Visualizzazione post con etichetta mito. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta mito. Mostra tutti i post

9 novembre 2022

Hermann Broch - Poesie

 



Nel saggio L’eredità mitica delle poesia Hermann Broch parla di mythos e logos, di come nella natura umana tutta la comprensione del mondo si attui entro questi due poli. Sostenendo che la poesia sia una delle forme archetipiche per eccellenza, quella che più serba intatta entro di sé la radice mitica, capostipite di ogni narrare, che sola può abbracciare l’eterno e il momentaneo in un unico sguardo. L’impulso lirico «come scandaglio dell’anonimo attimo di vita che è sempre anche lo scandaglio della totalità della vita», dice Broch. E ancora «l’impulso lirico è come un risveglio dell’anima, è il richiamo mistico dal quale l’anima riceve l’ordine di aprire gli occhi e di contemplare, in un fulmineo colpo d’occhio che si colloca fuori dal tempo, la struttura essenziale dell’essere. Nata dal grido di stupore, dallo sguardo fulmineo che si esprime in questo grido, la lingua non sarebbe lingua se non fosse dinamica unificazione di mythos e logos e non avrebbe potuto svilupparsi se quel grido delle origini, lingua appunto allo stato nascente, non fosse stato espressione lirica, e perciò umana, non avesse già contenuto misticamente in sé, allo stato potenziale, tutto il sistema mitico e logico». Che limpidezza e levità in questo ragionare sull’ineffabile, sul “primo stupore” umano con cui gli esseri da millenni cantano il mondo. Che grande, Hermann Broch, il quale con ‘politezza’ di forma ci offre un contenuto così profondo e sfuggente, ci porge, in una riflessione fluida e piana un pezzetto, se vogliamo, del mistero della creazione.
La sua produzione poetica, non a caso suddivisa tra speculazione filosofica e fiaba sentimentale, pur con un eloquente sconfinamento tra i due motivi che in alcuni testi vengono a travasarsi, è affatto accessoria al suo universo creativo. Continuerà a scrivere versi per tutta la sua vita. Oltre a coltivare la scrittura lirica anche attraverso il teatro, puntualmente senza successo. Colpisce che abbia avuto una costante difficoltà a farsi leggere, per non parlare dell’incontro più che stentato con registi ed attori. Pure Vienna pullulava di vita teatrale e la posizione di Broch non si poteva dire tra le meno quotate. L’ennesima storia di addetti alla cultura distratti o pigri o trascinati da altri interessi. Nulla di nuovo sotto il sole. Di lì a pochi anni, fra l’altro, uno scossone di proporzioni immani, un rovesciamento della storia – che forse già si preparava nell’indifferenza delle personalità che lo attorniavano – lo avrebbero costretto, alla lettera, a volgersi ad altri lidi. 
Ma l’attaccamento alla poesia, la facoltà di ascoltarla dentro di sé e darle voce, non sarebbero venuti meno in lui. Ed è significativo che scelga proprio la forma in versi per le dediche da recapitare agli amici in accompagnamento all’uscita del suo capolavoro, La morte di Virgilio (1945).

E chi avrebbero dovuto essere i suoi padri spirituali nel canto? Certamente Virgilio, Dante e Whitman. I tre epici eccelsi, dal mondo antico al nuovo mondo. Perché l’epica – si legge sempre ad incipit del saggio citato – è il progenitore di tutta la poesia e la forma più vicina alla dizione del mito. In Walt Whitman, una sorta di faro al suo approdo americano, vide l’ultimo epico moderno, un cantore capace di segnare «il centro terreno dell’essere» (in des Seins irdischer Mitte), di celebrare la Irdischkeit (parola chiave della narrativa brochiana) nella sua qualità ultraterrena, di metafisica sublimazione.  

La figura di Broch, per la sua apertura culturale e la polifonia, è amatissima dalla germanistica italiana del secondo dopoguerra, al pari di quella di Hugo von Hofmannsthal. Riuniti attorno al suo tempio ritroviamo più o meno gli stessi officianti impegnati nella divulgazione del suo quasi coevo concittadino, le ragazze e i ragazzi prodigio della nuova germanistica e slavistica fiorite nel nostro paese subito dopo il ’45, i figli di quelle imprese editoriali frutto di aspirazioni utopiche e visionarie, più che di tornaconti aziendali. Da Cristina Campo a Leone Traverso ad Alessandro Spina (nome italianizzato di Basili Shafik Khouzam), scrittore nato a Bengasi da genitori di Aleppo, che sarebbe importante riscoprire nel nostro paese. Spina, amico di poeti, stimato dalla stessa Campo e dal critico darte, ed editore a sua volta, Vanni Scheiwiller, è stato un lettore profondo dei fabbri dell’italiano moderno, fine interprete e studioso di un altro Alessandro, il Manzoni, e della questione della lingua, che sentiva ancor più cogente e forse entrata in lui con un fascino ancor più intenso, date le sue origini coloniali. Perché l’italiano, per i nativi e forse ancor più per chi si appresta a impararlo, non può che porsi come un prodigio, il prodigio di una lingua nata dai libri, come Atena nasce dalla testa Zeus. Una lingua creata nella successiva elaborazione dei testi letterari, forgiata nel fuoco della letteratura e dibattuta fino all’Ottocento, con alle spalle una questione linguistica di almeno tre secoli prendendo in considerazione il periodo storico della sua codifica, ma nei fatti e nelle carte ben più lontana nel tempo. Lingua svincolata, alimentata dai regionalismi, crescita in assenza di un potere centrale. Cosicché nel parlato, il popolo, ha continuato ad attingere ai dialetti o meglio alle lingue dialettali – emblematico il caso dei soldati italiani nella prima guerra mondiale che per la comprensione reciproca dovevano ricorrere a un interprete.
Alessandro Spina è stato uno degli ultimi raffinati cultori, interpreti, scrittori dell’italiano, avendo ben a mente l’annoso garbuglio della questione della lingua anche più di altri autori patrii. Né è secondario che guardasse agli scrittori tedeschi, a una cultura letteraria assai diversa ma pure vicina alle antiche letterature mediterranee, e che vi si volgesse proprio in cerca di risposte agli insoluti che l’italiano gli poneva – più di ogni altro ha amato Broch, forse anche per un’affinità biografica – suo padre, come quello dello scrittore viennese, era un industriale del ramo tessile.
E in fondo a questo ragionare che intreccia culture, epoche e affinità elettive all’apparenza lontane eppure limitrofe, non sorprende che sia Hofmannsthal che Broch fossero due profondi conoscitori del mondo antico, amato proprio attraverso la lingua greca e latina. Delle poesie che qui abbiamo selezionato Amore incipiente potrebbe averla scritta Alceo. E se come diceva Hofmannsthal «una piuma può levigare un ciottolo, se la conduce la mano dell’amore» (Il libro degli amici), la poesia è senz’altro la piuma levigatrice che sfida il tempo e sempre riporta l’uomo a chinarsi con umiltà sulle rive dell’amore.

 

(Di Claudia Ciardi)

 

Edizione consultata per la lettura delle poesie e l'inquadramento della loro stesura all'interno dell'opera creativa brochiana: 

Hermann Broch, La verità solo nella forma. Poesie 1913-1949
A cura di Vito Punzi, De Piante Editore, 2021


 

 

 

 


 

 

 

 

 

Amore incipiente

[Beginnende Liebe]


Sempre il sentimento
ci è così vicino e così lontano

come antico gioco da bambini –

ciò che un tempo ci accadde come in sogno

e non fu più visto indistintamente:
lo cerchiamo nel nostro amore

e porgiamo trepide mani.

Noch immer ist uns das Gefühl

so nah und fern
wie altes Kinderspiel – 
 

Was einst uns als im Traum geschah

und halbgesehen nicht mehr war:
in unserem Lieben suchen wir’s

und bieten bange Hände dar.

[1914]

 

Canto d’amore

[Liebeslied]


Poiché di me sono diventato stanco
– stanco,

tu ragazza sei diventata mia

– mia

e nel profumo dei tuoi capelli,

capelli luminosi

trasmetti giorni, trasmetti anni

dell’antica regione: costa marina,

città tedesca nella quiete assolata,

campo di raccolta e boschetto di palme,

spiaggia rocciosa e pietra ricoperta d’alghe,

hall della stazione, rintocchi di campanile –

e da ogni remota distanza

(poiché sono diventato stanco di me)

trasmetti giorni, trasmetti anni –


Amo questa meraviglia?

Oppure i tuoi capelli luminosi?


Da ich an mir müd geworden

– müd geworden,
bist du, Mädchen, mir geworden

– mir geworden

und im Dufte deiner Haare,

lichten Haare

bringst du Tage, bringst du Jahre

alter Gegend: Meeresküste,

deutsche Stadt in Sonnenrüste,

Erntefeld und Palmenhain,

Felsenstrand und Algenstein,

Bahnhofhalle, Kirchturmläuten –

und aus allen fernen Weiten

(da ich an mir müd geworden)

bringst du Tage, bringst du Jahre –
 


Lieb ich dieses Wunderbare?

Oder deine lichten Haare?

[1919 circa]

 

Prato d’estate

[Sommerwiese]

 

Gravido dell’essere azzurro
s’abbassa palpitante,
palpitante l’invisibile

fino al vibrante prato:

respiro del sole nella corte dei monti

e sollevato verso le sfere giorno dopo giorno

ardore dopo ardore,

il cuore palpitante –

invisibile la nuvola

che mi porta.


Schwanger des blauen Seins
senken es sich bebend herab,

bebend das Unsichtbare

zu der zitternden Wiese:

Hauch der Sonne im Hofe der Berge

und zu Sphären emporgehoben Tag um Tag

Glut und Glut,

das bebende Herz –
unsichtbar die Wolke,

die mich trägt.

 

[1933]

 

Per esempio: Walt Whitman

[Zum Beispiel: Walt Withman]

 

Dove germogliano i fili d’erba, nel centro terreno dell’essere,

lì comincia la poesia:
arriva fino al confine estremo della vita,

e guarda, non è all’esterno,

è nell’anima.

All’interno il confine e all’esterno il centro,

l’uno partoriente l’altro, l’uno intrecciato all’altro,

questo solo è poesia –

Certo alla fine scoprì meravigliato

che questa è semplicemente la tua vita,

la vita dell’uomo.

 

Wo die Halme spriessen, in des Seins irdischer Mitte,

dort hebt die Dichtung an:
doch sie reicht bis zu des Lebens äusserster Grenze,

und siehe, die ist nicht aussen,

die ist in der Seele.

Innen die Grenze und aussen die Mitte,

eines das andere gebärend, eines dem andern verwoben,

das allein ist Dichtung –

Freilich, am Ende entdeckst du verwundert,

dass es einfach dein Leben,

das Leben des Menschen ist.

 

[non datata]

 


Del creato

[Vom Schöpferischen]

 

Chi solo sa ciò che sa, non può esprimerlo;

solo quando il sapere supera se stesso giunge alla parola,
solo nell’inesprimibile nasce la lingua.

E questo deve farlo l’uomo, perché a lui è imposto il divino,

sempre e di nuovo superare il confine e scendere

fino al luogo al di là dell’umano, un’ombra

nel luogo della dimenticanza che sa, dal quale il ritorno

diventa difficile

e solo ad alcuni riesce.

Ma la configurazione della terrestrità è affidata a coloro

che sono stati nell’oscurità e che tuttavia con forza si sono liberati

orficamente per il doloroso ritorno.


Wer nur weiss was es weiss, kann es nicht ausprechen;

erst wenn Wissen über sich selbst hinausreicht wird es zum
Wort,

erst im Unaussprechbaren wird Sprache geboren.

Und es muss der Mensch, da ihm das Göttliche auferlegt ist,

stets aufs neu die Grenze überschreiten und hinabsteigen

zu dem Ort jenseits des Menschhaften, ein Schatten

am Ort des wissenden Vergessens, aus dem Rückkehr

schwer wird

und nur wenigen gelingt.

Aber die Gestaltung der Irdischkeit ist jenen aufgetragen,

die im Dunkel gewesen sind und dennoch sich losgerissen haben

orphisch zu schmerzlicher Rückkehr.

 

[non datata]



Di Virgilio non si riesce a capirci qualcosa…

[Auf Virgil lässt kein Reim sich machen…]

 

Di Virgilio non si riesce a capirci qualcosa,ed è troppo assurdo questo libro,
eppure come un segno della mia sempre desta

ammirazione per il grande, come tentativo

di ringraziamento per colui che regge il nostro cosmo,

sia posto in mano ad Albert Einstein.


Auf Virgil lässt kein Reim sich machen,

und allzu ungereimt ist dieses Buch,
doch als ein Zeichen meiner immerwachen

Verehrung für das Grosse, als Versuch

von Dank für den, der unsern Kosmos trägt,

in Albert Einsteins Hand sei es gelegt.

 

[Dediche per La morte di Virgilio / Ad Albert Einstein, 1945]

24 marzo 2022

Lirici greci

 
1994, tredici anni. Da una cassettina dei libri vedo spuntare un quadrato tascabile di un colore a cui non potevo resistere. Questa acquamarina psichedelica che faceva sembrare il libro uno strano incrocio fra un manga e un pezzetto di porcellana, altro non era che ledizione dei lirici greci tradotti da Salvatore Quasimodo, apparsi nei “miti poesia” della Mondadori. Un tassello delle piccole collane economiche che hanno fatto la storia editoriale negli anni Novanta, insieme ai cento pagine-mille lire della Newton Compton (le tre cantiche di Dante montate in un formato geniale che le rendeva comodamente leggibili e a portata di mano).
Visto che per me il colore è un elemento decisionale importante, feci subito mia questa bizzarra creaturina. Il colore era già una promessa di ogni bene. E infatti il volumetto quadrato di Quasimodo con copertina celeste e dorata mi sorprese come un fulmine a ciel sereno. In senso positivo. Un fulmine iniziatico. Verso dopo verso approdavo alla mia prima Grecia tutta adolescenziale, una cosa da Sturm und Drang ma più esplosiva e forse un po’ più “svenevole”, come dice la nostra Alessia Rovina nel suo contributo, mettendoci in guardia da letture esagerate e sovrabbondanti.
E però, a quell’età va anche bene così. Il classicista in erba si costruisce la sua patria con molta fantasia e in quelle architetture che sono l’emanazione del mito, anzi sono il mito stesso, si sente proprio a suo agio, non vorrebbe scambiarle per nulla di più oggettivo. Se poi il primo incontro è coi poeti, allora la mitologia della parola entrerà nella mente del giovane e gli resterà sempre, qualsiasi lingua legga, qualsiasi studio affronti in futuro. Ovunque e comunque gli resterà quel soffio, quasi un primitivo incantesimo che sarà per lui misura di tutto il resto.
Nel suo puntuale e raffinato articolo Alessia Rovina ci spiega l’attrazione fatale che da sempre la lirica greca esercita rispetto ad altri elementi dell’antico. Una sorta di irresistibile rabdomanzia capace di accendere trasversalmente gli immaginari. Sarà anche perché la frammentarietà con cui il suo corpo ci si offre, riconduce a una dimensione ermetica novecentesca, per così dire familiare. La grecità è bella anche per questo, per le ombre che non si afferrano, per quelle presenze perdute che pure si intuiscono e che, talvolta, sentiamo vicinissime, anche nella loro assenza. È ancora il lavorio dell’immaginazione che desidera colmare la lacuna ma che al contempo impara ad amarla così. Ce lo spiega molto bene la nostra autrice quando parla di «serena accettazione che va a curare le inevitabili mancanze», che comporta «la necessità non ridondante di tornare, sempre e comunque, a studiare, di nuovo. Talvolta, da capo». Ecco il senso dello studio dell’antico e del percorrere le orme elleniche in particolare. Perché la costante matematica phi, armonia e archè (ἀρχή) delle cose, non è solo in tutta l’arte greca ma anche in ogni sillaba della sua lingua, in ogni respiro della sua inarrivabile poesia.
Ed è proprio ciò in cui consiste la nostra proporzione aurea, quella che ci guida a cogliere la correlazione tra i fenomeni. La mia di sicuro mi è venuta dalle mani di queste immortali cadenze, oltre che dai monumenti della città in cui ho avuto la sfacciata fortuna di nascere – dove non considero un caso l’aver incontrato alcuni dei maggiori maestri della cultura greca – due poli attrattivi potentissimi, accumulatori cosmici di energia e bellezza.

(Di Claudia Ciardi)



  Di pianto, beffa e celebrazione - Il multiforme volto della lirica arcaica

Di Alessia Rovina
Per la rubrica «L’Argonauta»

Il panorama letterario della Grecità di ieri è, come sappiamo e come mai ci stancheremo di ripetere, immenso. Ed immensa parte è quella che resta a noi sconosciuta, arto mutilo e chissà quanto valido. Di sicuro, preziosissimo, proprio come ogni sussurro che qualsiasi civiltà antica ci fa dono di restituire. Potrebbe sembrare un cliché per i non addetti ai lavori, e rischia di diventare una banalità per chi in questo patrimonio vive immerso, talvolta sopraffatto dalla mole della ricerca e della fatica, ma è davvero bene non scordarsi che il mondo greco ci ha lasciato in eredità un patrimonio caratterizzato da una varietas tale da andare ad intercettare una quantità straordinaria di informazioni e conoscenze, che necessitano di precisione chirurgica per una ricostruzione che sia il più possibile coerente, contestualizzata e responsabile. Ma anche, mi permetto di aggiungere sulla scorta dei Maestri che ho la fortuna di ascoltare quotidianamente in Università, di una buona dose di serena accettazione, che va a curare le inevitabili mancanze, le frammentarietà e quell’irresistibile, piccolo scarto ermeneutico che resta, sempre e comunque, tra noi ed ogni opera di ciascun passato prodotta da qualsiasi cultura, indipendentemente dalla bibliografia prodotta, e che costituisce quel seducente fascino che ci richiede continuamente di tornare e ritornare a scrutare le orme del nostro ieri. Questo è dunque l’invito ed il significato di fondo: la necessità non ridondante di tornare, sempre e comunque, a studiare, di nuovo. Talvolta, da capo.
Non sfugge da questa mia considerazione iniziale il panorama che la tradizione ci riporta sotto il nome di lirica, definita poi nella prassi scolastica come lirica greca arcaica. Una denominazione davvero vaga e ampia, la quale va ad abbracciare non solo un numero considerevole di autori, ma anche una copia di caratteristiche metriche, stilistiche e compositive che giustifica i successivi tentativi di raggruppamento contemporaneo secondo le categorie di genere ed esecuzione. Ecco così che i moderni manuali di storia della letteratura greca ci consegnano una suddivisione tra poeti giambici ed elegiaci e melici monodici e corali.
La prassi filologica alessandrina, d’altro canto, concepiva all’interno del vario magma di autori definiti come λυρικοί, [NOTA 1] una suddivisone monografica per singolo poeta a sua volta distribuita in differenti libri [NOTA 2] che raccoglievano i componimenti giunti.
La lirica arcaica vede la sua nascita in un momento particolare e di transizione umana, sociale, politica e culturale. La stagione dei grandi cicli epici arcaici, troneggiati dall’insuperabile eccellenza costituita da Omero [NOTA 3], prodotto della cultura e dell’organizzazione sociopolitica propria del momento conosciuto come Dark Ages, viene affiancata dalla lirica, che, pur avendo conosciuto manifestazioni preletterarie, si sviluppa come espressione di una grecità che conosce l’organizzazione in πόλεις all’interno delle quali, tra l’VIII ed il VI secolo, si consumano aspre lotte per il potere, profonde rivoluzioni politiche e grandi spostamenti di masse umane. I nuovi cantori sono gli esponenti delle classi sociali più in vista, impegnati nella lotta per l’espansione o per il dominio, conoscitori della lancia e dei doni delle Muse [NOTA 4]. Di nuovo, cantori saranno aristocratici in lotta per la propria supremazia in un’accesissima guerriglia tra consorterie, o altolocate istruttrici di giovani fanciulle. Infine, i poeti saranno artisti di corti, al servizio di tiranni che diverranno i nuovi finanziatori e committenti dei versi poetici. Le tematiche trattate sono le più varie e sono indubbiamente influenzate dal genere scelto. Se l’elegia conoscerà una inclinazione sapienziale, esortativa o mitico-narrativa non esente dal gusto per la γνώμη, il giambo avrà come oggetto principale l’invettiva, l’irrisione di determinati individui e classi sociali, la burla dotta. E così la lirica corale, irrimediabilmente collegata all’occasione compositiva, come ad esempio gli agoni sportivi, i giochi olimpici, oppure i momenti topici della vita di una giovane, come le nozze.
La collocazione temporale in cui questi versi vennero alla luce e soprattutto la nuova facies assunta decretò, oltre ad un’immensa fortuna della lirica greca e la garanzia di una eco che giunge sino a noi, anche qualche sventura, dovuta soprattutto a difficoltà ermeneutiche, filologiche e critiche.
Anzitutto, lo stato dei testi e dei testimoni (diretti ed indiretti) che trasmettono a noi questi componimenti sono spesso mutili e parziali, cosicché la frammentarietà è spesso un ineludibile caveat con il quale il filologo deve fare i conti. Tuttavia, nel mentre che si mantiene come faro il rispetto del testo che si ha dinnanzi, non sono impossibili stravolgimenti o soccorsi che intervengono da nuove fortunose scoperte, specialmente papiracee: destarono scalpore, tra gli altri, rinvenimenti come il P. Oxy. 4708, portatore di un ampio brano elegiaco di Archiloco – conosciuto come L’elegia di Telefo – in grado di ridimensionare la nostra concezione dello stile poetico del πρῶτος εὑρετής del giambo, oppure la pubblicazione del P. Mil. Vogl. VIII 309, frammento di un’antologia contenente un consistente numero di epigrammi di Posidippo di Pella, del quale pure si aveva una conoscenza limitata. Che dire poi di pubblicazioni fondamentali come quelle di alcuni commentari alcaici in grado di restituirci nuove soluzioni – e inevitabilmente nuovi crucci! – come nel caso di P. Oxy. 3711, o ancora, per tornare al Pario, il rinvenimento dei frammenti papiracei di P. Oxy. VI 854 in grado di integrare il fr. 4 W.2 Guai infine a passare sotto silenzio i papiri che la critica conosce come “la nuova Saffo” – P. Köln 21351 – e “la nuovissima Saffo” – P. Saffo Obbink: di nuovo, integrazioni ed inevitabili nuove sfide. Pur non escludendo alcuna possibilità di rivalsa della tradizione, lo stato dei testi e dei testimoni pone sempre cautele che non vanno assolutamente ignorate, e sempre più in questa ottica sta lavorando la filologia contemporanea. [NOTA 5]
In secondo luogo, una innovazione che costituisce una grande complicazione è la presenza della menzione di un io poetico o io lirico. Sovente, questo parlare in prima persona, rivolgendo inviti, dispensando sentenze o ricordando determinate esperienze, ha creato numerosi fraintendimenti già tra gli antichi. Un procedimento assolutamente in uso presso questi nostri predecessori era la redazione di biografie e/o commenti di determinate figure politiche e letterarie, e per questi ultimi spesso le notizie erano attinte direttamente dalle opere poetiche secondo un procedimento autoschediastico, di modo che ciò che ne scaturivano erano tradizioni fiabesche, ingiuriose e in alcuni punti assolutamente non fededegne. Coloro che ne pagavano le spese erano i cantori e le cantrici che si vedevano o innalzati a livelli sovrumani o, più spesso, abbassati a livelli popolareschi e volgari. Due casi, anche solo sommariamente, mi sentirei in dovere di citare, dato l’inevitabile stupore in grado di generare e la eco avuta, in grado di risuonare sino a pochi decenni fa.
Il primo è il fr. 5 W.2 di Archiloco. Si tratta di un turning point all’interno della produzione arcaica. L’elegia si apre con la menzione quanto mai generica di un Saio che si gloria di uno scudo ellenico ritrovato presso un cespuglio, un’arma che apprendiamo essere di bellezza e precisione mitica, ma che ha conosciuto un altro possessore: il poeta stesso. Egli si ritrovò costretto ad abbandonare l’ingombrante oggetto contro il suo volere per avere in cambio un altro bene: salvare la propria vita. Di fronte a questa impegnativa scelta/bilancio/paragone, che cosa può importare di quello scudo? Alla malora! Il poeta se ne potrà benissimo procurare un altro, parimenti valido e bello, magari in un’altra occasione bellica.
Ora, quanto ad un nostro contemporaneo parrebbe una scelta più che mai ragionevole e assennata, non mancò di scandalizzare gli antichi, destinando Archiloco ad una dura condanna della quale si vedono i primi segni di assoluzione dall’accusa di vigliaccheria nell’Ottocento, ad opera dello Schneidewin.
Entrando nel dettaglio di questa elegia notiamo che la tradizione testuale è interessata, in fase imperiale e tardo-antica, da notevole discordia. La difformità delle lezioni presentate nella citazione del frammento da parte dei testimoni antichi va da risolvibili varianti grammaticali ad aggiunte sicuramente comprensibili e che restituiscono un senso compiuto, ma che sono irrisolvibili glosse, spiegazioni aggiuntive e scivolamenti lemmatici in cui gli autori hanno spesso profuso le proprie opinioni, nella maggior parte dei casi mai troppo lusinghiere nei confronti del Pario che si rende colpevole di un disonore: l’abbandono delle armi, presumibilmente lasciate per agevolare la fuga dal campo di battaglia. Il giudizio nato in antico dalla lettura di questo frammento fu di pressoché unanime sdegno e causa della nomea di Archiloco di vile e codardo, forse motivo all’origine di una tradizione sicuramente particolare e davanti alla quale giova sospendere il giudizio, riferitaci da Plutarco, la quale riporterebbe di una condanna del poeta da parte di Sparta a causa del comportamento disonorevole da questi mantenuto in battaglia, quando è ben nota la rigorosa etica marziale professata dalla polis laconica [NOTA 6]. La situazione non è agevolata nemmeno dalla citazione da parte di Aristofane all’interno di una serrata sticomitia di gusto squisitamente letterario, nella quale di nuovo l’abbandono dello scudo viene ascritto alla vergogna provocata ai genitori [NOTA 7]. Non tutte le letture però vengono per nuocere. Originale, in particolare, fu l’interpretazione che la tradizione neoplatonica dette del frammento in questione. Olimpiodoro, Proclo, Elia e lo Pseudo-Elia difatti lodarono Archiloco interpretando il getto dello scudo come l’atto di liberazione dal fardello del corpo che imprigiona l’anima.
Il nostro Archiloco non è stato il solo sventurato, in questa lotta della tradizione testuale di ieri e di oggi. Un altro collega, giambografo, fu oggetto di malintesi sino al secolo scorso, e solo un’attentissima rilettura critica e scientifica, portata avanti peraltro con vigore anche dall’illustre filologo italiano Enzo Degani, riuscì gradualmente a riportare la lente d’ingrandimento sulle sue qualità poetiche nonché sulla sua indiscutibile abilità letteraria e la raffinatezza lessicale. Parliamo di Ipponatte, non il disperato straccione e pitocco che parte della critica ha tratteggiato.
La lirica greca ha da sempre un ruolo estremamente rilevante all’interno del dibattito scientifico, e senza dubbio è uno degli aspetti delle lettere classiche che più si presta all’apprezzamento unanime e, proprio per questo, presta il fianco ad atteggiamenti acritici e talvolta pure svenevoli. Tuttavia, crediamo fermamente che la continua ricerca e il costante lavoro per la migliore ricostruzione dei contesti compositivi e la lettura critica di questi cantori antichi nulla tolgano al loro indiscutibile fascino, ma anzi continuino ad accompagnarci in quella che comunque sarà sempre una relazione in grado di suscitare pianto, scherno e magnificenza, oltre che inevitabili riflessioni sui significati che questi versi trasmettono a ciascuno di noi.

(Di Alessia Rovina, classicista, ricercatrice, studiosa di teatro)

 

Note e suggerimenti bibliografici a cura di Alessia Rovina:

Nota 1: Si tratta del noto “canone dei nove lirici”, compilato in accordo con la costituzione del restante Canone alessandrino ad opera dei filologi e dei grammatici della Biblioteca di Alessandria all’altezza del III sec. a.C. Esso comprendeva Alceo, Saffo, Anacreonte, Alcmane, Stesicoro, Ibico, Simonide, Bacchilide, Pindaro. Non mancavano naturalmente i canoni anche per gli altri generi poetici.

Nota 2: Con il termine “libri” qui si designa naturalmente la prassi editoriale che divideva le opere, non il supporto cartaceo rilegato che ora conosciamo sotto questo nome. La trascrizione delle edizioni in età alessandrina avveniva su rotoli papiracei.

Nota 3: La produzione letteraria da sempre straordinaria e giunta sotto il nome di Omero costituisce l’immancabile modello stilistico ed espressivo di ogni stagione della grecità, dall’età antica alla contemporaneità, passando per i secoli dell’Impero Bizantino che non hanno certo cessato l’attività ermeneutica e filologica sui due grandi poemi mitici. Iliade ed Odissea non sfuggivano all’erudita penna dei patriarchi e dei monaci.

Nota 4: Arch., fr. 1 W.²

Nota 5: La filologia è disciplina assolutamente delicata. Nonostante ciò, essa è sotto la guida di coloro che la praticano, e con gli anni mutano inevitabilmente gli indirizzi di lavoro. Se nell’Ottocento non mancava una spesso eccessiva smania di intervento sul testo, ora si predilige una linea più rispettosa e cauta.

Nota 6: Plut., Inst. Lac. 34, 239b.

Nota 7: Ar., Pax, 1298-1301. Si noti come mai l’operazione aristofanea del riuso letterario sia scevra da raffinatezza stilistica e conoscenza dotta.

* Esistono assai numerose monografie ed antologie sui lirici greci, sia in versione tascabile ed economica sia in edizione critica. Per l’una e per l’altra categoria ottime sono le edizioni della BUR e i volumi editi dalla Fondazione Lorenzo Valla.


Powered By Blogger

Claudia Ciardi autrice (LinkedIn)

Claudia Ciardi autrice (Tumblr)

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...