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17 aprile 2014

I mercatari




Calafati, eccentrico nome di una strada dove s’immaginano segreti movimenti di navigli, sguardi lenti di scafi come animali occupati nella muta, melodia di sartiame presaga e fatale. E gatte magre agli angoli delle case, come si addice ai porti, teste e zampe incorniciate da vetrate liberty che danno l’impressione di esser spuntate lì dal nulla. È giorno di mercato. Qui ognuno cerca un rimedio alle proprie fantasie o un’assoluzione per non aver più di che fantasticare. Solo, vestito di cenci ma nobile nel portamento se ne sta un alfiere con l’organetto e una batteria portatile sulla schiena, che ne enfatizza i gesti a dismisura. L’emiciclo della folla lo osanna e lo abbatte centinaia di volte in un’ora. Ma cos’è per lui il tempo, se non un capriccio caduto dalle ciglia di un semidio? Tutto e niente lo tocca. Ovunque si riunirà un piccolo crocchio a salutarlo, ovunque gli spettatori peseranno le loro vite nella sua, e i bimbetti grideranno al giullare, tra scherno e desiderio d’imitarlo. Guardate la livrea sbiadita, i pantaloni senz’orlo che doppiano meravigliosamente i suoi pensieri, guardatelo bene questo alambicco delle mille anarchie chiuso nel pugno della necessità, e intascherete la vostra dose di saggezza.
Non molto tempo fa, ogni volta che mi preparavo a partire, mi capitava d’incontrare un omino tanto piccolo e vecchio, somigliante a certi personaggi delle fiabe che se scherniti dall’improvvido passante, rivelano insospettabili poteri di reazione. Un ometto bianco, gentile e levigato come un pezzo d’avorio, da cui si sarebbe fabbricato volentieri un portafortuna. Agitava nella mano un barattolo di latta col manico, mentre l’altra metà del corpo giaceva abbandonata su un bastone, e in quella postura sembrava intero intero una reliquia.
Una volta mi fece strada fino al treno. Lui apparentemente non si accorse di nulla ma io già sapevo che sarebbe andata così, e il chioccante ramo da pellegrino su cui si arrampicava la sua figura divenne una bacchetta fatata, lievissima, pronta a suonare anche uno spartito se si fosse presentata l’occasione, e in quel modo avanzò, incutendo rispetto ai viaggiatori in attesa.
C’era poi un altro essere incantato, un barbone che girava per le strade con un ombrello nero attaccato al braccio, e più il tempo volgeva al bello, più questa esile caricatura d’uomo si stringeva tutta al suo cimelio. Non parlava mai, allo stare seduto preferiva giacere disteso, facendo leva sul gomito, un lucumone sfrattato intento a fissare le nuvole; che creatura invidiabile. Era un sensitivo e ogni volta che l’ho incontrato ho ringraziato il caso, perché su di me si posavano gli occhi più chiari della città.  
Tutti e due avrebbero potuto esser dipinti nella logora divisa di quell’alfiere, nelle divise di migliaia di paggi che scortano i visitatori tra i banchi delle fiere domenicali. Questo regno dei mercatari è simile a un bulbo di vetro dove vengono costruiti straordinari mondi in miniatura che non sono finzioni ma ci trascinano dritti sull’isola della nostra infanzia. Se poi in quella bolla trasparente nevica pure, allora vorremmo abitarci per sempre. Io continuo a custodire in me questi luoghi, anno dopo anno la mia fantasia li contempla in adorazione e quando si distrae, sognandone ad occhi aperti, tutto in me si apre a una gioia rotonda come il pane. Si sente un alito venire dal fondo dei ricordi, e subito abbiamo desiderio di seguirlo, quasi stessimo acciuffando la nostra ombra, ma vorremmo anche fermarci nelle piccole stradine di calce e pietra, tra giardini, lampioni, muretti, fili della biancheria, persiane, abbaini e comignoli. In ognuna di queste cose si vorrebbe entrare, posarcisi pochi attimi, seduti stringendo con le braccia le ginocchia, sparire dentro il paese di sogno, che non ha altro indirizzo se non noi stessi. Così, la visita a un mercatino è un po’ come aggirarsi in una contrada capovolta, dai cui fantasiosi incroci ciascun artigiano osserva il nostro andare. Immaginiamo amuleti, pozioni che le loro sapienti mani hanno travasato da lune dipinte su vetri e specchi colorati. Tutto ci convince della bontà della veglia ma è pur sempre altrettanto docile a farsi fiaba. In chi offre la sua mercanzia, io vedo un silenzioso messaggero, un cacciatore di tesori a riposo, ma il mio preferito è quel genere di ambulanti perennemente in attesa; immobili come statue di sale sorgono al centro delle loro conquiste, eteree città di bricchi e quadretti, porte e fontane d’oriente che il loro sguardo contempla di striscio, sulle quali la mano può correre libera e tornare con quel briciolo d’impudenza che viene da una rivelazione. Tra paggi, fattucchiere e prestigiatori c’è poi un personaggio destinato a raccogliere le sorti di tutti. Lo troverete quasi sempre in un angolo, in quei passaggi miracolosi che mettono in comunicazione due vicoli o due piazze, architetture con cui parliamo più volentieri e scioltamente che con chiunque altro. Tra questi artisti l’ultimo che ho incontrato era vestito di nero e aveva incorporato nel costume un siparietto dove nulla accadeva. Ma la gente continuava a fissare la ridicola pancia che faceva da ribalta, aspettandosi chissà quale numero da quel ventre impassibile.
A me per un attimo ricordò il vecchio teatrino di legno che mi regalarono da bambina. Non riuscivo a combinarci niente di buono, non una scena che potesse andare avanti per qualche minuto né il movimento sciolto e sicuro di un burattino, il sipario di tanto in tanto crollava, l’asticella che lo reggeva non voleva saperne di tenersi in equilibrio sul traverso, e l’orologio dipinto sul frontone pretendeva un eccesso di riguardo pari al suo sconvolgente immobilismo. Quell’occhio mi bloccava, esasperando la mia antipatia per i quadranti che tuttavia solo in seguito si sarebbe manifestata pienamente, quando la maestra mi umiliò, costringendomi a montare due lancette su un disco di legno. Da allora non sono più tanto sicura di dare il giusto peso al tempo, minuti e ore si dipanano come stelle filanti, e mi inchiodano su queste quattro assi che ritrovo in ogni strada in cui passeggio. Il telo davanti al palco improvvisato non si alza né si abbassa, il ventre aspetta il suo ventriloquo, e io resto in piedi alla ricerca di qualcosa da dire.

(Di Claudia Ciardi)


21 febbraio 2013

Infanzia e poesia - Kindheit und Poesie

«Immaginiamo un bambino del dopoguerra che gioca in uno spiazzo sterrato desolato, circondato da edifici sventrati e cadenti. Questi segni gli parlano di una guerra che non ha conosciuto e i suoi occhi guardano verso il cielo nello spasimo di amarne la trasparenza. Sarà così per sempre, come lo è stato per me: abitare le tracce di un ignoto disastro e offrire ogni cosa ad una vertigine vuota e distante. Così il sogno della poesia. Un atto di fedeltà ad un Angelo bruciato e la fedeltà altrettanto rigorosa a una terra desolata e secca. Il bambino è cresciuto, le macerie della sua infanzia sono ancora lì, cifre di un conflitto che il mito può illuminare ma non redimere. Allora il mito non può che essere debole, come la montaliana “creatura di un attimo” che la poesia lascia intravedere, angelica sembianza di una salvezza che è sempre a venire. Ecco, le ragioni della poesia si riducono a questa adesione alle cose morte e scheletrite, un atto d’amore pietoso che può almeno confortarle con la luce del mito, della sua mitezza. Oggi, nell’epoca delle rovine, la poesia è più che mai il canto dell’Amico, del bambino che gioca in uno spazio desolato e vorrebbe congiungere il cielo alla sua terra ferrigna e scalcinata. Parlo della bellezza, ed anche dell’orrore: la poesia conosce da sempre questa soglia, questo confine. Accogliere tutto, e inginocchiarsi davanti a tutto: chi non vede la terra, la sua polvere e il suo cemento, non vede nemmeno la trasparenza del cielo. L’infanzia, ripostiglio di bambole dell’anima di piombo, scena di angeli e paure: tempo della gioia e della sventura, del pianto e delle madri, barlume di parole dettate da una voce che ordina. Tempo dell’obbedienza, di un rigore tragico e destinale, di corse eroiche e sanguinanti. Il mito, appunto, di un’infanzia custodita nel fondo del linguaggio come luogo primordiale della sua voce più dolorosa ed esatta: quella dei poeti, dei “più dicenti”, come li ha chiamati Heidegger. Questo dettato, la sua parola erratica e mai perduta, mantiene la poesia sui bordi di una vertigine tragica e gioiosa, nella responsabilità di quel dire esigente che è il poetico. Un ripostiglio, un solaio di bambole sottili e inerti in cui si raduna, come diceva Rilke, ciò che esistendo disgiungiamo. Forse è in questi stanzini di buio e di pianto che abbiamo appreso ad amare angeli impossibili, davanti a questi immobili contenitori dell’umano dove la precarietà sembra annullata nella rigida fissità della morte. E chi conserva dentro di sé quei bambolotti, il mistero di poveri angeli intravisti e invocati come sembianze di vita mischiata con la morte, conserva anche la debolezza che lo farà inginocchiare davanti alla tragica e gioiosa armonia di terra e di cielo: in una parola la poesia».
Roberto Carifi, Infanzia e poesia - Nel ferro dei balocchi
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Quanto Benjamin c’è in queste parole. Quanto aggirarsi dell’ “angelo” sulle macerie del tempo. Il viaggio a ritroso alla ricerca dei simboli dell’infanzia coincide con lo sguardo dell’angelo della storia: «C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha gli occhi spalancati, la bocca aperta, le ali distese. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Ha il viso rivolto al passato». (Benjamin, Tesi di filosofia della storia, 9).
L’infanzia è il luogo della nostalgia ma anche della deflagrazione emotiva. Il poeta è un bricoleur che nella pratica del verso assembla relitti di un sentire acerbo e irrisolto, e il suo tentativo di rendere produttivo e ‘organico’ uno strato tanto fluido quanto indecifrabile viene immancabilmente respinto.
La sintassi dell’infanzia, tempo mitico di ogni essere umano, sfugge continuamente a ogni riorganizzazione significativa. Il piacere del ritorno alle immagini e agli oggetti che si sono preservati dalla “maledizione dell’essere utili” è subito frustrata da una sorta di consapevolezza alienante, l’essere qui e ora che impedisce di essere là, il compromesso con la maturità ordinata e forzata del giudizio critico che ci porta a isolare come poco affidabile la suggestione proveniente da un mondo chiuso in sé, un po’ hortus conclusus un po’ giardino alchemico per iniziati.
E tuttavia senza questa estraneità, senza questo esproprio dal passato non ci sarebbe neppure lo slancio del volgersi indietro (ich kehre gern zurück, dice Gershom Scholem in Gruss vom Angelus), non ci si sentirebbe attratti a osservare quei frammenti dispersi eppur vitali né se ne saprebbe cogliere la devastazione dolorosa alla luce del nostro vissuto, al quale già tendevano i loro misteriosi richiami, prima che ce ne allontanassimo.

Entrare nella casa del poeta è come alzare la cortina che ci separa dall’ingresso in un tempio orientale. Lo studio affollato di statue del Buddha è un antro di una sacralità propizia a celebrare il rito della poesia.
La raccolta Infanzia (Raffaelli editore, 2012) comprende poesie che Carifi ha composto tra il 1980 e l’ ’83, attorno ai trentadue anni.
Questi versi scivolano nel lettore come oracoli o come la corrente di un fiume, si fanno avvicinare con la medesima devozione con cui il fedele mette in movimento le “ruote della preghiera” in un santuario buddhista. L’evocazione suscita uno sguardo doloroso e affascinato su stagioni, giochi, giardini, cancellate, mura, cortili, un cosmo primitivo denso di immaginari e recuperi in cui il poeta si aggira in preda a uno smemoramento fiabesco, dove tutto sembra preludere a una qualche epifania.
(Di Claudia Ciardi)



Roberto Carifi, Infanzia, Raffaelli editore, 2012


Benjamin micro-narratore

di Giulio Schiavoni
«In particolare anche queste conferenze radiofoniche [il riferimento è alle Rundfunkgeschichten tenute da Benjamin tra il ’29 e il ’32 alle radio di Berlino e Francoforte] confermano la centralità dell’interesse benjaminiano per le problematiche pedagogiche e per il mondo non ancor deformato dell’infanzia e della fantasia creatrice, posto al centro delle proprie costellazioni simboliche e recuperato con stupore e reverenza in chiave materialistica e antiidealistica dopo la delusione nei confronti delle “Jugendbewegungen” evidenziatasi in prossimità della Prima Guerra Mondiale, al punto che si potrebbe idealmente ravvisare nel percorso figurale benjaminiano un passaggio d’interesse “dalla Jugend alla Kindheit”, ossia dalle potenzialità della Gioventù a quelle dell’Infanzia. (Gli sforzi di penetrare concettualmente tale universo sono documentati anche dalla Strada a senso unico e dall’Infanzia berlinese intorno al 1900), dagli articoli pubblicati da Benjamin sulla “Frankfurter Zeitung” nella prima metà degli anni Venti e dalla sua attenzione per l’opera di Proust, il luogo in cui egli ha visto intrecciarsi nella maniera più perfetta il mondo dell’adulto a quello del bambino».

Walter Benjamin, Burattini, streghe e briganti. Illuminismo per ragazzi (1929-1932)
Il Melangolo, 1993

Titolo originale/ Original title: Rundfunkgeschichten für Kinder, Suhrkamp Verlag Frankfurt am Main, 1989

«Bighellonare e contemplare (das Flanieren) è come leggere la via […]. La precipitazione degli altri vi purifica come un bagno nella schiuma del mare». Così Franz Hessel fotografa la sensazione di girare a piedi per Berlino. La metropoli, all’inizio degli anni ’20, è una fabbrica per l’immaginazione, irresistibile agli occhi dell’artista che l’attraversa. Uno strano magnetismo scorre a fiotti tra le sue vie, un misto di inquietudine e seducente vivacità sembra posarsi sulle sue architetture a un ritmo contagioso, lasciando senza fiato.  
Potsdamer Platz è stata per almeno un trentennio il simbolo della “città in movimento”. Dal Café Josty si poteva avere un colpo d’occhio sull’intero spazio, di cui scattanti uomini d’affari e signore slanciate dai loro graziosi cappellini rappresentavano un inesauribile corteo rituale. Questo movimento vorticoso, questa energica continua corrente di persone, andava incanalandosi lungo i binari del tram per convergere attorno al semaforo-orologio della piazza, eccentrica struttura di pentagono immolata a una scansione quasi onirica del traffico e del tempo. E proprio nel nodo di geometrie e forme irrisolte che da sempre intridono gli sfondi della metropoli sta l’enigmatica sensualità dei labirinti berlinesi, in cui si tiene a battesimo il più invidiabile degli smarrimenti speculativi.
Lo stesso Robert Walser, che tanto amava alimentare la sua scrittura di uno struggente disorientamento, si fece rapire volentieri dalla frenesia della Potsdamer, e proprio lì, un giorno, nel solito ubriacante via vai di teste incontrò Walther Rathenau. Vi è al riguardo un bel passo del ritratto che W. G. Sebald gli dedica ne Il passeggiatore solitario (Le promeneur solitaire. Zur Erinnerung an Robert Walser, cf. pp. 51-54 dell’edizione italiana), oltre alla descrizione che Walser dà di questa circostanza nel suo romanzo Il Brigante.
Spazieren in Berlin di Franz Hessel, con cui abbiamo cominciato il nostro articolo, è una delle grandi opere destinate ad arare un altro fecondo immaginario, quello dell’amico filosofo e scrittore, Walter Benjamin. Franz, padre di Stéphane, autore del pamphlet che ha invitato le giovani generazioni a indignarsi con i responsabili dell’attuale crisi economica, era un osservatore attento e sensibile, non a caso affascinato da Proust, nel quale pure Benjamin vedeva un grande bricoleur delle età storiche e umane. L’opera di Proust è il caleidoscopio che permette di esplorare l’interiore, “das Innen”, la prima tessera dipinta con cui il bambino filtra le proprie associazioni mentali per comprendere la realtà che lo circonda, come Benjamin non manca di sottolineare in una delle sue più toccanti poesie, dove i ricordi dello “Heim” consacrato all’infanzia si sovrappongono a quelli delle amicizie giovanili. Anche Berlino ha i suoi passages nei manifesti pubblicitari e nelle insegne abbaglianti dei grandi magazzini, ovunque contrasti cromatici e giochi di luce che fanno largo ai deliri visionari di Heinrich Kley, le cui bizzarre creature siedono sulle cuspidi di imponenti facciate neoclassiche, alfieri di fumose diagonali e misteri beffardi impigliati nel sottosuolo delle stazioni metropolitane. Di queste atmosfere si ritrovano alcuni intensi fotogrammi proprio nei discorsi radiofonici di Benjamin. Le Rundfunkgeschichten, tenute tra il 1929 e il ’32, rappresentano per certi versi un revival nostalgico di “storia della metropoli”, uno spaccato del floruit della “vita berlinese” che volge alla fine insieme all’esperienza weimariana, e anche un tentativo di recuperare i frammenti di un vissuto che rischia di essere disperso, insieme al suo valore insostituibile di testimonianza. Da studioso impegnato nella salvezza di frammenti di storia, attitudine che si spinge fino alla conservazione di oggetti considerati di utilità marginale, quali ad esempio i giocattoli o i libri per bambini, Benjamin intende sottrarre alla regola del mercato quelli che ha felicemente definito i “relitti di un mondo di sogno”. A tale riguardo, nell’articolata introduzione ai discorsi radiofonici, Giulio Schiavoni osserva: “Materiali che si direbbe costituiscano un humus ancora fertile, ponendosi come reliquie di una tramontata ingenuità, e che – nella prospettiva benjaminiana – paiono come albergare quella promesse du bonheur che tanti adulti hanno smarrito o tradito.” (p. 19)
La collaborazione con la radio di Berlino e di Francoforte, oltre a metterne in evidenza le notevoli doti di comunicatore rivela per intero il suo progetto pedagogico, che vuole sottrarre i ragazzi alle mire di un processo educativo interessato e consumista, dal quale “la delicata e chiusa fantasia del bambino viene intesa, senza scrupoli di sorta, come domanda psicologica nel senso di una società produttrice di merci, e nella quale con squallida disinvoltura l’educazione viene considerata come lo sbocco coloniale per lo smercio di beni culturali.” (p. 16; in tedesco si veda W. Benjamin, Kolonialpädagogik, 1929)
Per Benjamin è fondamentale, in una fase storica che offre molti allettamenti e altrettanti messaggi confusi e nevrotizzati, fornire ai più giovani, nella maniera meno invasiva e autoritaria, quegli strumenti necessari allo sviluppo di una solida e indipendente capacità critica. Solo diventando osservatori coscienti infatti saranno in grado di percepire a pieno il ruolo di attori sociali che l’ingresso nell’età matura li chiamerà a ricoprire. Benjamin formula in termini straordinariamente attuali la responsabilità dell’educatore nella formazione di individui consapevoli e preparati ad essere cittadinanza e umanità attiva e impegnata.

(Di Claudia Ciardi, 2011)

Sulle atmosfere della Berlino del primo trentennio del ‘900 e le sue collisioni artistiche si veda la voce dedicata al Café des Westens: http://it.wikipedia.org/wiki/Caf%C3%A9_des_Westens
Interessante spazio di discussione (in lingua inglese) dove una comunità di appassionati si confronta sui libri ispirati dal “mood” di Berlino, con un'attenzione particolare agli anni ’20 e ’30 - Books about Berlin: http://www.toytowngermany.com/lofi/index.php/t68483.html


Si veda anche:
Claudia Ciardi -  Appunti sulla teoria della distruzione di Winfried Sebald - Helios mag

Georg Heym - Ci invitarono i cortili (Die Höfe luden uns ein) a cura di Claudia Ciardi in collaborazione con Angela Staude Terzani, Via del Vento edizioni, dicembre 2011



Franco Benesperi, settimanale «La Vita», 27 - 1- 2013

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