e che il sublime è la più forte emozione che l’animo sia in grado di sentire; «Tutto ciò che richiama l’anima in se stessa, tende a concentrare le sue forze e a renderla capace di più grandi e vigorosi voli di scienza.» L’estetica del sublime celebrava l’immaginazione, la sensibilità, in ultima istanza il “genio”. Tra le maggiori situazioni in grado di provocare il sentimento del sublime, Burke annoverava l’oscurità, la potenza, la vastità, l’infinità, il silenzio. Quelli di pieno Settecento sono stati anni ricchi di umori favorevoli alla diffusione di affetti carichi di pathos. Kant scrisse nel 1764 un trattatello sul sublime (Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime), il movimento letterario dello Sturm und Drang conquistò il mondo germanico e lambì pressoché ogni paese del Vecchio continente. Il sentimento dell’infinito riempiva le menti di quella sorta di «delizioso orrore che era l’effetto più genuino e la prova più autentica del sublime.» “Il sublime sogno di Piranesi”, le terribili visioni delle Carceri trovarono risonanze non solo nell’opera di Walpole ma anche in quella di altri intellettuali, dal britannico William Beckford, che situava la trama del suo Vathek (1784) in vasti sotterranei che riecheggiano anch’essi le sinistre, grandiose atmosfere delle Carceri, al letterato francese del successivo periodo romantico De Quincey, nelle sue Confessioni di un mangiatore d’oppio (1821), fino a Coleridge (1772-1834), le cui reminescenze vennero riportate dallo stesso De Quincey, e ancora a Victor Hugo (1802-1885), sia nelle sue tenebrose incisioni come nelle atmosfere di molti dei suoi romanzi. «Il visionario incontrava il visionario», scrisse Marguerite Yourcenar dell’affinità tra due pur lontanissimi artisti come Hugo e Piranesi. E poi tanti altri artisti furono influenzati dalle invenzioni piranesiane, da Baudelaire a Proust a Melville. Pur non abbandonando mai una chiave decisamente soggettiva, tuttavia Piranesi non fu sempre un interprete visionario della città che andava appassionatamente analizzando. A cavallo tra gli anni Quaranta e Cinquanta del XVIII secolo pubblicò infatti una serie di opere per lo più a carattere monografico, con un preminente interesse documentario.
[…] L’opera che consacrò definitivamente Piranesi nell’ambiente romano uscì nel 1756; si tratta di un’opera composta di ben quattro volumi intitolati Le antichità romane, riedite postume nel 1784.
[…] L’antiquario aveva rovine e fonti letterarie su cui agire. «Le rovine sono come relitti di un naufragio che, con il susseguirsi degli anni e dei rivolgimenti politici, sono riusciti a sfuggire alla voracità del Tempo e allo zelo della gente inesperta, un danno questo anche peggiore. La riscoperta di quanto la memoria ha dimenticato assomiglia all’abilità di un mago, che fa comparire e camminare chi è rimasto sepolto per secoli», scriveva un archeologo inglese, John Aubrey, proprio nel XVIII secolo. Nell’organizzare le magnifiche immagini che corredano la sua opera, Piranesi si è servito spesso dei frammenti delle antiche rovine, dei relitti del naufragio epocale, con l’evidente obiettivo di stimolare la reazione del pubblico a un fulmineo trapasso tra presente e passato. Il frammento è la condizione del monumento nel presente, ma proprio nelle cicatrici che definiscono l’identità del frammento sono incise tutte le secolari vicende dell’opera integra, tutto il suo passaggio nel tempo, anche i segni del suo lontano stato originario. Così, nelle tavole spesso appaiono in primo piano frammenti (a volte inventati dall’architetto) per rendere percepibile la simultaneità di condizioni iscritte nella materia dell’arte. […] D’altra parte far «comparire e camminare» chi è rimasto sepolto per secoli, e farlo dal punto di vista di Piranesi, significava anche prendere atto, anzi rivelare al mondo una componente essenziale dell’arte, cioè l’immaginazione».

                                 
         
 Pistoia - Fortezza Santa Barbara
                                   Foto di Claudia Ciardi ©
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Giovanni Battista Piranesi (fb)

L’espressionismo tedesco, Paolo Chiarini, Silvy edizioni, ottobre 2011

18 giugno 2012

Espressionismo e rivolta



Lespressionismo come rivolta generazionale



Tra l’inizio del secolo e gli anni Dieci del Novecento, quella che sarà ricordata come l’epoca delle avanguardie, della ribellione contro l’accademia, l’esistenza dei giovani sulla scena politica diventa tangibile e presente in più nazioni, in particolare nel mondo tedesco. Giovane diventa sinonimo di “puro, nuovo, rivoluzionario, salvifico”; mentre “vecchio” assume i soli significati negativi.

In un importante libro, Rites of Spring. The Great War and the Birth of Modern Age, Modris Eksteins ha identificato questa stagione, con i “riti di primavera”, facendo un esplicito riferimento all’opera di Igor Stravinskij, La sagra della primavera, messa in scena a Parigi nel maggio 1913. Come noto, il balletto si richiama ad un antico rito russo: il sacrificio di una adolescente scelta per ballare fino alla morte di fronte agli anziani allo scopo di propiziare la benevolenza degli dei in vista della nuova stagione e questo diventa simbolo sia del nuovo secolo che del prossimo sacrificio dell’Europa nella guerra.

La generazione espressionista nasce negli anni dal 1880 al 1890 e cronologicamente il movimento, che a differenza di altri è privo di un manifesto di fondazione, viene fatto iniziare attorno al 1907 e finire più o meno nel 1926.

L’espressionismo è quindi un movimento di giovani, talvolta di adolescenti. Come scrive Ladislao Mittner a proposito della lirica, si tratta di una generazione di scrittori “che si sentivano poeti in quanto erano giovani ed avevano un irrefrenabile bisogno di ribellarsi ai vecchi, al passato, a tutto il passato. ‘Invecchiare è inganno o cinismo’ spiega Ludwig Rubiner, perché i vecchi negano o almeno cercano di differire la rivoluzione”.

Tuttavia, a differenza di altri movimenti, gli espressionisti ebbero la consapevolezza di costituire una nuova generazione. Nel dramma Der Sohn Walter Hasenclever racconta la ribellione di un giovane liceale contro il padre dispotico e facendo ciò ritrae la giovane generazione: “Questo lavoro – scrive nel 1916 nel manifesto Das Theater von Morgen – fu scritto nell’autunno del 1913 e si prefigge lo scopo di mutare il mondo. È la rappresentazione della lotta attraverso la nascita della vita, la ribellione dello spirito contro la realtà”.

L’espressionismo era animato da una forte carica antiautoritaria che coinvolgeva diverse figure  ed istituzioni. La prima ad essere messa in discussione è la figura del padre. Essere padri è una condizione ontologica irrimedibile: “Quando sarà padre a sua volta, diverrà come lui. Il padre… è il destino del figlio. La favola della lotta per l’esistenza non ha più senso: nella casa paterna si accendono il primo amore ed il primo odio” – declama il Figlio al Precettore. E prosegue: “se lei avrà una volta un figlio, lo abbandoni, o muoia prima di lui. Tanto verrà il giorno in cui sarete nemici, lei e suo figlio. E allora Iddio abbia pietà del vinto”.

Si tratta di un clima diffuso: “Erano anni quelli in cui il conflitto tra padre e figlio si esigeva da ogni giovane autore promettente”, scrive Carl Zuckmayer. E nel 1919 Franz Kafka inizia così la sua lunga lettera al padre che non consegnerà mai: “Caro papà, recentemente ti è capitato di chiedermi perché affermo che avrei paura di te. Come al solito non ho saputo risponderti, in parte appunto per la paura che mi incuti, in parte perché motivare questa paura richiederebbe troppi particolari, più di quanti riuscirei a riunire in qualche modo in un discorso”. In questo scritto la figura paterna è sotto il segno della paura e del dispotismo: “ai miei occhi assumevi l’aspetto enigmatico dei tiranni”.

Ma il Padre è solo un rappresentante di una schiera di figure autoritarie e la famiglia solo uno dei luoghi vissuti come inferni. Il loro mondo è il mondo della Kinderstube, retto dai numi tutelari del Padre e della Madre. L’uscita da questo mondo li getta nell’inferno dei collegi, della scuola e poi in quello ben più terribile delle trincee.

All’entusiasmo della mobilitazione, alla fede in una rigenerazione attraverso il sangue, fatti propri anche dagli espressionisti, subentra il disincanto e l’orrore. Nella Wandlung (La trasformazione o La metamorfosi) di Ernst Toller, composto tra il 1917-1918, una delle stazioni del dramma è il vagone bestiame in cui il protagonista, assieme ad altri giovanissimi, è portato al fronte. Egli, che si sente come gli altri ancora bambino, capisce di essere stato abbandonato e tradito dai genitori. Un soldato recita: “Smarriti erriamo, bimbi tremebondi/ in preda ad arbitrio insensato, uccidiamo,/ soffriamo la fame, compiamo violenze./ Ma siamo sempre bimbi tremebondi/ atterriti dal buio della notte”. E in guerra moriranno molti dei lirici come Stadler, Trakl, Sorge, Lichtenstein (e il non più giovane Stramm); e fra i pittori Marc e Macke.

Il successo di pubblico dell’espressionismo, soprattutto per quanto riguarda il teatro e il cinema, data l’immediato dopoguerra. Poi subentrerà la Neue Sachlichkeit e dalla presa del potere del nazismo vi sarà una cancellazione del movimento fino al culmine del 1937 quando le loro opere furono epurate dai musei e divennero “arte degenerata” (entartete Kunst), come recitava il titolo di una grande mostra itinerante. Il numero di coloro che si suicideranno è quasi impressionante come quello dei caduti nelle trincee: Ernst Toller (1893-1939) in America nel 1939; Reinhard Goering nel 1936; Walter Hasenclaver e Carl Einstein nel 1940; mentre Stefan Zweig (1881-1942) si suicidò in Brasile insieme alla sua seconda moglie.

L’espressionismo fu letteralmente riscoperto dopo la Seconda guerra mondiale e vide un fiorire di pubblicazioni e di messe in scena negli anni Sessanta. Motivo forse non secondario di questa riscoperta fuori dal ristretto ambito accademico fu forse il fatto che molte tematiche espressioniste erano in sintonia con quell’altra rivolta generazionale che negli anni Sessanta coinvolse l’intero occidente e culminò nella data simbolo del Sessantotto. Sono i temi del conflitto fra generazioni, che è centrale soprattutto nel teatro espressionista e che si articola nella rivolta contro l’autoritarismo dei padri e delle figure ad essi riconducibili (professori, militari); nella rivolta contro la morale sessuale borghese e poi nel rifiuto della guerra.


21 maggio 2012

Espressionismi a Roma


                                                    ESPRESSIONISMI

A Roma, venerdì 25 maggio 2012, presso l’Istituto di Studi Germanici si tiene la giornata di studio “Espressionismi”, a cura di Antonella Gargano (Università di Roma “La Sapienza”) e Fernando Orlandi (Centro Studi sulla Storia dell’Europa Oientale, Levico Terme).

Il programma:

9.30-10.15   Francesco Muzzioli, Per una teoria dell’espressionismo
10.15-11.00   Massimo Libardi, Espressionismo come rottura generazionale
11.00-11.45   Fabrizio Cambi, L'insalvabilità dell'io e il gesto espressionista nella poetica del superamento di Hermann Bahr
Modera Fernando Orlandi
11.45-12.00   Pausa
12.00-12.45  Jolanda Nigro Covre, Dall'espressione dell'individuo alla trasformazione del mondo
12.45-13.30   Fernando Orlandi, Dalla Germania all’Asia: la xilografia e le origini dell’avanguardia cinese
Modera Antonella Gargano
13.30-15.30   Pausa
15.30-16.15   Enrico Groppali, Suonano i tamburi della notte per il povero soldatino Woyzeck  
16.15-17.00   Eva Banchelli, Prosa espressionista: in difesa di un'avanguardia 'minore'
17.00-17.45   Antonella Gargano, Dallo spazio urbano allo spazio lirico
17.45-18.30   Paolo Bertetto, Il cinema espressionista, le forme dell'irrealtà
Modera Fabrizio Cambi

Coordinamento
Monica Di Benedetto
dibenedetto@studigermanici.it

Info: +39 06588811 – 065888126


       Conrad Felixmüller, Der Tod des Dichters Walter Rheiner, 1925 - Canvas Private Collection, USA

Istituto Italiano di Studi Germanici
Via Calandrelli 25
00152 Roma

6 maggio 2012

Dimensioni berlinesi I/ Luoghi e cultura

Dimensioni berlinesi I/ Luoghi e cultura
Berliner Aspekte I/ Stellen und Kultur


Umwelten

Ahoi Berlin


Ahoi Berlin “Nachrichten” rund ums Berliner Wasser - Spree/Dahme/Havel, Müggel-Wannsee

Eventi e notizie dai “moli” berlinesi. Locali, spettacoli, tempo libero in riva ai laghi.




Eine thematische Seite bei LinkedIn für einen vollständigen Blick auf Berlin

Una pagina dedicata a tutti coloro che vivono la metropoli ed hanno voglia di segnalare eventi, luoghi, persone che vale la pena seguire.
                                           

                                                             
                                                       Blog in Berlin

                            Ambienti, iniziative, notizie dalla metropoli
                         Umwelten, Initiativen, Nachrichten von Berlin


Das Baumblütenfest in Werder/ Havel mit Riesenrad


 Botanischer Garten und Botanisches Museum Berlin-Dahlem
Di proprietà della FU, la Libera Università di Berlino, per estensione il più grande orto botanico della Germania, attira ogni anno, insieme all’annesso polo museale, più di mezzo milione di visitatori.

Der Botanische Garten Berlin in Berlin-Lichterfelde ist mit einer Fläche von über 43 Hektar und etwa 22.000 verschiedenen Pflanzenarten der größte Botanische Garten Deutschlands. Er gehört zur Freien Universität Berlin und hat den Status einer fakultätsunabhängigen Zentraleinrichtung. An den Garten ist das «Botanische Museum» angeschlossen. Garten und Museum werden jährlich von einer halben Million Gäste besucht.

Medinilla myrmecorhiza Fruchtstand am 22. November im Haus E

C/O Berlin
e su facebook:
http://www.facebook.com/pages/CO-Berlin/57907541087

Galleria d'arte/ Galerie und Ausstellung:
Oranienburger Straße 35/36, Berlin, . 00 49 30/28444160

Oranienburger Str 35/36 . 10117 Berlin
Tel 030 28 444 16 0 . info@co-berlin.com
Täglich 11 — 20 Uhr . Eintritt 10/ermäßigt 5 Euro

Mostre, workshop, laboratori, esposizioni e il giornale C/O Berlin . Zeitung sulle attività del centro esposizioni

  
                                                                  CO Zeitung                  
                                                         
Kulturloge Berlin - Schlüssel zur Kultur e. V.

Una iniziativa per valorizzare la cultura come libera espressione e spontaneo sodalizio umano che ha come fine quello di permettere anche a persone con minori capacità economiche di fruire della variegata vita intellettuale e di aggregazione offerta dalla città di Berlino.


Kultur beginnt nicht in der Oper, sondern bei uns Menschen.
Idee und Ziel der Kulturloge Berlin ist es, Menschen mit niedrigen Einkünften eine Möglichkeit zu geben, kostenfrei am kulturellen und vielfältigen gesellschaftlichen Leben der Stadt Berlin teilnehmen zu lassen.
Menschen mit geringem Einkommen, die bereits in sozialen und öffentlichen Einrichtungen als solche gemeldet sind, sollen durch die Kulturloge auf Veranstaltungen aufmerksam gemacht werden. Zahlreiche Kulturveranstalter stellen uns ihre nichtverkauften Kulturplätze zur Verfügung, die wir dann kurzfristig an unsere Gäste telefonisch vermitteln.

Die Anzahl der zur Verfügung gestellten Tickets bzw. Plätze ist den Veranstaltern freigestellt und variiert von Veranstaltung zu Veranstaltung.
Für den kulturellen Sektor arbeiten wir nach dem Tafel-Prinzip: "Gebt uns das, was ihr nicht verkaufen könnt". Dadurch ermöglichen wir eine nachhaltige und optimale Ausnutzung von vorhandenen Ressourcen.
Somit tragen wir alle gemeinsam die Verantwortung für mehr Kultur auf allen sozialen Ebenen.



Personen

Danny Reinitz

Poesie – foto – pensieri
Dichtungen – Bilder – Gedanken
   Der geheime Dachboden


                ***

...ich liebe meine drinks,
nach einem harten tag,
das ist wahre liebe,
nach dem glanz folgt das matt,

ich liebe meinen rauch,
der mich aus dem bahnhof trägt,
das ist wahre liebe,
nach dem angriff folgt die flucht,

ich liebe deine blicke,
wenn du mir still zum abschied winkst,
das ist wahre liebe,
nach der berührung werde ich blind…


                 ***
Halensee – Einst und jetz
(facebook)
von Wolfram Jacob

Cartoline e storie da un quartiere storico di Berlino, dove a inizio ‘900 si trovava anche il più grande Luna Park della Germania. Wolfram Jacob viaggia sul filo di queste memorie, inaugurando uno spazio prezioso per visitatori di particolare sensibilità. 

«Als der Dichter und Schriftsteller Erich Richard Majewski am 29. Mai 1892 in Berlin in der Prenzlauer Allee das Licht der Welt erblickte, war seine Geburtsstadt seit genau 21 Jahren Reichshauptstadt und Residenz des deutschen Kaisers.
Um Ihn und seine Stories nicht in Vergessenheit geraten zu lassen, habe ich sie hier neu aufgelegt und mit passenden Abbildungen versehen» Juli 2011

Halensee - Luna Park

Lars Brandt Stisen

Vive a Berlino
Città natale: Risskov, Arhus, Denmark
Parla danese e tedesco. 
Commercial photographer at maddocman.com

La sua personale/ Seine Ausstellung
Frozen in time/ Fragmenten aus Berlin



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Der Verlag ist unabhängig und macht davon Gebrauch, seine Meinungen vertritt er auf eigene Kosten. Er ist nicht groß, aber erkennbar. Seine Arbeit dient nicht dem Profit, sondern folgt inhaltlichen Absichten.
Wir veröffentlichen Bücher aus Überzeugung und Vergnügen, mit Sorgfalt und Ernsthaftigkeit. Wir wollen unbekannte Autoren entdecken, an Klassiker der Moderne erinnern und unabhängigen Köpfen Raum für neue Gedanken geben. Es erscheinen Literatur, Geschichte, Kunst- und Kulturgeschichte, Politik aus den uns geläufigen Sprachen: Italienisch, Spanisch, Englisch, Französisch und natürlich Deutsch. Und unsere Bücher sollen schön sein, aus Zuneigung zum Leser und zum Autor und als Zeichen gegen die Wegwerfmentalität.
Der Verlag wurde 1964 von Klaus Wagenbach gegründet und wird seit 2002 von Susanne Schüssler geleitet.


Klaus Wagenbach è una delle più importanti figure della cultura tedesca del dopoguerra. Attraverso l’attività di editore indipendente e collocato apertamente a sinistra dalla metà degli anni sessanta, ha favorito con la pubblicazione di letteratura tedesca dell’est e dell’ovest le relazioni culturali tra le due Germanie. E' stato protagonista del movimento studentesco nel 1968 e figura di spicco dell’opposizione extra-parlamentare negli anni settanta, ed è ancora oggi uno dei principali editori di letteratura italiana in Germania.

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Caffè d’Europa

Herzlich Willkommen auf der Internet Seite des Caffè d’Europa wie Treffen Punkt für Autoren, Künstler, Verleger mit bestimmten blitzenden Blicke auf Berlin

La pagina di Caffè d’Europa/ cosmopolitani è nata come punto d’incontro di autori, artisti, editori di diverse provenienze geografiche per la condivisione di contenuti del mondo letterario e delle arti in generale. Lo spazio, inoltre, cerca di approfondire alcuni caratteri salienti della vita berlinese con incursioni nel passato e nel presente della metropoli, considerando la capitale tedesca come una delle ‘fabbriche’ d’eccezione della cultura europea.




13 aprile 2012

Georg Heym - Ci invitarono i cortili


Georg Heym - Ci invitarono i cortili/ Die Höfe luden uns ein
Via del Vento edizioni (dicembre 2011)

Scheda/ card
Pagina facebook – Georg Heym, Ci invitarono i cortili




Una selezione di poesie del poeta tedesco Georg Heym, curata da Claudia Ciardi per Via del Vento edizioni

Descrizione/ About:
Plaquette di 36 pagine. Volume numero 45, pubblicato nella collana «Acquamarina»
ISBN 978-88-6226-056-5
4,00 €
Catalogo completo «Acquamarina»/ Full catalogue


Un assaggio / Vorgeschmack / Sample:


[Dopo la battaglia]

Nei campi fittamente stanno i corpi,
sul verde pendio, sui fiori, i loro giacigli.
Disperse le armi, le ruote di raggi prive
e ribaltati i ferrei affusti.

Da pozze fumigano fiati di sangue,
in nere e rosse coltri confondono il sentiero.
E schiuma il ventre dei cavalli morti
che all’alba le loro zampe stirano.

Nel gelo della brezza il lamento ancora agghiaccia
dei morenti, quando alle porte orientali
un bagliore smorto appare, un lume acerbo,
il lieve nastro dell’inattingibile aurora.

                                *  *  *
           
[I silenti]

A Ernst Balcke


Una vecchia barca, nel porto spento
a sera sulla catena oscilla.
Gli amanti sopiti dopo i baci.
Una pietra che a verdi sorgenti nel fondo riposa.

Lo smarrimento di Pizia simile al sonno
che gl’implacabili dèi dopo il banchetto prende.
La pallida candela che sfuma il morto.
Creste di nubi su una valle.

Di uno stolto il riso fatto pietra.
Le coppe impolverate dove ancor vaga l’aroma.
Violini spezzati nell’abbandono dei solai.
L’aria fiacca prima del temporale.

Una vela che all’orizzonte balena.
La fragranza della macchia che le api attira.
L’oro dell’autunno e le foglie incoronate e il tronco.
Il poeta, che sente la follia di chi non l’ama.

                                 *  *  *

[Col capo appuntito viene]

Col capo appuntito viene alto sopra i tetti
e i suoi chiari capelli trascina,
l’incantatore, quieto nelle stanze del cielo si leva
d’innumeri astri sui sentieri dai fiori intrecciati.

Giù tutti gli animali nella selva e tra gli sterpi
giaccion con le frange ben pettinate,
un coro lunare intonando. Ma i bambini
nei lettucci dentro le bianche camicette si fan gomitoli.

L’anima mia mare senza sponda
piano fluisce in lieve corrente.
Verde son io dentro di me e fuori mi sperdo
come un palloncino di vetro.

                                 *  *  *

[Ci invitarono i cortili]

Ci invitarono i cortili con le scarne braccia,
delle nostre animucce l’orlo sdrucito ghermirono.
E per notturni usci noi sgusciammo
verso il tempo stregato di morti giardini.

Dalle grondaie un’acqua scese di piombo,
nubi perenni livide volavano.
E sul rigore di laghi ghiacciati
in secchi germogli pendevan le rose.

Dell’autunno sui trascurati sentieri ci mettemmo
il nostro sguardo incrinarono biglie di vetro
che qualcuno ci offriva sulle dita appuntite
e i nostri pianti ci alzarono di splendore un fuoco.

Lievi svanimmo: nelle vitree stanze
riecheggiò la tristezza e il delicato vetro franse;
or su opalescenti nuvole sediamo senza tempo,
sogno crepuscolare di un fatuo volo di farfalle.

                             *  *  *

[I folli]

Pura è la luce sui nostri giorni,
pallido riverbero del sole.
Come fiori schiusi e nel lieto raggio
che s’inazzurra ci leviamo.

Sedevamo nel fondo di cupe stanze,
e sopra scorreva con le sue nuvolette la vita,
e noi dei tetri cieli sempre in ascolto
dintorno ai nostri sepolcri nell’assonnata landa.

Qualcuno ci ha chiamato, aspettar non potevamo,
le nostre piste a lungo eran state opache.
E i giorni erranti, quelli brevi e quelli duri,
ineffabile il nostro andare avevan reso.

Dietro di noi ancora un suono va e un fragor sordo
come un mondo in acque ferme annegato.
Talvolta le spalle giriamo, intenti,
se un grido come una pietra nella nostra quiete cade.
Ché allegri siamo e di bei panni avvolti,
nella selva campestre cantando sediamo.
Per le nostre contrade avanzar non può
chi ancor con le mani lo steccato arpiona.

Non mancherà molto che alberi saremo,
quali nel mattino del tempo eravamo,
calmi come sogni dormienti nella terra scura,
e nessuno che le nostre vene tocchi.

traduzione / Übersetzung: Claudia Ciardi


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