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9 novembre 2022

Hermann Broch - Poesie

 



Nel saggio L’eredità mitica delle poesia Hermann Broch parla di mythos e logos, di come nella natura umana tutta la comprensione del mondo si attui entro questi due poli. Sostenendo che la poesia sia una delle forme archetipiche per eccellenza, quella che più serba intatta entro di sé la radice mitica, capostipite di ogni narrare, che sola può abbracciare l’eterno e il momentaneo in un unico sguardo. L’impulso lirico «come scandaglio dell’anonimo attimo di vita che è sempre anche lo scandaglio della totalità della vita», dice Broch. E ancora «l’impulso lirico è come un risveglio dell’anima, è il richiamo mistico dal quale l’anima riceve l’ordine di aprire gli occhi e di contemplare, in un fulmineo colpo d’occhio che si colloca fuori dal tempo, la struttura essenziale dell’essere. Nata dal grido di stupore, dallo sguardo fulmineo che si esprime in questo grido, la lingua non sarebbe lingua se non fosse dinamica unificazione di mythos e logos e non avrebbe potuto svilupparsi se quel grido delle origini, lingua appunto allo stato nascente, non fosse stato espressione lirica, e perciò umana, non avesse già contenuto misticamente in sé, allo stato potenziale, tutto il sistema mitico e logico». Che limpidezza e levità in questo ragionare sull’ineffabile, sul “primo stupore” umano con cui gli esseri da millenni cantano il mondo. Che grande, Hermann Broch, il quale con ‘politezza’ di forma ci offre un contenuto così profondo e sfuggente, ci porge, in una riflessione fluida e piana un pezzetto, se vogliamo, del mistero della creazione.
La sua produzione poetica, non a caso suddivisa tra speculazione filosofica e fiaba sentimentale, pur con un eloquente sconfinamento tra i due motivi che in alcuni testi vengono a travasarsi, è affatto accessoria al suo universo creativo. Continuerà a scrivere versi per tutta la sua vita. Oltre a coltivare la scrittura lirica anche attraverso il teatro, puntualmente senza successo. Colpisce che abbia avuto una costante difficoltà a farsi leggere, per non parlare dell’incontro più che stentato con registi ed attori. Pure Vienna pullulava di vita teatrale e la posizione di Broch non si poteva dire tra le meno quotate. L’ennesima storia di addetti alla cultura distratti o pigri o trascinati da altri interessi. Nulla di nuovo sotto il sole. Di lì a pochi anni, fra l’altro, uno scossone di proporzioni immani, un rovesciamento della storia – che forse già si preparava nell’indifferenza delle personalità che lo attorniavano – lo avrebbero costretto, alla lettera, a volgersi ad altri lidi. 
Ma l’attaccamento alla poesia, la facoltà di ascoltarla dentro di sé e darle voce, non sarebbero venuti meno in lui. Ed è significativo che scelga proprio la forma in versi per le dediche da recapitare agli amici in accompagnamento all’uscita del suo capolavoro, La morte di Virgilio (1945).

E chi avrebbero dovuto essere i suoi padri spirituali nel canto? Certamente Virgilio, Dante e Whitman. I tre epici eccelsi, dal mondo antico al nuovo mondo. Perché l’epica – si legge sempre ad incipit del saggio citato – è il progenitore di tutta la poesia e la forma più vicina alla dizione del mito. In Walt Whitman, una sorta di faro al suo approdo americano, vide l’ultimo epico moderno, un cantore capace di segnare «il centro terreno dell’essere» (in des Seins irdischer Mitte), di celebrare la Irdischkeit (parola chiave della narrativa brochiana) nella sua qualità ultraterrena, di metafisica sublimazione.  

La figura di Broch, per la sua apertura culturale e la polifonia, è amatissima dalla germanistica italiana del secondo dopoguerra, al pari di quella di Hugo von Hofmannsthal. Riuniti attorno al suo tempio ritroviamo più o meno gli stessi officianti impegnati nella divulgazione del suo quasi coevo concittadino, le ragazze e i ragazzi prodigio della nuova germanistica e slavistica fiorite nel nostro paese subito dopo il ’45, i figli di quelle imprese editoriali frutto di aspirazioni utopiche e visionarie, più che di tornaconti aziendali. Da Cristina Campo a Leone Traverso ad Alessandro Spina (nome italianizzato di Basili Shafik Khouzam), scrittore nato a Bengasi da genitori di Aleppo, che sarebbe importante riscoprire nel nostro paese. Spina, amico di poeti, stimato dalla stessa Campo e dal critico darte, ed editore a sua volta, Vanni Scheiwiller, è stato un lettore profondo dei fabbri dell’italiano moderno, fine interprete e studioso di un altro Alessandro, il Manzoni, e della questione della lingua, che sentiva ancor più cogente e forse entrata in lui con un fascino ancor più intenso, date le sue origini coloniali. Perché l’italiano, per i nativi e forse ancor più per chi si appresta a impararlo, non può che porsi come un prodigio, il prodigio di una lingua nata dai libri, come Atena nasce dalla testa Zeus. Una lingua creata nella successiva elaborazione dei testi letterari, forgiata nel fuoco della letteratura e dibattuta fino all’Ottocento, con alle spalle una questione linguistica di almeno tre secoli prendendo in considerazione il periodo storico della sua codifica, ma nei fatti e nelle carte ben più lontana nel tempo. Lingua svincolata, alimentata dai regionalismi, crescita in assenza di un potere centrale. Cosicché nel parlato, il popolo, ha continuato ad attingere ai dialetti o meglio alle lingue dialettali – emblematico il caso dei soldati italiani nella prima guerra mondiale che per la comprensione reciproca dovevano ricorrere a un interprete.
Alessandro Spina è stato uno degli ultimi raffinati cultori, interpreti, scrittori dell’italiano, avendo ben a mente l’annoso garbuglio della questione della lingua anche più di altri autori patrii. Né è secondario che guardasse agli scrittori tedeschi, a una cultura letteraria assai diversa ma pure vicina alle antiche letterature mediterranee, e che vi si volgesse proprio in cerca di risposte agli insoluti che l’italiano gli poneva – più di ogni altro ha amato Broch, forse anche per un’affinità biografica – suo padre, come quello dello scrittore viennese, era un industriale del ramo tessile.
E in fondo a questo ragionare che intreccia culture, epoche e affinità elettive all’apparenza lontane eppure limitrofe, non sorprende che sia Hofmannsthal che Broch fossero due profondi conoscitori del mondo antico, amato proprio attraverso la lingua greca e latina. Delle poesie che qui abbiamo selezionato Amore incipiente potrebbe averla scritta Alceo. E se come diceva Hofmannsthal «una piuma può levigare un ciottolo, se la conduce la mano dell’amore» (Il libro degli amici), la poesia è senz’altro la piuma levigatrice che sfida il tempo e sempre riporta l’uomo a chinarsi con umiltà sulle rive dell’amore.

 

(Di Claudia Ciardi)

 

Edizione consultata per la lettura delle poesie e l'inquadramento della loro stesura all'interno dell'opera creativa brochiana: 

Hermann Broch, La verità solo nella forma. Poesie 1913-1949
A cura di Vito Punzi, De Piante Editore, 2021


 

 

 

 


 

 

 

 

 

Amore incipiente

[Beginnende Liebe]


Sempre il sentimento
ci è così vicino e così lontano

come antico gioco da bambini –

ciò che un tempo ci accadde come in sogno

e non fu più visto indistintamente:
lo cerchiamo nel nostro amore

e porgiamo trepide mani.

Noch immer ist uns das Gefühl

so nah und fern
wie altes Kinderspiel – 
 

Was einst uns als im Traum geschah

und halbgesehen nicht mehr war:
in unserem Lieben suchen wir’s

und bieten bange Hände dar.

[1914]

 

Canto d’amore

[Liebeslied]


Poiché di me sono diventato stanco
– stanco,

tu ragazza sei diventata mia

– mia

e nel profumo dei tuoi capelli,

capelli luminosi

trasmetti giorni, trasmetti anni

dell’antica regione: costa marina,

città tedesca nella quiete assolata,

campo di raccolta e boschetto di palme,

spiaggia rocciosa e pietra ricoperta d’alghe,

hall della stazione, rintocchi di campanile –

e da ogni remota distanza

(poiché sono diventato stanco di me)

trasmetti giorni, trasmetti anni –


Amo questa meraviglia?

Oppure i tuoi capelli luminosi?


Da ich an mir müd geworden

– müd geworden,
bist du, Mädchen, mir geworden

– mir geworden

und im Dufte deiner Haare,

lichten Haare

bringst du Tage, bringst du Jahre

alter Gegend: Meeresküste,

deutsche Stadt in Sonnenrüste,

Erntefeld und Palmenhain,

Felsenstrand und Algenstein,

Bahnhofhalle, Kirchturmläuten –

und aus allen fernen Weiten

(da ich an mir müd geworden)

bringst du Tage, bringst du Jahre –
 


Lieb ich dieses Wunderbare?

Oder deine lichten Haare?

[1919 circa]

 

Prato d’estate

[Sommerwiese]

 

Gravido dell’essere azzurro
s’abbassa palpitante,
palpitante l’invisibile

fino al vibrante prato:

respiro del sole nella corte dei monti

e sollevato verso le sfere giorno dopo giorno

ardore dopo ardore,

il cuore palpitante –

invisibile la nuvola

che mi porta.


Schwanger des blauen Seins
senken es sich bebend herab,

bebend das Unsichtbare

zu der zitternden Wiese:

Hauch der Sonne im Hofe der Berge

und zu Sphären emporgehoben Tag um Tag

Glut und Glut,

das bebende Herz –
unsichtbar die Wolke,

die mich trägt.

 

[1933]

 

Per esempio: Walt Whitman

[Zum Beispiel: Walt Withman]

 

Dove germogliano i fili d’erba, nel centro terreno dell’essere,

lì comincia la poesia:
arriva fino al confine estremo della vita,

e guarda, non è all’esterno,

è nell’anima.

All’interno il confine e all’esterno il centro,

l’uno partoriente l’altro, l’uno intrecciato all’altro,

questo solo è poesia –

Certo alla fine scoprì meravigliato

che questa è semplicemente la tua vita,

la vita dell’uomo.

 

Wo die Halme spriessen, in des Seins irdischer Mitte,

dort hebt die Dichtung an:
doch sie reicht bis zu des Lebens äusserster Grenze,

und siehe, die ist nicht aussen,

die ist in der Seele.

Innen die Grenze und aussen die Mitte,

eines das andere gebärend, eines dem andern verwoben,

das allein ist Dichtung –

Freilich, am Ende entdeckst du verwundert,

dass es einfach dein Leben,

das Leben des Menschen ist.

 

[non datata]

 


Del creato

[Vom Schöpferischen]

 

Chi solo sa ciò che sa, non può esprimerlo;

solo quando il sapere supera se stesso giunge alla parola,
solo nell’inesprimibile nasce la lingua.

E questo deve farlo l’uomo, perché a lui è imposto il divino,

sempre e di nuovo superare il confine e scendere

fino al luogo al di là dell’umano, un’ombra

nel luogo della dimenticanza che sa, dal quale il ritorno

diventa difficile

e solo ad alcuni riesce.

Ma la configurazione della terrestrità è affidata a coloro

che sono stati nell’oscurità e che tuttavia con forza si sono liberati

orficamente per il doloroso ritorno.


Wer nur weiss was es weiss, kann es nicht ausprechen;

erst wenn Wissen über sich selbst hinausreicht wird es zum
Wort,

erst im Unaussprechbaren wird Sprache geboren.

Und es muss der Mensch, da ihm das Göttliche auferlegt ist,

stets aufs neu die Grenze überschreiten und hinabsteigen

zu dem Ort jenseits des Menschhaften, ein Schatten

am Ort des wissenden Vergessens, aus dem Rückkehr

schwer wird

und nur wenigen gelingt.

Aber die Gestaltung der Irdischkeit ist jenen aufgetragen,

die im Dunkel gewesen sind und dennoch sich losgerissen haben

orphisch zu schmerzlicher Rückkehr.

 

[non datata]



Di Virgilio non si riesce a capirci qualcosa…

[Auf Virgil lässt kein Reim sich machen…]

 

Di Virgilio non si riesce a capirci qualcosa,ed è troppo assurdo questo libro,
eppure come un segno della mia sempre desta

ammirazione per il grande, come tentativo

di ringraziamento per colui che regge il nostro cosmo,

sia posto in mano ad Albert Einstein.


Auf Virgil lässt kein Reim sich machen,

und allzu ungereimt ist dieses Buch,
doch als ein Zeichen meiner immerwachen

Verehrung für das Grosse, als Versuch

von Dank für den, der unsern Kosmos trägt,

in Albert Einsteins Hand sei es gelegt.

 

[Dediche per La morte di Virgilio / Ad Albert Einstein, 1945]

10 gennaio 2022

Il violinista del Traunsee

Una delle prose giovanili di Hofmannsthal-Loris, che non ho inserito nella mia galleria di inediti in quanto già pubblicata in un’antologia a tema musicale. La propongo qui nella versione che avevo preparato durante quella fase di studio, completando idealmente l’excursus sui testi d’esordio del grande letterato viennese raccolti nei mirabili volumi di Cristina Campo, Leone Traverso e Gabriella Bemporad. Cui in punta di piedi si aggiunge anche il mio libretto uscito nel 2021, Il soldato Schwendar. Prose sparse inedite in Italia.

La poesia e la musica aleggiano nell’incanto montano del Traunsee, voci fuggevoli, misteriose presenze suscitate dal luogo e dalle meditazioni del narratore a comporre un vero e proprio quadro dove trovano campo tonalità contrastanti, attraversato da venature simboliste, scosso da quel senso d’irreale eppure così reale tanto caro alla fantasia di Hugo von Hofmannsthal.



Paula Modersohn-Becker, Tanzende Prinzessin mit Musikanten, um 1901


Il violinista del Traunsee

(Una visione nel giorno di Santa Maddalena)


Lunedì 22 luglio 1889


La brace densa e opprimente di un pomeriggio di luglio senza nuvole incombeva sulla montagna e sul lago. Nulla si muoveva sull’ampia superficie scintillante come metallo. Non un alito di vento sfiorava le chiome dell’imponente foresta che in uno scuro mantello strisciante si stendeva giù dalle spalle della montagna fino a rasentare la riva. Qui, sul limitare del bosco e della corrente, si offrivano piccole insenature favorevoli all’approdo delle barche, su cui l’ombroso fogliame gettava mobili incisioni, immagine palpitante di una pacifica quiete, un sentirsi al sicuro sollevati dalle preoccupazioni, doppiamente piacevole a fronte della temibile immagine della scarpata che con le sue ripide rocce scendeva a precipizio sulla parete frontale del massiccio di Traun. All’ombra di uno di questi approdi dove un ruscello cristallino attraverso un soffice tappeto di muschio si faceva largo sulla riva ghiaiosa, avevo finalmente trovato dopo una lunga ricerca quello che desideravo, un mucchietto di terra dimenticato dal mondo; l’animata frescura mi avvolgeva, mentre la mia barca sfiorava la bianca sabbia e avevo come l’impressione in quel preciso momento che tutto mi sfuggisse davanti all’ardente vampa là fuori, tutto ciò che nasce e fiorisce, e tutto ciò che è destinato a germogliare e crescere.
I piedi mi affondavano di un bel pezzo nel tappeto di muschio che spontaneamente aveva ricoperto lo sterile acciottolato della riva, cosicché nient’altro lo separava dall’acqua se non una sottile striscia di sabbia chiara. E quanto era morbido e spesso quel tappeto, così lo era anche il fogliame che si curvava in una volta accogliente, mentre a stento qua e là penetrava in una breccia un raggio di sole, un umido bagliore dorato sui tronchi.

Su una tavola di legno era scritto «Magda – pace – 1839». Chi poteva essere la Magda che, mezzo secolo prima di me, aveva scelto questo posticino idilliaco? Colei che qui sedeva nel costume delle nostre nonne, il collo sottile avvolto nella sciarpa di seta, il piedino esile fasciato in minuscole scarpe francesi? Era forse venuta qui con Clauren Mimili per ascoltare le commoventi campane del gregge che tornava a casa, un amore pallido e misterioso nel suo cuore, o che fosse fuggita qui per abbandonarsi a malinconiche licenze con Jean Paul, o per abbandonarsi alla seducente magia della romantica solitudine nella foresta? Forse è ancora viva, forse ogni giorno passo davanti a lei, vedova di un vecchio funzionario corpulento la quale, nei panni della rispettabile Maddalena davanti a una tazza di caffè, ricorda la Magda di un tempo con un sospiro e la chiacchiera accogliente. Mentre i miei pensieri vagavano così pigri, cercavo con avidità un’iscrizione sull’asse di legno, un piccolo verso con cui gli esseri umani più pieni di sentimento esprimono il loro entusiasmo alla vista di bellezze naturali.
Inutilmente mi sono affaticato a sollevare la tavola dal suo incavo umido, disturbando innumerevoli vermi. Ed ecco là sotto parole, versi, una scrittura incerta, femminile: a volte morbida e distesa, poi di nuovo ben fissata, piena e forte. Un lichene nascondeva le ultime righe, le scoprii cautamente usando il mio coltellino tascabile: «Nel giorno di Santa Maddalena 1839. Nik. Lenau».
Questo nome mi ha squarciato la memoria come la luce di un lampo. Sì, quelli erano i segni in cui mi ero immerso con malinconica beatitudine, ogni volta che il mio grembiule da lavoro mi aveva concesso la tregua di un paio di sguardi al ricco lascito manoscritto del cognato di Lenau. Il mio cuore batteva forte per l’eccitazione e per un momento rimasi accecato. Poi ho fatto il tentativo di decifrare il mio tesoro mettendomi d’impegno. Ma invano, a stento si poteva riconoscere la forma metrica, la lunghezza del componimento. Con poco sforzo si potevano integrare dei versi per completare il senso della frase, ma quanto a cogliere il significato della poesia ho dovuto rinunciare a ogni speranza. Proprio come me, così triste, tormentato, incapace, si sarebbe sentito il mendicante ai cui piedi un tesoro luccicante fosse sprofondato in qualche anfratto? Una lacrima calda di delusione e amara impotenza cadde sui tratti grigi. Era un sonetto; un tipo di poesia che Lenau non usava volentieri, in quanto amava lasciar fluire in sé quel che prendeva d’assalto il suo cuore e la sua mente come le maree sconfinate del suo violino e non limarlo e comprimerlo nell’augusto limite dei quattordici versi intrecciati ad arte. Ciò che si riusciva a leggere era lacerato e slegato:

Sei caduta, una donna, come mille sono annegate,
il Salvatore ha sentito il tuo cuore gemere
di pentimento, come il morire, sconfinato
il mio mare di piacere è un mondo di suoni
e simili a compagni di bevute sono i miei pensieri….
Eri una donna perbene, ti potresti compiangere
e ora tessono le tue lodi in leggende,
il tuo posto è accanto all’Immacolata.
Quando finirà il tormento, quando la persecuzione?

 
Un pilastro di un palazzo sepolto, un accordo strappato via, sospinto dal vento. Eppure un accordo che risuona ancora e ancora nel fragoroso tumulto delle battaglie come nel morbido sussulto delle canne; in ogni momento udire l’unica angosciosa domanda rivolta al destino, ora cresciuta in un grido disperato proveniente da un petto lacero, ora mitigata in una preghiera infantile, fiduciosa, umile. Quando finirà il tormento, quando la persecuzione? Tutte le corde della mia anima risuonarono, melodiosamente accompagnate dal fruscio delle foglie, dalle increspate onde ubriache di sonno. Due immagini sorsero davanti ai miei occhi, la bella penitente ornata dai capelli sciolti, nello sguardo il lampo vittorioso della prova superata, e l’uomo pallido, interdetto, con un’espressione un po’ triste e un po’ beffarda intorno alle labbra carnose, nell’atteggiamento di quando restava in vestaglia nel suo studio. Una falena galleggiava sulla mia fronte; soprappensiero ho ascoltato il calmo respiro della marea addormentata. Poi, mischiato al mormorio delle onde, uno strano suono, come il lontano accento di un violino. Era un suono leggero ma penetrante che sembrava risalire dalle profondità, come se le sirene strisciassero nei loro sinuosi cortei sotto gli archi e le sale della città sommersa. Ho chiuso gli occhi perché avevo paura di svegliarmi e mettere in fuga i dolci suoni. Ma si facevano sempre più vicini e la canzone suonava sempre più visivamente allettante. Alla fine mi parve che si alzassero da terra proprio davanti a me, aprii gli occhi, ed ecco che vidi lì in piedi un uomo serio e pallido, nell’abito piccolo borghese dei nostri avi, i suoi grandi occhi scuri concentrati in un’espressione interrogativa, un sorriso intorno alle sue labbra morbide e piene, metà triste, metà sarcastico.
Tra le sue braccia un violino scuro e poco appariscente, sul quale lui suonava senza sosta, procedendo lento e non badando a me né a dove camminava. Mille sensazioni mi assalirono, ma per quanto il mio petto tremasse e si agitasse per l’eccitazione, non una parola mi sfuggiva dalla gola, rimasi lì in silenzio, incapace di staccare gli occhi dal meraviglioso violinista. Senza interrompersi, era passato da una danza allettante a una silenziosa, sentita supplica. Era come se l’intera creazione trattenesse il suo respiro su di me, tutta intenta ad ascoltare quel vago irretimento. E dovunque andasse i bianchi fiori di aster mandavano un più intenso chiarore e un tremito beato percorreva gli alberi. E mentre le note supplicavano sempre più calde, più intime, l’inestricabile muro vegetale si apriva, i rami tra loro intrecciati si allentavano taciti e un verde sentiero nel bosco si stendeva davanti a noi. Poi risuonò come un sazio desiderio d’amore, gli accenti dorati si alzarono fino alle antiche cime degli alberi che in un fremito mormorarono all’unisono. Il soffio indescrivibilmente dolce che aleggia sulle fiabe della nostra infanzia tornò a fluttuare intorno a me, e lì in mezzo s’insinuò il canto che mia madre intonava per addormentarmi. Seguirono toni selvaggi e bellicosi che si infransero nella foresta in ascolto, le note si gonfiavano come le onde ribollenti del Giessbach, stridevano l’una sull’altra, la terra ruggiva percossa da quell’urto rabbioso; alla fine l’acuto grido di trionfo, il grido di disperazione, il gemito impotente scorrevano in un unico fragoroso coro senza freni e insondabile come il mare in tempesta. Echeggiava paurosamente su quelle pareti di vegetazione. Tutto ciò che dell’entusiasmo fiammeggiante era rimasto nel caldo anello della giovinezza divampò di nuovo.

Le vibrazioni di quella selvaggia, caotica torre sonora stavano ancora rimbalzando da un tronco all’altro, mentre nuove melodie si riversavano dolcemente dal violino, come se gli elfi fluttuassero nella brughiera e si tuffassero nel raggio argenteo della luna. Dolce segretezza, spensierata segretezza, le note sussurravano la malinconica sensualità dei fiori nel lungo inverno, quando la terra riposa, e parlavano del beato risveglio di primavera. Non so per quanto tempo abbiamo camminato attraverso l’alta selva oscura, giocando instancabilmente, mentre io stavo in ascolto di ogni fibra del mio cuore. Ma quando uscimmo dall’oscurità sulla nuda cresta, il sole era ormai basso a occidente. Pesanti nuvole grigio piombo si erano alzate, una forte raffica di vento soffiava giù per il pendio scosceso contro di noi, e il lago profondo ai nostri piedi mandava un azzurro intenso, quasi minaccioso, qua e là incoronato da bianchi riccioli di schiuma. Il nostro sentiero era stretto e vertiginoso e su entrambi i lati c’erano ripide cascate, interrotte da incredibili burroni e picchi frastagliati. A malapena ogni tanto la radice di un pino storto offriva al piede un punto d’appoggio sicuro. Il violinista camminava senza scivolare né interrompeva la sua esecuzione, la forza delle sue note sembrava sollevarlo e guidarlo. Quanto a me, a fatica, ansimando con le mani sanguinanti, sfruttando ogni sporgenza, ogni ramo lo seguii, come soggiogato dal potere della sua musica. Una volta a una curva potei vedere il suo viso, era pallido come un tempo, ma gli occhi brillavano e la bocca era spalancata. Il suo assolo risuonava sempre più insinuante. Mi sentii una dolorosa fitta al cuore, mentre le note supplicavano e lottavano, infuriavano e imploravano. Quando con un brivido ho guardato giù verso l’abisso su cui il vento me le portava era come se mi trovassi al cospetto del grande enigma che muove la mente umana. Poi il sole si oscurò, sibilando il vento girò intorno alla sporgenza successiva, le prime pesanti gocce di pioggia mi caddero sulla fronte ardente.
Tuttavia, la melodia del violino davanti a me frugava e scavava, cinguettando e gemendo, e sovrastava il mugghiare delle onde che si agitavano giù nelle profondità, in preda a una furia sfrenata che le sbatteva contro l’incrollabile parete rocciosa, fino a frantumarsi in candida schiuma, e l’impeto del vento le incalzava, mentre il lago era una tavola bianca e la selva urlante si alzava e s’immergeva. Rannicchiato con entrambe le mani contro le rocce, stavo in piedi aggrappato a una pietra, ma il mio sguardo era fisso su di lui, intento a salire sempre più in alto, senza barcollare, senza prendere fiato. Non lo sentivo più suonare, tanto il vento sibilava sulle cime, mentre giù nell’orrido senza fondo rintronavano le rocce. Solo a tratti il temporale mi lanciava qualche nota stridula insieme a uno scroscio di pioggia ghiacciata. Era già lontano, lontano da me, e mi sembrava che si guardasse intorno silenzioso, impotente, in una straziante disperazione.
Allora la tempesta squarciò una nuvola nera sui burroni; i pendii e le creste allungarono i loro tentacoli verso le nuvole infestate, facendole a brandelli, un velo umido e soffocante riempiva l’abisso ai miei piedi, le rocce a cui ero appeso vacillarono cozzando, mentre io continuavo ad aggrapparmi alle radici; una debole radice di abete nano. L’ho sentita cedere sotto il mio peso, le sue fibre allentarsi, io che cadevo.
Quando mi sono svegliato ero fradicio e gli alberi trasudavano intorno a me.

 
(Traduzione di Claudia Ciardi)

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