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24 marzo 2022

Lirici greci

 
1994, tredici anni. Da una cassettina dei libri vedo spuntare un quadrato tascabile di un colore a cui non potevo resistere. Questa acquamarina psichedelica che faceva sembrare il libro uno strano incrocio fra un manga e un pezzetto di porcellana, altro non era che ledizione dei lirici greci tradotti da Salvatore Quasimodo, apparsi nei “miti poesia” della Mondadori. Un tassello delle piccole collane economiche che hanno fatto la storia editoriale negli anni Novanta, insieme ai cento pagine-mille lire della Newton Compton (le tre cantiche di Dante montate in un formato geniale che le rendeva comodamente leggibili e a portata di mano).
Visto che per me il colore è un elemento decisionale importante, feci subito mia questa bizzarra creaturina. Il colore era già una promessa di ogni bene. E infatti il volumetto quadrato di Quasimodo con copertina celeste e dorata mi sorprese come un fulmine a ciel sereno. In senso positivo. Un fulmine iniziatico. Verso dopo verso approdavo alla mia prima Grecia tutta adolescenziale, una cosa da Sturm und Drang ma più esplosiva e forse un po’ più “svenevole”, come dice la nostra Alessia Rovina nel suo contributo, mettendoci in guardia da letture esagerate e sovrabbondanti.
E però, a quell’età va anche bene così. Il classicista in erba si costruisce la sua patria con molta fantasia e in quelle architetture che sono l’emanazione del mito, anzi sono il mito stesso, si sente proprio a suo agio, non vorrebbe scambiarle per nulla di più oggettivo. Se poi il primo incontro è coi poeti, allora la mitologia della parola entrerà nella mente del giovane e gli resterà sempre, qualsiasi lingua legga, qualsiasi studio affronti in futuro. Ovunque e comunque gli resterà quel soffio, quasi un primitivo incantesimo che sarà per lui misura di tutto il resto.
Nel suo puntuale e raffinato articolo Alessia Rovina ci spiega l’attrazione fatale che da sempre la lirica greca esercita rispetto ad altri elementi dell’antico. Una sorta di irresistibile rabdomanzia capace di accendere trasversalmente gli immaginari. Sarà anche perché la frammentarietà con cui il suo corpo ci si offre, riconduce a una dimensione ermetica novecentesca, per così dire familiare. La grecità è bella anche per questo, per le ombre che non si afferrano, per quelle presenze perdute che pure si intuiscono e che, talvolta, sentiamo vicinissime, anche nella loro assenza. È ancora il lavorio dell’immaginazione che desidera colmare la lacuna ma che al contempo impara ad amarla così. Ce lo spiega molto bene la nostra autrice quando parla di «serena accettazione che va a curare le inevitabili mancanze», che comporta «la necessità non ridondante di tornare, sempre e comunque, a studiare, di nuovo. Talvolta, da capo». Ecco il senso dello studio dell’antico e del percorrere le orme elleniche in particolare. Perché la costante matematica phi, armonia e archè (ἀρχή) delle cose, non è solo in tutta l’arte greca ma anche in ogni sillaba della sua lingua, in ogni respiro della sua inarrivabile poesia.
Ed è proprio ciò in cui consiste la nostra proporzione aurea, quella che ci guida a cogliere la correlazione tra i fenomeni. La mia di sicuro mi è venuta dalle mani di queste immortali cadenze, oltre che dai monumenti della città in cui ho avuto la sfacciata fortuna di nascere – dove non considero un caso l’aver incontrato alcuni dei maggiori maestri della cultura greca – due poli attrattivi potentissimi, accumulatori cosmici di energia e bellezza.

(Di Claudia Ciardi)



  Di pianto, beffa e celebrazione - Il multiforme volto della lirica arcaica

Di Alessia Rovina
Per la rubrica «L’Argonauta»

Il panorama letterario della Grecità di ieri è, come sappiamo e come mai ci stancheremo di ripetere, immenso. Ed immensa parte è quella che resta a noi sconosciuta, arto mutilo e chissà quanto valido. Di sicuro, preziosissimo, proprio come ogni sussurro che qualsiasi civiltà antica ci fa dono di restituire. Potrebbe sembrare un cliché per i non addetti ai lavori, e rischia di diventare una banalità per chi in questo patrimonio vive immerso, talvolta sopraffatto dalla mole della ricerca e della fatica, ma è davvero bene non scordarsi che il mondo greco ci ha lasciato in eredità un patrimonio caratterizzato da una varietas tale da andare ad intercettare una quantità straordinaria di informazioni e conoscenze, che necessitano di precisione chirurgica per una ricostruzione che sia il più possibile coerente, contestualizzata e responsabile. Ma anche, mi permetto di aggiungere sulla scorta dei Maestri che ho la fortuna di ascoltare quotidianamente in Università, di una buona dose di serena accettazione, che va a curare le inevitabili mancanze, le frammentarietà e quell’irresistibile, piccolo scarto ermeneutico che resta, sempre e comunque, tra noi ed ogni opera di ciascun passato prodotta da qualsiasi cultura, indipendentemente dalla bibliografia prodotta, e che costituisce quel seducente fascino che ci richiede continuamente di tornare e ritornare a scrutare le orme del nostro ieri. Questo è dunque l’invito ed il significato di fondo: la necessità non ridondante di tornare, sempre e comunque, a studiare, di nuovo. Talvolta, da capo.
Non sfugge da questa mia considerazione iniziale il panorama che la tradizione ci riporta sotto il nome di lirica, definita poi nella prassi scolastica come lirica greca arcaica. Una denominazione davvero vaga e ampia, la quale va ad abbracciare non solo un numero considerevole di autori, ma anche una copia di caratteristiche metriche, stilistiche e compositive che giustifica i successivi tentativi di raggruppamento contemporaneo secondo le categorie di genere ed esecuzione. Ecco così che i moderni manuali di storia della letteratura greca ci consegnano una suddivisione tra poeti giambici ed elegiaci e melici monodici e corali.
La prassi filologica alessandrina, d’altro canto, concepiva all’interno del vario magma di autori definiti come λυρικοί, [NOTA 1] una suddivisone monografica per singolo poeta a sua volta distribuita in differenti libri [NOTA 2] che raccoglievano i componimenti giunti.
La lirica arcaica vede la sua nascita in un momento particolare e di transizione umana, sociale, politica e culturale. La stagione dei grandi cicli epici arcaici, troneggiati dall’insuperabile eccellenza costituita da Omero [NOTA 3], prodotto della cultura e dell’organizzazione sociopolitica propria del momento conosciuto come Dark Ages, viene affiancata dalla lirica, che, pur avendo conosciuto manifestazioni preletterarie, si sviluppa come espressione di una grecità che conosce l’organizzazione in πόλεις all’interno delle quali, tra l’VIII ed il VI secolo, si consumano aspre lotte per il potere, profonde rivoluzioni politiche e grandi spostamenti di masse umane. I nuovi cantori sono gli esponenti delle classi sociali più in vista, impegnati nella lotta per l’espansione o per il dominio, conoscitori della lancia e dei doni delle Muse [NOTA 4]. Di nuovo, cantori saranno aristocratici in lotta per la propria supremazia in un’accesissima guerriglia tra consorterie, o altolocate istruttrici di giovani fanciulle. Infine, i poeti saranno artisti di corti, al servizio di tiranni che diverranno i nuovi finanziatori e committenti dei versi poetici. Le tematiche trattate sono le più varie e sono indubbiamente influenzate dal genere scelto. Se l’elegia conoscerà una inclinazione sapienziale, esortativa o mitico-narrativa non esente dal gusto per la γνώμη, il giambo avrà come oggetto principale l’invettiva, l’irrisione di determinati individui e classi sociali, la burla dotta. E così la lirica corale, irrimediabilmente collegata all’occasione compositiva, come ad esempio gli agoni sportivi, i giochi olimpici, oppure i momenti topici della vita di una giovane, come le nozze.
La collocazione temporale in cui questi versi vennero alla luce e soprattutto la nuova facies assunta decretò, oltre ad un’immensa fortuna della lirica greca e la garanzia di una eco che giunge sino a noi, anche qualche sventura, dovuta soprattutto a difficoltà ermeneutiche, filologiche e critiche.
Anzitutto, lo stato dei testi e dei testimoni (diretti ed indiretti) che trasmettono a noi questi componimenti sono spesso mutili e parziali, cosicché la frammentarietà è spesso un ineludibile caveat con il quale il filologo deve fare i conti. Tuttavia, nel mentre che si mantiene come faro il rispetto del testo che si ha dinnanzi, non sono impossibili stravolgimenti o soccorsi che intervengono da nuove fortunose scoperte, specialmente papiracee: destarono scalpore, tra gli altri, rinvenimenti come il P. Oxy. 4708, portatore di un ampio brano elegiaco di Archiloco – conosciuto come L’elegia di Telefo – in grado di ridimensionare la nostra concezione dello stile poetico del πρῶτος εὑρετής del giambo, oppure la pubblicazione del P. Mil. Vogl. VIII 309, frammento di un’antologia contenente un consistente numero di epigrammi di Posidippo di Pella, del quale pure si aveva una conoscenza limitata. Che dire poi di pubblicazioni fondamentali come quelle di alcuni commentari alcaici in grado di restituirci nuove soluzioni – e inevitabilmente nuovi crucci! – come nel caso di P. Oxy. 3711, o ancora, per tornare al Pario, il rinvenimento dei frammenti papiracei di P. Oxy. VI 854 in grado di integrare il fr. 4 W.2 Guai infine a passare sotto silenzio i papiri che la critica conosce come “la nuova Saffo” – P. Köln 21351 – e “la nuovissima Saffo” – P. Saffo Obbink: di nuovo, integrazioni ed inevitabili nuove sfide. Pur non escludendo alcuna possibilità di rivalsa della tradizione, lo stato dei testi e dei testimoni pone sempre cautele che non vanno assolutamente ignorate, e sempre più in questa ottica sta lavorando la filologia contemporanea. [NOTA 5]
In secondo luogo, una innovazione che costituisce una grande complicazione è la presenza della menzione di un io poetico o io lirico. Sovente, questo parlare in prima persona, rivolgendo inviti, dispensando sentenze o ricordando determinate esperienze, ha creato numerosi fraintendimenti già tra gli antichi. Un procedimento assolutamente in uso presso questi nostri predecessori era la redazione di biografie e/o commenti di determinate figure politiche e letterarie, e per questi ultimi spesso le notizie erano attinte direttamente dalle opere poetiche secondo un procedimento autoschediastico, di modo che ciò che ne scaturivano erano tradizioni fiabesche, ingiuriose e in alcuni punti assolutamente non fededegne. Coloro che ne pagavano le spese erano i cantori e le cantrici che si vedevano o innalzati a livelli sovrumani o, più spesso, abbassati a livelli popolareschi e volgari. Due casi, anche solo sommariamente, mi sentirei in dovere di citare, dato l’inevitabile stupore in grado di generare e la eco avuta, in grado di risuonare sino a pochi decenni fa.
Il primo è il fr. 5 W.2 di Archiloco. Si tratta di un turning point all’interno della produzione arcaica. L’elegia si apre con la menzione quanto mai generica di un Saio che si gloria di uno scudo ellenico ritrovato presso un cespuglio, un’arma che apprendiamo essere di bellezza e precisione mitica, ma che ha conosciuto un altro possessore: il poeta stesso. Egli si ritrovò costretto ad abbandonare l’ingombrante oggetto contro il suo volere per avere in cambio un altro bene: salvare la propria vita. Di fronte a questa impegnativa scelta/bilancio/paragone, che cosa può importare di quello scudo? Alla malora! Il poeta se ne potrà benissimo procurare un altro, parimenti valido e bello, magari in un’altra occasione bellica.
Ora, quanto ad un nostro contemporaneo parrebbe una scelta più che mai ragionevole e assennata, non mancò di scandalizzare gli antichi, destinando Archiloco ad una dura condanna della quale si vedono i primi segni di assoluzione dall’accusa di vigliaccheria nell’Ottocento, ad opera dello Schneidewin.
Entrando nel dettaglio di questa elegia notiamo che la tradizione testuale è interessata, in fase imperiale e tardo-antica, da notevole discordia. La difformità delle lezioni presentate nella citazione del frammento da parte dei testimoni antichi va da risolvibili varianti grammaticali ad aggiunte sicuramente comprensibili e che restituiscono un senso compiuto, ma che sono irrisolvibili glosse, spiegazioni aggiuntive e scivolamenti lemmatici in cui gli autori hanno spesso profuso le proprie opinioni, nella maggior parte dei casi mai troppo lusinghiere nei confronti del Pario che si rende colpevole di un disonore: l’abbandono delle armi, presumibilmente lasciate per agevolare la fuga dal campo di battaglia. Il giudizio nato in antico dalla lettura di questo frammento fu di pressoché unanime sdegno e causa della nomea di Archiloco di vile e codardo, forse motivo all’origine di una tradizione sicuramente particolare e davanti alla quale giova sospendere il giudizio, riferitaci da Plutarco, la quale riporterebbe di una condanna del poeta da parte di Sparta a causa del comportamento disonorevole da questi mantenuto in battaglia, quando è ben nota la rigorosa etica marziale professata dalla polis laconica [NOTA 6]. La situazione non è agevolata nemmeno dalla citazione da parte di Aristofane all’interno di una serrata sticomitia di gusto squisitamente letterario, nella quale di nuovo l’abbandono dello scudo viene ascritto alla vergogna provocata ai genitori [NOTA 7]. Non tutte le letture però vengono per nuocere. Originale, in particolare, fu l’interpretazione che la tradizione neoplatonica dette del frammento in questione. Olimpiodoro, Proclo, Elia e lo Pseudo-Elia difatti lodarono Archiloco interpretando il getto dello scudo come l’atto di liberazione dal fardello del corpo che imprigiona l’anima.
Il nostro Archiloco non è stato il solo sventurato, in questa lotta della tradizione testuale di ieri e di oggi. Un altro collega, giambografo, fu oggetto di malintesi sino al secolo scorso, e solo un’attentissima rilettura critica e scientifica, portata avanti peraltro con vigore anche dall’illustre filologo italiano Enzo Degani, riuscì gradualmente a riportare la lente d’ingrandimento sulle sue qualità poetiche nonché sulla sua indiscutibile abilità letteraria e la raffinatezza lessicale. Parliamo di Ipponatte, non il disperato straccione e pitocco che parte della critica ha tratteggiato.
La lirica greca ha da sempre un ruolo estremamente rilevante all’interno del dibattito scientifico, e senza dubbio è uno degli aspetti delle lettere classiche che più si presta all’apprezzamento unanime e, proprio per questo, presta il fianco ad atteggiamenti acritici e talvolta pure svenevoli. Tuttavia, crediamo fermamente che la continua ricerca e il costante lavoro per la migliore ricostruzione dei contesti compositivi e la lettura critica di questi cantori antichi nulla tolgano al loro indiscutibile fascino, ma anzi continuino ad accompagnarci in quella che comunque sarà sempre una relazione in grado di suscitare pianto, scherno e magnificenza, oltre che inevitabili riflessioni sui significati che questi versi trasmettono a ciascuno di noi.

(Di Alessia Rovina, classicista, ricercatrice, studiosa di teatro)

 

Note e suggerimenti bibliografici a cura di Alessia Rovina:

Nota 1: Si tratta del noto “canone dei nove lirici”, compilato in accordo con la costituzione del restante Canone alessandrino ad opera dei filologi e dei grammatici della Biblioteca di Alessandria all’altezza del III sec. a.C. Esso comprendeva Alceo, Saffo, Anacreonte, Alcmane, Stesicoro, Ibico, Simonide, Bacchilide, Pindaro. Non mancavano naturalmente i canoni anche per gli altri generi poetici.

Nota 2: Con il termine “libri” qui si designa naturalmente la prassi editoriale che divideva le opere, non il supporto cartaceo rilegato che ora conosciamo sotto questo nome. La trascrizione delle edizioni in età alessandrina avveniva su rotoli papiracei.

Nota 3: La produzione letteraria da sempre straordinaria e giunta sotto il nome di Omero costituisce l’immancabile modello stilistico ed espressivo di ogni stagione della grecità, dall’età antica alla contemporaneità, passando per i secoli dell’Impero Bizantino che non hanno certo cessato l’attività ermeneutica e filologica sui due grandi poemi mitici. Iliade ed Odissea non sfuggivano all’erudita penna dei patriarchi e dei monaci.

Nota 4: Arch., fr. 1 W.²

Nota 5: La filologia è disciplina assolutamente delicata. Nonostante ciò, essa è sotto la guida di coloro che la praticano, e con gli anni mutano inevitabilmente gli indirizzi di lavoro. Se nell’Ottocento non mancava una spesso eccessiva smania di intervento sul testo, ora si predilige una linea più rispettosa e cauta.

Nota 6: Plut., Inst. Lac. 34, 239b.

Nota 7: Ar., Pax, 1298-1301. Si noti come mai l’operazione aristofanea del riuso letterario sia scevra da raffinatezza stilistica e conoscenza dotta.

* Esistono assai numerose monografie ed antologie sui lirici greci, sia in versione tascabile ed economica sia in edizione critica. Per l’una e per l’altra categoria ottime sono le edizioni della BUR e i volumi editi dalla Fondazione Lorenzo Valla.


8 ottobre 2021

«Da fiel mir Leben zu» - Il Tetrabiblos di Tolomeo

 
Contemplare gli astri, posare lo sguardo su un cielo stellato, spettacolo cui è ormai impossibile assistere nelle aree urbane ma perfino in molte zone montane, tanto ormai l’inquinamento luminoso ha fatalmente raggiunto luoghi e altitudini che si credevano incontaminati. Eppure, da anni sentiamo ripetere che è necessario limitare i consumi, che occorre attuare con serietà e decisione piani per il risparmio energetico, insomma i buoni propositi non mancherebbero se non che nei fatti le pratiche di vita di ognuno continuano a mostrarsi molto poco rinunciatarie. Perdere un’abitudine è un po’ come uscire da se stessi, provare a osservarsi da un punto di vista esterno e, dunque, pare fra le cose più insuperabili per un essere umano, anche se queste stesse abitudini lo conducono in situazioni di pericolo o peggio.
C’è un quadro di Jean-François Millet del 1851, Notte stellata (oggi alla Yale University Art Gallery), un’opera affascinante già intrisa di suggestioni simboliste. Il pittore si era ritirato due anni prima a Barbizon, vivendo quasi come un contadino insieme alla sua famiglia, tenendo solo pochissimi contatti con gli amici più vicini che avevano condiviso con lui le medesime scelte. In questa esperienza comunitaria, di ritiro dal mondo, di pacifica ma determinata opposizione ai ritmi e agli sradicamenti imposti dalla società industriale, arte e vita coincidono. Nel citato quadro di Millet appare chiara la conquista spirituale dei due anni passati a stretto contatto con la natura. Il dono di un simile stato emotivo si traduce in una genuinità davanti al paesaggio, in una bellezza così rarefatta e delicata che ci avvicina con immediatezza a quel sentire; questa notte fulgente e silenziosa è un tutt’uno con noi, la percepiamo fisicamente intorno e dentro di noi.
In letteratura l’invocazione al mistero e al fascino notturno è una delle metafore più longeve, centro radiale di memorie poetiche, segno di liberazione, uscita, ricongiungimento con le forze latenti dell’universo nella speranza di un rinnovamento, alla ricerca di armonia, di una verità altrimenti sfuggente da restituire alla propria condizione terrena. Il riveder le stelle che scandisce l’uscita dall’inferno dantesco, lo struggente richiamo alla notte nei sonetti di Michelangelo («O notte, o dolce tempo, benché nero,/ con pace ogn’opra sempr’al fin assalta/  ben vede e ben intende chi t’esalta…»), ancora una volta arte, poesia e vita strette in un nodo sentimentale – momento contemplativo, rifugio e posa dal lavoro diurno – il canto alle costellazioni come una singolare geografia dell’alto e del sé, la lontananza-vicinanza siderale in cui si corrispondono inquietudini, attese, moti del cuore.
L’Orsa maggiore, una delle formazioni celesti meglio riconoscibili a occhio nudo anche da chi non sia un astronomo di professione, suscita ad esempio le Ricordanze leopardiane. Quella visione innesca le incredibili strofe del grande canto covato nei mesi del soggiorno a Pisa e intonato durante il rientro a Recanati, quando la notte, i profumi del giardino paterno, le sagome scure dei cipressi trascinano alle sorgenti dell’infanzia. Da brividi.
E sempre una notte, mentre attraversavo l’Abruzzo, in un paesaggio a tratti somigliante a quello incoronato dai Sibillini («quel lontano mar, quei monti azzurri») così caro all’immaginario del poeta, salmodiai per tutto il tempo i suoi versi; come in un rito aborigeno – cantare sommessamente un luogo, cantare le persone che si attraversano insieme al luogo, cantarle a sé. E la notte ascoltava, tutto ascoltava…
Non è forse la poesia un divinare a momenti tra le energie dell’universo?
«Da fiel mir Leben zu», allora mi accadde la vita, allora mi venne incontro la vita, l’esperienza quasi mistica che si fa quando si entra nella propria terra primigenia (das Erstgeborene Land) raggiunta da Ingeborg Bachmann in una delle poesie cardine della sua Invocazione all’Orsa maggiore, la terra del sé, i viali odorosi vegliati dalla notte recanatese, lente cosmica nella liturgia di Giacomo Leopardi.
Questo fluire di eterne lontananze, cercate, accolte nella letteratura e nell’arte è l’oggetto di tante riflessioni a partire dal mondo antico, nonché un fuoco perpetuo acceso sul sentire umano. La classicista e ricercatrice Alessia Rovina ci suggerisce un testo davvero singolare, quasi sconosciuto perfino agli appassionati del mondo antico, il Tetrabiblos di Tolomeo, da cui muovere verso l’esplorazione dei cieli. Una fuga dalla pesantezza terrena così da tornarne “perturbati e commossi”, ispirati dai cicli astrali. Un contributo scritto con la fine padronanza culturale che contraddistingue la nostra giovane collaboratrice, la quale ci porta per mano fra dottissimi argomenti, suscitando in noi con spontanea levità il bisogno di immergerci nelle belle costellazioni che questi temi disegnano.

(Di Claudia Ciardi)


Scrigno di stelle infinite - Cupola del Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna


*Galla Placidia è tra le più affascinanti figure femminili del mondo antico. Figlia di Teodosio I e nipote per parte di madre dell'imperatore Valentiniano I, rapita durante il sacco di Roma del 410 d. C., andò in sposa ad Ataulfo, successore di Alarico, re dei Goti.
L'unione a quanto sembra venne accettata da Galla senza resistenze né perché costretta, sebbene la sua posizione di ostaggio non le lasciasse molti margini di scelta. Le ricostruzioni propendono per un matrimonio d'amore, purtroppo non benedetto dal tempo. Nell'atto di Galla si legge una precisa volontà politica di congiungere le forze degli invasori integrandole all'ordinamento romano per pacificarle. Una statista visionaria che provò a rovesciare le sorti della storia. 


 
«Noi siamo figli delle stelle…»

di Alessia Rovina

Per la rubrica «L'Argonauta» 

 

Mi sono per molto tempo accostata all’astrologia con bonario scetticismo, ascoltando l’oroscopo con un’irrimediabile scissione interiore: da un lato con la finta indulgenza che si accorda a quelle manifestazioni folkloristiche che si ritengono divertenti e un po’ ridicole, ma che è sempre buona creanza ascoltare e lasciare che si manifestino in tutta la loro esuberanza, pur giudicandole interiormente come assurde, dall’altro con l’irrazionale pulsione di abbandonarmi alle volontà delle luci del cielo e dei pianeti, buone e cattive divinità che dai tempi antichi continuano a far riecheggiare i loro desideri tra le infinità del cosmo. D’altro canto, da studentessa devota alle lettere, nelle mie immedesimazioni in eventuali alter ego scientifici la mia invidia era rivolta agli studiosi di astronomia. Poter possedere i mezzi per leggere – e non arrivare necessariamente a possedere – ciò che di più misterioso sovrasta l’essere umano, lo coinvolge, lo attrae, lo terrorizza, è un richiamo davvero ancestrale. Queste esperienze sopra evocate possono essere, forse violentemente, definite nella nostra lingua da due termini che ben conosciamo: astrologia ed astronomia. Nella lingua d’uso, fantasia e scienza. Effettivamente, un po’ di violenza c’è nel nostro discorrere… Ma non è affatto così per i termini da cui il nostro italiano scaturisce. Come sempre accade nelle evoluzioni contemporanee delle nostre lingue, è doveroso riportarci all’etimologia primigenia, così da percepire con chiarezza quale sentire abitasse nelle menti e nei cuori del passato. Astrologia ed astronomia, com’è noto anche oggi, condividono in parte il medesimo oggetto di studio, reso dal primo elemento, astro, dal greco τὸ ἄστρον; proprio in virtù di questa comunanza, anticamente i termini si equivalevano. L’ ἀστρολογεῖν e l’ἀστρονομεῖν erano in origine verbi che designavano concordemente lo studio delle stelle. Questa attività era così connaturata nell’uomo da essere condivisa da ogni cultura e popolo: che dire della grande sapienza astronomica del Vicino Oriente antico, tra cui si annoverano i Sumeri, i Babilonesi, che nelle fonti classiche vengono uniti ad un’altra popolazione semitica, i Caldei, così versati nell’arte astronomica da divenire sinonimo stesso di “studiosi delle stelle”, * (1) scopritori di alcuni importanti fenomeni spaziali. L’estremo Oriente, poi, non guardava dubbioso la volta celeste: gli astronomi di corte dell’imperatore della Cina affrontavano con metodologia scientifica lo studio delle stelle e dei moti dei pianeti, così come le popolazioni dell’America del Sud, come i Maya, appassionati cultori della materia celeste, così evoluti nelle loro indagini da aver edificato templi-osservatorio, i quali riuscirono ad elaborare cronologie ed almanacchi di un’esattezza strabiliante, a scopo politico e religioso, oltre ad essere stati esperti studiosi del pianeta Venere, i cui cicli regolavano la vita della popolazione. Dunque, almeno fino ad un certo punto dell’antichità, lo studio dei fenomeni celesti era, pur nel suo rigore, senza difficoltà connesso a simbologie religiose e magiche, evidentemente a buona ragione: la volta celeste, così lontana ed intrigante, non poteva non racchiudere in sé una serie di significati soprannaturali. Nell’Occidente però, ad un certo punto la situazione inizia a scricchiolare. Lo studio delle stelle e dei pianeti, in quella branca che si concentrava sull’influsso che queste realtà fisiche esercitano sull’uomo e sulla realtà a lui propria, riscoperto a Roma dopo l’assoggettamento dell’Oriente, inizia ad essere oggetto di restrizioni e divieti. Proliferavano, senza filtri di alcun genere, prontuari di quella che oggi definiremmo astrologia volta all’elaborazione di oroscopi e compendi di predizioni astrologiche, compilati spesse volte da autentici ciarlatani, pronti ad approfittare - ieri come oggi - di quel bisogno tutto umano di prevedere. In questa grande confusione, in cui ciascuno poteva farsi sacerdote del futuro, i nervi, pure dei potenti, erano comprensibilmente a fior di pelle: la superstizione rese, in epoca augustea, necessaria una regolamentazione dei pronostici astrologici, che in alcuni casi contemplò persino la pena capitale.
Il grande caos che regnava impose una distinzione anche nel mondo della speculazione/ricerca filosofica. Già nel II secolo d.C. il filosofo scettico Sesto Empirico operò una separazione tra la genetliaca – arte importata dai Caldei che stabiliva una συμπάθεια tra le cose della terra e del cielo, in un legame strettissimo ed ineluttabile in cui ogni avvenimento terrestre era causato da particolari influenze astrali – e la scienza astrologica e matematica che si serviva di particolari calcoli per prevedere – ritorna questa fondamentale necessità umana – le manifestazioni meteorologiche. Ma un importante passo è compiuto da uno studioso divenuto poi giustamente celebre: Claudio Tolomeo. Pioniere, in un momento in cui la materia astrologica era pericolosamente alla mercé di autori acritici ed impostori, di una trattazione originale ed organica in cui la paccottiglia di fantasie  riguardanti l’astrologia viene spogliata del suo alone di prodigiosa infallibilità, esposta nelle Previsioni Astrologiche, conosciute come Tetrabiblos data la suddivisione in quattro libri.
Tolomeo conduce questa voluminosa indagine con la maggiore acribia possibile,* (2) conferendo dignità di studio all’astrologia ed alle previsioni astrologiche proprio perché ricondotte con decisione nell’alveo della scienza astronomica, la μαθηματική, la quale grazie alla sua esattezza e al suo basarsi su calcoli e formule ben definite – oltre che concentrarsi su fenomeni certi, universali e verificabili –  riesce a corroborare l’elaborazione delle diverse previsioni che, ora sì, potranno riguardare i temi natali dei soggetti e delle popolazioni, senza le riserve che giustamente si porrebbero dinnanzi ad un astrologo farlocco! Naturalmente, un grande studioso come Tolomeo non può lasciarsi abbindolare dalla chimera dell’infallibilità della previsione: egli avverte l’interlocutore nel Libro I dell’impossibilità di generare un pronostico inconfutabile a causa di alcune importanti opposizioni. Anzitutto la congerie di variabili e dettagli che si concentra nel momento in cui si compiono previsioni per l’essere umano è tale da scoraggiare ogni netta presa di posizione, sia a causa dell’ambiente, che costantemente esercita la propria influenza, sia a causa di ogni possibile ostacolo che si può frapporre tra il disegno planetario e la sua effettiva attuazione terrestre.* (3) Ad ogni modo, lo studioso rileva comunque la straordinaria utilità scientifica ed umana connessa all’elaborazione di previsioni astrologiche: non bisogna infatti pretendere conoscenze inaccessibili all’uomo, ma bisogna amare e studiare tutto quanto ci è concesso del cielo e delle sue meraviglie, sapendosi accontentare delle risposte che può dare ai travagli umani, pure se talvolta il pronostico può risultare errato – e sicuramente accadrà, come Tolomeo ha razionalmente sentenziato (Tetr., I, 2, 20); inoltre, non è opportuno accanirsi contro la scienza astrologica solo per le menzogne di qualche arrogante impostore, ma anzi, grazie alla guida offerta dall’esattezza dell’astronomia, occorre proseguire nello studio dei pronostici in connessione ai vari aspetti della natura umana, in quanto secondo l’Autore è tanto utile per l’essere umano poter essere sufficientemente preparato a quanto il futuro avrà da offrirgli, sia in quegli aspetti che da Tolomeo vengono ritenuti inevitabili e tendenzialmente spiacevoli – un po’ di ironia viene provata dal lettore contemporaneo nel momento in cui l’autore elenca i differenti modi in cui la morte può sopraggiungere in base al tema natale (Tetr., IV, 9) –  sia in quegli avvenimenti in cui l’uomo ha possibilità di intervenire per modificare il corso della propria vita, esemplando i suoi movimenti e le sue decisioni sul proprio tema natale, in accordo così con le sue più profonde caratteristiche e necessità, stabilite ab origine dai transiti celesti, in una imitazione terrena dell’armonia che risuona nel magnifico Universo.
Il merito di Tolomeo, nel panorama del II secolo d. C., è notevolissimo: aver spogliato l’astrologia delle sovrastrutture religiose, esoteriche e magiche che sin dalla sua nascita l’avevano caratterizzata, affiancandola ad un metodo scientifico e verificabile improntato alla concretezza e ad una sorprendente lucidità, che traspare anche nelle pagine più originali del suo Tetrabiblos.
Cari compagni di viaggio, nell’antichità ogni navigatore degno di rispetto iniziava e proseguiva il proprio viaggio scrutando scrupolosamente la volta celeste, ricavando da essa i termini e le rotte, tracciando con i lumi il proprio cammino. È proprio con questo percorso nelle molteplici relazioni che gli uomini antichi intrattennero con gli astri che anche noi cerchiamo, oggi, di scoprire la nuova rotta che abbiamo dinnanzi.

(Di Alessia Rovina, classicista, studiosa di teatro, ricercatrice)


Note:


(1) Sono particolarmente affascinanti i frammenti che ci sono pervenuti dei cosiddetti oracoli caldaici, rivelazioni sapienziali attribuite, tra gli altri, al profeta iranico Zoroastro, i cui scopi erano l’iniziazione ai culti solari e alla pratica della teurgia, da cui l’attribuzione generalmente condivisa a Giuliano il Teurgo.

(2) D’altro canto non bisogna dimenticare la grandiosità della sua opera più nota, la Syntaxis mathematica, conosciuta con il nome di Almagesto, calco dal titolo greco dei traduttori arabi medievali, a cui dobbiamo la nostra più grande gratitudine per aver permesso la copiatura e la diffusione su larga scala dell’opera, la quale raccolse entusiasti seguaci proprio tra gli studiosi islamici a partire dal IX secolo, oltre che tra gli Europei, i quali esemplarono le loro conoscenze astronomiche proprio sul cosiddetto modello tolemaico.

(3) A tal riguardo Tolomeo distingue decisamente tra influssi planetari potenti che causano effetti ineluttabili, quali calamità naturali ed epidemie, e disegni celesti più deboli e decisamente individuali, per i quali è possibile un intervento umano in grado di modificare il corso degli eventi.

 

Edizione consultata:

Claudio Tolomeo, Le previsioni astrologiche (Tetrabiblos), a cura di Simonetta Feraboli, Milano, Fondazione Lorenzo Valla, 1995



Jean-François Millet del 1851, Notte stellata

22 luglio 2021

Philoxenia - Quando tutti i viaggi sono racchiusi in uno


Nelle pagine dei Momenti in Grecia Hugo von Hofmannsthal ha voluto trasmetterci le impressioni che gli suscitò il suo pellegrinaggio al tempio dell’antichità, compiuto nel 1908. Cercando quel senso del passato che gli sembrava oltremodo ambiguo, sfuggente, così lontano dall’idea che si era fatto sui libri, si sentì quasi beffato. Eppure quella temporalità sommersa, per certi aspetti respingente, chiusa in se stessa, che caparbiamente rifiutava di svelarsi all’osservatore, l’avvertiva dappertutto. A un tratto ebbe il bisogno di fermarsi, sedette all’ombra iniziando a leggere dal Filottete. E anche qui, che lettura densa di rimandi; solo su tale scelta si potrebbero spendere molte parole senza riuscire ad esaurirne le implicazioni. E proprio alla fine di questo passo, in cui neppure la poesia sofoclea ha saputo risolvere l’enigma del luogo, e ancor più, del tempo depositato nel quel luogo, ecco riaffiorare intero il dissidio provato dallo scrittore: «Impossibile antichità, mi dicevo, vana ricerca.  – La durezza di queste parole mi ricreava. – Nulla esiste di tutto questo. Qui dov’io pensavo di toccarlo con mano, qui è svanito, qui soprattutto. Una demonica ironia si libra intorno a queste macerie, che anche nel disfacimento trattengono il loro mistero».    
Per un mitteleuropeo o un italiano questo “ritorno” alla Grecia può generare significati, sfumature, interrogativi del tutto diversi. Come per i romantici inglesi fu prevalente la ricerca degli ideali traditi, la possibilità di ritrovare nel mito ellenico la vera essenza della poesia perduta; mentre sull’altra sponda Caspar David Friedrich contemplava il suo mare di ghiaccio, constatazione visiva di un’odissea sentimentale ormai pietrificata. A questo proposito rimandiamo alle preziose osservazioni del germanista Patrizio Collini: «Il romanticismo effettivamente presenta, in modo direi ossessivo, l’immagine del ghiaccio, l’immagine della glaciazione dei cuori. Questa è veramente la grande immagine del romanticismo europeo dell’Ottocento. Ci si può chiedere perché, da cosa derivi questo topos della glaciazione, del ghiaccio onnipresente, del cuore di ghiaccio. La motivazione di questa presenza ossessiva è di carattere economico. Il cuore di ghiaccio è quello della moderna economia borghese, dell’assetto spietatamente competitivo, alla base della quale c’è uno scambio simbolico. Si cede il cuore caldo, senziente, per un cuore il quale risponde solo al principio del calcolo, un cuore insensibile, che nei racconti romantici si presenta ora come cuore di pietra, ora come cuore di ghiaccio. Direi che questo è un filo unificatore di tutta la narrativa tedesca della prima metà dell’Ottocento, ma anche della letteratura europea dello stesso periodo: la ricorrenza di questo topos del cuore di ghiaccio, del cuore di pietra, della glaciazione, della pietrificazione». (Patrizio Collini, Il viaggio: l’inquietudine del viandante, 1998).
Così dunque, per contrappasso, si tendeva alla Grecia come isola ultima della bellezza, della vera vita spirituale, sola porta d’accesso al sogno dell’arte, antidoto alla rinuncia delle ragioni del cuore. C’è evidentemente una mediazione nella cultura di appartenenza, vi si accennava poco sopra, che influisce anche sul senso suscitato dall’incontro con la grecità odierna. Il che ci conferma come la Grecia divenga una costellazione policentrica e polimorfica nei diversi contesti che l’avvicinano. Non un’unica frontiera dell’antico, piuttosto tante piccole patrie, affatto classificabili né destinate a rimanere statiche, mai uguali a se stesse.
In un articolo molto intenso Alessia Rovina, prendendo le mosse da un’affascinante lettura dedicata agli “eterni ritorni” in Grecia, riflette sulle avventurose declinazioni del viaggio che solo per la sua modesta parte emersa è uno spostamento nello spazio, ma a un grado più profondo e durevole è uno strumento che appresta misteriose e anomale metamorfosi dentro chi lo pratica.

(Di Claudia Ciardi)


Philoxenia: quando tutti i viaggi sono racchiusi in uno
Di Alessia Rovina
Per la rubrica «L’Argonauta»



Tempio di Poseidone a Capo Sounion, 2015, mentre era in corso un reading di Kavafis - Foto di Alessia Rovina ©

 
Parrebbe da folli, ora, parlare di viaggi. Pure, parrebbe folle aver inaugurato proprio nel 2020 questa rubrica, battezzandola con il nome dei Viaggiatori per antonomasia, i giovani ed acerbi Argonauti che proprio mettendo a rischio ogni idea di sicurezza – che d’altronde si sarebbe rivelata stantia ed ingannevole, come ricorda il Pindaro della IV Pitica (1) –  decisero di farsi carico del loro destino – indi, per taluni, della propria morte (2) – per trovare la misura di se stessi; uno scenario di avventura ed emozione attiva purtroppo distante da quella che è diventata la quotidianità di ciascuno, eppure tanto necessario. Necessario per la speranza che può animare nella costruzione di una nuova Argo, una Argo personale, metamorfica, proprio perché nata tra la complessità e le difficoltà. Proprio perché essere Argonauti e Viaggiatori, ora, è ancora possibile.
Nei mesi così inusuali che hanno accompagnato la sofferta transizione tra l’inverno e la primavera di quest’anno sono venuta per caso a conoscenza di un libro molto curioso ed affascinante, dal titolo evocativo: Philoxenia: viaggi e viaggiatori nella Grecia di ieri e di oggi. Curiosando nel sito della casa editrice responsabile, Mimesis, e raccogliendo notizie riguardo alla collana in cui il volume è inserito, Classici Contro, l’ho infine inevitabilmente acquistato. Ho atteso l’arrivo di questa densa curatela con la certezza che ne avrei voluto parlare proprio in questo spazio, perfetto perché sarei stata certa dell’entusiasmo e dell’accoglienza gioiosa di Claudia, ponte lirico ed umano con una Grecia che non è rimasta cristallizzata nelle spoglie d’un passato distante millenni, ma che continua, fiera, non convenzionale, ad essere un polmone insostituibile del grande Mediterraneo, approdo inevitabile per chiunque sia alla ricerca di radici (3).
Philoxenia è un grande omaggio: anzitutto, da parte di giovani e valentissimi studiosi e ricercatori verso il professor Giuseppe “Lello” Zanetto, loro Maestro e Guida all’interno del “viaggio in Grecia”, un rituale antico proprio del contesto della Statale di Milano, in cui i Classici non rimangono tracce paleografiche stipate negli scaffali di qualche archivio universitario, slegate da ogni collegamento, bensì prendono vita all’interno di questo pellegrinaggio verso la sorgente da cui sono scaturiti, a contatto coi luoghi che li hanno ispirati e di nuovo in una prospettiva che li vede rifiorire nelle liriche neogreche tanto ricche ed elevate, canti che sanno di una spiritualità spesso trascurata, se non del tutto sconosciuta. Secondariamente, ma non per importanza, grande è la gratitudine verso la proverbiale ospitalità greca, la φιλοξενία del titolo, che non si è estinta nella notte di qualche secolo addietro, ma che pulsa e non delude mai. Nel susseguirsi dei contributi che costituiscono il volume – suddivisi secondo un intelligente itinerario geografico, che tratta della Grecia continentale, delle Isole e della Grecia orientale – gli studiosi si rifanno discepoli, studenti, camminatori pronti a bere con gli occhi ed il cuore la bellezza unica che circonda ogni angolo di Grecia – pure quell’urbanistica tanto caratteristica del Mediterraneo orientale e sciatta che contrasta con la maestosità dei templi e dei marmi –  più che mai disposti a permettere la metamorfosi incubata in ogni viaggio. Voci compagne del percorso sono i viaggiatori di ieri e di oggi: i filologi bizantini che affrontano i nubifragi al largo delle coste greche; i Fenici che popolano i santuari marittimi delle isole greche, dedicando ex voto alle loro divinità orientali e creando le premesse per il grande sincretismo religioso che ha irrorato per secoli il Mare nostrum; gli osservatori di stelle di Chio, che negli astri trovavano una commovente testimonianza della vita dopo la morte; i poeti romantici europei, infatuati della causa greca e dell’idea di un perpetuarsi delle grandi glorie del passato; i cantori neogreci del Novecento, costretti ad esili politici per l’occupazione nazifascista e ad una vita che ritrova senso se vissuta cuore a cuore con il battito del mito e degli eroi del passato, ancora vivi sulla Terra.
L’elevatissima qualità scientifica dei contributi ed il loro inestricabile legame con le percezioni e gli affetti umani creano un equilibrio mirabile, che rifugge i due principali rischi che affliggono ogni tentativo di raccontare la Grecia nella sua interezza storica, letteraria e geografica: l’eruditismo fine a se stesso ed il patetismo svenevole. Grande è perciò la mia ammirazione nel parlarvi e nel consigliarvi la lettura di questo importante volume, in virtù della varietas di sguardi di cui si compiace, provenienti da specialisti di discipline solo apparentemente divergenti – storici, bizantinisti, classicisti, semitisti, archeologi – della sua profondità riflessiva e poetica, tale è la trattazione di grandi letterati neogreci altrimenti tendenzialmente taciuti, indi della sua verità, che sono certa ogni accorto viaggiatore di geografie interiori ed esteriori continua a sperimentare: ovverosia la ricerca, in fin dei conti, di una verità, di un sentimento, di se stessi.

(Di Alessia Rovina, classicista e studiosa di teatro)

 
Note al testo:


1. Pindaro, Pitiche, IV, vv. 327-337.

2. Apollonio Rodio, Argonautiche, vv. 77-81, 140-142.

3. Vorrei con tutto il cuore poter dire di essere stata la prima a partorire questo pensiero così colmo di poesia, ma devo forzatamente e con piacere rimandare per questa riflessione ad un capolavoro cinematografico italiano spesso ignorato: Mediterraneo, di Gabriele Salvatores, vincitore del Premio Oscar come Miglior film straniero nel 1992. Il premio venne ritirato dal regista con un invito rivolto al mondo, tanto garbato quanto fondamentale: scegliere la pace, non la guerra. Gli anni erano quelli in cui i conflitti nell’ex-Jugoslavia erano al loro apice, e nuovi orrori si preparavano, ma le parole ed il film di Salvatores furono anche un capitolo di ammissione di colpa e riconciliazione tra due Paesi così vicini, Italia e Grecia, resi nemici dal vulnus del Novecento.

Edizione di riferimento del libro commentato:


Philoxenia. Viaggi e viaggiatori nella Grecia di ieri e di oggi, Mimesis, 2020

Collana: Classici contro

A cura di: Andrea Capra, Stefano Martinelli Tempesta, Cecilia Nobili



Per una lettura del Filottete di Sofocle, sempre in questa rubrica:

Declinazioni di solitudine (Sofocle)


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