Visualizzazione post con etichetta prima guerra mondiale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta prima guerra mondiale. Mostra tutti i post

6 febbraio 2018

Bjorn Berge - Terre scomparse (1840-1970)




Bjorn Berge, architetto originario della Norvegia dov’è nato nel ’54, affianca alla sua attività di progettista impegnato nella ricerca di materiali ecologici al servizio dell’abitare, quella di divulgatore. Ha al suo attivo diverse pubblicazioni, anche se questo volume dedicato alle Terre scomparse è senz’altro la sua opera di maggior richiamo, almeno quella che lo ha portato alla piena notorietà. Pubblicato nel 2016 e tradotto in italiano nel corso del 2017 questo libro si apprezza sia per la peculiarità dell’argomento affrontato – una sorta di caccia al tesoro tra geografie dissolte – sia perché in grado di esercitare sul lettore molteplici suggestioni. Dai vecchi atlanti che ognuno di noi ha sfogliato nella sua infanzia, fantasticando sulle mappe di paesi lontani e mandando a mente il disegno delle bandiere nazionali, a certi almanacchi che cumulano fatti salienti e altre curiosità con la destrezza di chi sa catturare l’attenzione altrui. Direi che la versione italiana riesce a trasmettere al meglio ognuno di questi sapori, anche grazie al bel lavoro grafico che contribuisce all’aspetto da portolano un po’ vintage del libro.
Coniugando ricerca storica, antropologica e, per ovvia filìa col suo mestiere, precise ricognizioni architettoniche dei luoghi descritti, ma meglio sarebbe dire evocati in quanto non più esistenti sul piano politico, Berge ci conduce in un insolito viaggio intorno al mondo. In apparenza frammenti di paradisi perduti eppure fin troppo spesso incubi coloniali, materializzazione di ogni disagio, fra affaristi rapaci, autorità spregiudicate, colonie penali, sfruttamento della manodopera e progetti fallimentari, si materializza un carosello umano bizzarro e in non pochi casi assai deprimente.
È la grande carovana dell’eterno sogno di conquista, della ricchezza fantasticata in terre lontane abbellite di esotismo e di ogni benessere, l’allegoria dell’evasione, l’utopia di dar vita a regni affrancati da oppressione e altre forme d’ingerenze. Ma, diceva Tucidide, «gli uomini son quello che sono» per cui non sorprende che le cronache di Berge deviino molto spesso nel racconto delle clamorose cadute di coloro che in tali avventure si sono buttati.
Amministrazioni che restano abbarbicate su isole semideserte, guarnigioni sguarnite, operai decimati dalla malaria, e poi ancora gli intrecci tra spionaggio, sperimentazioni atomiche e batteriologiche, la sistematica rapina delle risorse minerarie di un territorio o la sua investitura quale avamposto per il contrabbando e altri traffici giocati sul sottilissimo filo di legalità e illegalità.  In una parola, vanno in scena i tanti volti della guerra, perché in queste vicende sono i conflitti ad alimentare ogni mossa dei suoi protagonisti. Laddove le trattative non funzionano più o qualcosa inizia ad andare storto nei piani di guadagno degli impresari di turno, la regressione è immediata. Armi, violenza, pulizia etnica sono atti ricorrenti in queste frontiere sperdute, e anzi il fatto che si tratti per lo più di insediamenti raggiungibili con difficoltà se non quasi nascosti agli occhi del resto del mondo ha avallato pratiche disinvolte e incoraggiato crimini inconfessabili.  
Uno scambio Germania-Inghilterra con i tedeschi che cedono Zanzibar e gli inglesi che lasciano ai prussiani Heligoland, D’Annunzio che vuole fare di Fiume una sorta di città del sole sorretta dai suoi miti di estetica, poesia, ed eroismo, un sultanato che in barba ai precetti islamici stampa francobolli in cui sono ritratte le ballerine di Degas, giovani nazionalisti che inviano vibranti lettere ai politici di turno raccogliendone puntualmente indifferenza e scherno, temibili criminali di guerra che ottengono vergognosi salvacondotti. È la grande Odissea della varia umanità, scritta su momentanee fantasticherie che finiscono quasi sempre per esaurirsi nelle peggiori bassezze o in aperte perversioni.
L’Italia è presente in ben quattro episodi, dal Regno delle due Sicilie, con cui si apre il volume, alla Reggenza del Carnaro (la citata impresa di Fiume), dalla dimenticata Saseno al Territorio libero di Trieste. Quattro chiavi di lettura che molto raccontano delle turbolenze attraversate dal continente europeo e delle altrettanto durevoli tensioni mediteranee.
Lo studio di Berge si arricchisce, e acquista originalità, anche in virtù della sua eccentrica collezione di francobolli provenienti dalle aree perdute di cui parla. Una storia nella storia, non necessariamente indirizzata agli appassionati di filatelia né a collezionisti incalliti, ma proposta quale archivio di memorie che per tale via rivendica un’esistenza plastica e forse in questo modo più credibile. 


(Di Claudia Ciardi) 






Edizione consultata:

Bjorn Berge, Terre scomparse (1840-1970),
traduzione di Alessandro Storti,
Ponte alle Grazie, 2017



7 ottobre 2017

Ernst Ludwig Kirchner - Rinascita sui monti



E. L. Kirchner, Davos in estate, 1925


Ultimi giorni per poter visitare la mostra “Kirchner a Davos” presso i raffinati locali della Fondazione Hermann Geiger di Cecina (Livorno). Un’interessante esposizione volta ad approfondire il periodo svizzero del celebre artista tedesco, Ernst Ludwig Kirchner (Aschaffenburg in Baviera, 1880 – Davos, 1938), fondatore della Brücke, tassello essenziale dell’espressionismo, organizzata grazie al sostegno del Kirchner Museum di Davos.
Architetto di formazione a Dresda, poi frequentatore per un semestre della classe di pittura a Monaco di Baviera (1903-1904), Kirchner volle da subito inseguire il proprio sogno di artista libero e fuori dagli schemi. La prima guerra mondiale determinò una brusca interruzione alle sue aspettative e anche alla pulsante idea di bellezza e riscatto con cui aveva guardato la vita fino ad allora. Partito volontario per il fronte, nel settembre 1915 venne mandato in congedo temporaneo per malattia mentale, quindi ricoverato nel sanatorio di Königstein im Taunus con una diagnosi di alcolismo e assuefazione a sonniferi e morfina. Dal gennaio 1917 ebbe inizio il suo soggiorno a Davos. Pensando di restarvi solo il tempo necessario per recuperare la propria condizione psico-fisica, così fortemente compromessa dai traumi subiti al fronte, vi si trattenne per un ventennio, inaugurando una fase alquanto diversa ma non meno feconda nella propria ricerca artistica. Il critico olandese Herman Poort definì non a caso la presenza di Kirchner sulle Alpi svizzere «il miracolo della rinascita», tanto la vicinanza al paesaggio di montagna e i ritmi della vita contadina in valle giovarono alla riconciliazione del pittore con se stesso e il mondo. Fu un equilibrio fragilissimo che tuttavia gli permise di esprimere il suo talento ancora a lungo, nonostante non potesse lasciarsi completamente alle spalle le difficoltà e, nell’ultimo scorcio della sua esistenza, i foschi rovesci della madrepatria.
Nell’idillio di Davos, stazione turistica tra le più ambite negli anni Venti del Novecento, scelta da Thomas Mann per ambientarvi il suo capolavoro La montagna incantata, dove peraltro non vengono lesinate critiche alle consuetudini del sanatorio, tra cime statuarie e avveniristiche costruzioni firmate dall’architetto Rudolf Gaberel, innamorato degli spazi inondati dalla luce diurna, Kirchner si aggirava come una presenza sui generis, registrando tutto ma anche mettendo tutto in discussione, come aveva sempre fatto fin dai tempi della vita in metropoli.
Le tele e le xilografie esposte in questa preziosa rassegna toscana sono percorse da un simile contrasto che però non sfocia in dissonanze né smarrisce in nessun momento la chiarezza della propria formula narrativa. Da una parte l’atmosfera frivola e consumistica del turismo invernale, dall’altra il silenzio delle valli col le cuspidi alpine eternamente veglianti sul tempo e lo spazio. Anche quando Kirchner procede a una resa se vogliamo più quotidiana e consueta dei luoghi – il paese, la strada di valle, la passeggiata dei villeggianti – non viene meno il riferimento al primitivismo di natura verso cui così tanto si era sentito trascinato negli anni spesi nel Cantone dei Grigioni; il Tinzenhorn, ad esempio, è sempre là in fondo, ammiccante, onirico, fatato. Anche in una tela di orientalismo spiazzante e quasi astratto come la Scena del balcone (1935).
Per l’importanza dei pezzi esposti e la cura mostrata nella loro presentazione, questo evento si candida a essere uno dei migliori su Kirchner organizzati a livello nazionale.


(Di Claudia Ciardi) 



   
 E. L. Kirchner, Balkonszene, 1935



La mostra:


Aperto tutti i giorni fino al 15 ottobre
dalle 16:00 alle 20:00

Ingresso libero

25 marzo 2016

Umberto Saba - Trieste






Il grazioso librino a firma di Davide Rossi, direttore del Centro Studi Anna Seghers di Milano, è un tributo a una delle più importanti figure della poesia italiana, Umberto Saba, e alla sua Trieste, città natale cantata con sognante dimessa malinconia in un dialogo mai venuto meno, dove l’io lirico scaturisce dal luogo, ricreandone di volta in volta identità e contorni nel proprio spazio interiore. Come ebbe a dire in tarda età, attanagliato dall’amarezza del disincanto politico, in polemica col centrismo democristiano, sotto il cui ombrello prosperavano disinvoltamente non pochi fascisti che avevano fatto il buono e il cattivo tempo, «se la mia poesia è – come ogni poesia – un’interpretazione del mondo, questo mondo è veduto da Trieste, non da Cesena o da Predappio, o da Firenze. E nemmeno da Roma. È già “l’altro mondo”, quello che gli italiani non possono assimilare». Non si sentiva dunque capito, Saba, e legava questa incomprensione al naufragio rovinoso della complessità culturale cui apparteneva, in altre parole la vertigine della frontiera. Storia di una città multietnica per secoli sospesa tra mondo germanico e slavo, tra Italia e oriente, patria di aristocratici, mercanti, avventurieri, che difficilmente avrebbe saputo rassegnarsi alla perdita delle proprie vocazioni dopo il crollo degli imperi seguito alla prima guerra mondiale, con cui finì pure l’egemonia dell’Europa al di fuori del continente.
Nato nella città giuliana il 9 marzo 1883, all’epoca sotto gli Asburgo, Saba era figlio di un commerciante di origini veneziane, Ugo Poli, e dell’ebrea triestina Felicita Rachele Cohen. Abbandonato dal padre, che dopo le nozze riparatrici e la frettolosa conversione alla religione israelitica non volle comunque vederlo nascere, facendo perdere ogni traccia di sé, il piccolo Umberto venne alla luce in una situazione familiare non certo bella. La madre, caduta in depressione, lo affidò a una balia slovena, tale Peppa Sabaz, nome leggendario degno di una fiaba, cui più tardi il giovane legò il suo esordio letterario. La donna lo crebbe con straordinario affetto, finché la madre si decise a riprenderlo con sé, attirandolo nell’orbita delle due sorelle, quelle zie la cui letterarietà non è inferiore alla buona nutrice. Le tre donne praticavano con profitto un commercio di mobili, che più tardi permise a Saba di vivere piuttosto agiatamente in Toscana, prima nei mesi trascorsi all’università di Pisa e quindi a Firenze, tra gli amici che animavano «La Voce», la rivista che fece conoscere il poeta in Italia. 
Questo prima della Grande Guerra, quando la corona austriaca valeva al cambio tre lire e Trieste prosperava sulla propria centralità di porto imperiale. Fino al 1914 il panorama editoriale della città vantava otto quotidiani in quattro lingue (italiano, tedesco, sloveno, croato). A distanza di quasi cento anni dagli eventi, in un volume storico stampato da «Il Piccolo», di cui mi ha fatto graditissimo dono il mio amico triestino Nereo Polo, la primavera del 1914 è efficacemente descritta come «uno dei momenti di incoscienza collettiva più incredibili della storia». Ai primi di marzo Francesco Ferdinando e la consorte si recarono al castello di Miramare. A quanto pare le loro fughe da Vienna verso il sud erano piuttosto frequenti, a causa delle continue umiliazioni ricevute a corte dall’arciduchessa. In aprile vennero raggiunti da Guglielmo II. Una foto d’epoca ritrae la scialuppa reale mentre sta attraccando ai piedi del castello, il re prussiano seduto al centro, in attesa che la manovra sia completata. Sebbene si tratti di uno scatto in bianco e nero, doveva essere una bella giornata di sole. E col bel tempo a Miramare ci si può sentire a un passo dal paradiso. Sembravano tutti tranquilli in quest’ultima primavera senza guerra.
I triestini, insieme ai trentini, furono i primi a essere mobilitati. I reparti, al cui interno vi erano pure italiani irredentisti, vennero schierati sul fronte orientale. Per molti di questi soldati si trattò di un conflitto nel conflitto. Gli austriaci, spiazzati dall’intervento della Russia a sostegno dei serbi, si trovarono sguarniti proprio in quelle remote zone di confine – Polonia, Galizia, Ucraina – dove le inefficienti ferrovie imperial-regie faticarono per settimane a trasferire i propri soldati. In Galizia i russi si fecero trovare pronti assai prima degli uomini appartenenti alla Triplice Alleanza. Tra il 6 e l’8 settembre del ‘14 le truppe zariste sfondarono le linee nemiche conquistando Leopoli e arrivando quasi a Cracovia. Una scena descritta molto bene nelle sue memorie dall’amico di Joseph Roth, Soma Morgenstern, che racconta di una fuga rocambolesca da casa, insieme ai suoi familiari, lasciando la tavola apparecchiata per il pranzo. Proprio davanti a Leopoli operava il 97° reggimento, con sede a Trieste, che subì il settantacinque per cento delle perdite, tra morti e prigionieri. A tale proposito vale la pena ricordare la testimonianza di Mario Rigoni Stern: «Coloro che non caddero finirono prigionieri dei russi, e un cupo silenzio e un’ansia di notizie scesero sulle province italiane di governo asburgico».
Per Saba la guerra ebbe il volto di molti mestieri che fortunatamente lo tennero al riparo dalle zone più disastrate del fronte. Munito di passaporto italiano, unica eredità di quel padre sconosciuto, gli venne risparmiata la militanza presso gli Asburgo. Nel lungo periodo delle ostilità fu militare in caserma, dattilografo, collaudatore, traduttore dal tedesco per i prigionieri austriaci.
Davide Rossi è molto abile a farci entrare con brevi cenni nella stratificata vicenda storico politica di Trieste che accompagna per intero l’avventura umana e letteraria di Saba. La fine della potenza asburgica, coincise con l’inizio di ristrettezze. Assottigliati se non azzerati i risparmi di famiglia, a causa del nuovo cambio sfavorevole fissato dal governo italiano, il cognato dette al poeta una mano assumendolo nella sala cinematografica che dirigeva in Via XX Settembre. Un episodio degno del miglior Wim Wenders, quello di Im Lauf der Zeit per intendersi. Poi, finalmente, l’occasione benedetta di rilevare la libreria antiquaria Mayländer di Via San Nicolò, che da lì in avanti, pur tra le interruzioni dovute alle leggi razziali e della seconda guerra mondiale, fu il rifugio sicuro in cui attingere al suo testamento spirituale, il Canzoniere
Con l’armistizio del ’43 Mussolini cedette la città al Reich che ne fece una provincia tedesca ribattezzata Adriatische Kustenland, e il poeta attese l’arrivo degli alleati a Firenze, grazie all’ospitalità di Eugenio Montale, Ottavio Cecchi e Carlo Levi, per poi trasferirsi a Roma, prima del definitivo rientro a Trieste. La liberazione gli portò in regalo il Premio Viareggio, vinto col suo Canzoniere nel ’46, stampato da Einaudi l’anno prima. Autobiografia in versi ispirata all’ermetismo di stampo montaliano, opera sui generis senza eguali nella lirica italiana novecentesca, se non qualche consonanza con la ricerca di Alfonso Gatto.   
Il decennio di controllo statunitense sulla città, formalmente libera, fu vissuto da Saba con non poche preoccupazioni. Temeva una nuova escalation del conflitto che avrebbe gettato Trieste nella nuova stessa situazione della Palestina. La storia pur tra alti e bassi ha seguito però un corso diverso, restituendole, se non il passato prestigio, almeno una certa prosperità negli scambi e nelle attività commerciali, grazie alla posizione di cerniera tra est e ovest. In modo scherzoso ma estremamente icastico «a Trieste si usa dire che l’est inizia al caffè Fabris all’angolo tra piazza Dalmazia e via Romagna e finisce a Vladivostok». 
Oggi le cose sono di nuovo cambiate. La crisi picchia duro e il triestino, mite e riservato per natura, non può fare a meno di lamentarsi di una città che vede in affanno, in parte svenduta in parte svuotata. Eppure il luogo ha in sé tantissime risorse, energie e un fascino invidiabile che il tempo non scalfisce. Io mi sento di consigliare questa lettura a tutti coloro che desiderano capire qualcosa in più della poesia di Saba e necessariamente del carattere di Trieste. Da queste pagine si entra in punta di piedi in un regno meraviglioso che in maniera sintetica ma non incompleta riusciamo a contemplare nella sua interezza. Un bagaglio leggero e prezioso con cui avviarci alla conoscenza di un luogo che ha di sicuro ancora moltissimo da esprimere e che non mancherà di ammaliare altri artisti nelle future generazioni. 

(Di Claudia Ciardi)


Umberto Saba,
Trieste,
a cura di Davide Rossi,
Mimesis edizioni, 2013


******

Trieste

Ho attraversata tutta la città.
Poi ho salita un’erta,
popolosa in principio, in là deserta,
chiusa da un muricciolo:
un cantuccio in cui solo
siedo; e mi pare che dove esso termina
termini la città.

Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,                                              
è come un ragazzaccio aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per regalare un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da quest’erta ogni chiesa, ogni sua via
scopro, se mena all’ingombrata spiaggia,
o alla collina cui, sulla sassosa
cima, una casa, l’ultima, s’aggrappa.
Intorno
circola ad ogni cosa
un’aria strana, un’aria tormentosa,
l'aria natia.

La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.

Da “Trieste e una donna”, 1910-12


Il garzone con la carriola 

È bene ritrovare in noi gli amori
perduti, conciliare in noi l’offesa;
ma se la vita all'interno ti pesa
tu la porti al di fuori.

Spalanchi le finestre o scendi tu
tra la folla: vedrai che basta poco
a rallegrarti: un animale, un gioco
o, vestito di blu,

un garzone con una carriola,
che a gran voce si tien la strada aperta,
e se appena in discesa trova un’erta
non corre più, ma vola.

La gente che per via a quell’ora è tanta
non tace, dopo che indietro si tira.
Egli più grande fa il fracasso e l'ira,
più si dimena e canta.

Da “La serena disperazione”, 1915


La mia infanzia fu povera e beata 

La mia infanzia fu povera e beata
di pochi amici, di qualche animale;
con una zia benefica ed amata
come la madre, e in cielo iddio immortale. 

All’angelo custode era lasciata
sgombra, la notte, metà del guanciale;
ma più cara la sua forma ho sognata
dopo la prima dolcezza carnale.

Di risa irrefrenabili i compagni,
e a me di strano fervore argomento,
quando alla scuola i versi recitavo;

tra fischi, cori, animaleschi lagni,
ancor mi vedo in quella bolgia, e sento
solo un’intima voce dirmi bravo.

Dalla raccolta “Autobiografia”, 1924


Inverno 

È notte, inverno rovinoso. 
Un poco sollevi le tendine, e guardi. 
Vibrano i tuoi capelli, selvaggi, 
la gioia ti dilata improvvisa l’occhio nero; 
che quello che hai veduto 
– era un’immagine della fine del mondo –  
ti conforta l'intimo cuore, lo fa caldo e pago. 
Un uomo si avventura per un lago 
di ghiaccio, sotto una lampada storta.

Da “Parole”, 1934


Neve

Neve che turbini in alto e avvolgi
le cose di un tacito manto.
Neve che cadi dall’alto e noi copri
coprici ancora, all’infinito: imbianca
la città con le case, con le chiese,
il porto con le navi,
le distese dei prati.....

Da “Parole”, 1934


Il golfo di Trieste da Barcola prima del temporale

Bibliography:

Gli spari di Sarajevo. L’uccisione dell’arciduca Francesco Ferdinando mise in moto un processo atteso da tempo dagli apparati affaristici e militari. 
In «Il Piccolo», pp. 30-31
130 anni. La nostra storia, la vostra storia dal 1881 a oggi. A cura di Fabio Amodeo, febbraio 2012

Gli italiani dell’imperatore di Alessandro Marzo Magno su «Focus» n. 97, novembre 2014, pp. 46-51. 

  
 Related links:

Sul tram per Opicina

(Foto di Claudia Ciardi ©) 



15 ottobre 2015

Guglielmo II e la tenzone dei coboldi


Copertina di una rivista di trincea - prima guerra mondiale

Queste righe potrebbero anche intitolarsi pedinamento. Ma andiamo per gradi. Vi sono diversi modi di essere lettori, così come per esprimere a qualcuno la nostra stima si possono imboccare vie differenti. Barbe didascaliche, spropositi accademici, pedanterie di ogni taglia non giovano alla comunicazione. Lo scrittore che se ne ammanta, invita il lettore a uno scimiottamento altrettanto patetico e immancabilmente lo distoglie dall’oggetto della propria riflessione. Sentire e sapere divergono come due mete opposte, perché chi scrive tende con colpevole lucidità a imboscarsi. Lo sfoggio sapienziale, lontano dal riflettere un autentico radicamento di sguardi e culture, troppo spesso è un mezzo che favorisce la fuga, forse anche l’insinuarsi nel messaggio di travisamenti quando non di spudorate falsità. L’affettazione letteraria, escludendo chi se ne serve per prenderla a sberle, dovrebbe far stare in campana quel popolo sterminato di incauti che si avvicina a un testo. Per questo stesso motivo il tipo allevato nel turgore accademico, rischia di essere una gran seccatura. Le sue lenti saranno sempre un po’ più spesse di quelle di altri, il suo passo un filo più marziale, la sua pompa fragorosamente irritante. Quando siete innocenti, cioè non avete fornito alcun appiglio a un simile contegno e vi piove comunque addosso, ebbene, ci si può solo rassegnare. È così infatti che ha inizio un pedinamento in piena regola. Voi non lo sospettate neppure, ma ci sarà un occhio sempre spalancato sul vostro scrittoio, pronto ad annotare qualsiasi pur minimo scricchiolio nei vostri ragionamenti, solerte a rilevare quelle che per lui sono inaccettabili trascuratezze, ma soprattutto vi servirà su un piatto d'argento la sua specialità: sarà lo spericolato cocchiere delle contraddizioni che vi attraversano. Perché, sia chiaro, ciò che i comuni mortali interpretano come normale attività di un cervello, per il lettore abituato alle scarrozzate auliche ogni bisbiglio rischierà di compromettere il bisbiglio precedente e via dicendo. Ogni singola parola si rovescerà sui banchi di un tribunale, sarà setacciata da un codice che ne vaglierà o meno l’ortodossia giuridica, tutto insomma verrà riscritto secondo la sua vicina o lontana parentela con la cosiddetta procedura fino all’inappellabile sentenza. Per lo più a sfavore di quell’insieme che stando al giudice troppo blandamente ha incoronato la cincischiaggine.
Di simili comportamenti costrittori ammetto che ne ho sperimentati diversi. Quasi sempre, alla fine di una lezione, mi è successo di sentirmi rivolgere domande imbarazzanti. Laddove confidavo in una riflessione di più ampio respiro sulla poesia, se di poesia si era parlato, puntuale e brutale giungeva la smentita dell’impiccione di turno. Le mirabolanti possibilità del suo ingegno gli consentivano appena di articolare una questioncina cronologica o di rimettere in ballo un luogo comune, tanto comune, che smentirlo avrebbe potuto scatenare una sommossa o magari farmi venire un mancamento. Più volte ho lasciato affondare cotanta ottusità insieme alla sua dottrina. Le donne, in questi casi, si fanno benvolere un po’ di più, anche se di un’inezia. Ma se capita quella che si spertica per mezz’ora tra psicologismi e beghe intellettuali non sospette, posso solo sperare che il suo braccio sfiori quello del vicino bacchettone, e che presi da reciproca voluttà inforchino l’uscita.
Eppure c’è un’altra situazione perfino più imbarazzante. Il costrittore numero tre è il peggiore, principalmente perché più educato degli altri due. Le sue buone maniere pretendono di far breccia ad ogni nostro passo. Al cuore non ci arriva, in quanto non gli riesce di vedere più lontano del suo naso. Ma secondo lui sì che vede lontano, e tanto più lontano di noi che sa esattamente quello che cerchiamo, quello che una nostra frase sottintendeva, dove volevamo arrivare “eh, io so quel che lei voleva dire”, è il ritornello che porta ben in vista nel taschino. Sente di doverci consolare da qualcosa che ci indispone e che solo lui sa cosa sia. Ovvio, la sua presenza innanzitutto, ma ancora una volta il naso oscura l’orizzonte e di nuovo eccolo che ci viene incontro. 
Se qualcosa mi infastidisce davvero è chi pretende di essere l’interprete esatto della sensibilità altrui. Non c’è bisogno di dire che siamo degli infiniti. Quasi nascondiamo a noi stessi certe inconfessabili sfumature di quel che proviamo. Chi è così folle da affiancarsi a qualcuno con una simile prolissità emotiva? Con le donne poi è un errore che sa di dilettantismo. Le donne non cercano affinità ma somiglianza. L’affinità è l’atteggiamento di quanti pretenderanno la vostra simpatia, relegandovi sulla soglia delle proprie attenzioni, e a patto che non ve ne lamentiate. Nasce al confine di due personalità e purtroppo è destinata a non varcarlo mai. La somiglianza invece, quando è autentica, cioè quando nessuno si preoccupa di rimarcarla, gioca le sue carte nel disaccordo, sboccia nel pieno di una vera e propria bufera tra due caratteri in opposizione ma non opposti. Nessuno rinfaccerà la sua similitudine all’altro, si può star tranquilli. Non vi sarà pedinamento alcuno, e forse prima o poi ci si sorprenderà inaspettatamente vicini in un momento di tregua. 
E vengo, dunque, all’ultimo caso di petecchiosa ridondanza che mi ha investita. Si parlava di Dino Campana, ne ho scritto anche a più riprese in passato e nell’anno in corso. A settembre mi conferiscono un riconoscimento nell’ambito delle celebrazioni del poeta. Qualche tempo dopo discuto di modernità e classicismo e salta fuori il nome di Guglielmo II, cui il poeta di Marradi dedica come noto i Canti Orfici. Poiché non riservo all’imperatore tedesco un giudizio esattamente lusinghiero, nel folto del bosco il ridicolo letargico costrittore di turno pensa bene di scrivermi e mettermi sotto il naso la deprecabile contraddizione in cui sarei caduta. Ora, io non ho diciamolo pure un nasino alla francese, ma non mi impedisce come altri di vedere abbastanza chiaro davanti a me. Insomma, per qualche strana proprietà logica sarebbe contraddittorio lodare la poesia di Dino Campana e criticare Guglielmo II. Il signor imperatore in questione gestì malamente la politica estera del suo paese, e il suo trono fu risucchiato dalla prima guerra mondiale; giusto ma pur sempre lieve contrappasso per aver fomentato, con lena anche maggiore dei vicini austriaci, quel bagno di sangue. Dino Campana aveva una venerazione per la cultura tedesca. Era un infaticabile traduttore, lettore onnivoro in molte lingue, ma al tedesco riservò sempre un posto d’onore. Fu tra i primi divulgatori in italiano di alcuni saggi freudiani “minori” che in Italia non si conoscevano neppure dal titolo. Insomma, quella dedica ancor prima di qualsiasi ricaduta politica, è scaturita in modo sanguigno e istintivo dal desiderio di rendere pubblico il legame tra il poeta e le cose d’oltralpe. Ma prendiamola anche per quel che è, un sonoro svarione di cui l’autore si pentì amaramente, data l'incombenza del casus belli, arrivando a cancellarla dalle copie in suo possesso e provando a fare lo stesso su quelle già vendute; un disperato inseguimento della propria opera che, pur se per motivi diversi dai tormenti della gestazione, proseguì a quanto pare dopo la stampa.  
Questo modo un po’ gendarme di guardare all’altro, di cavillare, sovrapporre, intrigare, brigare, che fa finire tutto nel vicolo cieco dell’assurdità, mi crea disagio. Sembra che la pigrizia e ancor più la somma incapacità di osservare le cose nel loro insieme, esasperino i dettagli, per occultarli con scientifica regolarità. E come potrebbe andare in modo diverso: ad avvicinarsi troppo l’immagine si sfuoca e il guardone sbatte contro la parete. Il ragionamento viene frantumato, a tal punto scomposto da negare le sue stesse premesse. Va da sé che le conclusioni non hanno più alcun valore. Proprio mentre mandiamo a male la nostra emotività, ci facciamo latori di una logica perfetta! Al confronto, il cilindro di un mago ostenta più coerenza. 
Insomma, per quanto mi riguarda mi avvio ben volentieri al patibolo delle contraddizioni monarchiche o d’altra natura. In un’epoca così prona a togliere pagliuzze per lasciarsi cadere in testa macigni, è difficile augurarsi qualcosa di meglio. Appurata la demenza dei detrattori, come del resto è sempre stato, non resta che confidare nella buona compagnia dei poveri diavoli. 

(Di Claudia Ciardi)      

9 luglio 2015

Fury - La guerra dei carristi




Titolo originale: Fury
Regia: David Ayer
Nazione: U.S.A.
Genere: Azione, Drammatico
Durata: 134'
Anno: 2014
Sito ufficiale: www.furymovie.tumblr.com/...


Cast: Brad Pitt, Scott Eastwood, Logan Lerman, Shia LaBeouf, Jon Bernthal, Michael Peña, Jonathan Bailey, Jim Parrack, Eugenia Kuzmina, Brad William Henke, Branko Tomovic, Anamaria Marinca, Christina Ulfsparre


Segnalato tra i dieci migliori film dell’anno dal «National Board of Review», con un costo di lavorazione di 80 milioni di dollari, il war movie Fury, diretto da David Ayer, è uscito in America lo scorso novembre, posizionandosi subito in testa al box office US. Ambientata nel ’45, in una Germania ormai sotto assedio e disperatamente rabbiosa, la storia si svolge senza squilli di carica né moine patriottiche, cui ci hanno invece abituati le celebrazioni di campagne vittoriose come il D-Day, l’offensiva delle Ardenne. Qui non c’è nulla di epico, non si riesce neppure ad abbracciare con lo sguardo il terreno di battaglia. Tutto appare frammentato, sconvolto, tragicamente assurdo come fu del resto in quelle settimane impossibili prima che ogni cosa giungesse a conclusione.
L’esercito americano ha l’ordine di avanzare fino alla centrale del potere tedesco. Ovunque arrivino le forze d’invasione, il paesaggio si dispiega come una raccapricciante no man’s land. E il regista, per dirci cosa sia la guerra, sceglie proprio questo livello, la strada, dove il basso ventre dei carri armati macina polvere e vite umane. È una narrazione che rasenta la claustrofobia. Lo spettatore, costretto a focalizzarsi sulla forzata precaria convivenza di cinque uomini dentro una tale macchina della morte, sente sulla sua pelle la crudezza della guerra. In un recente passato cinematografico questa prossimità tra chi osserva e chi recita la parte di soldato la si è potuta notare ad esempio nella rappresentazione di scontri fra sottomarini – anche lì spazi angusti, uomini costretti a guardare in faccia i loro limiti, comandanti capaci di azioni eroiche ma in genere soccombenti alle umane debolezze. Da un simile punto di vista, l’ultimo lavoro di Olmi si è spinto ancora più avanti, facendoci letteralmente entrare in trincea. Olmi ha messo in scena l’azzeramento dello spazio-tempo in un avamposto della Grande Guerra, inchiodando l’orizzonte sentimentale di quanti fino a allora si sono confrontati con questo tema. Come ha scritto Alessandra Kezich su «La Stampa» del 24 maggio 2015: «Con Torneranno i prati Ermanno Olmi porta a estrema astrazione la denuncia dell’inutile strage, inscenando un allucinato Kammerspiel in uno sperduto avamposto sulle vette innevate dove nulla ha più senso, a parte una residua fiammella di spirito umano. Chi un giorno vorrà riprendere il racconto dell’indicibile orrore della guerra, dovrà ripartire da qui».
Insomma, una nuova via tesa a scandagliare il profilo psicologico di quanti si trovano risucchiati da un conflitto è aperta. David Ayer aggiunge a sua volta un tassello importante. Prima di tutto perché sceglie di collocare la vicenda in un periodo storico piuttosto inesplorato, per non dire trascurato, che riguarda appunto le ultime spasmodiche contrazioni dell’impero nazista. Poche le realizzazioni filmiche, ma non così cospicue neppure le stesure libresche. Accanto all’eccellente saggio-romanzo di Antony Beevor sulla battaglia di Berlino, che coordina elementi tecnici e testimonianze personali poggiandosi saldamente su basi storiche, il resto è affidato piuttosto al resoconto militare oppure alle annotazioni diaristiche, spesso senza che le due cose siano tra loro comunicanti. In secondo luogo il regista americano si avventura in un universo altrettanto poco conosciuto che è la vita (e la guerra) dei carristi. Piccola digressione storica. I carri armati sono cosa sconosciuta ai teatri bellici fino alla prima guerra mondiale. Fanno la loro comparsa sulla Somme (novembre del ’16 – gennaio ’17), in Francia, luogo di uno dei più efferati massacri di tutti i tempi; resteranno sul campo più di un milione di soldati, contendendo il triste primato a Stalingrado. Richiesti dagli inglesi nel ’16, furono inviati in Francia in appositi imballaggi che recavano il nome di tanks (cisterne), come se si trattasse di una spedizione di contenitori d’acqua. Ritirati quasi subito per le pessime condizioni del terreno, vennero poi utilizzati in massa nel’17-’18. Tra i maggiori teorici e divulgatori della tattica dei carri va ricordato il generale tedesco Heinz Guderian (1888-1954) che nel ’38 venne nominato comandante di truppe corazzate, segnalandosi nella campagna di Francia, con le operazioni di sfondamento a Sedan; quindi come comandante di armata corazzata partecipò alla campagna di Russia e alla battaglia di Mosca. Nella seconda guerra mondiale i Panzer tedeschi erano sul piano meccanico e della potenza di fuoco superiori agli Sherman americani. Le perdite tra gli alleati furono dunque ingenti, aggravate dall’ostinazione del nemico. 
I protagonisti del film si sono lasciati alle spalle lo sbarco in Normandia e lo sfondamento delle linee francesi, che riaffiorano nei loro discorsi solo come immane macelleria – il puzzo della carne in putrefazione, carcasse di uomini e cavalli lasciate marcire sul terreno. Non c’è nulla di epico, nessun inno alla vittoria, solo la voglia di finirla presto, una disperata stanchezza che talora eccita il morale del gruppo per poi gettarlo nel più desolato sconforto. È interessante l’attenzione che viene riservata proprio allo stato d’animo, apparentemente contraddittorio, che più investe chi combatte mentre si scopre gravato dalla solitudine e dalla desolante consapevolezza della morte. Un misto di entusiasmo e abbattimento per una situazione che riguarda da vicino la propria fine, nella quale anzi è nitidamente stagliata la fine. Lo si coglie ad esempio nelle parole del sergente Don Collier (Brad Pitt), che in una pausa tra commilitoni non esita a definire l’occupazione del carrista “la cosa più bella da fare”. Consegnato senza difese alla violenza e alla precarietà dell’esistere, l’uomo si ripiega in se stesso alla disperata ricerca di un senso. Ci sono cose simili nei diari dal fronte di Robert Musil, quando descrive l’attesa dell’impatto dei proiettili e l’irrefrenabile pulsione edonistica che coglie chi sta sotto e che inconfessabilmente quasi vorrebbe andargli incontro. 
Nel film gli uomini sono prostrati, abbrutiti, snervati dall’accanita resistenza tedesca, che ancora è in grado di infliggere perdite rilevanti alle forze d’invasione. I rari momenti di tregua non bastano a ripristinare un clima se non di serenità almeno di fiducia. Pitt fa la parte del leone, in un ruolo che gli calza a pennello, sebbene non sia da annoverare fra le sue prove migliori. A conferma, se mai ve ne fosse bisogno, di non essere unicamente un bello da copertina ma un attore capacissimo e di grande versatilità.   
Altrettanto bravo ma un po’ meno credibile nel ruolo, la giovane recluta catapultata tra i veterani. Il battesimo del fuoco è per lui rapido quanto devastante. In questo caso si indulge troppo forse al giovane immacolato che spara recitando il Vangelo, già visto in altre salse, e quindi a rischio stereotipia. Fin da quando fa il suo ingresso l’inesperto Norman (Logan Lerman), sorretto dalla forza della fede, porta con sé l’aura della salvezza. Troppo scontato. Io lo avrei sporcato un po’ di più. Per il resto comunque una buona nuova pagina di cinema di guerra. 

(Di Claudia Ciardi)

   

13 gennaio 2015

Jason Lutes - Berlin. La città di fumo




Seconda parte del romanzo storico a fumetti di Lutes, ambientato nel periodo weimariano. L’autore si concentra sui fatti compresi tra giugno 1929 e settembre 1930. Mentre la crisi economica si acuisce, sale anche la tensione per le strade della città. Torme di disoccupati assediano le fabbriche, gli scontri tra “rossi” e “neri” sono all’ordine del giorno. Imprenditori sul lastrico si tolgono la vita, gente in fila ogni giorno davanti agli sportelli delle banche, i nazisti approfittano del caos per far girare i loro volantini contro i mali del capitalismo. Voci che si alzano, colluttazioni, nervi tesi. 
Due sono gli eventi che si susseguono a breve distanza e attorno a cui si consuma l’ultima parte del dramma tedesco. Il 3 ottobre 1929 muore a Berlino Gustav Stresemann, membro dell’assemblea costituente della repubblica di Weimar, attore fondamentale nella politica di riconciliazione tra Germania e resto d’Europa dopo la prima guerra mondiale. Stresemann seppe rivedere le sue posizioni con lungimiranza, ammettendo il totale fallimento della dottrina di espansione economica e coloniale del proprio paese. Cancelliere dall’agosto al novembre del ’23, annus horribilis dell’inflazione tedesca, fu a capo di una grande coalizione, comprendente anche i socialdemocratici, gettando in poche settimane le basi del risanamento finanziario e del ristabilimento della pace interna: innanzitutto con l’emissione della Rentenmark, quindi rovesciando i governi comunisti in Turingia e Sassonia, e bloccando il Putsch di Hitler a Monaco.
È tuttavia facile comprendere come la Germania navigasse in un fragile equilibrio e le forze contrarie che la trascinavano, lungi dall’essere state neutralizzate, seguitavano a operare in uno stato larvale, nell’attesa del momento propizio per riprendere vigore. Precocemente estromesso dal cancellierato, Stresemann portò avanti nei panni di ministro degli esteri la propria delicata missione di reinserimento del Reich nella comunità internazionale postbellica. In ciò fu infaticabile, non vi è storico che non gliene dia atto, e seppe interpretare alla perfezione il proprio ruolo di mediatore, ricucendo fra l’altro anche il rapporto con la Russia, sfociato nel cosiddetto “patto di Berlino” del ’26, che sanciva la neutralità in caso di aggressione. Insignito del premio Nobel per la pace nello stesso ’26, si tratta di una figura chiave, alla cui scomparsa Lutes dà nel suo lavoro un grande risalto, preoccupandosi di restituirne al lettore anche il contraccolpo emotivo. Lo sconforto dei moderati, e il panico che ne seguì, fanno parte della storia, e l’autore non manca di raccontarceli nel dettaglio. Come ho già avuto modo di dire, questo lavoro è saldamente poggiato su molte buone letture e analisi sociologiche che il narratore-illustratore ha condotto con scrupolo, attingendovi per dare credibilità e profondità ai suoi personaggi.
Ne è prova una sequenza molto interessante che riguarda la concitata riunione di redazione del giornale di Ossietzsky, «Die Weltbühne». Vi sono rappresentati tutti i punti di vista, dai radical chic versati nel socialismo di parole ma che non possono fare a meno di considerare gli operai sporchi e ignoranti, al pacifismo tout court che difende tutti e nessuno, al massimalismo incarnato da Kurt Tucholsky, che cerca di spronare i colleghi a esporsi con maggior coraggio e decisione contro la deriva di estrema destra. Tutto sta per andare a rotoli. L’inquietudine è per così dire il rumore di fondo che accompagna la narrazione di Lutes, fin dalle sue prime battute, e qui la ritroviamo nei contorni di un’ombra ormai lunghissima che occupa la scena. La nevrastenia di Severing ne è forse la manifestazione più rilevante: «Devo accettare che ciò che ha potere lo avrà per sempre? Che noncuranti del malcontento o persino della rivoluzione, gli stessi poteri vivranno sempre del popolo che, raggirato, li nutre? Come le malefiche stufe di non so quale storia dei Grimm, in cui la massa cieca infila i propri cuori ardenti per farseli risputare fuori consumati e neri come il fumo che è la causa della cecità. Ho un disperato bisogno di credere che le cose possano andare diversamente».
Questa frase ci dà anche il senso della metafora che dà il titolo al volume, chiamando in causa quel fumo che è sia il simbolo della fabbrica, quindi della fatica e dello sfruttamento dei lavoratori, sia ciò che annebbia la vista e ottunde le coscienze. 
Non che l’autore voglia far passare a tutti i costi una sua morale, ma qua e là si nota che non riesce a trattenersi dal puntare il dito contro l’indecisione di molti, soprattutto di coloro che controllavano i mezzi di informazione e che ricoprivano incarichi ufficiali, i quali avrebbero potuto far prendere una piega diversa alle cose. La Germania, sembra dirci Lutes, sbandò perché troppi, per indifferenza o viltà, non vollero schierarsi. La società non fu compatta, consegnandosi a una crisi da cui sarebbe uscita solo dopo una nuova guerra e la distruzione totale. In un tale clima il crollo della borsa di New York, avvenuto il 29 ottobre 1929, neppure un mese dopo la morte di Stresemann, divenne un innesco fatale.  
Volendo spendere ancora qualche parola sulla più che pregevole caratterizzazione dei protagonisti, confermo le impressioni che ho avuto alla lettura del primo volume. La storia tra Marthe e Severing pecca di qualche luogo comune di troppo; qui addirittura la separazione tra i due, anziché essere occasione di recupero per sgombrare il campo da forzature un po’ ingenue, apre la strada a una riflessione sull’omosessualità – un po’ per gioco un po’ per consolarsi Marthe inizia una relazione con un’amica conosciuta al corso d’arte – che doppia i toni alquanto superficiali già sperimentati nel rapporto con Severing. È come se a un certo momento si dovesse parlare di relazioni omosessuali, solo perché allora (e ancora) erano un fatto di costume in Germania, trascurando di dare alla cosa una maggiore e più problematica profondità. 
Nella fotografia del sottoproletariato, invece, Lutes scarica tutta l’incisività della sua matita. Mense affollate, prostituzione minorile, accattonaggio, caporalato. Il ritratto di Pavel, il Luftmensch, l’ebreo dell’est che vive rovistando nell’immondizia e rivendendo gli oggetti così recuperati all’antiquario Schwartz, incarnazione dell’ebreo integrato, è a mio avviso uno dei più completi e struggenti dell’intero racconto. Insieme a quello di Silvia, la giovane figlia dell’operaia uccisa per strada, ridotta a fare la vagabonda, aiutata dallo stesso Pavel e poi dagli Schwartz.
In tutto ciò le rappresaglie squadriste sono sempre più frequenti e violente. Le molte tavole disegnate da Lutes al riguardo hanno un indubbio spessore, rendendo con esattezza quella turbolenta atmosfera. Alla contrapposizione tra comunisti e SA (Sturm Abteilungen, squadre d'assalto) il disegnatore riserva una coralità visiva di grande impatto. Da una parte il corteo per i funerali di Horst Wessel, cui è intitolato l’inno del partito nazionalsocialista, dall’altra le celebrazioni per l’anniversario della strage del primo maggio del ’29, quando i poliziotti aprirono il fuoco sui manifestanti. Ognuno agita la sua rivoluzione.
Rifugiato tra i tavoli del Romanisches Café, Severing stigmatizza lo spolvero di retorica e la vacuità dei programmi che accompagnano le elezioni anticipate: «Il mondo di fuori è saturo di diversi tipi di mondi. In occasione delle elezioni anticipate la retorica si è ispessita, come il fumo di un edificio in fiamme trascinato a mezza altezza dal vento. L’aria è consumata dagli slogan scanditi ad alta voce e dalle canzoni che risuonano nei cortili. Il cielo è sorretto da muri di parole».
La vittoria dei nazionalsocialisti è alle porte.

(Di Claudia Ciardi)



Related links:

Berlin. Vol. II - Coconino Press - Catalogo

In questo blog: Jason Lutes - Berlin. Vol. I

The Quarterly Conversation - Berlin. City of Smoke


Berlin. City of Smoke - The Night River

6 gennaio 2015

Jimmy's Hall




Titolo: Jimmy's Hall
Regia: Ken Loach
Attori: Barry Ward, Andrew Scott, Simone Kirby, Jim Norton, Brian F. O'Byrne, Aisling Franciosi
Montaggio: Jonathan Morris
Musiche: George Fenton
Produzione: Sixteen Films, Element Pictures, Why Not Productions
Distribuzione: BIM
Paese: Francia, Gran Bretagna, Irlanda
Anno: 2014
Durata: 106 Min


Ken Loach è un regista che fa dell’impegno civile il suo tratto distintivo. Ama raccontare le conseguenze del disagio sociale nella vita dei singoli e nel respiro corale di una nazione. Ma il suo credo non si limita al cinema. Chiamato due anni fa al Torino film festival per ritirare un premio, vi rinunciò schierandosi con i dipendenti del Museo nazionale cinematografico pagati appena cinque euro lordi l’ora. Così poco da fornire la sponda al regista per un acceso intervento su precariato e sfruttamento dei lavoratori. Un caso, quello torinese, già portato all’attenzione dei tribunali di Torino e Milano ma al quale la solidarietà pubblicamente espressa da Loach contribuì a dare una grossa risonanza mediatica. La polemica si gonfiò in un men che non di dica, con la ditta appaltatrice sul piede di guerra che minacciò di sporgere querela contro il regista britannico, e il solito parterre di opinionisti e politici formati nel disprezzo della classe operaia che gridò subito all’opportunismo e alla strumentalizzazione da parte del maestro. Inutile soffermarsi sul fatto che chiunque abbia presente almeno un po’ la produzione di Loach, tutto potrà dire tranne che siamo di fronte a atteggiamenti strumentali. Lui, figlio di operai, ha sempre posto l’emarginazione al centro dei suoi racconti e su questo lacerante problema d’occidente, e ora globale, ha sviluppato una delle riflessioni più coerenti e incisive del cinema contemporaneo. Certo, non può non far storcere il naso a chi, convinto ancora che quello in cui viviamo sia il migliore dei sistemi possibili, su certe cose preferisce glissare. Quando Loach parla dell’Irlanda sbattendo in faccia alla madrepatria tutte le dolenti note dei suoi trascorsi coloniali, compie una doppia demistificazione: ci mostra a che prezzo il capitalismo si è aperto la propria strada nel mondo, e ci dice che senza una memoria storica che tenga conto di tutti i fattori e di tutte le vittime, seguiteremo a scrivere e insegnare una non verità. E l’inganno è alla base delle gravi crisi che stiamo attualmente fronteggiando.   
Dopo la Palma d’oro ricevuta a Cannes nel 2006 con Il vento che accarezza l’erba, è uscito in questi giorni nelle sale italiane un altro lavoro “irlandese”, stavolta costruito attorno alla biografia dell’attivista James Gralton, del quale peraltro ricorre il settantesimo anniversario dalla morte (29 dicembre 1945). Gralton, esiliato due volte, la seconda in via definitiva, non era né un sovversivo né bombarolo. Sorprende la persecuzione di cui è stato oggetto, conclusasi con un’accusa di clandestinità – Gralton era irlandese di nascita ma finì nell’elenco dei personaggi sgraditi al governo e alla chiesa cattolica del suo paese, colpito quindi da decreto di espulsione, senza possibilità di processo. Ma quali le ragioni di un simile accanimento? Parliamo infatti non di ciò che accade a Dublino o a Belfast ma di un piccolo distretto rurale, Leitrim, in apparenza fuori dai grandi giochi di potere. Si scopre però che la politica centrale rovescia le sue nevrosi anche in quest’angolo di campagna. I maggiorenti locali vessano i contadini, i problemi di spartizione della terra e gli sconfinamenti illegali sono all’ordine del giorno, in un contesto di disoccupazione galoppante, dove la chiesa cattolica anziché unire, schierandosi per strada con i più poveri, strizza l’occhio ai padroni. Dal genocidio di Cromwell, scientificamente pianificato ai fini della conquista territoriale e modello dei successivi stermini di massa, l’Irlanda non si è più ripresa. Prima colonia inglese, le è stato riservato un trattamento peggiore di tutte le altre: sfiancata dalla fame, ridotta in una desolante miseria, depredata della lingua – e su tale questione non mancherà di interrogarsi anche Joyce nel Ritratto dell’artista da giovane, che riconosce la sua incoerenza nel voler andare alle proprie radici culturali, usando tuttavia la lingua dei conquistatori, che ha scalzato via il gaelico – qui corre infatti una delle più profonde fratture identitarie del popolo irlandese. 
Loach si concentra sugli anni della guerra per l’indipendenza (1919-’21) finita col compromesso a favore del governo britannico, il che innescò un altro conflitto fratricida mai veramente sopito. Chi tra le file indipendentiste aveva sacrificato tutto, non poteva accettare di svendere se stesso e i compagni al trattato con gli inglesi. Questa guerra civile è stata violentissima, e i suoi strascichi durano tuttora. Ma facciamo un passo indietro. La trattativa con gli inglesi fu sul punto di essere approvata poco prima della guerra mondiale. Nel 1898 il giornalista Arthur Griffith aveva fondato il giornale «United Irishman» (successivamente «Sinn Féin», cioè «Noi stessi»); il gruppo tuttavia si scisse abbastanza precocemente dal momento che Griffith appoggiò l’unione col Regno Unito, mirando a strappare solo l’autogoverno (Home Rule). Nel gennaio del ’13 venne approvato il cosiddetto Home Rule Act, che decretava il processo di unione. Il trattato non poté tuttavia entrare in vigore a causa dello scoppio della Grande Guerra. Fu l’occasione per la Irish Republican Brotherhood, da sempre ostile all’unione con gli inglesi, di riorganizzare le proprie forze. L’insurrezione scoppiò nella Pasqua del 1916, a Dublino (è infatti definita “Insurrezione di Pasqua”). L’indomani circa sessanta volontari fecero irruzione negli uffici delle poste centrali, barricandosi all’interno. Venne proclamato il Governo Provvisorio della Repubblica Irlandese che resistette per cinque giorni all’assedio di ventimila soldati britannici. Ripreso il controllo della situazione, si istituirono nel mese di maggio corti marziali a raffica che decretarono la condanna a morte di quindici capi rivoluzionari. La gente comune, che sulle prime non aveva solidarizzato granché con gli insorti, cambiò radicalmente opinione dopo le condanne. Il poeta William Butler Yeats, da sempre impegnato nelle turbolente vicissitudini del proprio paese – tra parentesi questo fa la differenza tra uno che scrive i suoi versi, tanto per passare il tempo, e un grande – inviò subito un messaggio a Lady Gregory, sua mecenate e protettrice: «Cerco di scrivere un componimento sugli uomini giustiziati: una bellezza terribile è rinata». La poesia sulle esecuzioni di maggio è Easter 1916 e fa parte della raccolta The Wild Swans at Coole (I cigni selvatici a Coole), pubblicata nel ’17 e poi nel ’19. Alla fine della guerra «Sinn Féin» contava centomila membri e si impose alle elezioni politiche. Dette dunque vita a un’assemblea di delegati, il «Dáil Éireann», che proclamò il Governo Nazionale del Libero Stato Irlandese. Gli inglesi risposero con un massiccio stanziamento di forze di polizia regolare nell’Irlanda del Sud, reclutando un contingente speciale, il Black and Tans, tristemente noto per le atrocità commesse: pestaggi, torture, omicidi. La guerra per l’indipendentismo ebbe una battuta d’arresto nel ’21 con l’apertura dei negoziati che portarono alla conferenza di Londra dove l’Irish Free State venne riconosciuto come dominion del Commonwealth. Iniziò così la guerra tra favorevoli alla soluzione del conflitto, i cosiddetti Regulars dell’esercito governativo, e gli Irregulars, nucleo in cui confluirono i combattenti dell’Irish Republican Army (I.R.A). La posizione degli Irregulars si indebolì gradualmente fino al 23 agosto 1923 quando si dispose il cessate il fuoco. 
Tale è il contesto in cui si trovò ad agire anche Gralton che prese parte alla guerra contro gli inglesi, e fu coinvolto nella successiva guerra civile. La sua prima espulsione avvenne nel 1922. Il suo reato consisteva nell’aver costruito in paese una sala ricreativa, per tenere insieme la comunità nonostante lo sfaldamento che la minacciava nei giorni della ‘caccia alle streghe’, dove tutti sospettavano di tutti, e si andava avanti a colpi di spiate e arresti.  
Nella sua ricostruzione, Loach ci tiene a scendere nel dettaglio storico ma al contempo si sforza di farne una metafora fuori dal tempo, che richiami allo spettatore altre lotte. Il suo vuole essere un discorso ad ampio raggio, attraverso il quale il pubblico divenga cosciente del carattere vessatorio dei poteri, della loro indole corruttibile; il denaro, la salvaguardia cieca dei propri interessi, i metodi coercitivi e violenti sono alla radice di ogni ingiustizia sociale, a qualunque latitudine. Né tralascia di parlare di fascismo e nazismo, la cui ombra si allunga dietro e dentro la classe dominante occupata a difendere leggi scritte a propria immagine e somiglianza.
Anche in Jimmy’s Hall governatore, polizia e uomini di chiesa incarnano dunque quello spirito fascista nutrito di provocazioni e atti intimidatori che mira all’affermazione di un solo gruppo a scapito di tutti gli altri. James (Jimmy) Gralton di ritorno in Irlanda nel 1932, dopo dieci anni passati a vivere di espedienti a New York, pensa che il clima sia più disteso, invece realizza ben presto che a ogni angolo sono appostati i nemici di sempre. L’anziano parroco va casa per casa a registrare umori, dicerie, tessendo trame e attizzando antiche rivalità. È il personaggio che nel film raccoglie la maggior stigma. Solo perché non va in chiesa, taccia Gralton di militanza comunista. A denti stretti lo definisce un uomo onesto, un lavoratore senza invidie. Perciò ancor più pericoloso. In uno dei suoi discorsi pubblici, Jimmy dal canto suo dirà: «Ci fanno credere di essere un’unica nazione ma gli interessi dei proprietari sono diversi da quelli dei contadini, degli operai. Cosa volete che importi ai nostri governanti dei disoccupati, dei nostri lavoratori costretti a emigrare?»
Tutte le manovre del prete sono indirizzate alla chiusura della vecchia sala riaperta da Jimmy su richiesta dei ragazzi del paese. La gente lì si diverte e impara qualcosa. Si tengono circoli di lettura, si parla della poesia di Yeats, si fanno considerazioni sui testi – quante volte la scuola ci ha solo bacchettato, filze di voti in cui si è tradotta la distanza tra compagni, quante volte ha rinunciato a aiutarci? 
Dopo l’inutile ricerca di un accordo, più di uno dei sostenitori del progetto dichiara apertamente di essere stufo di attenersi al pragmatismo con la chiesa, perché «queste persone non vogliono partecipare, vogliono solo comandare». Dall’altra parte l’ostilità di parole non tarda a trasformarsi in conflitto vero e proprio. Una sera dei malintenzionati, coperti dal buio, cominciano a sparare mandando in frantumi i vetri della sala durante una festa. La tensione salirà ancora, culminando nell’attentato che ridurrà l’edificio a un mucchio di cenere. Viltà, la definisce il giovane sacerdote che prende le distanze dal suo superiore e dai politici di cui si circonda. Ormai non si può più tornare indietro. Quando Jimmy viene raggiunto dal mandato della polizia, non gli resta che tentare la sorte, dandosi alla macchia. Si aspetta che il caso susciti clamore nell’opinione pubblica, che i suoi riescano a dargli manforte, facendo proseliti. Ma è solo un sogno. Quando la madre, che da giovane portava i libri in giro per il paese e nelle scuole educando i ragazzi alla lettura, quando questa donna, autentica figura di matriarca irlandese dal cuore orgoglioso e fermo, legge in pubblico il suo discorso, chiede a chi la ascolta se sia un crimine aver insegnato al figlio a pensare. Questo infatti sconta Jimmy: essere un uomo in grado di valutare con giustezza gli altri uomini, mostrare senso critico, non temere di esprimere le proprie posizioni.    
La speranza nel film viene affidata ai giovani: il giovane prete, lo si è detto, che si fa portavoce di un cattolicesimo rinnovato, più tollerante meno compromesso col potere, e i figli, poveri o un po’ più fortunati, tutti pervasi da uno spirito solidale per provare a cambiare le cose. Questi giovani fanno molta tenerezza, perché nel film hanno la peggio.
Non salveranno la sala, non potranno impedire l’espulsione di Jimmy, dovranno sottostare alle leggi violente dei grandi. Però, alla fine, saranno loro a ereditare il mondo. Nelle loro mani le chiavi per aprire le porte sul futuro del paese.

(Di Claudia Ciardi)


Irruzione della polizia e pestaggio delle donne (una scena del film)

Related links:

La mia recensione di I cigni selvatici a Coole pubblicata su Lankelot.eu

Il gran rifiuto di Ken Loach a Torino su «Linkiesta» del 22 novembre 2012

La scheda di Jimmy's Hall su Bim distribuzione 



Ken Loach

24 maggio 2014

Verso quale Europa?




A poche ore dal voto la domanda sorge spontanea, anche e forse di più tra quanti si professano euroscettici, specie se la loro diffidenza non si traduce in consenso politico ma resta in balia della marea astensionista. La crisi economica sta mettendo a dura prova la tenuta dell’Unione, e chi sottovaluta l’impatto sociale di ciò che stiamo vivendo, o nasconde altri interessi o dissennatamente si limita a spostare la polvere sotto il tappeto. Ricordiamo che i “protocolli” di Bruxelles hanno seriamente contribuito alla nascita di Alba dorata in Grecia. E se ci guardiamo attorno, i segnali che vengono da Francia, Inghilterra e Ungheria non sono affatto incoraggianti. Questi tre paesi conoscono un’impennata dell’adesione alle destre nazionaliste. In Ungheria assistiamo addirittura alla quasi completa occupazione della scena politica da parte di due forze ultranazionaliste, da un lato Fidesz, il partito di Orban, il quale ha fondato la sua leadership sull’opposizione dura allo strapotere delle banche, dall’altro Jobbik, formazione neonazista che alle recenti elezioni si è attestata oltre il 20%. Più che di due sponde, conviene parlare di due schieramenti che si inseriscono nel medesimo quadro ideologico e che vanno a nozze col malcontento popolare. Merita anzi tutta la nostra attenzione il dato, per nulla confortante, secondo cui mentre Fidesz, pur confermandosi come primo partito ungherese nell’ultimo confronto elettorale, ha perso ben otto punti percentuali, Jobbik è in continua ascesa.
Cosa vogliamo che abbia voce e dunque crei rappresentanza per il nostro immediato futuro nel vecchio continente? È innegabile che le attuali politiche europee di gestione della crisi vanno accrescendo problemi e disparità che, da focolai isolati, rischiano di divenire situazioni fuori controllo. Un’inversione di rotta sarebbe stata opportuna già da diverso tempo, almeno dagli inizi del “caso Grecia”. Non sono un’analista politica ma una tale perseverante cecità può sembrare per certi versi pianificata. Supponiamo che qualcuno voglia far precipitare le cose – intendo con ciò favorire l’estrema destra – non avrebbe che da suggerire, senza neanche accalorarsi più di tanto, l’attuale linea di gestione delle turbolenze economiche e politiche da cui siamo investiti. Uno su tutti, i rimandi continui nell’affrontare la pesante crisi dell’occupazione dei paesi euromediterranei col conseguente scivolamento di una porzione enorme di cittadini europei nel disagio sociale. Le attuali statistiche contano 126 milioni di poveri e 27 milioni di disoccupati in tutta l’Unione.
Così, questa presunta alleanza tra incapacità e ragionato catastrofismo sta facendo pericolosamente inclinare la barca. Sarebbe anche importante non perdere di vista le pressioni esercitate dai gruppi di potere che, da un’epoca all’altra, si avvicendano attorno alle classi dirigenti per far prevalere i propri interessi. Nel tempo che noi stiamo attraversando, si possono menzionare il lobbismo bancario e in generale legato alle attività finanziarie, il profitto delle multinazionali capace di macinare leggi e limitazioni imposte dagli Stati, l’applicazione del liberismo a tutti i costi quale unico e irrinunciabile teorema della politica occidentale, ormai con ricadute negative sul sistema che lo fiancheggia, ricadute che sono sotto gli occhi di ognuno, ma senza che questo basti a decretarne il superamento. Gli obiettivi dei gruppi dirigenziali e le spinte da essi generate, sono talora responsabili di avvenimenti storici di enorme portata, come è stato per la Grande Guerra. Tutt’altro che guerra “scoppiata per caso”, le sue motivazioni sono da ricercare negli squilibri che caratterizzano la geopolitica europea tra la fine dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento. L’efficace saggio di Luciano Canfora sul 1914 ha il pregio di spiegarceli con semplicità, mostrandoci quali fossero i partiti che allora si dividevano il campo, analizzando il sistema democratico in Francia versus gli imperi (Germania, Austria-Ungheria, Turchia, Russia) e le monarchie (Inghilterra, Italia). In realtà nessun paese poteva dirsi lo specchio fedele della propria forma di governo: ad esempio, in Francia la repubblica era scaturita dall’eccidio dei Comunardi, atroce antefatto che, associato alla pratica elettorale a collegio uninominale, retaggio del secondo impero, metteva in discussione l’essenza repubblicana dalle fondamenta. Lo studioso inoltre, narrando ampiamente delle politiche colonialiste di tutti gli attori presenti sulla scena, ci indica l’origine di scenari conflittuali di lì a poco destinati a replicarsi all’interno del continente.
Trascorso un secolo da tali eventi, il voto europeo cade in una fase che presenta non poche problematicità. Si va alle urne in un momento di forte prostrazione economica per le democrazie occidentali, dove la flessione del binomio produttività-lavoro dura da almeno quattro anni, mentre il Mediterraneo e i confini orientali sono attraversati da gravi instabilità. Domenica 25 gli ucraini sono chiamati a scegliere il loro presidente, ma per i leader che si contendono la piazza è sempre più difficile risultare credibili e scacciare l’immagine di debolezza che li accompagna. In tutto questo appare evidente il black out di una politica europea chiamata a far fronte comune. Così, i problemi della Grecia li abbiamo ormai liquidati come “questioni di periferia”, allineandoci a un bieco calvinismo che comanda la totale assunzione di responsabilità per i propri guai, e la Siria, terra lunare di un Medio Oriente troppo lontano da noi, dove pure il 3 giugno si svolgeranno le elezioni presidenziali, in qualche modo provvederà a se stessa.
Qualsiasi sia la nostra posizione, bisogna innanzitutto aver coscienza di quanto sta accadendo in casa nostra e fuori. Si parte dalla giustizia sociale e dalla necessità di dare regole chiare all’economia, ben al di là del puro esercizio ragionieristico in voga tra i burocrati dell’Unione. L’Europa non può più procedere a due, tre velocità. Chi sta davanti, se non vuole aspettare per paura di perdere il treno, bisogna che conceda almeno condizioni eque ai mercati in affanno. Altrimenti nasce il fondato sospetto che le economie cosiddette forti abbiano più di un interesse a far chiudere le imprese dei paesi più esposti a un default; la crisi può anche essere cavalcata per togliere di mezzo concorrenti scomodi.
Quando il ministro delle finanze tedesche Schäuble ripete che «le regole comuni vanno rispettate», il concetto rimane fastidiosamente appeso per qualche istante alle orecchie di chi lo interroga. Ci si aspetterebbe qualche indicazione un po’ più precisa sul da farsi, qualche apertura verso le situazioni di maggiore incertezza che rischiano di avere pesanti ripercussioni sul resto del continente, ma negli ultimi anni si è assistito più che altro alla ripetizione di tanta poco ragionata teoria sia sul piano storico che dell’attualità politica.
L’Europa è esposta a numerosi pericoli. La miseria e quindi l’esclusione sociale generate dalla crisi economica sono una vera e propria manna per delinquenza e corruzione, anticamera delle mafie che vanno radicandosi dappertutto, specie in quei paesi dove si continua a considerare la criminalità organizzata un fenomeno del folclore italiano. Un’altra drammatica ricorrenza si insinua in questo voto per l’Europa. Il 25 maggio 1992 nella basilica S. Domenico di Palermo si svolgevano i funerali del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo e dei tre agenti di scorta Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo, vittime della strage mafiosa di Capaci. Lungi dall’essere una patologia del Sud Italia, la mafia infiltra tessuti sociali considerati impermeabili alla sua natura e la si ritrova ovunque si prospettino laute spartizioni: appalti, gestione di grandi patrimoni mobiliari e immobiliari. Perciò è necessario impedire con ogni mezzo la concentrazione di grossi capitali nelle mani di oligarchie che con elevata probabilità suscitano gli appetiti dei poteri mafiosi.
Chiudo con un riferimento al meccanismo dei tribunali arbitrali, cui le grandi imprese che operano a livello globale nei settori più disparati, dall’energia alle costruzioni, possono ricorrere quando uno Stato recede il contratto stipulato. Nati per una giusta causa, ossia evitare che le espropriazioni o certe controversie sugli investimenti, sfociassero in crisi internazionali, l’istruzione di un processo in questi tribunali può tuttavia divenire un’arma minatoria delle sovranità nazionali. Le cause sono costosissime, così uno Stato che si trovi coinvolto in un contenzioso con una multinazionale ci rimette un bel po’ di risorse pubbliche - oltre a uscirne quasi sempre sconfitto - uno sperpero che di questi tempi non lascia tranquillo nessun governante. Attualmente la svedese Vattenfall è in causa con la Germania, in seguito alla marcia indietro del governo tedesco riguardo gli accordi sul nucleare. Questo è solo uno degli episodi più clamorosi, ma le cause fioccano continuamente, e c’è più di una persona tra gli addetti ai lavori che se ne serve come macchine da “soldi facili”. Il problema è di enorme portata specialmente per quanto riguarda le scelte di politica ambientale dei singoli paesi. La consapevolezza di andare incontro a processi di questo tipo, può divenire uno strumento per influenzare le decisioni di un governo.
Nella mia idea di Europa vorrei che ognuna della questioni qui solo brevemente accennate trovasse un suo spazio rappresentativo. Maggiore omogeneità nella considerazione dei popoli che ne fanno parte, una politica estera più rigorosa e definita, misure volte a stimolare crescita, occupazione e in generale a configurare una partecipazione reale e non di facciata. Rispetto del diritto a circolare liberamente nei paesi dell’Unione, a fruire di sovvenzioni statali e fondi che garantiscano con equità esperienze formative, conferendo ai più meritevoli ruoli di mediazione culturale, investendoli dell’onore e dell’onere di rinnovare il dialogo tra stati membri e paesi emergenti. C’è tanto da fare e altrettanto ha da cambiare, soprattutto nel meccanismo di elargizione di favori a clientele e parentadi politici che da trent’anni a questa parte molto sono costati e pochi risultati hanno portato a casa. Un’intera generazione che più o meno va da quella di chi scrive questo pezzo ai tanti giovani e meno giovani esclusi da incarichi di responsabilità e ruoli decisionali in qualsiasi ambito della società, attende di far valere una visione che lasci da parte la teoria e il principio, dietro i quali si nasconde neanche troppo bene la volontà di continuare a bloccare tutto, così da mettere a disposizione le proprie competenze per costruire qualcosa di più coinvolgente in cui sentirsi finalmente reclutati e garantiti.

(Di Claudia Ciardi)



Powered By Blogger

Claudia Ciardi autrice (LinkedIn)

Claudia Ciardi autrice (Tumblr)

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...