18 settembre 2022

Basilius Besler - Un florilegio barocco

 


È una storia di architettura, di editoria e di arte quella legata a Basilius Besler, oltre che evidentemente, in prima battuta, di botanica. Ha se vogliamo anche un risvolto avventuroso e fiabesco che rimanda alle suggestioni delle residenze imperiali viennesi e, in generale, a certe imprese visionarie che uomini colti, meno affrettati dei loro discendenti contemporanei, animati da una sincera devozione per la natura e per il bello e quindi per la loro conservazione, perseguivano senza badare a spese, offrendo alla causa tutte le energie di cui disponevano.
Besler, di professione farmacista in quel di Norimberga, dove nacque nel 1561, vi gestiva la bottega “Marienbild” (all’insegna di Maria) che condusse fino alla morte avvenuta nel 1629. Seguiva anche un proprio giardino botanico e un gabinetto di scienze naturali. Godeva di una certa rispettabilità e notorietà se nel 1597 Johann Konrad von Gemmingen, vescovo di Eichstätt, lo incaricò di allestire un prestigioso hortus. Nel castello vescovile di Eychstatt, località situata sulle dolci e mitigate colline di Ingolstad, in territorio bavarese, sorgeva infatti un celebre e antico giardino che prendeva il nome dalla stessa cittadina: l’Hortus Eystettensis.
Basilius Besler fu coadiuvato, nell’impianto, dall’architetto Karl Clusius, già ideatore del parco imperiale di Vienna, il quale concepì un giardino misto, un po’ all’italiana e un po’ legato al gusto barocco. La posizione del giardino e, lo si è detto, il clima temperato di cui beneficiava consentivano la fioritura di molte e delicate specie. L’interesse del committente verteva soprattutto sulle spezie e le piante medicinali più ricercate, che sarebbero state motivo di vanto nei confronti degli altri prelati e principi tedeschi. Si trattava di un progetto ambizioso in cui far dialogare lo spazio esterno con i locali della struttura che ospitavano una sorprendente Wunderkammer di artificialia; una sorta di stanza delle meraviglie duplicata all’esterno, un’esposizione che fosse luogo d’arte, di conoscenza, di riposo in forma di giardino. E certo si trattò di un allestimento spettacolare.
Una volta completata la messa a dimora delle piante, il giardino copriva un’estensione di un ettaro su otto livelli con terrazzamenti. L’architetto e artista Elias Holl lavorò al vivaio progettando un collegamento fisico diretto alla camera delle meraviglie del castello attraverso una “scala botanica”. Dall’altana dell
edificio lo sguardo abbracciava il paesaggio circostante; un’idea di proiezione nello spazio che recava il preciso ricordo dei parchi italiani aperti, ammirati dal vescovo nei viaggi giovanili. Il lavoro si protrasse per sette anni a fronte di una spesa di 17.920 fiorini. Una squadra di una dozzina di artisti realizzò 367 tavole calcografiche, copiando 1084 piante divise secondo la loro stagionalità. Il ricchissimo vescovo desiderava infatti “fotografare” le creature del suo orto fiabesco dove, a quanto si racconta, fiorivano cinquecento varietà di tulipani. Morì prima che la faraonica opera fosse ultimata; a trarne profitto fu proprio Besler, il curatore, che guadagnò abbastanza da acquistare una casa (pagata cinque volte “il prezzo di copertina” di una copia di lusso del suo librone). Ma non solo, conquistò anche un posto nella tassonomia botanica, come patrono del genere Besleria (circa duecento specie di grandi erbe dal gambo molle originarie per lo più dellAmerica latina).

Il florilegio cartaceo vide la luce nel 1613, dato alle stampe in soli trecento esemplari tutti venduti con il titolo di Hortus Eystettensis, richiamo al luogo dell’impresa, in misura “imperiale”, offrendo cioè ai suoi colti e ricchissimi lettori fiori a grandezza naturale e acquarellati con colori tratti da elementi di natura. Una trilogia per un peso complessivo di 14 chilogrammi; un esemplare è stato battuto in un’asta di Christie’s per 1.930.500 sterline: sono queste alcune delle altre cifre da record dell’Hortus, la versione-libro del giardino delle meraviglie.

La sequenza delle immagini asseconda, si è detto, le stagioni della fioritura: dalla primavera con ranuncoli e anemoni, giacinti, narcisi e decine di varietà di tulipani, recentemente importati dai giardini orientali; a seguire una superba serie di rose antiche, peonie e iris. Numerose le piante medicinali, come la scilla, l’epatica, l’asparago e la mandragola, della quale si diceva avesse virtù magiche. Per l’estate si fa largo il rigoglio dell’alcea insieme a lilium, gladioli, flos solis (girasole) e, fra le medicinali, valeriana, digitale, camomilla e malva. Fra le aromatiche, il basilico e la salvia. Segue la rassegna colorita e variopinta dei papaveri, dei tagete e dei garofani. L’autunno schiude il fascino delle piante venute dalle nuove Americhe, che tanta curiosità destavano nei giardini del Seicento: le numerose varietà di pomodori, peperoncini e melanzane, tutti usati come ornamento per i loro colori, ma non ancora considerati cibo. E ancora i melocactus, gli aloe, i carciofi e i fichi d’India. L’inverno, che chiude la rassegna, offre gli incanti multicolore delle varietà di elleboro e borragine. Ecco come progettare uno spazio può essere un’opera scientifica, di divulgazione, e anche tradursi in un’opera d’arte per chi quello stesso spazio frequenta e per chi ha l’idea geniale di duplicarlo nelle pagine di un libro, facendolo rivivere altrove e viaggiare.

(Di Claudia Ciardi)

 

In copertina:

Cardo (Cynara cardunculus), chiamato anche il carciofo thistle. Da Hortus Eystettensis.

 


 Iris Calcedonica


 

Leucojum flore




Tulipani

 

* Per le rubriche
“Arboreto salvatico” e “Vissi d'arte”

 

24 agosto 2022

Il colore dell'antico

 


Un leone ricolorato che rasenta il Kitsch. È un leone di Loutraki, che senza sapere da dove venga e cosa sia, si direbbe uscito da un fotogramma hollywoodiano sull’Egitto dei faraoni. O piuttosto che collocarsi nellantica Grecia sembrerebbe essere più a suo agio accanto a una chimera o tra le pagine di un bestiario medioevale. Forse un po’ eccessivo ma se vogliamo d’effetto, non c’è dubbio. Abituati a vedere l’antico come un film in bianco e nero, la scoperta del colore su questi resti di civiltà, per noi sostanzialmente acromatica, può essere destabilizzante e perfino inaccettabile. Essendo le statue e i templi (greci e le loro copie romane) giunti fino a noi privi della loro colorazione, siamo stati indotti a pensare che le opere d’arte e d’architettura nel mondo classico ne fossero totalmente sprovviste. Anche grandi storici dell’arte la pensavano così. Johann Winckelmann nel Settecento stabilì i canoni della bellezza ideale individuandoli proprio nelle statue greche decolorate dal tempo. Nulla di più lontano dalla realtà.
Nella mia adolescenza, prima ancora di andare al liceo, mi sono capitati due libri importanti sulla Grecia, importanti per me, in quanto hanno senz’altro contribuito alla nascita di una philìa verso un mondo di cui non sospettavo l’esistenza, un tesoro sepolto che mi folgorò, sensazione che ancora dura. Uno fu il librino tascabile della traduzione dei lirici greci fatta da Quasimodo – e qui ne ho parlato introducendo un bell’intervento della classicista Alessia Rovina – l’altro, un manuale per ragazzi sugli aspetti salienti della civiltà ellenica, con una porzione rilevante del testo dedicata all’arte e splendide riproduzioni dell’Eretteo colorato, di frontoni dalle luminose tonalità, di statue con panneggi e capigliature variopinte.
L’esercizio di ricostruzione della policromia sui manufatti antichi sprigiona non solo un certo fascino estetico e psicologico ma è senz’altro utile a restituirci un’immagine più veritiera di ciò che i nostri predecessori vedevano intorno a loro. Da anni i ricercatori del British Museum di Londra e della Glittoteca di Monaco di Baviera rielaborano al computer le immagini delle statue basandosi sulle tracce di colore rinvenute, con grande insoddisfazione dei più “conservatori”. L’analisi chimica ha rivelato che i colori più gettonati nell
antichità erano rosso, giallo, azzurro e bianco, più le gradazioni derivate dalla loro unione. Nonostante l’azione del tempo, restando allo spazio ellenico, numerose tracce sono state rinvenute sul frontone dell’antico tempio di Afaia a Egina, sulla Kore con peplo o Peplophoros, e sui leoni di Loutraki, di cui si diceva all’inizio. In scia a tali ricerche è in corso al Met di New York la mostra «Chroma» che presenta una serie di ricostruzioni a colori di sculture antiche del Prof. Dr. V. Brinkmann, capo del dipartimento di antichità presso la Collezione di sculture Liebieghaus, e del Dr. U. Koch-Brinkmann, da anni impegnati in questi studi, soprattutto sulla statuaria. Presentate insieme a opere originali greche e romane che riproducono soggetti simili, le ricostruzioni sono l’esito di una serie di raffronti e analisi, tra cui l’imaging 3D. Una materia che può aprire nuove vie anche nell’indagine sui testi, stimolando nuove interpretazioni e ragionamenti sulla parola, terreno complesso, perché ad esempio la definizione greca del colore rimane spesso sfuggente, di sicuro lontana dai criteri con cui le lingue moderne “osservano”.
Ricordo per la mia tesi di aver passato in rassegna diversi aspetti del colore dal lessico – con un’ampia ricognizione per l’appunto sui lessici antichi – alle teorie cromatiche. Mi capitò anche un libro sulla funzione mitologica e rituale del colore fra gli antichi greci, una densa e utilissima monografia dell’istituto di Rustavi (la prima edizione in georgiano – esperienza di lettura davvero eccentrica! – poi per fortuna recuperata in inglese). Nel mondo greco una delle dimensioni che intervengono a definire il colore è quella emotiva e per noi lettori dell’oggi – fra l’altro così bersagliati e saturati dalle immagini (come non pensare all’analisi benjaminiana) è piuttosto arduo comprendere l’uso di un certo aggettivo o sostantivo in riferimento alle sfumature di un oggetto. Ci è difficile, più difficile che in altri ambiti, raggiungere quel grado di straniamento così da riuscire a pensare in modo diverso; siamo troppo, fin troppo calati nell’incantesimo accecante della grafica, nel gorgo pubblicitario (e quando Benjamin scriveva si era solo all’inizio del grande stordimento luminoso). E in ragione di ciò, anche le ricostruzioni del colore sull’arte classica potrebbero talvolta risentire di sovrabbondanze e abbagli tutti nostri; quegli effetti un po’ vicini al Kitsch che si sono richiamati con una certa ironia ad incipit.
Ma tornando alle lingue antiche, non sono pochi i casi di assoluta incertezza per chi traduce, sebbene in linea di massima uno dei principi basilari per cui si orienta l’idea greca del colore, oltre alla sfera sentimentale, è la luminosità. Altrettanto interessante è una vistosa differenza tra la gamma cromatica greco-romana e quella orientale. A Oriente – poi si potrebbe lungamente discutere sull’orientalismo della Grecia, sulle sue infiltrazioni asiatiche, perché di fatto l’Asia Minore era luogo conteso e patria di sorprendenti ibridazioni – l’azzurro, il blu erano molto diffusi, dotati di alto valore simbolico, per lo più legati alla sfera del sacro.
A titolo d’esempio la Porta di Ishtar, oggi al Pergamon Museum di Berlino; il suo rivestimento è interamente in mattoni smaltati di blu. Oppure, sul versante della cultura egizia, la maschera di Tutankhamon o gli scarabei. Per quanto riguarda la Mesopotamia la presenza del blu dipende dal fatto che questa regione si trovasse lungo le vie commerciali che portavano i lapislazzuli dall’Afghanistan verso l’occidente. Erano gli stessi mercanti mesopotamici a gestire questo commercio, come ci è noto da documenti paleoassiri datati all’inizio del II millennio a.C. I lapislazzuli erano costosi, dunque appannaggio dei regnanti: gli oggetti d’arte che presentano un rivestimento in smalto blu o incrostazioni di pietre dello stesso colore fanno parte del corredo di tombe reali o principesche. Ciò vale anche per l’antico Egitto, dove i faraoni scambiavano l’oro con le pietre preziose in arrivo da oriente.
Per le città greche e la repubblica romana delle origini usare il blu prodotto dai lapislazzuli sarebbe stato una spesa eccessiva e anche quando l’impero romano fu abbastanza ricco da importare senza difficoltà pietre preziose, questo commercio non vi attecchì. In età arcaica per i greci e i romani il blu era stato un colore difficile da reperire e questo fu uno dei motivi fondamentali per cui anche la parola stessa con cui riferirsi alla sua gamma cromatica tende a sfuggire al vocabolario. La presenza più o meno affermata di un colore, la capacità di produrlo con facilità e dunque di identificarlo con chiarezza, ebbe infatti una grossa influenza sul lessico.
Una storia affascinante e ancora da esplorare in molte delle sue declinazioni, che non si ferma allo studio delle opere d’arte ma coinvolge gli usi della lingua, le manifestazioni cultuali, i processi di stratificazione dell’immaginario collettivo, le sensibilità dei singoli artisti, letterati, pensatori, in un’osmosi estremamente ampia, che presuppone altrettanta versatilità negli osservatori-lettori.

(Di Claudia Ciardi)

 




Ricostruzione di un tempio greco con gorgone sul frontone

 

Urna con tracce di colore - Museo lapidario Maffeiano - Verona
Foto di Claudia Ciardi ©


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