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5 marzo 2018

Marc Augé - Un etnologo nel metrò





Marc Augé, classe 1935, antropologo francese autore di libri fortunati nei quali ha indagato il senso dello spazio e della memoria, come il celebre «Rovine e macerie» edito in Italia da Bollati Boringhieri, con «Un etnologo nel metrò», breve ma densa monografia, ci accompagna in un affascinante viaggio lungo le linee della metropolitana di Parigi.
Quello che potrebbe sembrare un insolito terreno di esplorazione, incoerente all’apparenza col mondo di superficie, si rivela un luogo di richiami e sedimentazioni, caratterizzato invece da una straordinaria capacità ricettiva. E viceversa, giacché il sottosuolo, divenendo fulcro delle abitudini in base a cui si articola la vita in metropoli, contamina largamente quel che accade qualche metro sopra. La sintonia che qui è possibile cogliere con i livelli più profondi del sé, permette di analizzare la struttura del corpo sociale, fino a tracciarne riti e itinerari riconducibili a una vera e propria era geologica che ha visto la piena affermazione della metropoli e dei suoi ritmi.
Il metrò diviene dunque una macchina del tempo in grado di mettere in contatto zone d’ombra, o più semplicemente lembi sopiti della nostra interiorità, con la storia sociale cui apparteniamo o crediamo di appartenere. I nomi delle fermate che in rapida successione si offrono allo sguardo del viaggiatore dal buio della galleria, racchiudono cosmogonie d’inaspettata ricchezza, attraverso cui risalgono matasse di memorie, delle quali non tutto, e non sempre, si indirizza alla nostra comprensione. La mappa della metropolitana descrive una geografia che solo in piccola parte è indicativa di un tragitto; i vagoni funzionano come un vero e proprio dispositivo a mezzo del quale la storia dei singoli s’incontra con le narrazioni che alimentano l’identità urbana.
«Basta, a volte, il caso di un itinerario (di un nome, di una sensazione) perché il viaggiatore distratto scopra all’improvviso che la sua geologia interiore e la geografia sotterranea della capitale hanno punti di contatto: scoperta folgorante di una coincidenza in grado di provocare nelle nicchie sedimentarie della sua memoria piccoli sismi intimi».
Questa discesa nei diversi livelli di coscienza della storia individuale e collettiva, costituisce un osservatorio privilegiato delle tante collisioni che animano la contemporaneità di cui i passeggeri sono sia spettatori che fabbri. Ma il metrò è anche il mezzo della sospensione. Durante lo spostamento da una stazione all’altra, i viaggiatori abbandonano, pur in maniera fittizia e per un lasso di tempo limitato, le certezze ma anche le noie derivanti dalla loro esistenza ordinaria in superficie. Sotto, divengono preda della ineludibile cadenza con cui i convogli setacciano gli strati meno noti della città ed è come se una strana forza traente decretasse l’orientamento di qualsiasi pensiero o sensazione. In questo stato, dove si produce una sorta di ipnosi del corpo, sperimentano per qualche istante la crisi dei sistemi in cui normalmente agiscono.
L’esorcismo è ascritto alle condizioni del viaggio e a quel filo sottile ma tenace della loro condivisione tra quanti affollano nel quotidiano, per le ragioni più disparate, le banchine del metrò. Alla più piccola variazione, l’unisono che stringe la comunità viaggiante può andare perduto; l’insieme si regge su un equilibrio assai fragile, e qualora il singolo componente salti nella catena di formule e figure, ne risulta compromessa la sostanza rituale. Perché la singolarità dello spostarsi e il senso mai unico che ne deriva affiorano qui da una delicata sommatoria tra aspirazioni dell’individuo e moti collettivi.
«Tutti questi viaggiatori sotterranei si differenziano gli uni dagli altri, anche se i loro movimenti quasi regolari (come quelli dell’oceano Atlantico, con le sue maree alte e basse e le sue fasi di tempesta o bonaccia) suggeriscono tuttavia che una stessa attrazione li anima e li muove, li riunisce e li disperde».
La metropolitana non si identifica soltanto col dedalo dei suoi tracciati, scuro fiume che inonda le cantine della città, strappando via frammenti e oggetti da quelle pareti dimenticate per rovesciarli ai piedi dei suoi frequentatori. È un’architettura composita che, al contrario di quanto si possa pensare, si regge per una piccolissima parte sulle proprie strutture visibili, affidando una porzione rilevante delle sue suggestioni simboliche a numerosi altri aspetti. Dall’annuncio delle destinazioni per mezzo della voce automatica, il che contribuisce a creare un’attesa dal gusto surreale attorno alla meta, alla sirena dei treni in partenza. E poi ancora, le vibrazioni che scuotono i muri della stazione, il gesto rapido e perfino sontuoso con cui di solito i passeggeri vidimano il biglietto precipitandosi nel varco aperto, il vento che filtra in galleria pochi secondi prima dell’arrivo del treno, e pure la corrente d’aria che visita ininterrottamente i corridoi di certe uscite. L’umore un po’ trasognato dei chioschi sotterranei, la grazia da semidei di musicisti e accattoni confinati agli imbocchi di scale e corridoi.
Augé ci guida in un microcosmo che non solo per scelta tematica ma forse più ancora nei toni si ritaglia un posto d’onore all’interno della letteratura sulla flânerie, inaugurata proprio sulle strade di Parigi da Baudelaire, Breton, Hessel, Benjamin, Kracauer, per citare alcuni tra i suoi maggiori praticanti e affabulatori. Lo studioso suggerisce una serie di chiavi di lettura in parallelo ad altrettanti punti di osservazione, con l’augurio che altri abbiano voglia di avventurarsi alla scoperta di un universo sepolto dove, lasciando che l’occhio si abitui al buio, è facile scorgere segni dei nostri infaticabili corsi e ricorsi lungo i sentieri della storia.


(Di Claudia Ciardi – articolo pubblicato nel 2014)


Edizione recensita:

Marc Augé, Un etnologo nel metrò
Elèuthera, 2010


*Per alcune considerazioni sugli itinerari della metropoli si veda l’articolo "Denkbilder e passages", pubblicato in questo blog.

30 novembre 2016

Stéphane Hessel - Indignatevi!




Un librino che si lascia leggere in un soffio e che è stato capace di mobilitare le piazze occidentali appena uscì alla fine del 2010. La crisi economica era iniziata da due anni, ufficialmente si disse con la bufera dei mutui subprime sottoscritti in America e il collasso di Lehman Brothers – lì imparammo che anche le banche possono fallire. Tuttavia segnali di stallo, accompagnati da altri sintomi più o meno manifesti, si erano cominciati a scorgere già qualche anno prima. L’estendersi della disoccupazione giovanile, crescente in Italia ed Europa, ha disegnato una curva progressiva e inarrestabile nell’ultimo decennio. Già ai suoi inizi era inevitabile pensare che ciò avrebbe avuto un impatto serio sugli equilibri interni dei paesi occidentali. Tra attesa e disincanto la pancia dei popoli ha iniziato a smuoversi; la Grecia continua a faticare nella spirale di un debito che bisognerebbe avere il coraggio di discutere una volta per tutte, la Gran Bretagna ha fatto “ciao” all’Europa – anche se è tutto da verificare cosa significherà in pratica “uscita” – e Trump sarà il prossimo inquilino alla Casa Bianca. Un’idea diversa di politica ha iniziato a scardinare certi dogmi su cui il potere si è autoalimentato fino ad oggi: forze antisistema o partiti che hanno voluto mettere in discussione il crisma dell’austerità, l’erosione imposta, e prescritta come necessaria, delle tutele sociali, in una parola la resa passiva di fronte alla compromissione dei diritti di ognuno, in quanto essere umano e cittadino di uno Stato. La posta in gioco, dunque, per i nuovi schieramenti non è più solo la scalata al vertice ma l’intento destinato a maggior durata di ridisegnare la sostanza dell’arte politica e della partecipazione, estesa e realmente rappresentativa, alle decisioni che riguardano la collettività.
A novantatré anni Stéphane Hessel ha voluto rivolgersi ai più giovani perché sentissero sulle loro spalle l’eredità della resistenza e, dunque, la missione di difendere quei valori conquistati col sacrificio di tante donne e uomini generosi, oltre che coraggiosi. L’essenza del discorso è la stessa che Tina Anselmi ha evidenziato in uno dei suoi ultimi interventi: c’è una lotta per la libertà ma c’è anche la lotta necessaria perché questa libertà venga preservata a beneficio delle future generazioni.
Stéphane, nato a Berlino nel 1917 da Franz Hessel, il famoso scrittore e giornalista amico di Walter Benjamin con cui tradusse in tedesco l’opera di Proust, quando descrive la sua vicenda nella resistenza parla di “vita restituita”, intendendo non solo l’essere scampato alla morte, in modo fortunoso e quasi miracoloso a un istante dall’esecuzione per mano del plotone tedesco, ma anche il ritorno a una vita ancora più piena e consapevole, perché passata attraverso scelte radicali che avevano messo in discussione tutto, e dunque appunto anche la cosa più preziosa. Quella fase di lotta e impegno nella causa di liberazione ha orientato l’esistenza di chi vi ha preso parte nel segno di un attivismo irrequieto e propositivo. Hessel sprona quindi i giovani a guardarsi intorno; sebbene infatti non vi sia in apparenza un nemico da battere al fronte, molte sono le minacce che rischiano di assottigliare, se non cancellare, i progressi del secondo dopoguerra. Tali minacce vanno arginate al più presto, affinché il danno non divenga irreparabile, e perciò l’anziano ma energico “resistente” scuote ogni cittadino responsabile a essere vigile, a porre le proprie capacità e sforzi al servizio degli altri e della loro tutela. Insistere in un cammino che tenda a liberare l’essere umano dal timore e dal bisogno, risolvere gli squilibri, non trascurare né tantomeno accrescere il divario, garantire istruzione e un reddito che possa dare opportunità effettive e durevoli di inserimento nella società. L’emarginazione è ciò che deve più di tutto spaventarci, in quanto anticamera di conflitto, rancore, odio, guerra. Dove vi è emarginazione, il diritto arretra, la democrazia cede.   
A volte al cambiamento – un cambiamento insidioso se generico, non declinato, non meditato né condiviso – è preferibile la conservazione. Questa, troppo affrettatamente liquidata come lentezza o inadeguatezza ai tempi, è invece un bastione sicuro da cui difendere la nostra identità e, dunque, i valori libertari che questa identità affermano.

(Di Claudia Ciardi)


Stéphane Hessel,
Indignatevi!,
Add editore, 2011


21 febbraio 2013

Infanzia e poesia - Kindheit und Poesie

«Immaginiamo un bambino del dopoguerra che gioca in uno spiazzo sterrato desolato, circondato da edifici sventrati e cadenti. Questi segni gli parlano di una guerra che non ha conosciuto e i suoi occhi guardano verso il cielo nello spasimo di amarne la trasparenza. Sarà così per sempre, come lo è stato per me: abitare le tracce di un ignoto disastro e offrire ogni cosa ad una vertigine vuota e distante. Così il sogno della poesia. Un atto di fedeltà ad un Angelo bruciato e la fedeltà altrettanto rigorosa a una terra desolata e secca. Il bambino è cresciuto, le macerie della sua infanzia sono ancora lì, cifre di un conflitto che il mito può illuminare ma non redimere. Allora il mito non può che essere debole, come la montaliana “creatura di un attimo” che la poesia lascia intravedere, angelica sembianza di una salvezza che è sempre a venire. Ecco, le ragioni della poesia si riducono a questa adesione alle cose morte e scheletrite, un atto d’amore pietoso che può almeno confortarle con la luce del mito, della sua mitezza. Oggi, nell’epoca delle rovine, la poesia è più che mai il canto dell’Amico, del bambino che gioca in uno spazio desolato e vorrebbe congiungere il cielo alla sua terra ferrigna e scalcinata. Parlo della bellezza, ed anche dell’orrore: la poesia conosce da sempre questa soglia, questo confine. Accogliere tutto, e inginocchiarsi davanti a tutto: chi non vede la terra, la sua polvere e il suo cemento, non vede nemmeno la trasparenza del cielo. L’infanzia, ripostiglio di bambole dell’anima di piombo, scena di angeli e paure: tempo della gioia e della sventura, del pianto e delle madri, barlume di parole dettate da una voce che ordina. Tempo dell’obbedienza, di un rigore tragico e destinale, di corse eroiche e sanguinanti. Il mito, appunto, di un’infanzia custodita nel fondo del linguaggio come luogo primordiale della sua voce più dolorosa ed esatta: quella dei poeti, dei “più dicenti”, come li ha chiamati Heidegger. Questo dettato, la sua parola erratica e mai perduta, mantiene la poesia sui bordi di una vertigine tragica e gioiosa, nella responsabilità di quel dire esigente che è il poetico. Un ripostiglio, un solaio di bambole sottili e inerti in cui si raduna, come diceva Rilke, ciò che esistendo disgiungiamo. Forse è in questi stanzini di buio e di pianto che abbiamo appreso ad amare angeli impossibili, davanti a questi immobili contenitori dell’umano dove la precarietà sembra annullata nella rigida fissità della morte. E chi conserva dentro di sé quei bambolotti, il mistero di poveri angeli intravisti e invocati come sembianze di vita mischiata con la morte, conserva anche la debolezza che lo farà inginocchiare davanti alla tragica e gioiosa armonia di terra e di cielo: in una parola la poesia».
Roberto Carifi, Infanzia e poesia - Nel ferro dei balocchi
*****


Quanto Benjamin c’è in queste parole. Quanto aggirarsi dell’ “angelo” sulle macerie del tempo. Il viaggio a ritroso alla ricerca dei simboli dell’infanzia coincide con lo sguardo dell’angelo della storia: «C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato». (Benjamin, Tesi di filosofia della storia, 9).
L’infanzia è il luogo della nostalgia ma anche della deflagrazione emotiva. Il poeta è un bricoleur che nella pratica del verso assembla relitti di un sentire acerbo e irrisolto, e il suo tentativo di rendere produttivo e ‘organico’ uno strato tanto fluido quanto indecifrabile viene immancabilmente respinto.
La sintassi dell’infanzia, tempo mitico di ogni essere umano, sfugge continuamente a ogni riorganizzazione significativa. Il piacere del ritorno alle immagini e agli oggetti che si sono preservati dalla “maledizione dell’essere utili” è subito frustrata da una sorta di consapevolezza alienante, l’essere qui e ora che impedisce di essere là, il compromesso con la maturità ordinata e forzata del giudizio critico che ci porta a isolare come poco affidabile la suggestione proveniente da un mondo chiuso in sé, un po’ hortus conclusus un po’ giardino alchemico per iniziati.
E tuttavia senza questa estraneità, senza questo esproprio dal passato non ci sarebbe neppure lo slancio del volgersi indietro (ich kehre gern zurück, dice Gershom Scholem in Gruss vom Angelus), non ci si sentirebbe attratti a osservare quei frammenti dispersi eppur vitali né se ne saprebbe cogliere la devastazione dolorosa alla luce del nostro vissuto, al quale già tendevano i loro misteriosi richiami, prima che ce ne allontanassimo.

Entrare nella casa del poeta è come alzare la cortina che ci separa dall’ingresso in un tempio orientale. Lo studio affollato di statue del Buddha è un antro di una sacralità propizia a celebrare il rito della poesia.
La raccolta Infanzia (Raffaelli editore, 2012) comprende poesie che Carifi ha composto tra il 1980 e l’ ’83, attorno ai trentadue anni.
Questi versi scivolano nel lettore come oracoli o come la corrente di un fiume, si fanno avvicinare con la medesima devozione con cui il fedele mette in movimento le “ruote della preghiera” in un santuario buddhista. L’evocazione suscita uno sguardo doloroso e affascinato su stagioni, giochi, giardini, cancellate, mura, cortili, un cosmo primitivo denso di immaginari e recuperi in cui il poeta si aggira in preda a uno smemoramento fiabesco, dove tutto sembra preludere a una qualche epifania.
(Di Claudia Ciardi)



Roberto Carifi, Infanzia, Raffaelli editore, 2012


Benjamin micro-narratore

di Giulio Schiavoni
«In particolare anche queste conferenze radiofoniche [il riferimento è alle Rundfunkgeschichten tenute da Benjamin tra il ’29 e il ’32 alle radio di Berlino e Francoforte] confermano la centralità dell’interesse benjaminiano per le problematiche pedagogiche e per il mondo non ancor deformato dell’infanzia e della fantasia creatrice, posto al centro delle proprie costellazioni simboliche e recuperato con stupore e reverenza in chiave materialistica e antiidealistica dopo la delusione nei confronti delle “Jugendbewegungen” evidenziatasi in prossimità della Prima Guerra Mondiale, al punto che si potrebbe idealmente ravvisare nel percorso figurale benjaminiano un passaggio d’interesse “dalla Jugend alla Kindheit”, ossia dalle potenzialità della Gioventù a quelle dell’Infanzia. (Gli sforzi di penetrare concettualmente tale universo sono documentati anche dalla Strada a senso unico e dall’Infanzia berlinese intorno al 1900), dagli articoli pubblicati da Benjamin sulla “Frankfurter Zeitung” nella prima metà degli anni Venti e dalla sua attenzione per l’opera di Proust, il luogo in cui egli ha visto intrecciarsi nella maniera più perfetta il mondo dell’adulto a quello del bambino».

Walter Benjamin, Burattini, streghe e briganti. Illuminismo per ragazzi (1929-1932)
Il Melangolo, 1993

Titolo originale/ Original title: Rundfunkgeschichten für Kinder, Suhrkamp Verlag Frankfurt am Main, 1989

«Bighellonare e contemplare (das Flanieren) è come leggere la via […]. La precipitazione degli altri vi purifica come un bagno nella schiuma del mare». Così Franz Hessel fotografa la sensazione di girare a piedi per Berlino. La metropoli, all’inizio degli anni ’20, è una fabbrica per l’immaginazione, irresistibile agli occhi dell’artista che l’attraversa. Uno strano magnetismo scorre a fiotti tra le sue vie, un misto di inquietudine e seducente vivacità sembra posarsi sulle sue architetture a un ritmo contagioso, lasciando senza fiato.  
Potsdamer Platz è stata per almeno un trentennio il simbolo della “città in movimento”. Dal Café Josty si poteva avere un colpo d’occhio sull’intero spazio, di cui scattanti uomini d’affari e signore slanciate dai loro graziosi cappellini rappresentavano un inesauribile corteo rituale. Questo movimento vorticoso, questa energica continua corrente di persone, andava incanalandosi lungo i binari del tram per convergere attorno al semaforo-orologio della piazza, eccentrica struttura di pentagono immolata a una scansione quasi onirica del traffico e del tempo. E proprio nel nodo di geometrie e forme irrisolte che da sempre intridono gli sfondi della metropoli sta l’enigmatica sensualità dei labirinti berlinesi, in cui si tiene a battesimo il più invidiabile degli smarrimenti speculativi.
Lo stesso Robert Walser, che tanto amava alimentare la sua scrittura di uno struggente disorientamento, si fece rapire volentieri dalla frenesia della Potsdamer, e proprio lì, un giorno, nel solito ubriacante via vai di teste incontrò Walther Rathenau. Vi è al riguardo un bel passo del ritratto che W. G. Sebald gli dedica ne Il passeggiatore solitario (Le promeneur solitaire. Zur Erinnerung an Robert Walser, cf. pp. 51-54 dell’edizione italiana), oltre alla descrizione che Walser dà di questa circostanza nel suo romanzo Il Brigante.
Spazieren in Berlin di Franz Hessel, con cui abbiamo cominciato il nostro articolo, è una delle grandi opere destinate ad arare un altro fecondo immaginario, quello dell’amico filosofo e scrittore, Walter Benjamin. Franz, padre di Stéphane, autore del pamphlet che ha invitato le giovani generazioni a indignarsi con i responsabili dell’attuale crisi economica, era un osservatore attento e sensibile, non a caso affascinato da Proust, nel quale pure Benjamin vedeva un grande bricoleur delle età storiche e umane. L’opera di Proust è il caleidoscopio che permette di esplorare l’interiore, “das Innen”, la prima tessera dipinta con cui il bambino filtra le proprie associazioni mentali per comprendere la realtà che lo circonda, come Benjamin non manca di sottolineare in una delle sue più toccanti poesie, dove i ricordi dello “Heim” consacrato all’infanzia si sovrappongono a quelli delle amicizie giovanili. Anche Berlino ha i suoi passages nei manifesti pubblicitari e nelle insegne abbaglianti dei grandi magazzini, ovunque contrasti cromatici e giochi di luce che fanno largo ai deliri visionari di Heinrich Kley, le cui bizzarre creature siedono sulle cuspidi di imponenti facciate neoclassiche, alfieri di fumose diagonali e misteri beffardi impigliati nel sottosuolo delle stazioni metropolitane. Di queste atmosfere si ritrovano alcuni intensi fotogrammi proprio nei discorsi radiofonici di Benjamin. Le Rundfunkgeschichten, tenute tra il 1929 e il ’32, rappresentano per certi versi un revival nostalgico di “storia della metropoli”, uno spaccato del floruit della “vita berlinese” che volge alla fine insieme all’esperienza weimariana, e anche un tentativo di recuperare i frammenti di un vissuto che rischia di essere disperso, insieme al suo valore insostituibile di testimonianza. Da studioso impegnato nella salvezza di frammenti di storia, attitudine che si spinge fino alla conservazione di oggetti considerati di utilità marginale, quali ad esempio i giocattoli o i libri per bambini, Benjamin intende sottrarre alla regola del mercato quelli che ha felicemente definito i “relitti di un mondo di sogno”. A tale riguardo, nell’articolata introduzione ai discorsi radiofonici, Giulio Schiavoni osserva: “Materiali che si direbbe costituiscano un humus ancora fertile, ponendosi come reliquie di una tramontata ingenuità, e che – nella prospettiva benjaminiana – paiono come albergare quella promesse du bonheur che tanti adulti hanno smarrito o tradito.” (p. 19)
La collaborazione con la radio di Berlino e di Francoforte, oltre a metterne in evidenza le notevoli doti di comunicatore rivela per intero il suo progetto pedagogico, che vuole sottrarre i ragazzi alle mire di un processo educativo interessato e consumista, dal quale “la delicata e chiusa fantasia del bambino viene intesa, senza scrupoli di sorta, come domanda psicologica nel senso di una società produttrice di merci, e nella quale con squallida disinvoltura l’educazione viene considerata come lo sbocco coloniale per lo smercio di beni culturali.” (p. 16; in tedesco si veda W. Benjamin, Kolonialpädagogik, 1929)
Per Benjamin è fondamentale, in una fase storica che offre molti allettamenti e altrettanti messaggi confusi e nevrotizzati, fornire ai più giovani, nella maniera meno invasiva e autoritaria, quegli strumenti necessari allo sviluppo di una solida e indipendente capacità critica. Solo diventando osservatori coscienti infatti saranno in grado di percepire a pieno il ruolo di attori sociali che l’ingresso nell’età matura li chiamerà a ricoprire. Benjamin formula in termini straordinariamente attuali la responsabilità dell’educatore nella formazione di individui consapevoli e preparati ad essere cittadinanza e umanità attiva e impegnata.

(Di Claudia Ciardi, 2011)

Sulle atmosfere della Berlino del primo trentennio del ‘900 e le sue collisioni artistiche si veda la voce dedicata al Café des Westens: http://it.wikipedia.org/wiki/Caf%C3%A9_des_Westens
Interessante spazio di discussione (in lingua inglese) dove una comunità di appassionati si confronta sui libri ispirati dal “mood” di Berlino, con un'attenzione particolare agli anni ’20 e ’30 - Books about Berlin: http://www.toytowngermany.com/lofi/index.php/t68483.html


Si veda anche:
Claudia Ciardi -  Appunti sulla teoria della distruzione di Winfried Sebald - Helios mag

Georg Heym - Ci invitarono i cortili (Die Höfe luden uns ein) a cura di Claudia Ciardi in collaborazione con Angela Staude Terzani, Via del Vento edizioni, dicembre 2011



Franco Benesperi, settimanale «La Vita», 27 - 1- 2013

5 febbraio 2013

Franz Hessel-Marlene Dietrich

Cartoline dalla metropoli-Postkarten aus der Metropole



Una deliziosa biografia tascabile inaugura con raffinato gusto la nuova collana “Lampi” di Elliot edizioni, brevi ritratti di epoche e personaggi scaturiti dall’osservazione di interpreti illustri.
Qui è Franz Hessel, colto miniaturista degli umori berlinesi, a raccogliere la voce di una sensuale Marlene Dietrich, astro del cinema americano e mondiale. Sullo sfondo, o per meglio dire, sulla scena, la metropoli, il cui carattere pieno di contrasti e sfumate nostalgie sembra affiorare in ogni gesto dell’attrice, contribuendo alla foggia assolutamente particolare della sua femminilità.

«È cresciuta dove poi sarebbero sorti i quartieri berlinesi occidentali di Wilmersdorf e Westend. Figlia di un ufficiale, si è presto abituata ai trasferimenti legati ai cambiamenti di guarnigione, ma è sempre stata di casa nella città dai sobri e chiari colori del giorno e dai lunghi tramonti, dalle delicate albe invernali e dalle lunghe sere estive, indimenticabili per chiunque sia stato bambino a Berlino».

Il divismo di Marlene è cosa affatto incline e devota alla dimensione spettacolare, il suo successo va rintracciato piuttosto in un fascino erotico e in una carica seducente da cui nasce un’irresistibile empatia verso tutto il suo pubblico, in grado di conquistare indistintamente uomini e donne.
Il rientro dell’artista nella sua città, durante una breve pausa lavorativa, diviene l’occasione di un incontro nel 1931 con Hessel, giornalista e scrittore-flâneur, maestro della kleine Form, la prosa breve elaborata in tedesco sul modello francese del feuilleton, già alla base di esperimenti narrativi nell’Ottocento, come le ‘lettere berlinesi’ di Heine. Il genere raggiunge una piena maturità letteraria, parallelamente a una considerevole fortuna di pubblico, intorno agli anni Venti del Novecento, ed Hessel, cui si affiancano i nomi di Siegfried Kracauer e Joseph Roth, ne è uno dei più abili artigiani. Si tratta, del resto, di un’attitudine alla collezione di ascendenza ellenistico-bizantina (si pensi alle raccolte di glosse e ai lessici come la Suida) che viene a saldarsi su un vero e proprio culto della frammentarietà nel quale il tessuto testuale-archivistico è contaminato da elementi non-testuali, i media e la merce, ad esempio, ossia tutti quei ‘segnacoli’ prodotti dal labirinto della metropoli che non solo alimentano una nuova frontiera di scrittura ma divengono essi stessi soggetti narranti, inserendosi come parte in causa nel dibattito sulla Kulturwissenschaft e orientandolo a sé; basti considerare, al riguardo, le teorizzazioni di Warburg e Benjamin.

Le volte che mi sono ritrovata a camminare per Schöneberg, dall’assiepamento quasi da bazar di negozi e mercati al vecchio gasometro, dalla vegliante malinconia del ‘miglio di Berlino’ a certe stradine laterali che in un improvviso trapasso dal cemento al verde si ridestano ai bordi della ferrovia, ammiccando come in sogno, non mi è mai sfuggita la natura liricamente intima e dimessa di questo quartiere. In ciò che questa zona di Berlino ancora sa offrire al passante, per quanto la scena sia di sicuro diversa da quella vissuta nell’infanzia di Marlene, si coglie tuttavia una carica emotiva del tutto singolare, capace di procurare facilmente l’accesso a una dimensione onirica, che senz’altro circondò l’attrice da bambina.
Alessandra Campo, attenta curatrice del volumetto, regala al lettore italiano la possibilità di avvicinare due grandi personaggi che, pur giocando ruoli diversi ma tra loro complementari, hanno interpretato un momento irripetibile sulla ribalta della nascente metropoli.
(di Claudia Ciardi)

Titolo: Marlene Dietrich. Un ritratto
Autore: Franz Hessel
Curatrice: Alessandra Campo
Casa editrice: Elliot
Collana: Lampi
Anno di pubblicazione: novembre 2012

Titolo originale/ original title: Marlene Dietrich: Ein Porträt
Franz Hessel, 1931, per l’editore Kindt & Bücher

Su Franz Hessel e la flânerie si veda l’articolo di Claudia Ciardi, Fantasticherie berlinesi, pubblicato da La Biblioteca di Israele, a cura di Giusi Meister




Marlene Dietrich/ a biography:

Marlene Dietrich, original name Marie Magdalene Dietrich, also called Marie Magdalene von Losch   (born Dec. 27, 1901, Schöneberg (now in Berlin), Ger.—died May 6, 1992, Paris, France), German American motion-picture actress whose beauty, voice, aura of sophistication, and languid sensuality made her one of the world’s most glamorous film stars.

Dietrich’s father, Ludwig Dietrich, a Royal Prussian police officer, died when she was very young, and her mother remarried a cavalry officer, Edouard von Losch. Marlene, who as a girl adopted the compressed form of her first and middle names, studied at a private school and had learned both English and French by age 12. As a teenager she studied to be a concert violinist, but her initiation into the nightlife of Weimar Berlin—with its cabarets and notorious demimonde—made the life of a classical musician unappealing to her. She pretended to have injured her wrist and was forced to seek other jobs acting and modeling to help make ends meet.

In 1921 Dietrich enrolled in Max Reinhardt’s Deutsche Theaterschule, and she eventually joined Reinhardt’s theatre company. In 1923 she attracted the attention of Rudolf Sieber, a casting director at UFA film studios, who began casting her in small film roles. She and Sieber married the following year, and, after the birth of their daughter, Maria, Dietrich returned to work on the stage and in films. Although they did not divorce for decades, the couple separated in 1929.

That same year, director Josef von Sternberg first laid eyes on Dietrich and cast her as Lola-Lola, the sultry and world-weary female lead in Der blaue Engel (1930; The Blue Angel), Germany’s first talking film. The film’s success catapulted Dietrich to stardom. Von Sternberg took her to the United States and signed her with Paramount Pictures. With von Sternberg’s help, Dietrich began to develop her legend by cultivating a femme fatale film persona in several von Sternberg vehicles that followed — Morocco (1930), Dishonored (1931), Shanghai Express (1932), Blonde Venus (1932), The Scarlet Empress (1934), and The Devil Is a Woman (1935). She showed a lighter side in Desire (1936), directed by Frank Borzage, and Destry Rides Again (1939).
*****
During the Third Reich and despite Adolf Hitler’s personal requests, Dietrich refused to work in Germany, and her films were temporarily banned there. Renouncing Nazism (“Hitler is an idiot,” she stated in one wartime interview), Dietrich was branded a traitor in Germany; she was spat upon by Nazi supporters carrying banners that read “Go home Marlene” during her visit to Berlin in 1960. (In 2001, on the 100th anniversary of her birth, the city issued a formal apology for the incident.) Having become a U.S. citizen in 1937, she made more than 500 personal appearances before Allied troops from 1943 to 1946. She later said, “America took me into her bosom when I no longer had a native country worthy of the name, but in my heart I am German—German in my soul.”

After the war, Dietrich continued to make successful films, such as A Foreign Affair (1948), The Monte Carlo Story (1956), Witness for the Prosecution (1957), Touch of Evil (1958), and Judgment at Nuremberg (1961). She was also a popular nightclub performer and gave her last stage performance in 1974. After a period of retirement from the screen, she appeared in the film Just a Gigolo (1978). The documentary film Marlene, a review of her life and career, which included a voice-over interview of the star by Maximilian Schell, was released in 1986. Her autobiography, Ich bin, Gott sei Dank, Berlinerin (“I Am, Thank God, a Berliner”; Eng. trans. Marlene), was published in 1987. Eight years after her death, a collection of her film costumes, recordings, written documents, photographs, and other personal items was put on permanent display in the Berlin Film Museum (2000).

Dietrich’s persona was carefully crafted, and her films (with few exceptions) were skillfully executed. Although her vocal range was not great, her memorable renditions of songs such as “Falling in Love Again”, “Lili Marleen”, “La Vie en rose” and “Give Me the Man” made them classics of an era. Her many affairs with both men and women were open secrets, but rather than destroying her career they seemed to enhance it. Her adoption of trousers and other mannish clothes made her a trendsetter and helped launch an American fashion style that persisted into the 21st century. In the words of the critic Kenneth Tynan: “She has sex, but no particular gender. She has the bearing of a man; the characters she plays love power and wear trousers. Her masculinity appeals to women and her sexuality to men.” But her personal magnetism went far beyond her masterful androgynous image and her glamour; another of her admirers, the writer Ernest Hemingway, said, “If she had nothing more than her voice, she could break your heart with it.”


Franz Hessel/ notice:
One of the interesting characters from early 20th-Century Schwabing was Franz Hessel, a flaneur and friend of Walter Benjamin's whom Anke Gleber has characterized as 'one of the last representatives of the metropolitan, intellectual bohemian characteristic of the European culture of early modernity.' In his book Weimar Germany: promise and tragedy, Eric D. Weitz quotes extensively from Hessel's writings (and Joseph Roth's) in order to convey a sense of Berlin's street life during the Weimar Republic.

Born in Stettin, Hessel arrived in Munich in 1900 as a law student. He soon changed plans in order to focus on archaeology and philosophy. He also became a poet, a vocation that brought him into contact with Karl Wolfskehl and the members of his circle. (I wonder if he bumped into Frederick Grove.) In this part of Hessel's life, his bohemian credentials were well and truly established by his complicated relationship with Franziska Gräfin zu Reventlow, which began in 1903 when he entered a ménage à trois with her and Bogdan von Suchocki. (Here's a photo of the house in which Reventlow and Suchocki lived at the time; it's in Kaulbachstraße in Munich, and here's a photo in which you can see Hessel with Reventlow's son.) Suchocki seems to have been replaced in this arrangement in 1907 by Henri-Pierre Roché, by which time Hessel had moved to Paris.

Roché and Hessel would later maintain a similar relationship with the German journalist, Helen Grund, whom Hessel married in 1913. This ménage became famous as the centrepiece of Roché's novel, Jules et Jim, which was the basis of Francois Truffaut's film of the same name. The character of Jules was based on Hessel. Roché was the basis of Jim, and Catherine ('Kathe' in the novel) was based on Grund.

Hessel wrote his own novel about this relationship, but it doesn't seem to be available in English. In German it's called Alter Mann, while in French it's Le Dernier Voyage. Hessel wrote it in the 1930's, but it was thought to have been lost until it was recovered in 1984.

It looks like Hessel's most important relationships with women were in the context of a ménage à trois. In this setting, Jean-Michel Palmier writes that Hessel 'becomes [women's] confidant, he loves them and admires them at a distance, preferring the role of friend to that of lover.' (Here's the original, French version of Palmier's essay.) Of his relationship with Roché and Grund, Hessel himself (in Alter Mann) said that it 'expanded the habitual scope of friendship and love.'

Franz Hessel volunteered to fight for Germany in WWI. After the war, he worked in Germany for Rowohlt Verlag. It appears that he and his family fled for France relatively late (1938). In 1940, Hessel suffered a stroke while in a detention camp in France. I believe that he was held in that camp (Camp des Milles) before the Germans had control of it, at a time when the French were using it as an internment camp for any Germans and Austrians who happened to be in France. After his release from the camp, Hessel died in January, 1941.

His and Helen's son, Stéphane, fought for the French resistance and became an accomplished diplomat. Here are brief bios of father and son.
Source:
http://praymont.blogspot.it/2011/10/one-of-interesting-characters-from.html


29 ottobre 2012

Theodor Fontane - Elogio della flânerie


Theodor Fontane
L’aria di Berlino
Titolo originale: Von Zwanzig bis Dreißig, 1898
Traduzione italiana di Carmen Putti
Casa editrice: Santi Quaranta
Anno: 2004

From the book: pp. 102-105

«A Pasqua venni promosso alla classe superiore e mi ripromisi di essere diligente e ordinato. Ma non misi mai in atto i miei buoni propositi. Anzi, per quanto riguarda gli studi fu un vero fallimento, e non del tutto per colpa mia. O almeno per quella volta non fu colpa mia. A Pentecoste, allo zio August venne l’idea di affittare una casa per l’estate nelle vicinanze di Berlino e scelse una località ad un buon quarto d’ora di distanza dalla porta di Oranienburg, che veniva familiarmente chiamata “bei Liesens” (da Liesen). Da lì ci impiegavo esattamente un’ora per arrivare alla mia scuola e non era cosa da poco. Ma nulla era quell’ora di cammino in confronto a ciò che mi aspettava ogni mercoledì e domenica! In questi due giorni, infatti, erano programmate le escursioni botaniche con l’insegnante di scienze naturali, il benemerito maestro Ruthe. Poiché egli abitava all’imbocco della Köpnickerstraße, guarda caso le escursioni venivano sempre fatte nella zona verso Treptow o, meglio ancora, verso Britz e sui prati di Rudow. Vi partecipavo volentieri, soprattutto per merito del maestro. Mentre sedevamo sul cordolo di una rustica pista da bocce intenti a bere il nostro latte, il buon Ruthe, che in fondo era un uomo semplice, lasciava cadere la maschera dell’insegnante e faceva trasparire la sua vera natura di filantropo rousseauiano ed educatore. Toccava volentieri questioni riguardanti la morale.
“Ebbene, miei giovani amici, indubbiamente la botanica è una cosa buona e anche le scienze lo sono. Ma la cosa più importante resta sempre l’uomo con la sua retta moralità. Ve ne parlerei volentieri, subito qui, ma anche in classe. Vi gioverebbe di più di molti altri argomenti. Ma purtroppo non posso farlo.” Quest’ultimo era un chiaro riferimento al direttore, il vecchio Klöden, che credo avesse molte perplessità circa gli argomenti di morale di Ruthe. Ruthe era indubbiamente una persona eccellente, benché non abbia mai saldato con noi il debito del “mistero della vita”, ma per quanto lo amassi non riuscii mai a perdonargli la sua ostinazione nel non voler modificare la meta delle escursioni dai prati di Rudow. Abitando nella Köpnickerstraße, quella meta per lui era indubbiamente comoda e anche per i miei compagni di scuola il tragitto fino a casa non era eccessivamente lungo, per me invece, le vere difficoltà della giornata iniziavano appena terminata la lezione: troppo spesso, infatti, dovevo rifarmi il tragitto dalla Köpnickerstraße fino a Liesen con i piedi piagati poiché non ho quasi mai posseduto stivali in cui i miei talloni si trovassero a loro agio. Arrivavo perlomeno dopo un’ora e mezza di cammino. Una volta a casa facevo appena in tempo a sistemare gli esemplari botanici raccolti nella carta assorbente e finalmente sprofondavo stanco morto nel letto. È facile immaginare con che spirito mi alzassi il mattino successivo per andare a scuola. A volte l’impresa era superiore alle mie forze.
Un’altra conseguenza della villeggiatura a Liesen fu la pessima abitudine di andare a zonzo, tanto che per me divenne consuetudine marinare la prima ora di lezione, dalle otto alle nove. Per mia fortuna quell’ora corrispondeva alla lezione di francese e il professore insegnava in almeno altre tre scuole e così gli importava francamente poco degli assenti. Come il leone non riesce più a trattenersi dal compiere carneficine una volta assaporato il gusto del sangue, così ben presto anch’io non seppi più accontentarmi di bigiare la prima ora di lezione trascorrendo addirittura intere giornate a bighellonare dentro e fuori le mura cittadine. Le assenze prolungate avevano il vantaggio di essere facilmente giustificabili con la scusa di una “malattia”. E i giorni da ottobre a Natale si prestavano ottimamente allo scopo.
Ero perfettamente cosciente dello spreco di tempo che stavo perpetrando ma, contemporaneamente, non incontravo difficoltà nel mettere a tacere i rimorsi di coscienza, anche e soprattutto grazie alla mia giovane età. Producendo un’encomiabile opera di persuasione mi autoconvinsi che, di lì a pochi anni, sarei diventato un famoso botanico, per cui trovavo assai più proficuo pattugliare regolarmente i boschi e le lande che seguire le lezioni di grammatica del professor Philipp Wackernagel; si ostinava a dettare nei nostri quaderni infinite liste di vocaboli terminanti in «ig» e «ich», che poi dovevamo anche studiare a memoria. Ancora oggi ignoro l’opinione in proposito del professor Wackernagel, un’ottima persona, oltre che erudito di fama eccelsa. Insomma, boschi e brughiere mi avevano definitivamente conquistato e divenni un perfetto conoscitore del territorio rupestre circostante. A prescindere da queste digressioni, ero seriamente alla ricerca di muschi e licheni, immaginando di essere un piccolo criptogamologo. In effetti la fioritura dei muschi è uno spettacolo meraviglioso.
Verso l’una del pomeriggio ero generalmente a casa e mangiavo con appetito invidiabile che, evidentemente, non dava segni di venir rovinato dai sensi di colpa. Al termine del pranzo mi si presentava il dilemma su come trascorrere le restanti ore del pomeriggio. Ma un modo lo trovavo sempre. All’angolo tra la Schönhauserstraße e la Weinmeisterstraße, quindi in una zona della città in cui era molto improbabile incontrare il direttore Klöden e gli altri insegnanti, si trovava la pasticceria del mio amico Anthieny. Bevevo il mio caffè immerso nella lettura dei periodici letterari più in voga: il «Beobachter an der Spree», il «Freimütigen», il «Gesellschafter» e soprattutto il mio favorito, il «Berliner Figaro». Ore di completa beatitudine. Divoravo le recensioni teatrali di Ludwig Rellstab, i saggi e i racconti di Gubitz e le poesie di quei sei o sette giovanotti che, forse loro malgrado, formavano la scuola poetica berlinse dell’epoca. Ricordo i nomi di Eduard Ferrand, Franz von Gaudy, Jiulius Minding e August Kopisch, i migliori, talenti che, nonostante il mutare delle mode e dei costumi, hanno saputo affermarsi e sono conosciuti anche ai nostri giorni. Eduard Ferrand, che forse oggi è retrocesso in seconda linea nel gusto della critica contemporanea, morì molto giovane e componeva versi semplicemente sublimi. Una della sue poesie migliori ispirò i versi di Georg Herweghs: «Vorrei spengermi come l’ultimo bagliore del tramonto». I versi di Ferrad esordiscono con le parole: «Vorrei morire come quella nube» che, ripetute, ritornano ad ogni capoverso con piccole variazioni. Impossibile non cogliere la somiglianza. Ripensando alle mattinate nei boschi e ai pomeriggi da Anthieny, quelle giornate caratterizzate non solo dalla pigrizia, ma anche da menzogna e inganno, non posso fare a meno di provare un certo turbamento, paragonandomi al famoso «Cavaliere sul lago di Costanza» che si rese conto della sventatezza della propria impresa solo dopo averla compiuta. Trasalisco al solo pensiero del tempo perduto e prego i miei giovani lettori di non volermi imitare. Sono stato uno sventato, ma non per tutti la sorte è così benevola. Ora che sono felicemente sfuggito al pericolo, pur ammettendo la mia colpa, non posso comunque fare a meno di esprimere una certa soddisfazione per aver marinato la scuola e per aver intrapreso le “escursioni nel Brandeburghese” molto prima del loro inizio ufficiale. Da un punto di vista fisico quel moto mi faceva bene e poi, nei pomeriggi, le letture letterarie da Anthieny, mi hanno permesso una tale padronanza della lirica tedesca degli anni trenta, che forse, ancora oggi, nessuno la conosce meglio di me. Se, invece, avessi adempiuto diligentemente ai miei obblighi scolastici, indubbiamente avrei conservato una coscienza pulita, ma al mio bagaglio culturale, peraltro già carente, sarebbe venuta a mancare anche la preziosa formazione che devo alla lettura del «Freimütigen», del «Gesellschafter» e del «Figaro». Alle critiche di mia madre, che rinfacciava a mio padre di attingere il proprio sapere dal dizionario enciclopedico, egli regolarmente rispondeva dicendo che «la fonte della cultura è completamente irrilevante». E mi sento di condividere questa sua opinione».

Portrait of Theodor Fontane

Theodor Fontane: Meine Kinderjahre
  Vorwort
Als mir es feststand, mein Leben zu beschreiben, stand es mir auch fest, daß ich bei meiner Vorliebe für Anekdotisches und mehr noch für eine viel Raum in Anspruch nehmende Kleinmalerei mich für einen bestimmten Abschnitt meines Lebens zu beschränken haben würde. Denn mit mehr als einem Bande herauszutreten, wollte mir nicht rätlich erscheinen. Und so blieb denn nur noch die Frage, welchen Abschnitt ich zu bevorzugen hätte.

Nach kurzem Schwanken entschied ich mich, meine Kinderjahre zu beschreiben, also »to begin with the beginning«. Ein verstorbener Freund von mir (noch dazu Schulrat) pflegte jungverheirateten Damen seiner Bekanntschaft den Rat zu geben, Aufzeichnungen über das erste Lebensjahr ihrer Kinder zu machen; in diesem ersten Lebensjahre »stecke der ganze Mensch«. Ich habe diesen Satz bestätigt gefunden, und wenn er mehr oder weniger auf Allgemeingültigkeit Anspruch hat, so darf vielleicht auch diese meine Kindheitsgeschichte als eine Lebensgeschichte gelten, Entgegengesetztenfalls verbliebe mir immer noch die Hoffnung, in diesen meinen Aufzeichnungen wenigstens etwas Zeitbildliches gegeben zu haben: das Bild einer kleinen Ostseestadt aus dem ersten Drittel des Jahrhunderts und in ihr die Schilderung einer noch ganz von Refugié-Traditionen erfüllten Franzosen-Kolonie-Familie, deren Träger und Repräsentanten meine beiden Eltern waren. Alles ist nach dem Leben gezeichnet. Wenn ich trotzdem, vorsichtigerweise, meinem Buche den Nebentitel eines »autobiographischen Romanes« gegeben habe, so hat dies darin seinen Grund, daß ich nicht von einzelnen aus jener Zeit her vielleicht noch Lebenden auf die Echtheitsfrage hin interpelliert werden möchte. Für etwaige Zweifler also sei es Roman!
Th. F.

Links:
Theodore Fontane.de
Bücher
Franz Hessel - Reveries in Berlin/ Fantasticherie berlinesi di Claudia Ciardi
(La Biblioteca di Israele a cura di Giusi Meister per Franz Hessel)

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