Visualizzazione post con etichetta viaggio. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta viaggio. Mostra tutti i post

6 agosto 2021

L'arte dei piccoli pass

 

Cappella Sansevero - Napoli


Quando alla conferenza stampa di fine luglio ho sentito la parola musei nell’elenco dei luoghi “interdetti”, a meno di avere in tasca il pass, ho pensato di aver capito male. Quindi sono andata a rileggermi il provvedimento e in effetti l’interdizione era confermata. Ma ho continuato a pensare di non aver capito. Io non ho capito.
Già veniamo da quasi due anni di serrate, con una caduta verticale degli introiti solo nel comparto mostre che si attesta fra un 70-80%. E, per quanto abbia provato a interrogarmi, non trovo ad oggi una spiegazione razionale su quelle chiusure totali vergognosamente protratte fino allo scorso aprile. Piuttosto le brevi riaperture estive del 2020 sembravano un buon viatico: distanziamento e dispositivi di protezione individuali avevano ben funzionato con un timido ritorno di pubblico, un po’ di ricadute positive nelle città d’arte, sprazzi di normalità.
Non voglio far polemica, perché già solo l’idea che le frequenti, rovinose contrapposizioni che da anni viviamo, di natura politica, sociale, economica, culturale per l’appunto, siano ora entrate a volto scoperto anche nei luoghi della condivisione, della bellezza, della libertà spirituale per eccellenza mi crea disagio. Le deleterie conseguenze di questa decisione si avvertono fin nei toni infuriati degli ammessi e degli esclusi, e questa rabbia è una sconfitta e ci fa male, ci fa male, ci fa male. Se avvicinarsi al patrimonio artistico è un atto d’amore, un modo per lasciar respirare l’anima, per rinnovare quel legame sacrosanto con le tracce, le testimonianze del passato, come possiamo adesso conservare questa condizione di serenità, di felice vicinanza, di innalzamento quando incontriamo l’arte, sapendo che tali divisioni ci avvelenano, ci abbattono e infine ci distolgono?
Sugli effetti concreti di norme così restrittive nella cultura rimando al circostanziato articolo di Isabella Ruggiero scritto per «Finestre sull’arte». Sui pericoli cui va incontro lo stato di diritto, cito invece la conclusione dell’articolo a firma di Francesco Simeone su «Exibart»: «
Chi può decidere quali individui possono fruire di un servizio, non le modalità ma la stessa ammissibilità? Nel caso specifico, di un servizio considerato unanimemente fondamentale per lo sviluppo dell’identità delle persone e dei popoli. A questo punto, anche il settore della cultura, ispirato ai principi universali della condivisione e dell’orizzontalità dei propri beni, si rende, in un senso o nell’altro, luogo di una “gerarchia”, tra gli ammessi e non ammessi. Solitamente considerato pacificatore – tranne che per certi aspetti comunque specifici nell’ambito della museografia e relativamente recenti, come nel caso del colonialismo o dell’egemonia di genere di certe collezioni – anche il museo diventa lo spazio di una contesa tra schieramenti opposti. Il museo è solo una delle espressioni territoriali dello Stato che, attraverso la sua burocrazia, si faceva garante della possibilità di accesso ai beni in egual misura per tutti. Assisteremo alla trasformazione in uno Stato “erogatore”, cioè in un ente che distribuisce o interdice l’accesso a quegli stessi beni? Ricondurre la questione a una necessità sanitaria e contingente non renderebbe giustizia alla portata enorme del momento che stiamo vivendo, che lascerà tracce profondissime tanto negli ordinamenti giuridici che nella percezione degli individui e nei comportamenti e nelle abitudini collettive, nelle categorie di giudizio delle persone verso le altre persone e della società di oggi e di domani».
Per quanto riguarda l’emergenza sanitaria, che rischia di diventare il paravento di ogni forzatura – e questo non è certo avere a cuore la salute pubblica – mi limito a dire che qualche dubbio viene; sono considerazioni che in parte riprendono quanto puntualmente esposto nel citato articolo di Isabella e che hanno portato il direttore Fabrizio Masucci del museo Sansevero di Napoli a dimettersi.
Due cose su cui varrebbe la pena che la comunità scientifica fosse più chiara e in base alle quali, di conseguenza, bisognerebbe modulare il peso di certe decisioni. La prima riguarda la contagiosità anche fra chi è vaccinato – dunque non è esclusa la circolazione del virus tra persone vaccinate che si ritrovino all’interno di un luogo (e allora come possiamo dire che quest’arma sia l’unica disponibile se non ci garantisce dal fermare il contagio?). Lo ha detto con autorevolezza Antony Fauci pochi giorni fa. Ci è stato annunciato esplicitamente che non possono esistere spazi covid-free.
Secondo punto, tutt’altro che subordinato. Il report ISS n. 3 del 27 luglio 2021 ammette che vi sono ancora pochi studi che hanno valutato l’efficacia dei vaccini, ossia la capacità effettiva, capillare di far argine contro il presentarsi delle varianti: «proprio perché basato su vaccinazioni effettuate fino a metà giugno (e fino a metà maggio per valutare l’impatto su ricoveri, ricoveri in terapia intensiva e decessi) il rapporto non permette neanche di fare valutazioni di impatto sull’attuale diffusione della variante delta, caratterizzata da una maggiore trasmissibilità, e per la quale ancora ci sono pochi studi che hanno valutato l’efficacia dei vaccini». Naturalmente non è il mio ambito ma se si cerca di misurare le parole, di mettere le dichiarazioni sotto una giusta luce, esce molta incertezza la quale anziché trovare una sponda dialettica, un’integrazione di punti di vista, si manifesta invece in un assoluto rigore decisionale, non mitigato né disposto a includere punti di vista differenti, tutto teso ad andare in velocità, a seminare imposizioni anche contraddittorie se non controproducenti – perché gli esiti economici bisognerà vederli e le ottimistiche proiezioni (toni che si sono sempre ripetuti in questi micidiali anni di stagflazione) vanno osservate alla prova dei fatti. In economia puoi darti a tutti gli annunci che vuoi, poi a un certo punto fai i conti con la realtà.
L’arte dei piccoli pass, compiuti uno dietro l’altro in un’inesorabile frenesia autolesiva, seminando permessi che poi infine alimentano altre interdizioni e conflitti sociali e tensioni, mi lascia perplessa e preoccupata. In generale non è la mia visione politica, men che meno economica. Qui tutto è tristemente avulso dalla poesia né la filosofia dissente né l’arte acquista forza. Bastasse un lasciapassare per risolvere i problemi di cui soffre il nostro patrimonio culturale o la difficoltà dei nostri più giovani ad avere accesso a degni, solidi percorsi formativi o ancora a dare alle nostre aspettative di donne e uomini lo slancio atteso…
L’arte è la scintilla della libertà spirituale dell’uomo, ne è la massima espressione. Dunque è importante che resti libera e liberamente accessibile.
Dante ci ha mostrato che la via breve non esiste. Al tentativo di attraversare la selva si finisce per rinunciare. Il viaggio sarebbe in apparenza più agevole ma anche meno avventuroso. Il viaggio invece vuole impartire i suoi tempi, seminare i propri insegnamenti, comportando un accrescimento morale. Siccome le belve non si possono aggirare, occorre andare altrove, scendere per meritare l’ascesa. E in ciò superare le paure e acquisire conoscenza e, infine, solamente così imparare a pensare e a vivere.     


(Di Claudia Ciardi)

20 marzo 2021

Tra ricognizioni e avvistamenti dell'umano

 
«È falsa la partenza, è un variare del restare». Così Milena Tagliavini volgendosi ai Dialoghi di Seneca riflette sui poli dell’esperienza umana, l’eterno viaggio del sé, l’ombra che ci segue ovunque decidiamo di andare. Quando ci mettiamo su una strada non possiamo infatti prescindere da uno sguardo interiore, dal comprenderci se si vuole davvero tentare un’altra via di comprensione del mondo. Questo attraversare gli eventi che ci scuotono, in senso fisico e psicologico, segna le nostre scelte, la capacità di adattarci e non respingere la vita, anche e soprattutto nel difficile periodo che stiamo affrontando laddove la realtà continua a regalare quei piccoli miracoli quotidiani su cui è bello soffermarsi. L’erba e il suo sentore che si offrono quando usciamo, il riflesso rosato della neve in montagna, che ci parla da lontananze inattingibili ma colme di misteriosa fede, il coraggio di una montaliana breccia fra le mura per vincere la prigionia e la sua soffocante aridità. Con delicatezza e levità la poetessa ci insegna un’antropologia di «movimenti minimi», ci sprona ad attingere a una «cieca volontà di vivere», perché ora più che mai l’essere umano è chiamato a una prova di resistenza e l’unico modo per superarla è non smarrire il solo legame che salva, quello coi propri simili.
Un paio di anni fa mi chiesero di intervenire sulla dissoluzione economica e sociale prevalenti all’inizio del nuovo millennio. In tempi ancora non sospetti – l’epidemia sarebbe scoppiata circa l
anno successivo – dissi che la vera domanda che bisognava porci non era più su chi fosse l’altro – cardine dell’indagine antropologica fin dai suoi albori – piuttosto su dove fosse. Il mio era un richiamo al livellamento dei luoghi e delle culture, alla svendita dell’umana possibilità di crearsi e ricrearsi il proprio destino anche accettandone i rischi, calpestando le conquiste del libero arbitrio, parlando di letteratura e scienza in modo da occultare il portato di entrambe, identificandosi nella fuga verso un modello incapace di interpretare le differenze se non mettendone in luce la loro carica negativa. Se i fenomeni come ci ha insegnato Schopenhauer non sono soltanto quel che appare ma forze spirituali da cui promana uno stadio più autentico della conoscenza, allora la poesia diviene un medium potentissimo per tornare a vedere in profondità.
Nelle Ricognizioni di Milena Tagliavini colgo questo messaggio, in quanto l’uscita nel territorio, la sua esplorazione richiede poi, come spiega l’autrice, decisioni operative. Si tratta cioè di interpretare le informazioni raccolte sul campo e da lì risolversi ad agire. La ricognizione, dice Milena, è anche se vogliamo un recognoscere, un conoscere di nuovo, una riscoperta e un richiamare alla memoria – peraltro questo attaccamento all’antico, alla radice latina delle parole rivela la necessità di chinarsi alle sorgenti sentimentali della lingua, di riavvicinarne il vero volto nel divenire della storia, proprio a partire dalle sue intonazioni etimologiche.
La sensibilità di Rita Bompadre dedica alle sfumature di questa raccolta un raffinato contributo che col passo lieve di una lettrice riconoscente invita a misurarne il terreno e le latitudini emotive.

 
(Di Claudia Ciardi)



 

“Ricognizioni” di Milena Tagliavini (Giuliano Ladolfi Editore, 2020) è una conferma introspettiva all’analisi autonoma della forza poetica, all’indagine inconscia dell’esistenza. Milena Tagliavini prende atto della coscienza osservando la confidenza finalizzata al riconoscimento del proprio mondo, esaminando la propria interiorità interpretata da idee, intenzioni ed esortazioni che generano l’essenza dell’identità della poetessa.
I versi, estendono la percezione interna all’attività riflessiva del pensiero, esprimono la voce dialogante con l’anima, dispongono l’intesa della comprensione con il trascorrere dell’autenticità del tempo, dilungando la veridicità degli stati d’animo. L’autrice attinge le sensazioni, raccoglie il riscontro dei sentimenti attraverso ogni manifestazione esplorativa, identifica il percorso esistenziale con l’itinerario della sensibilità, rileva gli accertamenti dell’ispirazione. Il privilegio e la grazia di concedersi una mediazione nella comunicazione elegiaca, permette di verificare la qualità medianica degli avvertimenti sensibili, di descrivere l’evocazione delle convinzioni, la persuasione dell’esperienza. Lo spirito che riflette la luce delle intonazioni umane, irradia una telepatia di emozioni, scorge sempre un significato ultimo da attribuire alla vita, al senso di ogni valore, alla direzione da intraprendere, al messaggio di speranza da divulgare. Il coinvolgimento psicologico ed antropologico della poetessa valuta reazioni profonde ai propri interrogativi sull’abilità del vivere, inseguendo la continua evoluzione dell’inconoscibile, insondabile mistero dei tentativi, cercando di confermare l’universalità della comprensione.
Dimostrare la disponibilità dei fenomeni umani, fornire il requisito della saggezza è lo spunto di riflessione per manifestare la presenza oltre l’invisibile linea di confine dello spirito, per invocare la libertà e la volontà delle contraddizioni terrene, per restituire la fermezza del giudizio e della ragione nell’ambito dell’emozionalità, dell’atteggiamento agnostico sui dissidi esistenziali. La poesia di Milena Tagliavini amplifica i quesiti umani universali, propone domande sull’uomo e sull’origine della bellezza, offre la resistenza all’insicurezza, cercando di colmare il vuoto della provvisorietà, superando il tragitto dell’inquietudine, placando la diffidenza oltre ogni apparenza. La poesia, consumata dal tormento doloroso dei conflitti irrisolti o irrisolvibili, strappa con dolore vivo ogni nuova lacerazione, intervallando il ritmo persistente del tempo che scorre, sussurrando la suggestione dei versi adagiati sulla pagina, con la lieve e consapevole consuetudine alla malinconia, ricostruendo dall’indifferenza la sostanza della luce anche attraverso le ombre degli ostacoli. Il monito delle oscure difficoltà permette l’adattabilità dello sguardo a vedere oltre, rischiarando la luminosità del raggio visivo nel riscatto dei versi.
“Ricognizioni” accoglie la necessità della speranza ed evidenzia il disincanto, alternando rumore e silenzio, affermando l’intimità della poesia che risolve le ostilità, travalicando le siepi. Nella costante ricerca stilistica la generosità emotiva perlustra il presentimento del sentiero vitale attraverso percorsi obliqui, trattiene la fragilità con l’intento di aggirare il richiamo incisivo del monologo interiore, abita lo spazio della nostalgia, coniugando la resilienza poetica alla ricostruzione delle opportunità positive, nell’arricchimento del cambiamento e della trasformazione nelle piccole dichiarazioni impalpabili dell’amore.


(Di Rita Bompadre - Centro di Lettura “Arturo Piatti”)

 

* Testi selezionati da Rita Bompadre

 

Nuovomondo – La nave


Visto dall’alto è un canale
d’acqua salata con gli argini fondi,
qua di cemento e là di lamiera.

Si spacca la folla in diagonale,
una faglia slitta via.

E tutto crolla,
ma solo dentro.

 

Il rosa della neve


Incorniciata dalla guarnizione
del parabrezza tra il ponte e le strade
l’aureola appare come altro a sé.

Sarebbe una voce capace di tagliare
il nastro della ragione che ci lega qui
se con la pazienza di un docente
non ci dimostrassimo ciechi
di fede ogni giorno il teorema.

Così la fila avanza e lascia
una curva in discesa ai lati
della labbra mentre le dita
dei monti affrescano l’impossibilità
di catturare il rosa della neve.



La trappola

Con pazienza ho infilato per ore
i punti dell’ago come se la danza
delle dita fosse un rituale,
la pozione per ignorare il tempo.
Nell’urgenza del respiro
non avevo che questa azione inutile,
che restare sola senza parlare
dentro i muri.


Mani

Proprio oggi ho visto le tue mani
scolpite nelle sue. Mi ricompari
a tratti, a pezzi, ancora viva.
Sono carne di nostalgia le dita
di marmo molle senza rughe
e con lo smalto scuro. Sguardo
che richiama di fianco la tua assenza,
corpo invisibile tra noi.

 

Tra due muri

 
Mi volti le spalle e vai tra due muri
di fiori, hai le redini
di ciò che è stato. Il piede alzato
per il passo e la sensualità
del vento in una curva sui capelli
non si perderanno. La carta
e gli occhi scambieranno
per anni le interpretazioni.

Oggi il non visto ha un senso
d’arresto che si prolunga,
di sospensione del fiato mentre
la palla sta alta sulla rete.


Una svolta


È una svolta che forse non c’è
questo giorno colmo di pensieri.

Sei un uomo con le valigie piene
d’aria. Ogni volta che le aprirai
darai pane ad altri respiri.


Creazione

Ho creato una breccia fra le mura,
un’evasione di note.
Una preghiera materiale
del corpo vivo.
È carne e terra e cielo.
Ha il sapere, oltre le regole
dei soprusi della ragione.

 

Da Milena Tagliavini, Ricognizioni, Giuliano Landolfi Editore, 2020

 
Sul canale “My Urby” l’intervista alla poetessa che racconta la propria esperienza di vita e di scrittura con delicatezza e passione (ottobre 2020).


31 gennaio 2021

Declinazioni di solitudine (Eschilo)


Tre tragici per altrettante dissertazioni sul senso della solitudine. Quella ostinata e drammaticamente scossa dallo stordimento che agita Serse nei Persiani di Eschilo, l’altra disperata e sospesa di Filottete su cui pende il verdetto altrui, declinata nell’omonima tragedia sofoclea, infine l’isolamento annientante di Eracle, esplorato da Euripide, il poeta per eccellenza della vastitudo animi (espressione che in latino rimanda a lande desolate ma pure alla straordinaria grandezza); e pensiamo anche al suo Oreste braccato dalle Erinni, solo di fronte all’empietà del matricidio, così dolorosamente sconvolto per il proprio delitto che lo allontana dagli uomini e scava il suo corpo, sprofondandolo in un’estrema consunzione.
Un viaggio sentimentale che unisce l’inquietudine di Ulisse alla Wanderung romantica, che l’essere umano nei millenni non ha smesso di praticare fra aspirazione a partire e bisogno di fermarsi, talora osservando un radicale ritiro dal mondo. Asceti, eremiti, indovini, poeti, ma in qualche caso anche consiglieri politici e imperatori – Marco Aurelio fondò la sua grandezza su un esercizio umile e paziente del potere, fuggendo le lusinghe mondane, aggrappandosi piuttosto all’integrità morale che gli infondeva lo stoicismo. In una simile equilibrata mediazione tra contatto umano e colloquio con se stesso scoprì la possibilità di sopravvivere alle bassezze cortigiane, tanto che il suo mandato imperiale ne ebbe un indiscusso prestigio.
I Persiani sono la più antica tragedia greca superstite. Messi in scena nel 472 a. C., pochi anni dopo la battaglia di Salamina, facevano parte di una tetralogia comprendente anche un Fineo, sulla liberazione per mano degli Argonauti dell’omonimo personaggio del mito accecato dalle Arpie.
Nei Persiani il coro eschileo, formato dagli anziani reggenti della corte di Susa, che fin dalla parodo si dice perplesso per un’impresa temeraria, insieme agli altri presagi della disfatta persiana, sono elementi che conferiscono al racconto un’inedita tensione in un crescendo di sconcerto che pervade i protagonisti.
La riflessione che qui introduciamo, nella difficoltà presente di comprendere quanto sta accadendo e che quindi ci impedisce di tornare a noi stessi con la forza e la lucidità necessarie, prova a offrire delle chiavi di lettura senza pessimismi né giudizi sommari. Questa dunque la proposta di Alessia Rovina che vuole così omaggiare i grandi del teatro classico greco traendo uno spunto per sondare una condizione complessa che l’essere umano attraversa nelle differenti circostanze del vivere. Ringraziandola per il suo intenso e articolato contributo, le lasciamo la parola.

(Di Claudia Ciardi)

Praefatio
Di
Alessia Rovina

Se dovessi compilare un personale lessico di questo cruciale e sempre più sfocato momento umano e storico, non potrei prescindere da alcuni lemmi fondamentali. Accanto ai primi vocaboli, emersi nella contingenza delle prime restrizioni – nella mia Mantova arrivate con largo anticipo – come informatica, finestra, sbigottimento, e a quelli che immediatamente sono seguiti nel frasario di ciascuno – come: paura, lontananza, morte; ma anche: immaginazione, impegno, ricostruzione – devo e voglio conferire un ruolo di indiscussa importanza ad una parola in particolare, quella che per me più precipuamente connota questo frangente: solitudine. Dovrei essere più precisa: la parola che a mio parere connota l’esistenza umana, in particolar modo questi strani anni tra postmodernismo e distopia, la cui concretezza si è più che mai dolorosamente imposta con l’avanzare di un’emergenza sulle tante, quella sanitaria, che senza distinzione affligge il mondo, e pertanto non è più identificabile nel totem di una sfortuna che colpisce solo alcuni predestinati alla sofferenza.
La solitudine, costante spauracchio per l’essere umano, non a caso il cucciolo del regno animale che per più tempo ha bisogno delle cure materne, condizione aborrita e pure misteriosamente seducente, spesso propizia per l’attuarsi di quella cura morale che sperimenta, prima dell’armonia, le ferite del rivolgersi solo a se stessi.
D’altro canto, molteplici sono i volti di questa compagna: esiste una solitudine ricercata più o meno consapevolmente con volontà autolesionista e distruttrice, una solitudine causata dall’impossibilità altrui di comprendere, una solitudine causata dall’inganno e dal tradimento, non solo estrinsechi, ma talvolta anche intrinsechi: il tradimento della propria indole può causare effetti tremendamente annichilenti. Esiste poi una solitudine universale, in cui si constata l’impossibilità dell’autosufficienza umana, come accade alla Saffo del frammento 168b Voigt, che nel notturno tramonto della Luna e delle Pleiadi trova la sua incompletezza affettiva – rimane insuperata la resa lirica di Salvatore Quasimodo del verso finale: «e io nel mio letto resto sola»; ed esiste una solitudine convintamente ricercata in quanto condizione di massima comunione con il  divino – forme di eremitismo sono note sin dall’antichità sia per le religioni d’Oriente che per i monoteismi del Mediterraneo. Infine, esiste una solitudine spietata e ancor poco trattata, per quanto in espansione tra i giovanissimi, destinata a diventare oggetto di indagine alla luce della recente necessità d’isolamento: il fenomeno hikikomori. Ebbene, un lemma, tantissime sfumature, che abbiamo deciso di sondare in tre contributi attraverso la genialità e la pregnanza dei tre grandi d’Atene – Eschilo, Sofocle ed Euripide – dedicandoci monograficamente ad altrettanti personaggi drammatici, ciascuno espressione di una diversa sfumatura di quella stessa solitudine che ciascuno di noi, in modi differenti, sperimenta.
Il nostro viaggio tra i meandri della psiche Antica e Moderna è animato dalla convinzione che ogni status emotivo ed affettivo meriti ascolto – come magistralmente hanno compreso i cantori che incontreremo – e in particolar modo in questo momento, in cui si presenta a noi un grandissimo rischio, o una grandissima opportunità: dimenticarci che siamo creature umane, o ricordarcene drasticamente.
Buon Viaggio!


Un giorno d’inverno – Fotografia di Alessia Rovina ©

 
Declinazioni di solitudine I: Serse

(I Persiani – Eschilo)

Di Alessia Rovina
Per la rubrica «L’Argonauta»

È al 472 a.C. che risale la più antica opera teatrale a noi pervenuta. Luogo della première è il grandioso Teatro di Dioniso di Atene, quel fulcro culturale dell’Occidente da cui si irradieranno i capolavori dei Maestri della tragedia e della commedia, nonché delle massime espressioni artistiche e poetiche di sempre. Eppure, questa pietra angolare della tragedia rappresenta da subito una grande sorpresa. Luogo della finzione teatrale non è la Grecia, bensì il centro del potere orientale: Susa, il luogo simbolo di quella oscura popolazione divenuta per l’Occidente emblema di perfidia, mollezza, lascivia e malvagità: i Persiani. E proprio la tragedia omonima di Eschilo, Πέρσαι, Persiani, vede il suo intreccio dipanarsi tra le stanze sfarzose della reggia Achemenide, in cui si interrogano e si disperano gli attanti: il Coro degli uomini Persiani, la regina Atossa, l’ombra di Dario il Grande, tutti legati nel loro agire da un unico oggetto: il giovane sovrano Serse. Prima di scendere più in profondità nel nostro personaggio eletto, non sfuggano a noi due fondamentali considerazioni: anzitutto la datazione. I Persiani vengono rappresentati circa sette anni dopo la definitiva sconfitta dell’impero persiano da parte dell’Ellade – conosciamo bene gli effetti straordinari che questa vittoria provocò da un punto di vista ideologico-culturale. Secondo poi, la totalità degli attanti è rappresentata, appunto, dai Persiani stessi. Eschilo riesce a costruire un’opera teatrale completamente focalizzata dal punto di vista del nemico, raccontando con magnifico eloquio la disperazione dei genitori del giovane Serse, i quali in un dialogo quanto mai significativo tratteggiano la cieca volontà che spinge l’uomo alla distruzione, nel momento in cui dimentica di dover sottostare a leggi universali ed imperscrutabili: soggetto del loro lamento è proprio il figlio, Serse.
Serse, il giovane erede di Dario il Grande, è all’unanimità indicato come perfetto exemplum storico di tracotanza, e le tappe che lo portano al peccato di ὕβρις – il più grave nell’orizzonte greco – sono delineate con precisione dallo «storico delle Guerre Persiane», vale a dire Erodoto. All’interno del libro VII delle sue Storie ha luogo un lungo focus sul fronte dei Persiani, occupati nello stabilire la successione di Dario in un Egitto ribelle. Designato che fu Serse, in quanto nipote di Ciro, lo storico riporta, a partire da VII, 5, la cronaca della perversa discesa di Serse stesso verso il peccato, iniziata con la suadente e strategica piaggeria di Mardonio, e a cui il giovane neo sovrano non saprà e non vorrà opporre resistenza, inebriato com’è dalla possibilità di regnare su ogni popolazione – Mardonio, seducendo e lusingando Serse, gli dirà che la Grecia e l’Europa non son degne di alcun padrone, «se non il Grande Re» (Erodoto, Storie, VII, 5). L’esaltazione inizia a pervadere il giovane sovrano, e arriva a livelli di invasata magniloquenza nel momento in cui espone all’assemblea, in un entusiastico crescendo, il suo intento di muovere contro la Grecia (Storie, VII, 9-10). Allarmato dal pericoloso azzardo del giovane regnante suo zio Artabano formula una risposta ponderata, volta a riportare il buonsenso nell’animo di Serse, argomentando la prudenza con le evidenze date dalla Storia – il popolo persiano conosceva già bene la tempra dei Greci: «Evita il rischio di un tale pericolo, quando non ve n’è alcuna necessità, ascoltami: […] con l’attesa ed il tempo le cose si fanno più trasparenti, anche se ora non pare così.» (Storie, VII, 10). La saggezza di Artabano, lontana dall’essere una manifestazione di vigliaccheria, è poi corroborata dall’evocazione del grande topos ellenico: la gelosia divina – φθόνος θεῶν – che non lascia scampo a chi mediti pensieri di superbia nel proprio cuore.
La preoccupazione familiare che emerge nel racconto erodoteo riecheggia nel dialogo tra la regina Atossa, assalita dall’angoscia come gli altri genitori che apprendono la triste sorte toccata ai valenti figli in terra straniera (Eschilo, Persiani, v. 245), e l’ombra del defunto marito e sovrano, Dario, il quale ebbe personalmente dolorosa esperienza dell’«indomabile» popolo greco (v. 242). La regina esprime la propria invidia per il marito, poiché a lui venne risparmiato di vedere la sciagura abbattutasi sul popolo persiano presso Atene, e allo stupore di Dario, il quale domanda chi mai dei propri figli abbia potuto condurre l’esercito fin là, Atossa significativamente replica: «θούριος Ξέρξες, κενώσας πᾶσαν ἠπείρου πλάκα» – «È stato il focoso Serse: ha svuotato tutte le plaghe del continente!» (v. 718). Dario, domandando lungo quale via siano giunti i soldati sul continente, riceve l’agghiacciante risposta: «Con dei macchinari [scil. Serse] aggiogò lo stretto di Elle, per crearsi un passaggio», e così il defunto re si lascia andare al lamento: «È arrivato a questo? Ha incatenato il potente Bosforo? […] Un demone grande davvero deve averlo toccato, per farlo delirare in questo modo!» (vv. 722/725). Ecco il perno su cui si incardina l’apice della follia e dell’aggressiva superbia di Serse: egli ha voluto prevalere con il suo orgoglio sulla natura dello stretto, aggiogando la materia sacra con l’artificiale ponte di barche, in aperta blasfemia con l’imposizione del limite che la divinità olimpica pone all’uomo. Non si fa attendere la sciagura, e la punizione all’orgoglio e all’ostinazione di Serse sono tremendi, amplificati in quanto con sempre maggior pervicacia egli ha voluto perseguire la via della distruzione di sé e dei suoi compagni, tanto che egli, il giovane sovrano umiliato e ferito, farà il proprio ingresso sulla scena solo al termine dell’azione drammatica (v. 908), subendo le accuse del Coro, in quanto irresponsabile esaltato che ha portato ad una assurda morte i suoi uomini, mostrando tutto il doloroso effetto della propria superbia: egli è solo.
Così, lacerato dall’assurdità di una follia che solo ora riesce a vedere nitidamente nel suo nascere e nel suo innalzarsi, umiliato nel corpo e nello spirito, rimane l’evidenza della sua solitudine. E Serse non ha che la forza di piangere.

(Di Alessia Rovina, classicista, studiosa di teatro,
account twitter:
@rovina_alessia
22/01/2021) 

30 giugno 2020

Νόστος – Il ritorno come nostalgia


C’è una frase di Antoni Gaudí, estroso architetto catalano, protagonista di una delle più vivide rivoluzioni nell’arte e nel pensiero novecenteschi, che dice: l’originalità consiste nel tornare alle origini. Emblematico che un ingegno tanto versatile e proiettato fuori dai propri confini, destinato ad attraversare mondi e culture diversi e in quella diversità per lappunto essere capito e ammirato, esprima la sua idea d’innovazione nella stretta, imprescindibile consuetudine col passato e con ciò che presiede al nostro affacciarsi alla vita. Senza aver ben in mente le proprie radici è difficile tracciare un percorso, dunque comunicare qualcosa di sé agli altri, ma anche a se stessi. L’iniziazione al viaggio ha bisogno di contenuti, la linfa che scorre in noi da quando siamo bambini e con cui sempre aspireremo a dissetarci. I seni materni e l’aria che respiriamo nel luogo che veglia sui nostri primi passi. E le parlate dialettali che ci accarezzano al pari dei canti di culla. È in questo lembo terreno, fra i visi e le voci che lo popolano, a germogliare la nostra semenza e assorbire i nutrimenti che l’accrescono. Questo sottile incanto penetra in noi molto più di quanto lucidamente ci è dato considerare cosicché a quegli sprazzi di beatitudine tenderemo sempre, anche quando ci sembrerà di averli dimenticati, anche quando tornarvi non sarà possibile. Se il tema del νόστος da Omero al tardoantico ha ispirato le pagine forse più celebri del racconto epico, lanciandosi poi alla conquista della modernità, è perché suscita un bisogno umano inesauribile. L’archetipo del ritorno è il viaggio per eccellenza; racchiude rive sconosciute ma sollecita la poesia domestica che portiamo nel cuore. Così Ulisse, in lotta tra demoni e paure, vince ogni prova per la nostalgia della casa – perché essenza del νόστος è la nostalgia, il desiderio di ritrovare quel che si è perduto. Tornare, rivedersi, recuperare frammenti di vita che ci siamo lasciati alle spalle, senza i quali la nostra presenza vacilla. Così Ovidio spera continuamente che la pena dell’esilio sia mitigata e di rivedere, un giorno, Roma. Così Rutilio Namaziano sfida i pericoli delle invasioni, il dolore causato dalla vastità delle rovine che ricoprono l’impero e torna in Gallia, perché vuole scoprire cosa resti dei luoghi della sua nascita, dove si posò il suo sguardo di bambino, unica scialuppa cui aggrapparsi in mezzo alle tempeste del crollo e della decadenza.
Eppure, anche negli abissi della perdita, il faro degli affetti, dei ricordi, dei venerati idoli, che noi almeno stimavamo tali e che ci hanno cresciuto con la loro bonaria saggezza, resiste. Alessia Rovina ci conduce per queste terre sentimentali, in un toccante racconto dove miti rustici, poesia, dialetto sono le solide radici che reggono l’albero della vita.

(Di Claudia Ciardi)  



Paternità - Foto di Alessia Rovina ©
 

Quel necessario tornare
Di
Alessia Rovina
Per la rubrica «L’Argonauta»

Nel seno di ogni partenza, o ri-partenza, per qualsiasi viaggio sta il rapporto con la banchina che si è dovuta – o voluta – lasciare. Tenendo nel cuore il bellissimo Elogio alla fuga di Henri Laborit, per chi come me si sente da sempre un Argonauta destinato a trovare una meta-altra, arriva poi pure un momento in cui si è costretti a riavvolgere il gomitolo del proprio trascorso, a dover edificare una qualsiasi dimora, su una base però che sa di origine. Origine, come ci insegna la sua stessa etimologia, ha il significato di nascita e di provenienza: un nucleo potenzialmente eterno e profondamente non scelto, non selezionato, in barba alle tante distopie – talvolta tragicamente reali – che ci illudono della possibilità di decidere come meglio manipolare le unicità di chi dovrà originarsi. Un punto di energia centrifuga e centripeta, da cui dobbiamo emanciparci per non rischiare di marcire – così avvertiva il lirico Pindaro nella sua Pitica IV a proposito dei nostri mitici marinai, pronti a pagare con la vita la scoperta del proprio valore – e un luogo a cui dover ritornare, per quella, a parer mio, eterna riconciliazione con il passato che è la vita. La mia base è quel lembo di terra pianeggiante e rustica, ubertosa e afosa cantata dal Virgilio più profondamente commosso – quello degli espropri sofferti e del fitto cicalare estivo – e, in tempi molto più vicini a noi, dal Guareschi e dai suoi adattamenti cinematografici, che in quella striscia di piccolo mondo antico fa litigare e gioire quegli idoli novecenteschi profondamente vivi nel cuore di chi, come me, qui cresce, e inizia a sognare. Vantiamo qui una porzione della prodigiosa varietà dialettale propria della nostra bella Penisola, lingua arcaica e spesso incomprensibile, regolata da strane grammatiche che abbondano negli armadi tarlati dei Nonni, con cui la sapienza e la poesia si tramandano, e non solo in casa. Poche date qui sono pari al Natale. Una, è sicuramente il 29 Giugno. È il giorno in cui cade la festa patronale dei Santi Pietro e Paolo, non i veri protettori del Paesello, ma i custodi della speciale distribuzione dai campi del frutto locale, pesante sfera di aspettative: il melone – nel nostro dialetto del basso Mantovano: al mlòn. Come in un antico rituale panico, pienamente aderente al nostro génos mediterraneo, il popolo si riunisce, senza distinzione alcuna, e si prepara a godere di questa grande celebrazione terrena, non senza l’intervento dei nostri cantori, aedi anziani, con la pelle raggrinzita dal lavoro campestre di una vita e vestiti di cenci colorati, esperti sapienti e custodi del nostro bagaglio di fantasticherie. Il nostro Omero è da sempre Pèdar, l’om da la gamba stanca, un prodigioso musicista e poeta dialettale, conquistatore di grandi riconoscimenti, intrattenitore di quella comune preghiera di ringraziamento alle divinità ctonie ancora presenti, intervenute nella rinascita del frutto del Sole, ancora propizie con un paese che vorrebbe abbandonare la propria origine, ma che trova pur sempre piena identità in quei tramonti magenta che si distendono, stanchi, sugli interminabili campi di grano. L’estate, folta di zanzare e della Golena fluviale che rivive dopo il pesante bagaglio delle nebbie, è sfrontata, come in quella parte più vera dell’Italia, e batte la sua lingua nei filòss, equivalente padano dei simposi e del ciacciàre toscano, in cui un qualsiasi giro di Quartiere diviene un poema epico fatto di tappe burlesche tra quei circoli di sedie legnose in cui le anziane risdùre  – meraviglioso termine il cui significato è ristoratrici, concordi con lo spirito di queste mogli rustiche, forti e accoglienti – ancora avvolte nei loro grembiuli che sono impregnati del profumo della noce moscata e del cacio, interrompono sicure il tragitto del viandante, sconosciuto e conosciuto, per saluti, doni mangerecci e sempre immancabili pettegolezzi di paese. Femio e Demodoco sono così la sciura Maria e la sciura Rina, e le imprese eroiche, quelle vere, diventano le rivolte dei partigiani nelle vie dei Giardini, il lavoro duro, nobile, per mantenere le famiglie, il continuare a sognare nonostante un mondo che loro per prime vedono andare in frantumi, prima ancora che i giovani vi si affaccino, e le convivenze dei preti con gli storici comunisti del Paesello. Le novelle riportate, i proverbi, saranno compagni inaspettati di tutta la nostra vita, tanto che, se faremo una scelta di vita radicale, naturista, e per così dire francescana, saremo a la manéra ad Ramòn, la nostra vedetta del Grande Fiume, un anziano signore da sempre stabile in una roulotte sullo Spiaggione del Po, mentre, se sceglieremo come Don Abbondio di stare dalla parte del più forte, nascondendoci nei nostri comodi, avremo deciso di stàr da la banda dal furmantòn, di stare dal lato del granturco, al cui fittizio riparo possono pensare di star sicuri una moltitudine di esseri viventi. Qui, l’estate è spietata e non lascia scampo. Sorride volgare nella sua pesante calura, ed elargisce frutti nella stessa misura con cui poi si tramuterà in nebbia, che tutto confonde e cela. Unica salvezza, allora, sarà in Novembre arrivare al rogo del brüsa la vécia, una consuetudine non solo Padana, ma anche Bolognese e Romagnola, e in quanti altri luoghi, Ispanici, Calabri ed Ellenici, nel cui rituale incendio del vecchio, dell’infruttuoso e dello sterile, ci si prepara ad accogliere una nuova vita. Ancora dura e ancora nascosta, ma foriera di nuove avventure. Un dolce e struggente Amarcord, quel nostro singolo romanzo di formazione eterna. Ecco, le origini: un debito imposto, non scelto, con cui ripetutamente saldare il conto, stimandolo necessario nelle sue più acute asperità, nei suoi inciampi, giudicandolo prezioso, per il potenziale che dona, che è sì un tornare continuo… Ma è anche un sentiero che porta nelle profondità più vere e più ricche del nostro personale ed irripetibile destino.

(Di Alessia Rovina, 26/06/2020
classicista e appassionata di teatro,
account twitter: @rovina_alessia)

Powered By Blogger

Claudia Ciardi autrice (LinkedIn)

Claudia Ciardi autrice (Tumblr)

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...