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27 febbraio 2021

Declinazioni di solitudine (Sofocle)

 
La guerra non poteva finire senza l’arco e le frecce di Eracle, così aveva detto l’oracolo. Dunque agli Achei, da dieci anni bloccati nell’assedio di Ilio, occorreva recuperare da Filottete, il pastore del Monte Eta figlio di Peante, depositario delle eroiche armi, quelli che il fato indicava per l’appunto come strumenti della vittoria. Ma perché il combattente greco non era coi suoi? Il mito narra che durante il viaggio che condusse i Greci a Troia, in occasione di uno scalo per un sacrificio ad Apollo sull’isola di Crise, venne ferito al piede. Qualcuno dice che si colpì incidentalmente con una delle sue frecce avvelenate, oppure urtò contro un altare, o ancora fu morso da un serpente. In un primo momento venne soccorso dai commilitoni e imbarcato di nuovo. Tuttavia, le sue grida di dolore erano così atroci e l’odore della piaga tanto insopportabile che si risolsero ad abbandonarlo sull’isola di Lemno, affidandolo alle cure di sacerdoti-medici – in quanto vi era un santuario dedicato alle ferite di serpente o solo perché il luogo sembrava più appropriato di altri a causa della maledizione delle sue abitatrici. Afrodite infatti, vedendo trascurato il proprio culto, aveva inflitto alle donne di Lemno la condanna a trasudare un cattivo odore (δυσοσμία) dalla pelle, cosicché fossero inavvicinabili. L’affinità del morbo rendeva quindi lisola il miglior ricovero per lo sventurato guerriero. Fin qui l’antefatto. La tragedia, rappresentata da Sofocle nel 409 a. C. all’età di ottant’anni, l’unica nella sua produzione di cui si conosca la data precisa e che gli valse il primo premio alle Dionisie, si apre con Odisseo e Neottolemo, il figlio di Achille, impegnati in uno stratagemma per rubare l’arco a Filottete. Tuttavia, Neottolemo, in preda al rimorso, decide di rivelare il piano; non se la sente di lasciare l’eroe greco senza difese, condannandolo a una solitudine ancora più fosca e rinnovando la vigliaccheria dei compagni. L’azione sembra a questo punto conclusa: Filottete non andrà a Troia e la guerra non si concluderà con favore per gli Atridi. Ma Eracle, giungendo come deus ex machina, lo indurrà a cedere e a collaborare alla distruzione della città.

I molteplici livelli del testo ne fanno uno dei drammi per eccellenza della solitudine. L’espulsione dell’infermo dalla comunità che non vede altro modo di affrontare il male se non respingendolo da se stessa, la scoperta che bisogna far ritorno nel luogo dell’abbandono e il prevalere in questa necessità delle ragioni strumentali che intendono aggirare il recupero dell’uomo. Si vuole liquidare lo sfortunato eroe ancora una volta, reiterando il tradimento già commesso nei suoi confronti. Ed ecco dall’altra parte lisolamento di Filottete, respinto, condannato a una vita da selvaggio, consapevole del suo regresso a una condizione di belva, ma pur sempre pervaso dal desiderio di riabbracciare lumano, distrutto dal rovello del suo stato, per cui non ha spiegazioni e non trova pace. Eppure è una solitudine in cui giganteggia, lui, l’offeso, doppiamente ferito, destinatario di una crudeltà che nei fatti offende chi gliel’ha imposta e che infine trova un giusto contrappeso nel moto di coscienza del più giovane Neottolemo.
Procedendo nell’excursus sulla tragedia greca inaugurato coi Persiani di Eschilo, Alessia Rovina ci guida in un’avvincente lettura del capolavoro sofocleo, perché se la solitudine è il sentimento della marginalità o dell’emarginazione che dir si voglia, è anche capace di produrre un potente rinnovamento nella personalità che l’affronta e in coloro che riconoscendola in qualcuno decidono di farsene carico.

* Per approfondire i temi del Filottete di Sofocle anche nella tradizione pre-sofoclea, suggerisco inoltre la lettura del dettagliato articolo di Martina Giuliano, Il linguaggio della ferita, in “Figure dell’immaginario. Rivista internazionale online”, I numero, gennaio 2014: Il corpo offeso tra piaghe e pieghe.

(Di Claudia Ciardi)

 
 

Il silenzio prepara i germogli – Fotografia di Alessia Rovina ©


Declinazioni di solitudine II: Filottete
(Filottete – Sofocle)
Di Alessia Rovina
Per la rubrica «L’Argonauta»

La tradizione epica greca è concorde nel presentarci Lemno come una delle isole più inospitali dell’Egeo. Situata tra la Tessaglia e l’Ellesponto, la sua misera fama potrebbe scaturire dalla punizione che un tempo Afrodite impose all’isola, rendendola sterile e aizzando l’odio nei cuori delle sue abitanti, spinte a compiere gesti tremendi, trucidando senza pietà tutti i maschi, come ci racconta con abile artificio letterario l’Apollodoro delle Argonautiche (I, 636 ss.). L’inospitalità propriamente geografica dell’area, enfatizzata attraverso la descrizione delle aguzze rocce nere che rendono impossibile l’attracco di Argo – un preavviso piuttosto eloquente della durezza delle Lemniadi – e della distesa pianeggiante in cui dalle pietre non riescono ad emergere i germogli della vegetazione, è stata spesse volte associata ad una tradizione mitica parallela, che vedrebbe l’effetto della punizione della Dea nello sprigionamento da parte delle isolane di un fetore insopportabile, che i commentatori e gli scoliasti antichi hanno collocato nelle più svariate porzioni anatomiche delle Lemniadi, ma che per gli studiosi e gli antropologi dall’Ottocento in poi hanno ricoperto un significato molto più enigmatico e indubbiamente affascinante. Il primo intellettuale moderno ad operare uno studio sistematico sulla situazione politico-sociale del mondo antico a partire dal mito delle Lemniadi e delle Amazzoni è stato lo svizzero J. J. Bachofen, in questa medesima sede virtuale meravigliosamente analizzato e recensito da Claudia, il quale nel XVI Congresso dell’Associazione dei Filologi svizzeri del 1856 illustrò i capisaldi della sua tesi sulla struttura sociale del mondo antico, la quale, prima di conoscere lo stato patriarcale che a tutti noi è noto, avrebbe attraversato un primitivo stadio matriarcale, in cui il potere era in definitiva nelle mani delle donne. Questa ginecocrazia, in certi contesti, avrebbe spinto le donne – proverbiale è l’esempio delle Amazzoni al rifiuto e alla ripugnanza delle nozze e dell’unione carnale, la quale avrebbe potuto generare figli in grado di usurpare il loro potere. La manifestazione concreta di questo inselvatichimento delle donne si avrebbe con la δυσοσμία che colpisce le Lemniadi: l’emanazione di un puzzo insopportabile, che le allontana da tutto e da tutti.

Attorno al 409 a. C. circa uno dei grandi tragediografi ateniesi, Sofocle, raccoglie questo inestimabile patrimonio mitico che ruota attorno all’isola di Lemno ed alla tradizione del ciclo troiano per unire l’elemento dell’alienazione e della solitudine incarnate dalla sgradevolezza del sé che si estroflette nell’inospitalità circostante. Proprio a Lemno difatti abita da una decina d’anni uno sventurato vecchio eroe, Filottete, immerso quotidianamente nell’acredine e nella lenta putrefazione fisica causatagli da una ferita al piede che gli impedisce la tranquillità, e fomenta in lui l’odio per i responsabili di questa situazione ignominiosa: gli Achei.

Appare tra le aguzze rocce della scogliera un vecchio ed opulento eroe, nientemeno che Odisseo, il quale con la sua veste dorata guarda con disgusto il panorama desolante dell’isola: è stato lui, ammette senza troppi rimorsi, ad abbandonare il dolorante Filottete, eroe acheo senza macchia della guerra di Troia, in quel deserto, ormai nauseato assieme ai compagni dal puzzo che la ferita cancerosa esalava. Filottete è vittima della δυσομία (v. 876), che lo rende insopportabile a tutti. Non è casuale l’utilizzo del medesimo termine già ritrovato nella tradizione del mito di Lemno: il marcescente connota una categoria antropologica collocabile nel più ampio contesto culturale dello sbagliato. Come evidenziato dallo studio di Marcel Detienne (I giardini di Adone, 1972) relativamente alla cultura degli aromi nel mondo antico, il puzzo rinvia all’idea di disgiunzione sia dal consorzio civile, la sfera della Terra, sia dalla benevolenza degli dèi, ovvero la sfera del Cielo. Naturalmente, la malattia di Filottete non poteva che essere vista come foriera di malaugurio, come maledizione divina, nonché doverosamente da eliminare, relegando la sua piaga divisoria nel contesto più avulso dal mondo, che già aveva esperito l’isolamento massimo: Lemno.

Sofocle, magnifico cantore dell’ακμή della classicità greca, drammaturgo degli autentici valori periclei, con estrema intelligenza raccoglie gli elementi del mito per costruire il suo dramma dell’eroe-solo, topos certo condiviso dalla grande tragedia antica, ma nel Filottete declinata in un’insolita facies. Qui, la figura di Filottete diviene paradigma di uno specifico codice di valori, posto agli antipodi rispetto alla cinica γλῶσσα e al δόλος di Odisseo (v. 97/101), i cui discorsi traboccano di lemmi riferibili all’inganno, alla malizia, al furto e simili. Posto al centro, tra questi due personaggi antinomici presentati quasi come eloquenti modelli educativi, è il giovane Neottolemo, figlio dell’illustre Achille, compagno e amico di Filottete (v. 242), impegnato in una scelta difficilissima: obbedire al χρήσιμον, l’utile, incarnato dalla dialettica di Odisseo, formalmente suo capo, raggirando dunque il malcapitato per impossessarsi dell’arco infallibile di Eracle e condurlo a Troia per adempiere alla profezia e dunque vincere la guerra, oppure obbedire alla sua φύσις, la sua natura, di giovane onesto e leale nei confronti del prossimo e degli dèi, natura in prima istanza derisa dal borioso figlio di Laerte, rivelando la verità a Filottete e conducendolo a Troia con limpidezza, e non con l’imbroglio. Al nostro sguardo non sfuggono certo i punti di contatto che questo dramma intrattiene con il dilagare della Prima Sofistica, movimento dialettico profondamente inviso all’animo dei personaggi più illustri, qui spudoratamente rappresentata da Odisseo, il quale ammaestra con altezzosità il giovane Neottolemo che, come ebbe molto opportunamente a dire Giovanni Cerri, dovrà «recitare ‘a soggetto’», fingendo non solo una menzogna, il σόφισμα (v. 14) del canovaccio di Odisseo, ma anche dei sentimenti e dell’affetto nei confronti del vecchio eroe malato. Le crepe della recita che Neottolemo, debolmente convinto, imbastirà si faranno in realtà sempre più irreparabili nel momento in cui, a partire dal verso 219, entra in scena il nostro protagonista: Filottete. Sorpreso dalle armature elleniche del Coro e di Neottolemo, invita i sorprendenti ospiti della «terra senz’alberi» (v. 221) a non essere intimoriti dal suo aspetto selvaggio, a non scansarsi, ma anzi di avere pietà di un uomo così sciagurato e così solo (v. 227), «un reietto, così miserabile, così senza amici» (v. 228). Grande è la pateticità di questo eroe decaduto ed abbandonato, claudicante e maleodorante, che così si rivolge ai primi volti che vede dopo una decade di miseria. La solitudine di Filottete, resa ancora più impressiva dalla vecchiaia e dalla condizione fisica – spesso teatralmente resa con bende e fasce macchiate di sangue – è stata arbitrariamente imposta da altri. Con una decisione della massa lui è stato esiliato per puro disgusto e fastidio, e questo ha generato nel suo cuore un odio viperino nei confronti degli Achei, specialmente di Odisseo, che lo induce a sputare sentenze durissime: «[…] invece costoro, che a spregio di ogni legge divina si son sbarazzati di me / ridono, e mantengono il silenzio […] / io sono il figlio di Peante, Filottete, quello che / i comandanti ed il re dei Cefalleni / gettarono vergognosamente in questa desolazione, / mentre mi consumava la maligna piaga […] / e così mi abbandonarono […] / possano loro stessi ricevere ciò che ho ricevuto io!» (vv. 254-275).

La dipendenza di Filottete dall’altrui potere decisionale funge da continuo pungolo per l’animo di Neottolemo, il quale, affezionandosi profondamente alla bontà d’animo dello sventurato, nonché ai suoi modi amabilmente paterni, lascerà sprigionare le contraddizioni della sua improvvisazione maldestra, finendo per essere annientato lui dal suo medesimo inganno, rivelato infine in un serratissimo dialogo tra generazioni, tra, potremmo dire, discepolo e maestro, in cui le parti vinte paiono entrambe: Filottete, nella fiducia che  aveva concesso, dunque nella sua ultima speranza di poter tornare in patria sorretto dall’affettuoso custode a lui legato, e Neottolemo nel suo cuore, nella sua essenza più profonda, ora compromessa dall’accettazione della lezione di Odisseo, un’anima ora tormentata e ferita, che ammette l’errore ed è aggravata da una verità che lapidaria viene pronunciata dal vecchio e prostrato Filottete: «Ho ricevuto il male da chi il male non sembrava conoscerlo» (v. 960). Sulla ripida e nera scogliera di Lemno due sono le solitudini che si consumano: Filottete il tradito e Neottolemo il traditore di se stesso. Odisseo arriverà in scena, approfittando dello squilibrio etico creatosi, per portare definitivamente a termine l’inganno. Ma la sua apparente scaltrezza sarà beffata dal coraggioso Neottolemo, che definitivamente cederà alla bontà della sua natura e di nuovo tornerà sulla nera spiaggia, davanti alla grotta in cui Filottete si è rinchiuso pieno di paura del mondo, e chiamandolo gli chiederà dolcemente di avere nuova fiducia nelle sue parole, parole di lui che gli è divenuto φίλος, un amato amico che non più lo raggirerà, ma anzi, rivelandogli il volere degli dèi sul vecchio eroe, ancora destinato a farsi valere in battaglia presso i nemici, svelerà un fato ancora più intrigante e prodigioso: solo fidandosi, solo uscendo dal suo covo di nera acredine e accettando di lasciare la solitudine imposta, in ultima istanza Filottete guarirà dal proprio male, riacquisterà la dignità umana che ha perduto, e così verrà riabilitato agli occhi di se stesso e degli dèi, che non mancheranno di benedire il resto della sua vita. L’esitazione di Filottete sarà grande, il disagio della tracotanza superba di Odisseo ancora si imporrà, ma alfine, quando l’apparizione celeste di Eracle dialogherà direttamente con Filottete, la scelta tra il rancore desolato e gangrenoso e la promessa di guarigione e gloria e fedele amicizia non sarà più oscurata dai dubbi. Anche Filottete dovrà liberarsi dal buio e dalla vera ferita e scegliere la sua autentica natura.

(Di Alessia Rovina, classicista, studiosa e appassionata di teatro, 20 febbraio 2021)


Si veda anche:

Declinazioni di disolitudine (Eschilo)

31 gennaio 2021

Declinazioni di solitudine (Eschilo)


Tre tragici per altrettante dissertazioni sul senso della solitudine. Quella ostinata e drammaticamente scossa dallo stordimento che agita Serse nei Persiani di Eschilo, l’altra disperata e sospesa di Filottete su cui pende il verdetto altrui, declinata nell’omonima tragedia sofoclea, infine l’isolamento annientante di Eracle, esplorato da Euripide, il poeta per eccellenza della vastitudo animi (espressione che in latino rimanda a lande desolate ma pure alla straordinaria grandezza); e pensiamo anche al suo Oreste braccato dalle Erinni, solo di fronte all’empietà del matricidio, così dolorosamente sconvolto per il proprio delitto che lo allontana dagli uomini e scava il suo corpo, sprofondandolo in un’estrema consunzione.
Un viaggio sentimentale che unisce l’inquietudine di Ulisse alla Wanderung romantica, che l’essere umano nei millenni non ha smesso di praticare fra aspirazione a partire e bisogno di fermarsi, talora osservando un radicale ritiro dal mondo. Asceti, eremiti, indovini, poeti, ma in qualche caso anche consiglieri politici e imperatori – Marco Aurelio fondò la sua grandezza su un esercizio umile e paziente del potere, fuggendo le lusinghe mondane, aggrappandosi piuttosto all’integrità morale che gli infondeva lo stoicismo. In una simile equilibrata mediazione tra contatto umano e colloquio con se stesso scoprì la possibilità di sopravvivere alle bassezze cortigiane, tanto che il suo mandato imperiale ne ebbe un indiscusso prestigio.
I Persiani sono la più antica tragedia greca superstite. Messi in scena nel 472 a. C., pochi anni dopo la battaglia di Salamina, facevano parte di una tetralogia comprendente anche un Fineo, sulla liberazione per mano degli Argonauti dell’omonimo personaggio del mito accecato dalle Arpie.
Nei Persiani il coro eschileo, formato dagli anziani reggenti della corte di Susa, che fin dalla parodo si dice perplesso per un’impresa temeraria, insieme agli altri presagi della disfatta persiana, sono elementi che conferiscono al racconto un’inedita tensione in un crescendo di sconcerto che pervade i protagonisti.
La riflessione che qui introduciamo, nella difficoltà presente di comprendere quanto sta accadendo e che quindi ci impedisce di tornare a noi stessi con la forza e la lucidità necessarie, prova a offrire delle chiavi di lettura senza pessimismi né giudizi sommari. Questa dunque la proposta di Alessia Rovina che vuole così omaggiare i grandi del teatro classico greco traendo uno spunto per sondare una condizione complessa che l’essere umano attraversa nelle differenti circostanze del vivere. Ringraziandola per il suo intenso e articolato contributo, le lasciamo la parola.

(Di Claudia Ciardi)

Praefatio
Di
Alessia Rovina

Se dovessi compilare un personale lessico di questo cruciale e sempre più sfocato momento umano e storico, non potrei prescindere da alcuni lemmi fondamentali. Accanto ai primi vocaboli, emersi nella contingenza delle prime restrizioni – nella mia Mantova arrivate con largo anticipo – come informatica, finestra, sbigottimento, e a quelli che immediatamente sono seguiti nel frasario di ciascuno – come: paura, lontananza, morte; ma anche: immaginazione, impegno, ricostruzione – devo e voglio conferire un ruolo di indiscussa importanza ad una parola in particolare, quella che per me più precipuamente connota questo frangente: solitudine. Dovrei essere più precisa: la parola che a mio parere connota l’esistenza umana, in particolar modo questi strani anni tra postmodernismo e distopia, la cui concretezza si è più che mai dolorosamente imposta con l’avanzare di un’emergenza sulle tante, quella sanitaria, che senza distinzione affligge il mondo, e pertanto non è più identificabile nel totem di una sfortuna che colpisce solo alcuni predestinati alla sofferenza.
La solitudine, costante spauracchio per l’essere umano, non a caso il cucciolo del regno animale che per più tempo ha bisogno delle cure materne, condizione aborrita e pure misteriosamente seducente, spesso propizia per l’attuarsi di quella cura morale che sperimenta, prima dell’armonia, le ferite del rivolgersi solo a se stessi.
D’altro canto, molteplici sono i volti di questa compagna: esiste una solitudine ricercata più o meno consapevolmente con volontà autolesionista e distruttrice, una solitudine causata dall’impossibilità altrui di comprendere, una solitudine causata dall’inganno e dal tradimento, non solo estrinsechi, ma talvolta anche intrinsechi: il tradimento della propria indole può causare effetti tremendamente annichilenti. Esiste poi una solitudine universale, in cui si constata l’impossibilità dell’autosufficienza umana, come accade alla Saffo del frammento 168b Voigt, che nel notturno tramonto della Luna e delle Pleiadi trova la sua incompletezza affettiva – rimane insuperata la resa lirica di Salvatore Quasimodo del verso finale: «e io nel mio letto resto sola»; ed esiste una solitudine convintamente ricercata in quanto condizione di massima comunione con il  divino – forme di eremitismo sono note sin dall’antichità sia per le religioni d’Oriente che per i monoteismi del Mediterraneo. Infine, esiste una solitudine spietata e ancor poco trattata, per quanto in espansione tra i giovanissimi, destinata a diventare oggetto di indagine alla luce della recente necessità d’isolamento: il fenomeno hikikomori. Ebbene, un lemma, tantissime sfumature, che abbiamo deciso di sondare in tre contributi attraverso la genialità e la pregnanza dei tre grandi d’Atene – Eschilo, Sofocle ed Euripide – dedicandoci monograficamente ad altrettanti personaggi drammatici, ciascuno espressione di una diversa sfumatura di quella stessa solitudine che ciascuno di noi, in modi differenti, sperimenta.
Il nostro viaggio tra i meandri della psiche Antica e Moderna è animato dalla convinzione che ogni status emotivo ed affettivo meriti ascolto – come magistralmente hanno compreso i cantori che incontreremo – e in particolar modo in questo momento, in cui si presenta a noi un grandissimo rischio, o una grandissima opportunità: dimenticarci che siamo creature umane, o ricordarcene drasticamente.
Buon Viaggio!


Un giorno d’inverno – Fotografia di Alessia Rovina ©

 
Declinazioni di solitudine I: Serse

(I Persiani – Eschilo)

Di Alessia Rovina
Per la rubrica «L’Argonauta»

È al 472 a.C. che risale la più antica opera teatrale a noi pervenuta. Luogo della première è il grandioso Teatro di Dioniso di Atene, quel fulcro culturale dell’Occidente da cui si irradieranno i capolavori dei Maestri della tragedia e della commedia, nonché delle massime espressioni artistiche e poetiche di sempre. Eppure, questa pietra angolare della tragedia rappresenta da subito una grande sorpresa. Luogo della finzione teatrale non è la Grecia, bensì il centro del potere orientale: Susa, il luogo simbolo di quella oscura popolazione divenuta per l’Occidente emblema di perfidia, mollezza, lascivia e malvagità: i Persiani. E proprio la tragedia omonima di Eschilo, Πέρσαι, Persiani, vede il suo intreccio dipanarsi tra le stanze sfarzose della reggia Achemenide, in cui si interrogano e si disperano gli attanti: il Coro degli uomini Persiani, la regina Atossa, l’ombra di Dario il Grande, tutti legati nel loro agire da un unico oggetto: il giovane sovrano Serse. Prima di scendere più in profondità nel nostro personaggio eletto, non sfuggano a noi due fondamentali considerazioni: anzitutto la datazione. I Persiani vengono rappresentati circa sette anni dopo la definitiva sconfitta dell’impero persiano da parte dell’Ellade – conosciamo bene gli effetti straordinari che questa vittoria provocò da un punto di vista ideologico-culturale. Secondo poi, la totalità degli attanti è rappresentata, appunto, dai Persiani stessi. Eschilo riesce a costruire un’opera teatrale completamente focalizzata dal punto di vista del nemico, raccontando con magnifico eloquio la disperazione dei genitori del giovane Serse, i quali in un dialogo quanto mai significativo tratteggiano la cieca volontà che spinge l’uomo alla distruzione, nel momento in cui dimentica di dover sottostare a leggi universali ed imperscrutabili: soggetto del loro lamento è proprio il figlio, Serse.
Serse, il giovane erede di Dario il Grande, è all’unanimità indicato come perfetto exemplum storico di tracotanza, e le tappe che lo portano al peccato di ὕβρις – il più grave nell’orizzonte greco – sono delineate con precisione dallo «storico delle Guerre Persiane», vale a dire Erodoto. All’interno del libro VII delle sue Storie ha luogo un lungo focus sul fronte dei Persiani, occupati nello stabilire la successione di Dario in un Egitto ribelle. Designato che fu Serse, in quanto nipote di Ciro, lo storico riporta, a partire da VII, 5, la cronaca della perversa discesa di Serse stesso verso il peccato, iniziata con la suadente e strategica piaggeria di Mardonio, e a cui il giovane neo sovrano non saprà e non vorrà opporre resistenza, inebriato com’è dalla possibilità di regnare su ogni popolazione – Mardonio, seducendo e lusingando Serse, gli dirà che la Grecia e l’Europa non son degne di alcun padrone, «se non il Grande Re» (Erodoto, Storie, VII, 5). L’esaltazione inizia a pervadere il giovane sovrano, e arriva a livelli di invasata magniloquenza nel momento in cui espone all’assemblea, in un entusiastico crescendo, il suo intento di muovere contro la Grecia (Storie, VII, 9-10). Allarmato dal pericoloso azzardo del giovane regnante suo zio Artabano formula una risposta ponderata, volta a riportare il buonsenso nell’animo di Serse, argomentando la prudenza con le evidenze date dalla Storia – il popolo persiano conosceva già bene la tempra dei Greci: «Evita il rischio di un tale pericolo, quando non ve n’è alcuna necessità, ascoltami: […] con l’attesa ed il tempo le cose si fanno più trasparenti, anche se ora non pare così.» (Storie, VII, 10). La saggezza di Artabano, lontana dall’essere una manifestazione di vigliaccheria, è poi corroborata dall’evocazione del grande topos ellenico: la gelosia divina – φθόνος θεῶν – che non lascia scampo a chi mediti pensieri di superbia nel proprio cuore.
La preoccupazione familiare che emerge nel racconto erodoteo riecheggia nel dialogo tra la regina Atossa, assalita dall’angoscia come gli altri genitori che apprendono la triste sorte toccata ai valenti figli in terra straniera (Eschilo, Persiani, v. 245), e l’ombra del defunto marito e sovrano, Dario, il quale ebbe personalmente dolorosa esperienza dell’«indomabile» popolo greco (v. 242). La regina esprime la propria invidia per il marito, poiché a lui venne risparmiato di vedere la sciagura abbattutasi sul popolo persiano presso Atene, e allo stupore di Dario, il quale domanda chi mai dei propri figli abbia potuto condurre l’esercito fin là, Atossa significativamente replica: «θούριος Ξέρξες, κενώσας πᾶσαν ἠπείρου πλάκα» – «È stato il focoso Serse: ha svuotato tutte le plaghe del continente!» (v. 718). Dario, domandando lungo quale via siano giunti i soldati sul continente, riceve l’agghiacciante risposta: «Con dei macchinari [scil. Serse] aggiogò lo stretto di Elle, per crearsi un passaggio», e così il defunto re si lascia andare al lamento: «È arrivato a questo? Ha incatenato il potente Bosforo? […] Un demone grande davvero deve averlo toccato, per farlo delirare in questo modo!» (vv. 722/725). Ecco il perno su cui si incardina l’apice della follia e dell’aggressiva superbia di Serse: egli ha voluto prevalere con il suo orgoglio sulla natura dello stretto, aggiogando la materia sacra con l’artificiale ponte di barche, in aperta blasfemia con l’imposizione del limite che la divinità olimpica pone all’uomo. Non si fa attendere la sciagura, e la punizione all’orgoglio e all’ostinazione di Serse sono tremendi, amplificati in quanto con sempre maggior pervicacia egli ha voluto perseguire la via della distruzione di sé e dei suoi compagni, tanto che egli, il giovane sovrano umiliato e ferito, farà il proprio ingresso sulla scena solo al termine dell’azione drammatica (v. 908), subendo le accuse del Coro, in quanto irresponsabile esaltato che ha portato ad una assurda morte i suoi uomini, mostrando tutto il doloroso effetto della propria superbia: egli è solo.
Così, lacerato dall’assurdità di una follia che solo ora riesce a vedere nitidamente nel suo nascere e nel suo innalzarsi, umiliato nel corpo e nello spirito, rimane l’evidenza della sua solitudine. E Serse non ha che la forza di piangere.

(Di Alessia Rovina, classicista, studiosa di teatro,
account twitter:
@rovina_alessia
22/01/2021) 

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