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12 marzo 2014

La grande illusione




Un film di Jean Renoir. Con Jean Gabin, Pierre Fresnay, Erich von Stroheim, Dita Parlo, Marcel Dalio
Titolo originale: La grande illusion 
Genere: drammatico
Durata: 113'
Francia, 1937

«Da una parte ragazzi che giocano a fare i soldati, dall’altra soldati che giocano come ragazzi». Affacciati a una finestra che guarda sul cortile delle esercitazioni in un campo di prigionia in Germania, le voci dei soldati francesi s’insinuano a fatica nel rumore assordante della marcia delle giovani reclute tedesche. Jean Renoir rappresenta la prima guerra mondiale ma nulla o quasi di quel che accade in prima linea entra nel racconto. La sua è una guerra che si fa strada attraverso i bollettini affissi alle pareti del campo o si lascia interpretare nei gesti e nelle espressioni dei sorveglianti, la cui quotidianità scorre en face con quella dei prigionieri. Guerra di logoramento, dunque, non solo per chi è immerso nel fango delle trincee, ma anche per coloro che da troppo tempo se ne stanno rinchiusi, lontani dalla casa e dagli affetti. Nel frattempo si attinge a ogni risorsa per provare a evadere. Più che altro con la mente. Per una ragione o per l’altra qualsiasi tentativo di fuga infatti non tarda a rivelarsi inutile, e i prigionieri finiscono sempre per ritrovarsi attorno a un tavolo con la loro impotenza e tutta la stanchezza che il protrarsi degli eventi comporta. In questo perenne, a tratti perfino comico, inseguimento di ruoli degno del più riuscito "guardie e ladri", è racchiuso il fortissimo desiderio di normalità provato da tutti i protagonisti. Ogni trasgressione del regolamento apre delle crepe in cui affiora con prepotenza la voglia di tornare a essere uomini. La ribellione è principalmente nei confronti di ciò che tiene distanti gli uomini l’uno dall’altro. Di scene da incorniciare ve ne sono molte, e l’interpretazione di Jean Gabin (Maréchal), un gigante nel ruolo del pilota ferito che le prova tutte finché, insieme a un compagno, non gli riesce di scappare dalla fortezza in cui lo hanno confinato, è un contributo rilevante al capolavoro. L’aspetto ludico attraversa per intero il film, culminando nel concerto di flauti e pentole, orchestrato da un maestro d’eccezione, il capitano De Boëldieu, che vuole dare al suo buon Maréchal un’ultima possibilità per chiuderla una volta per tutte con la prigionia. La danza tra i costoni del perimetro del castello, nella quale De Boëldieu si esibisce, suonando il flauto davanti ai suoi carcerieri, è la metafora della fine di un mondo. Quando il direttore della fortezza, che con il capitano ha un rapporto di profondo rispetto, perché a lui lo accomuna l’appartenenza a quell’aristocrazia ormai avviata al tramonto, si vede costretto a sparargli, il colpo che esce dalla sua pistola è come se uccidesse anche lui. 
Prima di cadere esanime, De Boëldieu guarda un istante l’orologio: certezza che la fuga è riuscita, volontà di stabilire l’attimo della propria fine. Il corpo che si accascia nel buio è l’istante in cui la realtà, la tragedia che si consuma fuori, entra nel forzato isolamento dei soldati. Quella pallottola che squarcia la notte ricorda che nulla è accaduto per gioco.   
La grande illusione è un film sulla pace. Il titolo non sorprende: quanto a illusioni la prima guerra mondiale ne ha seppellite parecchie. Il conflitto secondo Renoir ha un volto grottesco, gli uomini sono principalmente prigionieri di se stessi, delle tante aberrazioni grandi e piccole che il tempo così sospeso, estromesso dal vivere di tutti i giorni, comporta. Con una scelta narrativa volutamente arretrata rispetto ai campi di battaglia, il regista illumina da una prospettiva fino a allora inedita l’amara ribalta della Grande Guerra. Va in parallelo, viene da dire in perfetta sintonia col messaggio dell’opera, la storia travagliata della sua conservazione. Premiato alla Mostra di Venezia del ’37, il film lascia freddi Hitler e Mussolini. Quest’ultimo pensa bene di vietarne la diffusione in Italia: ci vorranno dieci anni perché la censura fascista decada. Intanto i primi venti di guerra prendono forza sul continente. Con l’occupazione della Francia da parte dei tedeschi (giugno del ’40), le bobine scompaiono dal laboratorio parigino che le custodiva per riapparire a Berlino. Niente di preciso si sa riguardo questa operazione: l’unico dato certo è che non deve essere stata semplice, perché parliamo di almeno quaranta casse di materiali. Ma l’odissea di Renoir non è affatto conclusa. Entrati a Berlino i sovietici si impadroniscono delle casse che migrano a Mosca. Non se ne saprà più nulla fino alla metà degli anni Sessanta, quando il ritorno del film in Francia viene barattato per un episodio di James Bond. Restaurato dalla Cineteca di Bologna nel 2011, ne è finalmente riemerso in tutto il suo splendore narrativo. Quando è stato girato, è chiaro che nessuno poteva immaginare un destino così difficile e tanto profondamente legato alle lacerazioni continentali. Di fatto a ovest come a est l’impegno di Renoir contro la guerra sembra aver incantato anche coloro che, prigionieri dell’ideologia dei due blocchi, non se la sono sentita di distruggerlo.

(Di Claudia Ciardi)




In questo blog:

«L’allestimento documenta le atrocità che si sono consumate in ogni angolo del pianeta, da “Il miliziano colpito a morte” di Robert Capa, indimenticabile narratore della Spagna dilaniata dalla guerra civile, alle primavere arabe. Dagli sguardi annientati dei passanti che scrutano il cielo durante gli allarmi aerei in una Bilbao sfinita dall’assedio (maggio del ’37) a quelli altrettanto persi dei soldati tedeschi che, anni dopo, si troveranno prigionieri in Normandia, sopravvissuti sì ma costretti a fare i conti con la propria sconfitta».

«Un libro passato forse senza troppo clamore nelle librerie italiane ma su cui vale la pena riaccendere l'attenzione dei lettori. Una cronaca in presa diretta della seconda guerra mondiale che costituisce una testimonianza unica per la ricchezza di fatti e ritratti raccolti al fronte e per l’efficace semplicità con cui l'autore ce li presenta.
La grande metafora dello spazio-tempo fiabesco evocata da Steinbeck potrebbe risultare in un primo momento stridente, dato che siamo in presenza di un dramma collettivo in cui hanno agito figure concrete, fatalmente racchiuse in una precisa porzione di storia».

«Cinque frammenti che ci consegnano uno spaccato di vita di un grande interprete della Mitteleuropa. Un flâneur che con passo lucido e originale ha esplorato ambienti e ossessioni della propria epoca, a partire da una deflagrazione drammatica occorsa lungo il suo cammino: l’esperienza del primo conflitto mondiale».

Naufragio di guerra #0:
«Le aspettative legate all’ingresso in guerra dell’Italia furono spazzate via dall’alto tributo di sangue versato dalla nazione (5.200.000 gli italiani arruolati, di cui 650.000 i caduti). Le dodici battaglie sull’Isonzo (qui, sui due fronti, si contarono 250.000 morti e 100.000 dispersi, cioè tre volte Hiroshima) non passarono senza conseguenze, gettando discredito sul comando e le alte cariche dell’esercito. Ne scaturirono inchieste e strascichi polemici che si protrassero fino al ’25, l’anno della vergognosa ‘riabilitazione’, quando Mussolini nominò Cadorna maresciallo d’Italia».



25 gennaio 2014

Meeting Ost: «Most»



Parallelamente alla crisi economica che da diversi anni affligge gli stati membri dell’Europa occidentale, è cresciuto il dibattito attorno ai paesi che occupano la metà orientale del vecchio continente. Tra aspettative e demonizzazioni l’intellighenzia figlia di un occidentalismo oltranzista, in preda ormai alla stanchezza senile, continua a guardare a est con non poco scetticismo, mostrando spesso nelle proprie analisi scarsa obiettività. L’eredità di atteggiamenti coltivati in piena guerra fredda è dura a morire e continua a infiltrare l’evolversi dei rapporti tra europei occidentali e orientali.
Non è infrequente sentir dire che il recente allargamento dell’Unione sarebbe una delle cause della crisi e del suo acuirsi. Dirimere una tale questione implicherebbe incrociare diversi dati e perdersi in parecchi meandri statistici. Sia sufficiente dire che le letture sbilanciate verso una sola ‘verità’ in genere fanno rima con parzialità, e chi punta preventivamente il dito contro qualcuno, di solito ha più di una cosa da farsi perdonare. Ricordiamo, per chiarezza storica, che a Atene nel 2003, dieci paesi dell’Europa centrale, orientale e mediterranea firmavano il trattato di adesione alla UE, entrato in vigore il 1° maggio del 2004 con le quindici ratifiche dei vecchi stati membri. Si realizzava così quello che è stato ribattezzato come “allargamento big bang”, con il passaggio dei membri UE da quindici a venticinque, per poi divenire ventisette nel 2007 (con l’ingresso di Romania e Bulgaria). Di fatto, a partire dal 2004, l’Unione non è più soltanto tra stati occidentali. Saper guardare a questa nuova realtà implica uscire dalla sindrome del “blocco unico”, visione livellante e deliberatamente preclusa a qualsiasi approfondimento. Entità unica l’Europa orientale lo è stata, pagando peraltro, è giusto non dimenticarlo, un prezzo altissimo a livello culturale e identitario. Ciò che ha reso temporaneamente possibile tale assimilazione è una sovrastruttura politica, perciò quando parliamo di Europa dell’est si dà propriamente a tale espressione un significato politico e non geografico. Questa Europa infatti non è nata né culturalmente né etnicamente omogenea. Al suo interno vivono comunità di orientamento religioso differente: cattolico, greco-cattolico, russo-ortodosso, romeno-ortodosso, luterano, battista, ebraico e musulmano. Abitano in città cosmopolite o comunità rurali, appartengono a diverse aree linguistiche: slave, romanze, ugro-finniche, baltiche e germaniche. Si può parlare di una regione orientale, non senza periodi di insofferenza e turbolenze all’indirizzo di Mosca, in un periodo storico preciso, che si colloca tra il 1945 e il 1989. E anche all’interno di questa forzata koiné bisogna distinguere tra chi faceva parte dell’Unione Sovietica già dal 1917-’18 e chi è entrato nel blocco dopo la seconda guerra mondiale. Se poi ci si spinge ancora più indietro, alla dominazione asburgica e all’influsso veneziano, ad esempio, si scoprono ulteriori incroci e ci si imbatte in altre realtà peculiari e non meno complesse. La sensazione rothiana di «perdere una patria dopo l’altra» – dapprima la sua Galizia si dissolverà insieme ai fasti viennesi con lo scoppio della Grande Guerra, poi l’annessione dell’Austria da parte della Germania nel 1938, aprirà una falla irreparabile nella sopravvivenza di questo ‘mondo di mezzo’ – testimonia la labilità in cui è immerso da sempre il variegato cosmo orientale, inevitabilmente fascinoso quanto sfuggente agli occhi di chi lo attraversa.  
Dunque, come differenti sono le storie e gli apporti culturali dei paesi dell’est (una cosa sono le repubbliche baltiche, un’altra i Balcani, altra ancora Polonia, Ucraina, Romania, Ungheria), come differente è stato il loro complicato decorso post sovietico, altrettanto versatile, comprensivo e lungimirante dovrebbe essere il dialogo che i membri fondatori dell’Unione europea hanno interesse a sostenere con una realtà tanto frastagliata.
La tendenza che va per la maggiore, anche perché per proporzione inversa comporta uno sforzo minore a livello di studio e ricerca sull’altro, è invece quella della riduzione della complessità fino alla banalizzazione del passato storico. Non c’è da stupirsi dunque, se la dialettica ovest-est conosce periodi di allontanamento e battute di arresto. Il pregiudizio occupa un posto ancora rilevante nel dibattito, e il vederne affiorare per intero l’apporto negativo, quando maggiori sono le difficoltà per tutti i membri comunitari, invita a fare urgentemente autocritica e a svecchiare visioni politiche molestamente incardinate a una dottrina occidentalista ormai in affanno.
L’incertezza che costantemente paralizza l'azione, il rigore astratto dei dettati protocollari di Bruxelles, il calendario delle regalie da elargire non prima di aver dato prova di adesione incondizionata alle teologie della BCE, se tirati troppo per le lunghe e senza che si giunga a un maggior coinvolgimento delle parti, come in tutti i progetti, quindi anche in quello unitario, rischiano di produrre disaffezione e logoramento.
Di tutto questo ci parla con competenza e passione «Most», la rivista quadrimestrale prodotta dalla redazione di East Journal, sito di approfondimento storico e analisi politica dedicato a eventi rilevanti di Europa centrale, orientale, Russia, Vicino Oriente e Asia. Si tratta di un osservatorio quanto mai prezioso, che mi sento di consigliare a chi desidera documentarsi e tenersi aggiornato su questa parte di mondo, perché proprio qui sono in atto importanti redistribuzioni di potere non prive di conseguenze per il futuro dell’Europa.
Gli autori insistono a ragione su un concetto che, in questo momento di bonaccia e disorientamento nelle dinamiche europeiste, è bene non stancarsi di divulgare: «Il processo di allargamento è ancora in corso e i Balcani e la Turchia sono oggi le sfide che l’Unione si trova davanti. Nella storia degli ultimi sessant’anni di integrazione europea, allargamento e approfondimento dell’Unione sono sempre andati di pari passo. L’UE assomiglia ad una bicicletta, che funziona solo quando le due ruote, allargamento ed approfondimento, procedono insieme. Se l’allargamento dovesse veramente essere messo in pausa, come paventato da alcuni, il rischio è che anche l’integrazione si arresti».
Un’affermazione che proprio nell’Ucraina degli ultimi due mesi vede un banco di prova molto delicato. La protesta pro-Europa si sta allargando anche alla parte russofona della popolazione. Se in questa circostanza Bruxelles mostrasse un po’ più di coraggio, la Russia finirebbe per venire a più miti consigli. Una Ucraina europea farebbe cadere le minacce russe: davvero Putin insisterebbe sulla chiusura dei rubinetti del gas? Andrebbe avanti su una posizione che implicherebbe la perdita degli entroiti derivanti dalla vendita degli idrocarburi ai paesi europei? Improbabile. Si tratta più che altro di una guerra dei nervi. L’Europa teme una escalation delle ritorsioni e allora l’unica cosa di cui è capace, mettendosi nella scia di Washington, è agitare lo spauracchio delle sanzioni, che danneggerebbero inevitabilmente la popolazione, già provata da un quadro economico difficile. I tentennamenti europei nei confronti dell’Ucraina hanno ricadute immediate sulla gente che adesso è in piazza ma anche sulla tenuta e coerenza del processo di integrazione. La giornalista Julija Mostovaja ha dato voce alla drammaticità di questo stallo, riassumendolo qualche settimana fa su «Zerkalo Nedeli» con queste parole: «Un tempo l’Ucraina era considerata il ponte tra la Russia e l’Europa. Lo è ancora oggi, ma in questa fase i suoi estremi geografici stanno affondando in un mare di soldi russi. E in questo mare si trova anche Evromajdan ["Piazza europea", il nome con cui in Ucraina si indica la mobilitazione filoeuropea]. Mosca la odia, Washington è nervosa, Bruxelles la ama di un amore platonico».
Il laboratorio di «Most» contribuisce alla costruzione di un’alternativa culturale e politica. Attraverso la ricognizione di dati storici, alternati al racconto dell’ampio spettro dell’attualità, invita il lettore a esercitare tutto il proprio senso critico, perché essere attori di quel che sta accadendo, avrà una profonda rilevanza nel dialogo tra future generazioni.

(Di Claudia Ciardi)


Alcuni tra gli argomenti di maggior rilievo su «Most» #6:
  • L’avventurosa e difficile migrazione dei Trentini in Bosnia
  • La questione dei Rom in Ungheria: tra razzismo e degrado sociale
  • L’allargamento dell’Europa: il problematico dialogo con la Turchia, la costellazione jugoslava, le aspettative europee del popolo ucraino
Ulteriori informazioni sul sito di East Journal 

In questo blog:
Oriente-Occidente
oriente - come ‛ occidente ' (v.), o. per lo più è usato in senso generico, a indicare la parte dell'orizzonte dove sorge il sole, il balco d'orïente dell'Aurora (Pg IX 2), la plaga irraggiata e fatta ridente da Venere mattutina (I 20, XXVII 94), la parte del cielo ove, poco prima dell'alba, i geomanti (v.) vedono apparire delle stelle nelle quali possono scorgere la figura della loro Fortuna Maggiore (XIX 5).
Assume un significato metaforico e simbolico quando è designato come luogo di nascita di s. Francesco in sostituzione di Assisi (Ascesi, Pd XI 54). Un altro punto interessante in tal senso è quello in cui un'anima della valletta dei principi intona l'inno della sera ficcando li occhi verso l'oriente (Pg VIII 11).
In proposito il Buti commenta: «nome de' fare l'omo quando adora Iddio, che si de' volgere all'oriente: e però tutte le chiese antiche ànno volto li altari a l'oriente; ma ora, quando non si può commodamente fare, non v'è cura, imperò che Iddio è in ogni luogo».

10 gennaio 2014

Naufragio di guerra #0



In vista delle commemorazioni della prima guerra mondiale, scoppiata il 28 luglio 1914 e di cui quest’anno ricorre il centenario, vorrei accompagnare i lettori sui sentieri della memoria attraverso la voce del poeta Giuseppe Ungaretti, che conobbe l’esperienza atroce e logorante della trincea.
Nel corso di tutto il 2014 e fino al maggio del 2015 proporrò periodicamente alcuni suoi versi tratti da L’allegria, testamento poetico del fronte, diario di un naufrago sopravvissuto all’orrore. Accenneremo brevemente ai luoghi da cui Ungaretti ha scritto, collocandoli nella loro dimensione storica e geografica di avamposti di guerra.
Maggior rilievo sarà dato al ciclo di poesie che compone la sezione Porto sepolto, pubblicata in volume nel ’16,  dove più densa è l’evocazione degli episodi vissuti in prima linea a partire dal 1915. Ma non trascurerò neppure le altre liriche della raccolta, perché in questo straordinario journal dove l’uomo analizza se stesso nel tentativo di recuperare i frammenti della propria esistenza, dappertutto si riflette il sentimento di un animo diviso tra la gioia per la vita salvata e lo sconcerto per la catastrofe che si è portata via i compagni.

Pubblicata una prima volta nel 1919 con il titolo Allegria di naufragi, la storia editoriale di questo volume è lunga e complessa. Nel ’23 esce un’edizione rivista e intitolata semplicemente L’allegria. Da questo momento in poi i testi verranno più volte rimaneggiati, fino ad approdare alla versione definitiva del 1969, anno precedente alla morte del poeta.

La raccolta si apre con un gruppo di poesie riunite sotto il titolo Ultime (Milano 1914-’15) ed è chiusa dalla sezione intitolata Prime (Parigi-Milano 1919), quasi che Ungaretti non abbia potuto fare a meno di intessere un racconto à rebours, avendo la guerra innescato il desiderio di percorrere all’inverso i fiumi della vita. Giunti allo spaesamento della foce, nella lotta contro corrente per sfuggire alla furia della distruzione, il poeta prova conforto al pensiero della sorgente. A giungervi sarà un uomo cambiato che solo aggrappandosi al filo dei ricordi, tenendo fermo lo sguardo al grembo delle proprie origini, è riuscito a salvare se stesso. Niente potrà più essere uguale, la frattura continuerà a scuotere la vita del reduce, insinuandosi nella sue memorie del prima e del dopo. Le poesie di Prime sono le poesie dell’azzeramento, i versi del ritorno alle cose che tuttavia parlano con voci “frante”, tra le quali l’uomo sbatte disorientato, cieco mendicante respinto dal mondo. Il naufragio è compiuto. Il vivo che per un attimo ha fissato l’abisso torna alla superficie coperto di un “arido manto” su cui i ricordi galleggiano solitari e smorzati ma capaci ancora di sprigionare intatto l’inquietante bagliore del dramma che li ha attraversati.

L’Italia entrò in guerra il 23 maggio 1915 dopo serrate trattative condotte dall’allora ministro degli esteri Sidney Sonnino (Pisa, 1847 – Roma, 1922), in forze nel governo Salandra. Stipulato il Patto di Londra, trattato in base al quale il paese avrebbe ricevuto vari compensi territoriali, soprattutto a spese dell’Austria, l’Italia si impegnò a scendere in campo contro gli imperi centrali. 

Sonnino fu politico relativamente corretto a fronte della situazioni che venne chiamato a gestire. 
Conseguita la laurea in giurisprudenza (1865), decise di intraprendere la carriera diplomatica (1867-’73). Viaggiatore e cosmopolita, fu tra i primi a occuparsi con maggiore incisività della ‘questione meridionale’. Portò a termine, insieme a Leopoldo Franchetti, un’inchiesta (1876-’77) in cui venivano evidenziati gli aspetti negativi del latifondo e si criticava l’assenteismo dei proprietari terrieri del Mezzogiorno. In conseguenza dello scandalo della Banca di Roma, nelle vesti di ministro delle Finanze e del Tesoro (1893-’94) intervenne per arginare la crisi economico-finanziaria del paese e risanare il bilancio dello Stato.

Le aspettative legate all’ingresso in guerra dell’Italia furono spazzate via dall’alto tributo di sangue versato dalla nazione (5.200.000 gli italiani arruolati, di cui 650.000 i caduti). Le dodici battaglie sull’Isonzo (qui, sui due fronti, si contarono 250.000 morti e 100.000 dispersi, cioè tre volte Hiroshima) non passarono senza conseguenze, gettando discredito sul comando e le alte cariche dell’esercito. Ne scaturirono inchieste e strascichi polemici che si protrassero fino al ’25, l’anno della vergognosa ‘riabilitazione’, quando Mussolini nominò Cadorna maresciallo d’Italia – mentre la commissione istituita nel ’18 lo aveva indicato come il principale artefice della disfatta – e Badoglio ricevette la nomina di capo di Stato Maggiore, nonostante venisse additato come il responsabile dello sfondamento del fronte a Tolmino, e a suo carico fosse stata depositata una relazione di tredici pagine misteriosamente sparita (forse su indicazione del generale Diaz, forse per l’intervento diretto dell’allora capo del governo Vittorio Emanuele Orlando).
Per gli italiani dunque non si trattò affatto di una partecipazione indolore e quella di Vittorio Veneto si offrì fin da subito come una vittoria vistosamente zoppicante.
Sonnino partecipò alla Conferenza di pace di Parigi (18 gennaio 1919) insieme al primo ministro Orlando. La delegazione entrò subito in forte contrasto con il presidente americano Thomas Woodrow Wilson che impugnò il Trattato di Londra, contestando alcune delle promesse fatte all’Italia. Fu la fine della carriera di Sonnino. Provato e amareggiato per la mancanza di riconoscimento riservata all’enorme sforzo bellico messo in campo dal paese, si oppose nello stesso anno all’introduzione del sistema elettorale proporzionale e, con la caduta del governo Orlando (giugno del ’19), non si ripresentò alle elezioni. Nonostante nel 1920 fosse stato nominato senatore, preferì ritirarsi definitivamente a vita privata, dedicandosi alla passione di sempre: gli studi danteschi.

A proposito della prima guerra mondiale come conflitto diverso da tutti i precedenti, scrive Roberto Bianchi, docente di Storia contemporanea all’Università di Firenze:
«La guerra esplosa tra gli Stati europei diventò un conflitto globale e totale, combattuto con forme e obiettivi fino ad allora considerati tipici delle guerre civili e coloniali. Nata con le regole della diplomazia dell’Ottocento, la prima guerra mondiale divenne rapidamente qualcosa di nuovo e di inedito, volto a mobilitare l’intero corpo sociale e ad annientare definitivamente il nemico, privato di ogni legittimazione morale».

Tra gli enormi e irreversibili cambiamenti che la Grande Guerra innescò, quello forse di maggior portata per le future sorti del vecchio continente fu la fine dell’egemonia europea su scala mondiale. 
Da ‘ombelico del mondo’, nel trentennio a venire l’Europa sancì definitivamente la propria posizione di frontiera, spaccata in due dalla “cortina di ferro”, schiacciata tra i due imperi, americano e sovietico.

(Di Claudia Ciardi)


Giuseppe Ungaretti legge I fiumi
Eterno

Tra un fiore colto e l’altro donato
l’inesprimibile nulla

(Da Ultime)


Nasce forse 

C’è la nebbia che ci cancella

nasce forse un fiume quassù

ascolto il canto delle sirene
del lago dov’era la città

(Da Ultime)


Ritorno

Trinano le cose un’estesa monotonia di assenze

ora è un pallido involucro

l’azzurro scuro delle profondità si è franto

ora è un arido manto

 (Da Prime)


Ironia 

Odo la primavera nei rami neri indolenziti. Si può
seguire solo a quest’ora, passando tra le case soli
con i propri pensieri.
È l’ora delle finestre chiuse, ma
questa tristezza di ritorni m’ha tolto il sonno.
Un velo di verde intenerirà domattina da questi alberi,
poco fa quando è sopraggiunta la notte, ancora secchi.
Iddio non si dà pace.
Solo a quest’ora è dato, a qualche raro sognatore,
il martirio di seguirne l’opera.
Stanotte, benché sia d’aprile, nevica sulla città.
Nessuna violenza supera quella che ha aspetti silenziosi
e freddi.

(Da Prime)


Segnalazioni:

La Grande Guerra, 1914-1918 su «Focus Storia Collection», Inverno 2013
In questo blog:
Un contributo in vista del centenario della Grande Guerra.
Eine Fliege stirbt: Weltkrieg – Una mosca muore: guerra mondiale

Il blog «C’è vita su Marte» ha recensito Robert Musil, Narra un soldato/ Ein Soldat erzählt, Via del Vento edizioni (novembre 2012)


«Corriere della Sera», Joseph Roth, L'incantatore/ Der Zauberer, Via del Vento edizioni, 9 gennaio 2014

Links:


Albo dei caduti della Grande Guerra

Arte nella Grande Guerra

Europeana- Remembering the First World War

Foto della Grande Guerra su Xaaraan il blog di Antonella Beccaria

Giornali di trincea (a cura di Francesco Maggi)

La Grande Guerra sul Carso e sul fronte dell'Isonzo

Museo storico della Grande Guerra (Rovereto)

Sito di approfondimento storico e materiale didattico

Società storica per la Guerra bianca (presidente Marco Balbi)

Verso l'anniversario (Trento, marzo 2013)


Pier Paolo Pasolini intervista Giuseppe Ungaretti

6 maggio 2013

Prague, 1968 - La primavera e "l'estate troppo bella"


Praga (Praha), 1968



Primavera di Praga, scontro sulla memoria

«Nel quarantacinquesimo anniversario della Primavera di Praga, che “esplose” nel marzo-aprile 1968, si torna a ravvivare il dibattito sulla memoria storica nella Repubblica ceca. La miccia è partita da un’infornata di nomine al consiglio d’amministrazione dell’Istituto per lo studio dei regimi totalitari (Ustr) da parte del Senato ceco. Dopo anni di predominio della destra alla Camera alta, il Senato è ora retto da una solida maggioranza socialdemocratica, che ha nominato nel cda dell’Ustr alcuni intellettuali di riferimento come il politologo Lukas Jelinek e il sociologo Michael Uhl. A breve giro è stato sfiduciato il direttore Daniel Hermann, che ha commentato l’accaduto puntando il dito contro i socialdemocratici. Tuttavia la sfiducia a Hermann ha fatto partire una valanga di dimissioni dal cda, dal Consiglio scientifico e da altri organi collegiali.
L’Ustr ha una posizione particolare tra gli istituti scientifici cechi, in quanto le sue funzioni sono fissate per legge. In primo luogo deve gestire gli archivi della polizia segreta Stb, una funzione di grande rilievo e delicatezza, visto che rimangono in vigore le leggi sulle proscrizioni per chi sia stato agente o collaboratore consenziente con i servizi segreti. In secondo luogo deve condurre la ricerca scientifica e – presumibilmente – deve dare un’interpretazione quasi ufficiale del periodo 1948-1989. L’attuale scontro sull’Ustr tra la sinistra moderata e la destra è indicativa di diversi punti di conflitto. In primo luogo c’è l’interpretazione storica del periodo 1948-1989, quando fu al potere il Partito comunista cecoslovacco. Per la destra e gli storici d’area dell’Ustr in tutto quel periodo la Cecoslovacchia fu uno stato totalitario guidato dal Partito comunista cecoslovacco. In quell’ottica gli archivi della polizia segreta assumono un valore enorme, in quqnto rappresentano il cuore dell’apparato statale.
Tuttavia ormai molti storici dubitano che il paradigma del totalitarismo possa essere applicato in maniera così estesa e disinvolta. Un punto di rottura è rappresentato dalla Primavera di Praga, che con la sua atmosfera di apertura e libertà, oltre ad alcune riforme come l’abrogazione della censura, non riesce a essere esplicata usando esclusivamente questa concezione storica. Inoltre anche durante la cosiddetta normalizzazione le interazioni tra la società e il potere politico avevano un carattere più complesso di quando possa suggerire la teoria del totalitarismo. Perciò uno degli obiettivi dei nuovi consiglieri, nominati dal Senato a maggioranza socialdemocratica è quello di aprire il dibattito su questo punto fondamentale della memoria storica. […] Il fatto che la legge affidi gli archivi della polizia segreta a un istituto storico e non semplicemente a un’istituzione di stampo archiviale, sottolinea la delicatezza dei faldoni gestiti dall’Ustr. Una delle poche attività dell’Ustr su cui vige un largo consenso è la digitalizzazione e l’apertura dei fascicoli, che sta portando avanti da diversi anni. Visto che molti fascicoli sono stati scartati, i registri degli archivi sono frammentati e richiedono un significativo lavoro di cura e interpretazione. L’Ustr dovrebbe avere quindi un ruolo di mediazione e di ricomposizione dei contenuti d’archivio in un contesto storico, un ruolo totalmente disatteso negli scorsi anni. In diverse occasioni infatti l’Ustr ha direttamente o indirettamente favorito le campagne stampa contro noti personaggi della vita pubblica sulla base delle registrazioni contenute negli archivi. Il caso più noto è quello dello scrittore Milan Kundera, ma di tentativi di killer aggio contro uomini politici, dello spettacolo o dell’ambiente scientifico ce ne sono molti altri. Insomma negli anni passati l’Ustr era diventato una macchina del fango e i suoi dipendenti suggeritori di articoli scandalistici senza rilievo storico e certe volte anche con gravi imprecisioni sui fatti accaduti».

Ja. Hor. «Il Manifesto», 20 aprile 2013 (un estratto)
                                                              


Gypsies in the Czech Republic, 1966, by Joseph Koudelka

«Nell’emisfero settentrionale l’anno 1968 verrà ricordato come l’anno delle tre grandi crisi: l’insurrezione del maggio in Francia che portò la quinta Repubblica sull’orlo del crollo, la crisi del sistema monetario internazionale che culminò con le difficoltà della moneta francese e la conseguente conferenza internazionale a Bonn in novembre, e infine l’intervento militare dell’Unione Sovietica e di quattro altri paesi membri del Patto di Varsavia in Cecoslovacchia, il 21 agosto. Le prime due crisi rimangono notevoli per ciò che non sono riuscite a realizzare, la seconda per ciò che è riuscita a realizzare». (Karl Kaiser, La Germania fra Est e Ovest, Il Mulino, Bologna, 1968-69)

Il quadro dell’Est è complesso ed è reso ancor più instabile dal riproporsi della questione tedesca, che vede la Germania Occidentale perseguire le due strade dell’atlantismo e della Ostpolitik. La concorrenza fra le due Germanie e il dilatarsi delle interrelazioni economiche in questo settore del mercato centro orientale dell’Europa, uno dei settori strategici nel quadro mondiale, rendono sicuramente più preoccupanti – agli occhi di Mosca e della DDR (la Germania orientale appunto) – le iniziative di cambiamento e le oscillazioni di alcuni paesi fra filo-sovietismo e apertura alla Cina maoista (grande antagonista dell’URSS nel cosiddetto ‘mondo comunista’).
La Germania, divisa in due dalla guerra, è il paese che sta al di qua e al di là della cortina. Nell’ottica di lungo periodo, per esempio nella visione strategica di De Gaulle, si profila il superamento della divisione della Germania mediante un processo a lunga scadenza di distensione e di riavvicinamento tra Est e Ovest. Ma nel presente i due diversi regimi svolgono un ruolo relativamente centrale all’interno del proprio schieramento: sono avamposti, ma al contempo sono le due parti di un’unica nazione.
Le due Germanie fanno così da scala mobile dei problemi internazionali, tendenzialmente da amplificatore. Ogni cosa diviene più minacciosa e i due regimi sono ipersensibili di fronte alle conseguenze interne di un cambiamento di clima politico.
Vi sono buone ragioni per pensare che, nel quadro della destalinizzazione e dei rapporti fra gli stati del ‘blocco sovietico’, e gli eventi successivi che sono ben noti, sia decisamente più significativa la deriva polacca, rispetto alle convulsioni della Praga del nuovo corso.
Se seguiamo il corso degli eventi, infatti, in questa parte del mondo il tutto iniziava già molto prima, o per meglio dire cominciava a manifestarsi e a essere stroncato ciò che nel ’68 si ripropose (in forme forse mimetiche).

Possiamo dire che le grandi manifestazioni del 1956, in Polonia (sciopero operaio di Pozvan del giugno 1956 e ritorno al potere di Gomulka nell’ottobre dello stesso anno) e in Ungheria (insurrezione antisovietica nel novembre ), ma anche in altre zone dell’universo ‘socialista’, determinarono una forte presa di posizione e di coscienza da parte di molti esponenti del campo democratico e socialista e di molti intellettuali di varie parti di Europa. Il tragico epilogo che ne conseguì – l’invasione dell’Ungheria e prima la normalizzazione polacca - proiettò le sue ombre sul decennio seguente, ma trovò poi nuova linfa nelle contraddizioni del sistema internazionale, e ancor più, forse, nelle aspettative generali.
«Le vicende polacche e ungheresi avevano mostrato chiaramente che le democrazie popolari al loro interno godevano di un’autonomia assai limitata. Esse potevano soltanto, previo consenso di Mosca, mettere in atto alcune moderate riforme, purché non intaccassero il ruolo dirigente del partito comunista, le strutture fondamentali su cui si reggeva il sistema socialista e l’alleanza con l’Unione Sovietica. Sotto questo profilo la Polonia di Gomulka e l’Ungheria di Kadar divennero delle specie di “laboratori di sperimentazione” delle riforme che erano compatibili con il socialismo». (Marelli e Salvalaggio, ’45-’95 Cinquant’anni di storia, A. Mondadori scuola, 1995)

Il vento di marzo in Polonia

«Il 30 gennaio si svolse a Varsavia una manifestazione  di protesta degli studenti contro il divieto di continuare la presentazione del dramma Gli Antenati di Adam Mickiewicz al teatro Narodowy. Circa 35 studenti furono fermati (con l’accusa di aver turbato l’ordine pubblico)». (Contestazione a Varsavia, Bompiani, Milano, 1969)

Così prende il via una catena di eventi che ruotano attorno alle rivendicazioni di autonomia nazionalista da parte della società polacca e dalle restrizioni dettate dalla ragion di stato dei rapporti con l’Unione Sovietica.
Il quadro polacco è ancor più complicato dalla forte presenza della Chiesa cattolica, molto più consistente che negli altri paesi dell’area.
L’alleanza fra gruppi di dissidenza laica (di orientamento liberale come quella che ruota attorno ad Adam Michnik, lo studente espulso dall’Università e che diverrà poi il direttore del maggior giornale della Polonia contemporanea e di orientamento operaista come quella diretta da Jacek Kuron, animatore del KOR) e la Chiesa sarà la morsa nella quale finirà soffocata la dirigenza filo-sovietica, nel corso degli anni Ottanta.
La tensione sale decisamente a marzo, quando gli studenti dell’Università di Varsavia organizzano una protesta. Seguono provocazioni e scontri, che si estendono in diverse province. Il movimento di marzo porta a diverse occupazioni a Cracovia e a Lublino e le parole d’ordine ricordano decisamente quelle che contemporaneamente si diffondevano nella vicina Cecoslovacchia: libertà e democratizzazione.
La repressione scattò inesorabile e molte migliaia di studenti furono espulsi e allontanati dalle università del paese. Ma – diversamente da altrove – il solco era ormai scavato e la resa dei conti era solo rimandata.

La primavera di Praga

«Poiché i nostri popoli sono sull'orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l'onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l'abolizione della censura e la proibizione di Zpravy (il giornale delle forze d'occupazione sovietiche). Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s'infiammerà».
Più dirompente fu la vicenda cecoslovacca, e la sue tragiche icone sono le immagini dei carri armati del Patto di Varsavia che attraversano le vie di Praga e le fiamme che avvolgono lo studente Jan Palak, che si diede fuoco per protesta, cui appartengono le parole sopra riportate.
Tra la fine del 1967 e il 1968 si ripresentavano in Cecoslovacchia problemi già affrontati nel corso della fase di destalinizzazione. Qualche timido tentativo di riforma, qualche esperimento di liberalizzazione era stato approntato, ma gli esiti non erano confortanti. Nel partito si facevano strada istanze di maggiore libertà e riemerse una certa tradizione di democrazia di base.
Nel partito si fronteggiavano due posizioni:
Ortodossa e conservatrice, di stampo stalinista (che ruotava intorno a Novotny).
Riformista (che aveva il suo leader in Alexander Dubček, capo del partito comunista slovacco).
Nel gennaio del 1968 Dubček la spunta e viene eletto segretario: inizia una vasta campagna di democratizzazione (vedi più avanti i punti salienti del programma di azione); l’idea è quella di promuovere la partecipazione e una più completa espressione della personalità individuale, al di là della stessa democrazia borghese.
Le speranze e gli entusiasmi della grande maggioranza dei cecoslovacchi erano accesi, ma il programma trovò l’ostilità degli altri governi dell’Est. Soprattutto i comunisti polacchi e tedeschi si schierarono contro il nuovo gruppo dirigente raccolto attorno a Dubček. Il governo polacco temeva il contagio della ‘Primavera di Praga’, peraltro già esploso nelle strade di Varsavia, Lublino, Cracovia ecc.
Il governo della Repubblica Democratica Tedesca, da parte sua, oltre che del contagio ideale, era preoccupato dei rapporti economici e politici che il nuovo regime cecoslovacco avrebbe potuto instaurare con la Germania occidentale, che, con i preliminari della Ostpolitik, stava aprendo ai paesi dell’Est.
A Mosca si temeva che il moto di liberalizzazione sfuggisse dalle mani dei suoi promotori e che il paese prendesse una ‘sbandata’ verso Occidente.
I consensi manifestati da vari partiti comunisti occidentali, quello italiano e francese in particolare, ma soprattutto le posizioni dei governi jugoslavo e rumeno a favore del Nuovo Corso preoccuparono la dirigenza sovietica, che temendo un’ulteriore incrinatura all’interno del blocco optarono per la ‘chiusura’ dell’esperimento e la notte del 21 agosto il paese fu occupato dalle truppe del Patto di Varsavia. Si apriva l’era della sovranità limitata, mentre Husak sostituì Dubček.

(Sintesi di Maurizio Cuccu/ Un estratto)
 *****

                                Foto di Claudia Ciardi ©

Rumbling Of Tanks

In the early morning hours of August 21, 1968, it wasn’t television that broke the news. There was no CNN.

People awoke at 2 a.m. to the rumbling of tanks and an announcement broadcast by Czechoslovak State Radio from Prague.

«Yesterday, on August 20th, 1968, at around 11 p.m., forces from the Soviet Union, the Polish People's Republic, the German Democratic Republic, the Hungarian People's Republic, and the Bulgarian People's Republic crossed the state border of the Czechoslovak Socialist Republic. This happened without the knowledge of the [Czechoslovak] president, the head of the National Assembly, or the prime minister and the first secretary of the Central Committee of the Communist Party of Czechoslovakia and its official bodies».

Prague residents holding Czechoslovak flags and placards reading 'Go Home' and 'Why Are You Shooting At Us? protest on Wenceslas Square.
For months preceding the invasion, the Czechoslovak Communist Party, led by Alexander Dubcek, had carried out a reform program aimed at eliminating the regime’s most repressive features and creating socialism with a human face.

It soon became known as the Prague Spring. And it quickly gathered momentum.
By the summer of 1968, censorship had been lifted. Open discussion in newspapers, magazines, and literary journals flourished.
Some even questioned the very foundation of the communist regime.
The freewheeling debate made Czechoslovakia’s communist neighbors -- and above all the Soviet Politburo -- very nervous.
By August, Moscow’s patience had run out.

Impromptu Studios

Once they entered the Czechoslovak capital, Soviet soldiers quickly found their way to radio headquarters and took over the studios.

What they didn’t know was that many staffers had managed to flee, taking equipment with them to private apartments around the city, where they set up impromptu studios and continued broadcasting.

«In these small studios, there were people from Czechoslovak radio, and they were broadcasting for a number of days underground," recalls Pavel Pechacek, who was a producer at Czechoslovak State Radio. They were getting news from all over Prague. People destroyed the names of the streets on the walls of Prague. It was difficult for the Soviets to know where they exactly were. And that brodcasting continued for a number of days».

Pechacek also recalls the unusual scenes that unfolded on the streets of Prague over the following days. Before they rolled into Czechoslovakia, Soviet soldiers had been told that a counterrevolution was in progress. Some even thought World War III had started.

Instead, they found crowds of unarmed civilians, many bewildered, many upset. Some Czechs climbed right up onto their tanks and demanded to know: “Why are you here?”

«I remember the most famous athlete, Emil Zatopek. He was going from one tank to another tank. And he was discussing the situation with the Soviet soldiers» Pechacek says. «Some of them didn't feel well. You could see it. They expected people with weapons, fighting. And now they could see just regular people who were trying to persuade them that there was nothing going on against the Soviet Union or that someone here in Czechoslovakia wanted to start a third World War. It was fascinating. It was fascinating what people were doing. And there was unbelievable courage».
Source:
Radio Free Europe - http://www.rferl.org/

Czechoslovakia, August 1968. Koudelka positioned a passerby to show the exact time that Soviet troops invaded Prague. Photograph: Josef Koudelka/Magnum

See also:

Special Report - Prague Spring/ Radio Free Europe

L'Europa e le contestazioni - Das Europa und die Proteste
Café Babel

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