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7 luglio 2017

Alberto Bregani - La montagna in chiaroscuro





Nella graziosa collana “Piccola filosofia di viaggio” della casa editrice Ediciclo il libro di Alberto Bregani è una perla di saggezza fotografica che ci introduce all’arte del ritrarre montagne. Talento complesso in cui le lunghe camminate per boschi e sentieri, con tutto ciò che l’andar per cime comporta, incontrano la pratica dai risvolti se possiamo dire alchemici di saper catturare al meglio luci e ombre. Virtù imprescindibile la pazienza che in quota fa rima con resistenza, perché spesso la foto va attesa in condizioni ambientali molto disagevoli.
Attraverso una prosa semplice che non respinge il lettore negli asettici meandri del puro tecnicismo, Bregani ci accompagna in una delle sue passeggiate alla scoperta di questo singolarissimo mondo d’immagini tra nuvole e rocce. Sul filo dei ricordi personali che portano la sua escursione in parte sui binari del diario di un alpinista zen in parte verso il sommesso divagare di quel minimalismo letterario alla Robert Walser, che ogni buon camminatore ben conosce, chi scrive compie un vero e proprio incantesimo tascabile. In questo piccolo libro, infatti, ogni parola riconduce alla compiutezza di uno scatto.
Bregani parla di come e quando si assommino gli elementi giusti per un’istantanea che sia in grado di raccontare qualcosa, e questo suo resoconto con cui allude alla bellezza di un’immagine è un modo perfettamente riuscito di consegnare nelle nostre mani un singolarissimo catalogo fotografico costruito per lievi, tacite evocazioni. L’allusività di quest’opera, il sottile gioco all’inseguimento fra rappresentazione verbale e uso dell’obiettivo ne fanno un piccolo manuale per appassionati, ma forse soprattutto per neofiti. E ciò grazie all’umiltà con cui Bregani spiega il suo mestiere. Perché quest’arte nasce tutta in simbiosi con la natura e dunque si dà solo nella genuina pretesa di tale attaccamento o se vogliamo affiatamento. C’è alla base una devozione se vogliamo cultuale nei confronti degli spazi in cui si tenta di astrarre lo spirito di una narrazione. Chi scrive ha scelto di coltivare questa religiosità dell’immagine in bianco e nero, secondo la tradizione degli altri grandi ritrattisti che hanno legato il loro nome al profilo delle vette, da Ansel Adams a Vittorio Sella. Emblematica la sintesi che si legge nel libro sul lavorare in assenza di colori: «C’è un momento della giornata, ben conosciuto dai fotografi che scattano a colori, che si chiama ora blu. È intorno al crepuscolo. Non c’è più sole, ma non è ancora completamente buio. È una situazione molto ricercata, perché la luce ha una temperatura più fredda che contribuisce a ottenere aree di penombra, colori desaturati e più freddi, e cielo blu intenso. Ecco, tutto questo con il bianco e nero io non ce l’ho. Rende sicuramente meglio a colori. Ma anch’io ho il mio momento ideale: quello in cui il sole è presente ma ancora per poco. Ha un’inclinazione perfetta per dare risalto alle pareti, i bianchi delle nuvole si accendono e i giochi di luci e ombre acquistano densità e definizione».
Vediamo ancora una volta in queste righe come il quadro prenda letteralmente forma sotto i nostri occhi, oltre a percepire con chiarezza la disciplina quasi ascetica che si richiede a chi impugna la macchina fotografica. Nel ricostruire la messa a punto di alcuni dei suoi lavori più belli, Bregani isola l’elemento imponderabile, quell’imprevisto che può rovinare le premesse per il migliore degli scatti possibili ma anche trasformare una situazione di luce piatta in una vista insolita e profonda. E ciò si accompagna alla necessità di distinguere tra esecutore e autore, una differenza che al nostro fotografo non preme affatto sottolineare in nome di un presunto narcisismo artistico incaricato di scoraggiare qualsiasi ricerca amatoriale. Anzi. Ben vengano i molti appassionati senza pretese, perché anche la foto è un mezzo per avvicinare la gente alla cultura di montagna e a un ambientalismo responsabile. Per Bregani si tratta solo di rendere cosciente il lettore dei diversi gradi in cui l’opera di ritrarre il paesaggio possa svilupparsi. Ed è pur vero che vi sono casi in cui l’incappare in condizioni meteorologiche particolarmente favorevoli e inaspettate, talvolta regala scatti di notevole impatto narrativo.
Io che in materia di fotografia riesco appena a definirmi una simpatizzante, quando ripenso a certe circostanze della mia vita capisco in pieno il senso della fortuna e del fattore inatteso di cui parla Bregani a proposito di scatti riusciti. Tra gli episodi più recenti ci sono un temporale improvviso sul golfo di Trieste mentre il sole stava tramontando e una schiarita a Boccadarno – di quelle che capitano una volta all’anno quando va bene – con le Apuane che sembravano a un passo dal fiume e la linea di costa marcata fino alle Cinque Terre. Quel che avvenne a Trieste fu davvero incredibile. Arrivata in città alla fine di settembre con un sole quasi imbarazzante, nel pomeriggio ebbi l’idea di andare al mare. Non avevo pianificato il mio spostamento e la sosta fu decisa in modo del tutto impulsivo. Mentre ero sull’autobus la luce aveva cominciato a cambiare e, col timore di ritrovarmi nel bel mezzo di una tempesta ma impaziente anche di scattare qualche foto, al primo varco che vidi aprirsi nella pineta alle mie spalle saltai giù. Scoprii di essere a Barcola. E la vista in quel punto, a quell’ora, col cielo spaccato in due metà esatte tra il cupo delle nuvole e l’incendio del tramonto, mentre il vento prendeva forza sul mare spingendo le due metà a toccarsi, io credo sia stato uno degli spettacoli più singolari e intensi a livello cromatico cui fosse dato assistere lì. Ecco una grande fortuna, ecco come qualcuno che visiti un posto per la prima volta non possa sperare di essere salutato meglio dallo spirito del luogo. Son sicura che la mano di un professionista avrebbe realizzato qualcosa di straordinario. Eppure custodisco gelosamente quei miei scatti che, com’è inevitabile, si legano a miei ricordi di quelle ore benedette.
Di questo libro di Alberto Bregani ho apprezzato la naturalezza con cui ci introduce alle cose semplici e autentiche del vivere. Camminare, aggiungere strade alla nostra quotidianità, non fuggire i percorsi che ci guidano alla conoscenza degli altri e di quello che ci circonda, abbandonarsi agli imprevisti, agli incontri, in una parola esplorare gli infiniti mondi che ruotano dentro e fuori di noi e, sentendone l’esigenza, provare a raccontarli.  


(Di Claudia Ciardi)


Alberto Bregani, La montagna in chiaroscuro. 
Piccolo saggio sul fotografare tra cime e sentieri,
Ediciclo editore, 2017


10 agosto 2015

Aneddoto di Giovanni B. Ramusio sul ritorno dei Polo a Venezia



La grande onda di Kanagawa e monte Fuji sullo sfondo (lett. Sotto un’onda al largo di Kanagawa

xilografia di Hokusai 
pubblicata tra il 1830 e il 1831


«Giunti i Polo a Venezia, intravvenne loro quel medesimo che avvenne ad Ulisse, che, dapoi venti anni tornato da Troia in Itaca sua patria, non fu conosciuto da alcuno. Così questi tre gentiluomini dapoi tanti anni ch’erano stati lontani dalla patria, non furono conosciuti da alcuno de suoi parenti; i quali sicuramente pensavano che fussero già molti anni morti, perché così anche la fama era venuta. Si trovavan questi gentiluomini per la lunghezza e sconci del viaggio, e per le molte fatiche e travagli dell’animo, tutti tramutati nella effigie, che rappresentava un non so che del Tartaro nel volto, e nel parlare, avendosi quasi dimenticata la lingua veneziana. Li vestimenti loro erano tristi e fatti di panni grossi, al modo de Tartari. Andarono alla casa loro, la qual era in questa città nella contrada di S. Gio. Crisostomo, come ancora oggidì [1553] si può vedere, che a quel tempo era un bellissimo e molto alto palagio. E trovarono che in quella erano entrati alcuni suoi parenti, alli quali ebbero grandissima fatica di dar ad intendere che fussero quelli che erano: perché, vedendoli così trasfigurati nella faccia, e mal in ordine di abiti, non potevano mai credere che fussero quei da Cà Polo, che aveano tenuti tanti e tanti anni per morti. Or questi tre gentiluomini s’immaginarono di far un tratto, col qual in un istesso tempo ricuperassero e la conoscenza de suoi e l’onor di tutta la città, che fu in questo modo. Che, invitati molti suoi parenti ad un convito, qual volsero che fusse preparato onoratissimo, e con molta magnificenza nella detta sua casa e, venuta l'ora del sedere a tavola, uscirono fuori di camera, tutti tre vestiti di raso cremosino in veste lunghe, come s’usava in quei tempi, fino in terra. E data l'acqua alle mani, e fatti seder gli altri, spogliatesi le dette vesti, se ne misero altre di damasco cremosino, e le prime di suo ordine furono tagliate a pezzi e divise fra li servitori. Dapoi, mangiate alcune vivande, tornarono di nuovo a vestirsi di velluto cremosino, e posti di nuovo a tavola, le veste seconde furono divise fra li servitori. E in fine del convito il simil fecero di quelle di velluto. Questa cosa fece maravigliare, anzi restar come attoniti tutti gl’invitati. Ma, tolti via li mantili, e fatti andar fuori dalla sala tutti i servitori, messer Marco, come il più giovane, levato dalla tavola, andò in una delle camere, e portò fuori le tre veste di panno grosso tristo, con le quali erano venuti a casa. E quivi, con alcuni coltelli taglienti, cominciarono a discucir alcuni orli e cuciture doppie e cavar fuori gioie preciosissime in gran quantità, cioè rubini, safiri, carboni [gemme], diamanti, smeraldi che in cadauna di dette vesti erano stati cuciti con molto artificio, e in maniera che alcuno non si avaria potuto immaginare che ivi fussero state. Perché, al partir dal gran Cane, tutte le ricchezze che egli aveva loro donate cambiarono in tanti rubini, smeraldi e altre gioie, sapendo certo che, se altrimenti avessero fatto, per sì lungo, difficile ed estremo cammino non saria mai stato possibile che seco avessero potuto portar tanto oro. Or questa dimostrazione di così grande ed infinito tesoro di gioie e pietre preciose, che furono poste sopra la tavola, riempié di nuovo gli astanti di una così fatta maraviglia che restarono come stupidi, e fuori di se stessi. E conobbero veramente ch’erano quegli onorati e valorosi gentiluomini da Cà Polo, di che prima dubitavano, e fecero loro grandissimo onore e riverenzia».



*Colgo l’occasione della pausa estiva per avvisare i lettori che le interviste riprenderanno dopo settembre e non cadranno più mensilmente. Saranno divulgate con maggiore o minore frequenza in base alla disponibilità degli interlocutori. Chiunque desideri intervenire su argomenti che riguardano la società, la comunicazione, la cultura non ai fini di presentare se stesso e la propria opera ma per creare un punto di riflessione di pubblica utilità, è pregato di utilizzare il modulo di contatto. I tempi di risposta non sono molto veloci da parte mia ma ho cercato finora di soddisfare tutte le richieste.
Inoltre, a causa di crescenti impegni sul fronte dello studio e del lavoro, che mi tengono lontana dal computer e non mi permettono di seguire il web con l’intensità che richiederebbe, sono costretta a ridurre la pianificazione dei post. Lo spazio resta aperto ma in alcuni periodi avrà meno aggiornamenti. Ricordo infine che è sempre a disposizione il cospicuo archivio di questo blog che siete invitati a visitare.  

(Di Claudia Ciardi)


Segnalazioni:

 Sulla rivista «Incroci», numero 31, Adda editore, diretta da Lino Angiuli, una prosa autobiografica inedita in Italia della poetessa ebrea tedesca Else Lasker-Schüler. La accompagna un breve saggio che introduce alcuni paralleli tra la poetica schüleriana e quella più o meno coeva del grande svizzero eremita, Robert Walser. 






Su «La Nazione» di Pistoia del 4 luglio 2015 la recensione a cura di Enzo Cabella del racconto inedito di Lou Andreas Salomé, Una notte, pubblicato per la prima volta in Italia da Via del Vento edizioni.   


24 dicembre 2013

Am Schlachtensee



Foto di Claudia Ciardi ©

Am Schlachtensee

A Joseph Roth


La strada corre lungo il Mexikoplatz, una lingua verde a tratti quasi impudente per la fretta dei ciclisti. Ma io amo sorprenderne il volto gentile che si perde tra gli alberi e tenta di raccontare qualcosa come se facesse cadere dietro di sé molliche di pane, questo più di tutto mi seduce.
Prima dello Schlachtensee ci si ritrova su un’ampia curva, una morbida parentesi nell’astratto rettilineo che serra i pensieri alle fermate. Quindi lentamente affiora con le sue pagode ubriache il Mexikoplatz incagliato sul binario. Perfino la voce registrata del treno sembra per un attimo far posto a un’esotica imminente evasione, sbocciata tra le case come per gioco.
Ma per me, per me soltanto, evoca molto di più. Ben oltre l’idea del nuovo mondo giunto agli incroci della metropoli sta la vera stravaganza che me l’ha fatto immaginare assai prima di arrivarci. Parlo di un sogno in cui la città intorpidiva nell’abbaglio dell’inverno, e le strade erano poco più che una mistura confusa di orme lasciate dai passanti sulla neve. Così mi trovavo a bussare a porte e finestre, mentre le ore passavano e il tramonto trascinava con sé qualcosa di inesorabile.
Al Mexikoplatz ero infine perduta. La città, immobile e svuotata, giaceva in un riverbero azzurro che annunciava la sera. Tutto cospirava per scacciarmi, e anche l’impossibilità di rimanere, era chiaro, incarnava un’ipotesi fatale che sfiorava strani tasti della mia fantasia e una corda, cui sentivo appeso più di un episodio della mia vita. Queste sensazioni non mi hanno dato tregua neppure dopo, quando ho veramente visitato la piazza. La realtà si è messa a sparigliare le carte insinuando in quel che vedevo il dubbio di un’effettiva esistenza. Improvvisamente, la fontana, gli alberi, i vialetti secondari, le teste dei clienti nel bistrot reclamavano di essere guardati con intensità maggiore di quella che si riserva normalmente alle singole apparizioni. Già sapevano che da me avrebbero ottenuto più comprensione di quanta potessero offrirmi nell’istante in cui li ho sorpresi.
Il Mexikoplatz non si raggiunge per caso. Qui una camminata non si limita a uno spostamento nello spazio ma sembra preparare chi vi si avventura a un moto ulteriore. Per quanto mi riguarda è una tappa verso lo Schlachtensee coincidente con un sintomo del mio divagare, qualcosa di simile a un incontro che si è desiderato per molto, un oggetto indecifrabile che mentre si manifesta perde ogni potere di rivelazione e beffardamente ci rimanda ad altro. Come capita di bere e continuare ad aver sete, così ogni volta che cammino lì nei dintorni, non posso fare a meno di spingermi in avanti.
La curva docile e ombreggiata che conduce al lago e l’arco stesso che disegnano le sue rive leggermente scoscese mi ricordano il bel viale di platani che nella mia infanzia mi portava al mare. Le querce vegliano il sentiero, e il tramonto lo accende come il dorso di un drago addormentato. Di tanto in tanto un treno rotola sul binario e il bosco ne rimanda il sussulto smorzato, e qualcosa di quel battito metallico e primitivo resta per pochi attimi impigliato da qualche parte nel fitto della vegetazione. Anche il noleggio delle barche affiora senza clamore, la casetta dei due custodi appare come scaraventata in quel punto dalla distrazione di qualcuno; una staccionata di legno che invece di indicare un perimetro dà l’impressione di stare lì per assecondare le fantasticherie del viaggiatore. Se non fosse per le voci dei padroni in cui risuona un berlinese ruvido e sbrigativo, se non fosse per qualche infuocata lite a distanza tra rematori attardati e implacabili doganieri, tutto farebbe pensare a un avamposto lasciato deserto ormai da anni.
Ma non è questa ancora la meta del mio andare. Neppure qui, tra questo muro in ombra e la finestrella incollata al sottotetto, timida vedetta di una fiaba, neanche in quest’angolo riesco ancora ad avvistare un segno di quel che mi ha adescato. Da diverso tempo molte cose sembrano indicarmi un approdo seppur provvisorio ma in grado di rassicurare, che magari offra riposo, e io non so coglierlo o continuo a respingerlo, fatto è che le due cose sempre finiscono per allearsi e congiurano contro di me.
Ebbene, io sono caparbia, cerco ugualmente la mia via attraverso il coro di squillanti sirene che mi si para davanti. Non è facile superarlo, però un verso per guadagnare l’altra riva deve pur esserci. Questione di affidarsi a una buona corrente. E alla fine, a metà del lago, scorgo sopra un fitto canneto una selva di gioiose betulle scosse dal vento. Freme con la grazia di un tempio chiuso, un respiro che imparo subito e sento scendere dentro di me. Si potrebbe passare ore a contemplarla o anche un’intera vita. E il senso di aver compiuto qualcosa cancella ogni smarrimento. Per un po’ qui ci sarà pace, per un po’ si potrà restare.


(Di Claudia Ciardi)



                      

Links:

12 luglio 2012

Robert Walser e Winfried Georg Sebald


Il passeggiatore solitario (in ricordo di Robert Walser)
Le promeneur solitaire. Zur Erinnerung an Robert Walser
W. G. Sebald
Adelphi
2006

                                               

«Inverno solitario –
nel mondo d’un solo colore
il suono del vento»

Basho Matsuo (1644-1694)


Il passeggiatore solitario di W. G. Sebald

Robert Walser, svizzero di Berna, nato nel 1878, è stato un autore schivo, fuori dai canoni e dalle mode, la cui vita può rappresentarsi come una parabola che nel suo ramo discendente ha visto il progressivo venir meno degli affetti e delle motivazioni, se mai si possano così definire, che lo hanno spinto a praticare il mestiere di scrittore.
Un distacco cui lo ha avviato la scrittura stessa e che, essendo egli giunto ormai allo stremo delle energie, lo porterà ad allontanarsi anche da questa. È il congedo annunciato nel Brigante, il «romanzo postumo, scritto per così dire già dall’aldilà», una sorta di ritratto dell’artista al tramonto. E, del resto, proprio il viaggio di tutta la sua vita, la sua Wanderung solitaria e senza meta, lo porta progressivamente a una sorta di dissoluzione del sé, che rende anche la parola sempre più inafferrabile e sfuggente.
Nella sua stessa biografia i dettagli sono completamente sfumati. Difficile tentare una ricostruzione che si spinga oltre la labilità delle notizie, occasionalmente disseminate nei suoi frammenti, accidenti marginali che sembrano affiorare qua e là più per distrazione che per desiderio di rendere partecipe il lettore agli eventi della propria vita. L’intima confessione esce come inavvertitamente dal flusso del racconto ed è raro che si presenti come elemento isolato e con una precisa caratterizzazione biografica.
Vissuto a lungo tra Berlino e Zurigo, ebbe un’esistenza irregolare, fatta di isolamento e condizioni economiche difficili. Sarebbe stato impiegato di una banca, assistente di un ingegnere, cameriere in un castello, militare a puntate, «e sempre e comunque scrittore in camere ammobiliate».
A metà della sua vita, che coincide con il rientro in Svizzera, l’energia viene meno e la scrittura si trascina sempre più faticosamente. L’esaurirsi delle sue risorse mentali non è tuttavia un fenomeno che ha origine soltanto nella sua personalità. Si lega piuttosto all’inaridimento del clima culturale, che dalla metà degli anni Venti guadagna terreno con progressiva rapidità, insidia colta da Walser con straordinaria lungimirante intuizione. Nell’incipiente rivelarsi al mondo del nazionalsocialismo e del costituirsi di una letteratura patriottica e moralistica, sente che la possibilità di scrivere viene meno. «Oggi, più che mai, so come negli ambienti delle persone colte abbondi il filisteismo, intendo il pusillanimeierismo, in senso morale ed estetico» (p. 43).
Walser tra i primi ha capito che la parola si sarebbe trasformata in qualcosa di mercenario e dunque inservibile a un nobile esercizio di sentimenti. Il secessus ex civitate è provocato in lui non dalla consapevolezza che lo slancio emotivo non possa trovare alcuno spazio ma dalla convinzione che è irrimediabilmente morto. Tuttavia non si immolerà romanticamente come il Viandante sul mare di nebbia. Il suo sguardo resta disincantato, e proprio nella sobrietà della sua vita, che rifiuta ogni propensione al possesso, riesce a conservare “l’animo perturbato e commosso” con cui continuare a sentire il mondo.
L’omaggio conciso e toccante reso da W. G. Sebald a Robert Walser, uscito in Italia nel 2006, in occasione del cinquantesimo anniversario della morte dello scrittore svizzero, con la stessa leggerezza discreta e frammentaria propria del suo stile, ripercorre le tappe di una vita trascorsa in punta di piedi dagli esordi letterari all’inarrestabile declino che lo porterà nel 1929 nella clinica di Waldau a Berna, e quattro anni dopo nel ricovero di Herisau.
Questo scrittore viandante che ha percorso da un capo all’altro il suo paese, spesso in lunghe marce notturne, non può dirsi dominato dall’inquietudine né spinto a liberare la mente. Da una parte si potrebbe pensare che volesse raggiungere attraverso questa strada la riconciliazione con la vita, dall’altra che fosse il miglior esercizio per la conquista di quella leggerezza che con tanta ostinazione praticava nella scrittura.
Il volo notturno in mongolfiera da Bitterfeld alle spiagge del Baltico, compiuto da Walser durante gli anni berlinesi, che chiude il saggio di Sebald, è senz’altro la realizzazione più completa di queste due intime volontà: «Tre persone, il capitano, un signore e una ragazzina salgono nella navicella, i cavi che la trattenevano vengono sciolti e quella strana casa se ne vola verso l’alto, lenta, come se le venisse in mente ancora qualcosa … La bella notte di luna sembra accogliere fra le sue braccia invisibili il meraviglioso pallone. Tacito e lieve, il corpo tondeggiante vola via … e … quasi non ci si accorge che viene spinto verso nord da venti leggeri».

Links:


Il passeggiatore solitario - sololibri.net

La passeggiata - Robert Walser - sololibri.net

Appunti sulla teoria della distruzione - Claudia Ciardi per Helios Mag. 2010



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