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6 febbraio 2018

Bjorn Berge - Terre scomparse (1840-1970)




Bjorn Berge, architetto originario della Norvegia dov’è nato nel ’54, affianca alla sua attività di progettista impegnato nella ricerca di materiali ecologici al servizio dell’abitare, quella di divulgatore. Ha al suo attivo diverse pubblicazioni, anche se questo volume dedicato alle Terre scomparse è senz’altro la sua opera di maggior richiamo, almeno quella che lo ha portato alla piena notorietà. Pubblicato nel 2016 e tradotto in italiano nel corso del 2017 questo libro si apprezza sia per la peculiarità dell’argomento affrontato – una sorta di caccia al tesoro tra geografie dissolte – sia perché in grado di esercitare sul lettore molteplici suggestioni. Dai vecchi atlanti che ognuno di noi ha sfogliato nella sua infanzia, fantasticando sulle mappe di paesi lontani e mandando a mente il disegno delle bandiere nazionali, a certi almanacchi che cumulano fatti salienti e altre curiosità con la destrezza di chi sa catturare l’attenzione altrui. Direi che la versione italiana riesce a trasmettere al meglio ognuno di questi sapori, anche grazie al bel lavoro grafico che contribuisce all’aspetto da portolano un po’ vintage del libro.
Coniugando ricerca storica, antropologica e, per ovvia filìa col suo mestiere, precise ricognizioni architettoniche dei luoghi descritti, ma meglio sarebbe dire evocati in quanto non più esistenti sul piano politico, Berge ci conduce in un insolito viaggio intorno al mondo. In apparenza frammenti di paradisi perduti eppure fin troppo spesso incubi coloniali, materializzazione di ogni disagio, fra affaristi rapaci, autorità spregiudicate, colonie penali, sfruttamento della manodopera e progetti fallimentari, si materializza un carosello umano bizzarro e in non pochi casi assai deprimente.
È la grande carovana dell’eterno sogno di conquista, della ricchezza fantasticata in terre lontane abbellite di esotismo e di ogni benessere, l’allegoria dell’evasione, l’utopia di dar vita a regni affrancati da oppressione e altre forme d’ingerenze. Ma, diceva Tucidide, «gli uomini son quello che sono» per cui non sorprende che le cronache di Berge deviino molto spesso nel racconto delle clamorose cadute di coloro che in tali avventure si sono buttati.
Amministrazioni che restano abbarbicate su isole semideserte, guarnigioni sguarnite, operai decimati dalla malaria, e poi ancora gli intrecci tra spionaggio, sperimentazioni atomiche e batteriologiche, la sistematica rapina delle risorse minerarie di un territorio o la sua investitura quale avamposto per il contrabbando e altri traffici giocati sul sottilissimo filo di legalità e illegalità.  In una parola, vanno in scena i tanti volti della guerra, perché in queste vicende sono i conflitti ad alimentare ogni mossa dei suoi protagonisti. Laddove le trattative non funzionano più o qualcosa inizia ad andare storto nei piani di guadagno degli impresari di turno, la regressione è immediata. Armi, violenza, pulizia etnica sono atti ricorrenti in queste frontiere sperdute, e anzi il fatto che si tratti per lo più di insediamenti raggiungibili con difficoltà se non quasi nascosti agli occhi del resto del mondo ha avallato pratiche disinvolte e incoraggiato crimini inconfessabili.  
Uno scambio Germania-Inghilterra con i tedeschi che cedono Zanzibar e gli inglesi che lasciano ai prussiani Heligoland, D’Annunzio che vuole fare di Fiume una sorta di città del sole sorretta dai suoi miti di estetica, poesia, ed eroismo, un sultanato che in barba ai precetti islamici stampa francobolli in cui sono ritratte le ballerine di Degas, giovani nazionalisti che inviano vibranti lettere ai politici di turno raccogliendone puntualmente indifferenza e scherno, temibili criminali di guerra che ottengono vergognosi salvacondotti. È la grande Odissea della varia umanità, scritta su momentanee fantasticherie che finiscono quasi sempre per esaurirsi nelle peggiori bassezze o in aperte perversioni.
L’Italia è presente in ben quattro episodi, dal Regno delle due Sicilie, con cui si apre il volume, alla Reggenza del Carnaro (la citata impresa di Fiume), dalla dimenticata Saseno al Territorio libero di Trieste. Quattro chiavi di lettura che molto raccontano delle turbolenze attraversate dal continente europeo e delle altrettanto durevoli tensioni mediteranee.
Lo studio di Berge si arricchisce, e acquista originalità, anche in virtù della sua eccentrica collezione di francobolli provenienti dalle aree perdute di cui parla. Una storia nella storia, non necessariamente indirizzata agli appassionati di filatelia né a collezionisti incalliti, ma proposta quale archivio di memorie che per tale via rivendica un’esistenza plastica e forse in questo modo più credibile. 


(Di Claudia Ciardi) 






Edizione consultata:

Bjorn Berge, Terre scomparse (1840-1970),
traduzione di Alessandro Storti,
Ponte alle Grazie, 2017



30 gennaio 2017

Silence





Per il suo venticinquesimo film Martin Scorsese ha scelto di cimentarsi in un argomento complesso, che da tempo aveva in progetto di narrare. Le prime tracce di sceneggiatura in relazione a questo lavoro risalgono infatti agli anni Novanta, tentativo di sviscerare per il grande schermo i temi dibattuti nell’omonimo romanzo di Shūsaku Endō, a detta del regista lettura folgorante in grado di orientare il suo percorso.
Opera di largo respiro, dove l’ambientazione storica si esalta tra rigore filologico e minimalismo descrittivo, a settantacinque anni Scorsese si è imbarcato in un’impresa tutt’altro che semplice, dimostrando di poter profondere ancora invidiabili energie nella realizzazione della propria arte. 
Nel 1611, in Giappone, viene approvato un editto di messa al bando della religione cristiana. A quella data i fedeli nel sol levante erano circa trecentomila. Il nuovo corso avvia una stagione di terrore, persecuzioni, torture. I feudatari delle diverse province vestono i panni di implacabili inquisitori, occupati a sradicare la “mala pianta” della religione occidentale. Quello che in prima battuta appare come lo scontro tra due modi d’intendere il divino, cela in realtà un conflitto innescato dal colonialismo, di cui l’evangelizzazione esprime l’opera più capillare, in quanto indirizzata alle coscienze. La partita riguarda la necessità per una cultura di preservarsi dalla penetrazione di elementi estranei, seminati allo scopo di assimilarla e renderla più duttile nei confronti dei conquistatori. Si tratta del resto di un tema caldo, che ha accompagnato la storia giapponese fino in tempi più recenti, quando il lungo dibattito tra chiusura e apertura ha poi sancito l’incontro. E anche in questo caso non senza frizioni né idiosincrasie con il retaggio tradizionale.
Il Giappone inoltre, ai tempi in cui si svolge il racconto cinematografico, godeva già di un proprio sistema religioso consolidato che era cornice al potere, il buddhismo di matrice confuciana adattato alle strutture imperiali dell’arcipelago. Non solo, ma aveva appena archiviato la guerra, inaugurando il prospero e longevo potere dello shogunato attraverso i Tokugawa, la dinastia fondatrice del rinnovato ordinamento. Periodo di fioritura delle arti e di una certa licenziosità nei costumi che, è chiaro, cozzava con la sobria predicazione cattolica.
L’opera di Scorsese, dunque, offre diversi livelli di lettura. Da un lato il ragionamento su dio, riflesso di una ricerca interiore mai conclusa e metafora della condizione umana, dall’altro il nodo politico che si stringe attorno alla partita spirituale, orientandola e traendone sostanza per il proprio consolidamento nella società. È un lavoro d’intarsio tra l’uomo e le principali sovrastrutture che danno forma alla sua vicenda storica. E nell’ambito di tale dialettica affiora anche un’altra discussione non minoritaria e che anzi spinge il soggetto verso i suoi ultimi, affatto definitivi, sviluppi. Per quanto qui destinata a non essere composta in via pacifica, emerge l’esortazione a conoscere l’altro, così da meglio comprendere se stessi; solo in questo modo è infatti immaginabile una convergenza di vedute, quantomeno si rinuncerà all’affermazione violenta ed esclusivista di un pensiero a discapito di quello che gli si contrappone.   
Costretti all’abiura, ai missionari è concessa la possibilità di vivere secondo l’uso giapponese, allo scopo di compiere un doppio atto di umiltà verso se stessi e il paese che intendevano convertire. I preti apostati fungono per gli inquisitori giapponesi da simboli di sconfitta della presunzione occidentale e, dall’altra parte, quali testimoni dell’affermazione di un’impermeabilità orientale agli assalti dottrinali del vecchio continente.
Il film, pur mettendo al centro del proprio narrare la cosiddetta verità rivelata, non offre alcuna verità assoluta. Ciò può irritare forse chi concepisce la religione, e in generale il pensiero umano, come qualcosa di statico, in cui gli esiti valgono più del ragionare intorno alle questioni. Personalmente trovo la scelta di Scorsese, sostenuta da una ritmica lenta e sobria del montaggio, dove perfino la colonna sonora è assente e a parlare è solo lo scenario di natura, molto appropriata. Si aggiunga il rigore nella ricostruzione di luoghi e personaggi, a completamento di un quadro che privilegia lo scandaglio dei diversi punti di vista chiamati in causa, più ancora di una loro sistemazione utile ma inevitabilmente semplificata. Considerando, ripeto, che il maestro italoamericano ha affrontato una materia tanto ampia in un’età che supera di molto la maturità artistica, il risultato è di spessore e aggiunge un altro importante tassello alla storia del cinema.


(Di Claudia Ciardi)



Regia: Martin Scorsese
Interpreti: Adam Driver, Andrew Garfield, Liam Neeson, Ciarán Hinds, Issey Ogata, Tadanobu Asano, Shinya Tsukamoto, Ryô Kase
Distribuzione: 01
Durata: 161’
Origine: USA, 2016



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