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27 febbraio 2021

Declinazioni di solitudine (Sofocle)

 
La guerra non poteva finire senza l’arco e le frecce di Eracle, così aveva detto l’oracolo. Dunque agli Achei, da dieci anni bloccati nell’assedio di Ilio, occorreva recuperare da Filottete, il pastore del Monte Eta figlio di Peante, depositario delle eroiche armi, quelli che il fato indicava per l’appunto come strumenti della vittoria. Ma perché il combattente greco non era coi suoi? Il mito narra che durante il viaggio che condusse i Greci a Troia, in occasione di uno scalo per un sacrificio ad Apollo sull’isola di Crise, venne ferito al piede. Qualcuno dice che si colpì incidentalmente con una delle sue frecce avvelenate, oppure urtò contro un altare, o ancora fu morso da un serpente. In un primo momento venne soccorso dai commilitoni e imbarcato di nuovo. Tuttavia, le sue grida di dolore erano così atroci e l’odore della piaga tanto insopportabile che si risolsero ad abbandonarlo sull’isola di Lemno, affidandolo alle cure di sacerdoti-medici – in quanto vi era un santuario dedicato alle ferite di serpente o solo perché il luogo sembrava più appropriato di altri a causa della maledizione delle sue abitatrici. Afrodite infatti, vedendo trascurato il proprio culto, aveva inflitto alle donne di Lemno la condanna a trasudare un cattivo odore (δυσοσμία) dalla pelle, cosicché fossero inavvicinabili. L’affinità del morbo rendeva quindi lisola il miglior ricovero per lo sventurato guerriero. Fin qui l’antefatto. La tragedia, rappresentata da Sofocle nel 409 a. C. all’età di ottant’anni, l’unica nella sua produzione di cui si conosca la data precisa e che gli valse il primo premio alle Dionisie, si apre con Odisseo e Neottolemo, il figlio di Achille, impegnati in uno stratagemma per rubare l’arco a Filottete. Tuttavia, Neottolemo, in preda al rimorso, decide di rivelare il piano; non se la sente di lasciare l’eroe greco senza difese, condannandolo a una solitudine ancora più fosca e rinnovando la vigliaccheria dei compagni. L’azione sembra a questo punto conclusa: Filottete non andrà a Troia e la guerra non si concluderà con favore per gli Atridi. Ma Eracle, giungendo come deus ex machina, lo indurrà a cedere e a collaborare alla distruzione della città.

I molteplici livelli del testo ne fanno uno dei drammi per eccellenza della solitudine. L’espulsione dell’infermo dalla comunità che non vede altro modo di affrontare il male se non respingendolo da se stessa, la scoperta che bisogna far ritorno nel luogo dell’abbandono e il prevalere in questa necessità delle ragioni strumentali che intendono aggirare il recupero dell’uomo. Si vuole liquidare lo sfortunato eroe ancora una volta, reiterando il tradimento già commesso nei suoi confronti. Ed ecco dall’altra parte lisolamento di Filottete, respinto, condannato a una vita da selvaggio, consapevole del suo regresso a una condizione di belva, ma pur sempre pervaso dal desiderio di riabbracciare lumano, distrutto dal rovello del suo stato, per cui non ha spiegazioni e non trova pace. Eppure è una solitudine in cui giganteggia, lui, l’offeso, doppiamente ferito, destinatario di una crudeltà che nei fatti offende chi gliel’ha imposta e che infine trova un giusto contrappeso nel moto di coscienza del più giovane Neottolemo.
Procedendo nell’excursus sulla tragedia greca inaugurato coi Persiani di Eschilo, Alessia Rovina ci guida in un’avvincente lettura del capolavoro sofocleo, perché se la solitudine è il sentimento della marginalità o dell’emarginazione che dir si voglia, è anche capace di produrre un potente rinnovamento nella personalità che l’affronta e in coloro che riconoscendola in qualcuno decidono di farsene carico.

* Per approfondire i temi del Filottete di Sofocle anche nella tradizione pre-sofoclea, suggerisco inoltre la lettura del dettagliato articolo di Martina Giuliano, Il linguaggio della ferita, in “Figure dell’immaginario. Rivista internazionale online”, I numero, gennaio 2014: Il corpo offeso tra piaghe e pieghe.

(Di Claudia Ciardi)

 
 

Il silenzio prepara i germogli – Fotografia di Alessia Rovina ©


Declinazioni di solitudine II: Filottete
(Filottete – Sofocle)
Di Alessia Rovina
Per la rubrica «L’Argonauta»

La tradizione epica greca è concorde nel presentarci Lemno come una delle isole più inospitali dell’Egeo. Situata tra la Tessaglia e l’Ellesponto, la sua misera fama potrebbe scaturire dalla punizione che un tempo Afrodite impose all’isola, rendendola sterile e aizzando l’odio nei cuori delle sue abitanti, spinte a compiere gesti tremendi, trucidando senza pietà tutti i maschi, come ci racconta con abile artificio letterario l’Apollodoro delle Argonautiche (I, 636 ss.). L’inospitalità propriamente geografica dell’area, enfatizzata attraverso la descrizione delle aguzze rocce nere che rendono impossibile l’attracco di Argo – un preavviso piuttosto eloquente della durezza delle Lemniadi – e della distesa pianeggiante in cui dalle pietre non riescono ad emergere i germogli della vegetazione, è stata spesse volte associata ad una tradizione mitica parallela, che vedrebbe l’effetto della punizione della Dea nello sprigionamento da parte delle isolane di un fetore insopportabile, che i commentatori e gli scoliasti antichi hanno collocato nelle più svariate porzioni anatomiche delle Lemniadi, ma che per gli studiosi e gli antropologi dall’Ottocento in poi hanno ricoperto un significato molto più enigmatico e indubbiamente affascinante. Il primo intellettuale moderno ad operare uno studio sistematico sulla situazione politico-sociale del mondo antico a partire dal mito delle Lemniadi e delle Amazzoni è stato lo svizzero J. J. Bachofen, in questa medesima sede virtuale meravigliosamente analizzato e recensito da Claudia, il quale nel XVI Congresso dell’Associazione dei Filologi svizzeri del 1856 illustrò i capisaldi della sua tesi sulla struttura sociale del mondo antico, la quale, prima di conoscere lo stato patriarcale che a tutti noi è noto, avrebbe attraversato un primitivo stadio matriarcale, in cui il potere era in definitiva nelle mani delle donne. Questa ginecocrazia, in certi contesti, avrebbe spinto le donne – proverbiale è l’esempio delle Amazzoni al rifiuto e alla ripugnanza delle nozze e dell’unione carnale, la quale avrebbe potuto generare figli in grado di usurpare il loro potere. La manifestazione concreta di questo inselvatichimento delle donne si avrebbe con la δυσοσμία che colpisce le Lemniadi: l’emanazione di un puzzo insopportabile, che le allontana da tutto e da tutti.

Attorno al 409 a. C. circa uno dei grandi tragediografi ateniesi, Sofocle, raccoglie questo inestimabile patrimonio mitico che ruota attorno all’isola di Lemno ed alla tradizione del ciclo troiano per unire l’elemento dell’alienazione e della solitudine incarnate dalla sgradevolezza del sé che si estroflette nell’inospitalità circostante. Proprio a Lemno difatti abita da una decina d’anni uno sventurato vecchio eroe, Filottete, immerso quotidianamente nell’acredine e nella lenta putrefazione fisica causatagli da una ferita al piede che gli impedisce la tranquillità, e fomenta in lui l’odio per i responsabili di questa situazione ignominiosa: gli Achei.

Appare tra le aguzze rocce della scogliera un vecchio ed opulento eroe, nientemeno che Odisseo, il quale con la sua veste dorata guarda con disgusto il panorama desolante dell’isola: è stato lui, ammette senza troppi rimorsi, ad abbandonare il dolorante Filottete, eroe acheo senza macchia della guerra di Troia, in quel deserto, ormai nauseato assieme ai compagni dal puzzo che la ferita cancerosa esalava. Filottete è vittima della δυσομία (v. 876), che lo rende insopportabile a tutti. Non è casuale l’utilizzo del medesimo termine già ritrovato nella tradizione del mito di Lemno: il marcescente connota una categoria antropologica collocabile nel più ampio contesto culturale dello sbagliato. Come evidenziato dallo studio di Marcel Detienne (I giardini di Adone, 1972) relativamente alla cultura degli aromi nel mondo antico, il puzzo rinvia all’idea di disgiunzione sia dal consorzio civile, la sfera della Terra, sia dalla benevolenza degli dèi, ovvero la sfera del Cielo. Naturalmente, la malattia di Filottete non poteva che essere vista come foriera di malaugurio, come maledizione divina, nonché doverosamente da eliminare, relegando la sua piaga divisoria nel contesto più avulso dal mondo, che già aveva esperito l’isolamento massimo: Lemno.

Sofocle, magnifico cantore dell’ακμή della classicità greca, drammaturgo degli autentici valori periclei, con estrema intelligenza raccoglie gli elementi del mito per costruire il suo dramma dell’eroe-solo, topos certo condiviso dalla grande tragedia antica, ma nel Filottete declinata in un’insolita facies. Qui, la figura di Filottete diviene paradigma di uno specifico codice di valori, posto agli antipodi rispetto alla cinica γλῶσσα e al δόλος di Odisseo (v. 97/101), i cui discorsi traboccano di lemmi riferibili all’inganno, alla malizia, al furto e simili. Posto al centro, tra questi due personaggi antinomici presentati quasi come eloquenti modelli educativi, è il giovane Neottolemo, figlio dell’illustre Achille, compagno e amico di Filottete (v. 242), impegnato in una scelta difficilissima: obbedire al χρήσιμον, l’utile, incarnato dalla dialettica di Odisseo, formalmente suo capo, raggirando dunque il malcapitato per impossessarsi dell’arco infallibile di Eracle e condurlo a Troia per adempiere alla profezia e dunque vincere la guerra, oppure obbedire alla sua φύσις, la sua natura, di giovane onesto e leale nei confronti del prossimo e degli dèi, natura in prima istanza derisa dal borioso figlio di Laerte, rivelando la verità a Filottete e conducendolo a Troia con limpidezza, e non con l’imbroglio. Al nostro sguardo non sfuggono certo i punti di contatto che questo dramma intrattiene con il dilagare della Prima Sofistica, movimento dialettico profondamente inviso all’animo dei personaggi più illustri, qui spudoratamente rappresentata da Odisseo, il quale ammaestra con altezzosità il giovane Neottolemo che, come ebbe molto opportunamente a dire Giovanni Cerri, dovrà «recitare ‘a soggetto’», fingendo non solo una menzogna, il σόφισμα (v. 14) del canovaccio di Odisseo, ma anche dei sentimenti e dell’affetto nei confronti del vecchio eroe malato. Le crepe della recita che Neottolemo, debolmente convinto, imbastirà si faranno in realtà sempre più irreparabili nel momento in cui, a partire dal verso 219, entra in scena il nostro protagonista: Filottete. Sorpreso dalle armature elleniche del Coro e di Neottolemo, invita i sorprendenti ospiti della «terra senz’alberi» (v. 221) a non essere intimoriti dal suo aspetto selvaggio, a non scansarsi, ma anzi di avere pietà di un uomo così sciagurato e così solo (v. 227), «un reietto, così miserabile, così senza amici» (v. 228). Grande è la pateticità di questo eroe decaduto ed abbandonato, claudicante e maleodorante, che così si rivolge ai primi volti che vede dopo una decade di miseria. La solitudine di Filottete, resa ancora più impressiva dalla vecchiaia e dalla condizione fisica – spesso teatralmente resa con bende e fasce macchiate di sangue – è stata arbitrariamente imposta da altri. Con una decisione della massa lui è stato esiliato per puro disgusto e fastidio, e questo ha generato nel suo cuore un odio viperino nei confronti degli Achei, specialmente di Odisseo, che lo induce a sputare sentenze durissime: «[…] invece costoro, che a spregio di ogni legge divina si son sbarazzati di me / ridono, e mantengono il silenzio […] / io sono il figlio di Peante, Filottete, quello che / i comandanti ed il re dei Cefalleni / gettarono vergognosamente in questa desolazione, / mentre mi consumava la maligna piaga […] / e così mi abbandonarono […] / possano loro stessi ricevere ciò che ho ricevuto io!» (vv. 254-275).

La dipendenza di Filottete dall’altrui potere decisionale funge da continuo pungolo per l’animo di Neottolemo, il quale, affezionandosi profondamente alla bontà d’animo dello sventurato, nonché ai suoi modi amabilmente paterni, lascerà sprigionare le contraddizioni della sua improvvisazione maldestra, finendo per essere annientato lui dal suo medesimo inganno, rivelato infine in un serratissimo dialogo tra generazioni, tra, potremmo dire, discepolo e maestro, in cui le parti vinte paiono entrambe: Filottete, nella fiducia che  aveva concesso, dunque nella sua ultima speranza di poter tornare in patria sorretto dall’affettuoso custode a lui legato, e Neottolemo nel suo cuore, nella sua essenza più profonda, ora compromessa dall’accettazione della lezione di Odisseo, un’anima ora tormentata e ferita, che ammette l’errore ed è aggravata da una verità che lapidaria viene pronunciata dal vecchio e prostrato Filottete: «Ho ricevuto il male da chi il male non sembrava conoscerlo» (v. 960). Sulla ripida e nera scogliera di Lemno due sono le solitudini che si consumano: Filottete il tradito e Neottolemo il traditore di se stesso. Odisseo arriverà in scena, approfittando dello squilibrio etico creatosi, per portare definitivamente a termine l’inganno. Ma la sua apparente scaltrezza sarà beffata dal coraggioso Neottolemo, che definitivamente cederà alla bontà della sua natura e di nuovo tornerà sulla nera spiaggia, davanti alla grotta in cui Filottete si è rinchiuso pieno di paura del mondo, e chiamandolo gli chiederà dolcemente di avere nuova fiducia nelle sue parole, parole di lui che gli è divenuto φίλος, un amato amico che non più lo raggirerà, ma anzi, rivelandogli il volere degli dèi sul vecchio eroe, ancora destinato a farsi valere in battaglia presso i nemici, svelerà un fato ancora più intrigante e prodigioso: solo fidandosi, solo uscendo dal suo covo di nera acredine e accettando di lasciare la solitudine imposta, in ultima istanza Filottete guarirà dal proprio male, riacquisterà la dignità umana che ha perduto, e così verrà riabilitato agli occhi di se stesso e degli dèi, che non mancheranno di benedire il resto della sua vita. L’esitazione di Filottete sarà grande, il disagio della tracotanza superba di Odisseo ancora si imporrà, ma alfine, quando l’apparizione celeste di Eracle dialogherà direttamente con Filottete, la scelta tra il rancore desolato e gangrenoso e la promessa di guarigione e gloria e fedele amicizia non sarà più oscurata dai dubbi. Anche Filottete dovrà liberarsi dal buio e dalla vera ferita e scegliere la sua autentica natura.

(Di Alessia Rovina, classicista, studiosa e appassionata di teatro, 20 febbraio 2021)


Si veda anche:

Declinazioni di disolitudine (Eschilo)

24 gennaio 2021

Fedeltà delle piante in poesia


Miracolo zen di una raccolta poetica nata nelle silenti rugosità della Sardegna. L’isola, il ventre immaginifico, la madre ancestrale eletta da Roberto Concu, nuorese classe 1965, a centro di gravità permanente della sua ricerca in versi.  Lode alla natura trasfusa in poesia, la paziente quotidiana osservazione delle cose semplici come strada maestra del vivere e base alla propria crescita sentimentale. Perché la via del tao e lo zen insegnano la sincronia, il lento fluire di sé nel mondo, la capacità di armonizzare corpo e respiro con tutto quello che ci sta intorno. «Nel mio percorso di vita ho incontrato prima la meditazione trascendentale poi lo zen. Non ho avuto bisogno di andare in Giappone per scoprire questa via di ricerca interiore perché il silenzio è talmente affine alla terra in cui vivo, alle mie esperienze e al mio modo di essere. Non dico del silenzio quale assenza di rumore, al contrario. La via dello zen riporta mani e piedi, mente e cuore dentro la realtà di ogni giorno per cercare di viverla pienamente per ciò che è. Non a caso in esergo a questa raccolta di poesie ho riportato i versi di Dogen Zenji, uno dei maestri zen più rilevanti anche per la cultura nipponica. Lo zen aiuta a togliere gli orpelli, ciò che aggiungiamo alla realtà per vedere le cose così come sono. Un ritorno all’essenzialità proprio come la poesia. Infatti, molti maestri zen hanno scelto la poesia come forma espressiva». Con queste parole il poeta si rivela al lettore, quasi a voler prendere su di sé l’eredità di un antico, un filosofo presocratico, l’autore di un Περί Φύσεως che affinando il proprio pensiero davanti ai fenomeni naturali cerca di abbracciare il sacro e la terra. 
L’opera a cui Rita Bompadre ci introduce ha come tema elettivo il ciclo vitale del gelso (nome botanico “morus”), pianta che dopo aver conosciuto secoli addietro momenti trionfali nella propria coltivazione in virtù dell’allevamento del baco da seta, pare oggi decaduta senza rimedio, relegata tra i cosiddetti “frutti minori.” Concu tende alle ombre e alle voci dei suoi rami, al moto delle foglie, all’irradiarsi della luce sulle nervature della corteccia, e attraverso il canto di queste presenze fuggevoli annoda le sue delicate trame georgiche.


(Di Claudia Ciardi)



 
Fedeltà del gelso di Roberto Concu (AnimaMundi Edizioni, 2020) è una raccolta poetica gentile, una risposta saggia alla vita, nella costante corrispondenza alla fiducia e all’origine delle parole, il bagaglio sentimentale trasportato dalle stagioni e da ogni benevola esperienza. I versi ricompongono nello spazio metafisico i richiami profondi ed istintivi della terra, nella fantastica distrazione che è l’eredità di un incanto e il premuroso legame con la realtà, l’eterna sospensione che dilata la nobile consistenza del tempo ed occupa l’educata e naturale familiarità ai luoghi e alle persone, con l’immediatezza dei sentimenti e la spontanea armonia con la natura. Il poeta intrattiene miracolose sensazioni, assolute ed improvvise circostanze poetiche che ispirano la trasposizione simbolica del gelso, osservato in tutti i suoi mutamenti e trasferisce le similitudini originarie arricchendo significati alla vita. Roberto Concu si descrive fedelmente nell’accoglienza riservata ai suoi versi, teneri, candidi e immaginifici, dove gli accadimenti umani si identificano con la sorprendente e determinante urgenza della vita, nell’impeto entusiastico di creare un componimento poetico dell’anima che trae la sua forza dalle suggestioni dei pensieri e delle immagini. Il libro intreccia l’autentica manifestazione della verità poetica, il sentimento delle cose, il senso di stupore e meraviglia nei toni semplici e rapidi dello spirito libero, un intimismo espressivo e crepuscolare, l’attimo presente oltre le stagioni che aprono l’anno naturale, i luoghi del cuore esposti allo scorrere inesorabile del tempo, in una cortina di ombre e luce, di gioia e di tristezza. Una letteraria e nostalgica bellezza degli spazi, il compimento di un’alleanza emotiva, il valore estetico dell’illuminazione che non consuma e non inganna la memoria di ogni vissuto. L’autore assapora la grazia degli incantesimi e la naturale abitudine della realtà quotidiana,  rifugiandosi negli interni del silenzio, ritrovando la confidenza diffusa delle atmosfere e dedicando il tempo ai sogni, proteggendoli e coltivandoli al di là dell’indifferenza dei tempi. Spirito romantico, nel caldo e ammantato colore della speranza, lo spirito poetico giunge ad una meta riservata, privata, lontana dai clamori del mondo, adagiando l’atemporaneità dei valori affettivi, proiettando nel cuore di un destino che pulsa e batte gli attimi della vita, scandita dal torpore e dalla compiacente indolenza assopita di chi sa vivere altrove, altre vie, altri destini. L’energia espressiva ed ospitale delle parole accompagna la delicatezza dell’appartenenza, con la generosità della contemplazione per i frutti che la poesia dona, cinge il legame con l’evocazione dei sentimenti, stringendo l’alleanza con la bellezza di ogni destinazione umana.

 
(Di Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”)

* Testi scelti da Rita Bompadre


Mattino.
Nella sacralità del silenzio
odo il canto
della figlia del giardiniere
un’onda di mistero
mi commuove.

O dolce, ridente Saffo

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Nuovo gennaio.
Spoglio il gelso –
monaco fedele al voto –
la verità oltre la parola
esige il medesimo linguaggio
spoglio

Foglie parole
ammucchiate
agli angoli del cortile

Come transita in fretta
la luce nell’ombra

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Parola è il volto
presenza che si auto-nega
sino a non mostrarsi più
e spingerci
laddove il dolore
è conoscenza
la voce un passo
tra possibile e impossibile

Mostrare il volto
le cose
il loro –
osceno

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L’inizio della pioggia
accorda il giorno
con la pelle tesa delle foglie
Rifuggono i merli e i
passeri venuti a beccare
le briciole sul balcone

Matura la luce
allo stesso ritmo secolare
della pioggia
tutto è pace e desiderio
prima che il mondo si risvegli

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Un nuovo alfabeto
oltre l’egoismo
l’oscuramento
la corruzione

Aleph e Ghimel

fedeltà e primavera

una nuova voce
con cui
manomettere
il nome d’ogni cosa
riconoscere
la sacralità del silenzio
davanti al muro del Mistero


Da Roberto Concu, Fedeltà del gelso, AnimaMundi Edizioni, 2020

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