16 settembre 2021

Hugo von Hofmannsthal - Poesie

 

27 aprile 1891: «Oggi al caffè presentato a Hermann Bahr». Poche parole annotate sul suo diario, ma una concisione da cui traspare qualcosa d’importante. Si tratta del riconoscimento pubblico di Loris, la sua ammissione nel cenacolo degli artisti viennesi. Colui che fino ad allora si era firmato con questo pseudonimo – in quanto ai liceali era vietato pubblicare – veniva conosciuto per il suo vero nome e cognome e nella sua persona reale. Anche se nel sogno avventuroso e sfuggente della capitale asburgica dire reale comporta sempre qualche rischio. Fra l’altro l’apparizione di un giovanissimo preceduto dalla forza letteraria dei suoi articoli, per cui tutti si aspettavano semmai un attempato signore di gran carriera nell’amministrazione dell’impero, animato da velleità letterarie, sembrerebbe già l’inizio di una delle sue trame, l’antefatto di una delle sue opere teatrali.
L’intreccio fra autobiografia e premonizioni fiabesche, fra autoanalisi e scambi di identità è una costante di tutta l
opera di Loris-Hofmannsthal, un colore che fa da sfondo ai diversi generi da lui padroneggiati cosicché laddove si sono volute vedere cesure e crisi, quando la poesia ha fatto largo alle riletture del teatro antico e quindi alla prosa, notiamo invece un’unica architettura coerente sempre pronta a espandersi, ad approfondire gli elementi che l’hanno fondata, a mischiare quei caratteri che nel tempo sono cresciuti d’intensità, di volta in volta seminando una carica emotiva innovata. Lo si coglie bene nei tanti appunti lasciati dallo scrittore, sia quelli di tipo diaristico in cui ha registrato episodi e conseguenti riflessioni, sia gli altri riconducibili a innumerevoli frammenti e abbozzi di progetti. Un percorso che si riflette anche nello studio della parola, elemento che si fa carico di quella perenne incompiutezza, di un giudizio sospeso sulle cose del vivere che ne imbeve il pensiero e che solo nella sua estrema svelata labilità è in grado di comunicarsi.
Sul fronte della saggistica il mestiere con cui raccontava le mostre d’arte e i nuovi linguaggi della pittura – Hofmannsthal è stato tra i primi a comprendere il valore e il senso di van Gogh quando la maggior parte ne ignorava ancora il peso – non poteva non incontrare la curiosità di Bahr, fine critico nonché amico di tanti artisti, punto di riferimento per le avanguardie, esegeta dell’espressionismo. Ma lo si è detto, ognuno dei generi presieduti da Hofmannsthal sconfina in qualcos’altro e la poesia, che segna i suoi esordi, affiora sempre, in mille declinazioni e accordi, da ogni dettato. A riprova sta la ricezione in Italia dei suoi scritti con l’avvicinamento di poeti di primo livello che erano anche raffinati germanisti. Una giovanissima Cristina Campo sui tavoli del caffè delle Giubbe rosse a Firenze – in origine regno futurista, poi tempio degli ermetici – imparò ad apprezzare la mirabolante prosa hofmannsthaliana grazie al suo mentore e per dieci anni compagno di vita Leone Traverso, figura di spicco dell’ermetismo fiorentino e primo divulgatore di Hofmannsthal in Italia, scelto da Enrico Cederna, diciottenne editore milanese, quindi da Vallecchi che nel 1950 ne rilevò l’attività, come responsabile delle collane dedicate al grande maestro austriaco. Traverso seppe riunire attorno a sé i più talentuosi letterati e studiosi del tempo, accomunati dalla passione per la germanistica; tra gli altri, oltre alla Campo, si ricordano Gabriella Bemporad, curatrice di diversi volumi usciti per Adelphi, il terzo grande editore che ha poi raccolto l’eredità di Hofmannsthal nel nostro paese, e Tommaso Landolfi, scrittore e mediatore, sia sul fronte della letteratura slava che tedesca – immensa la sua versione di Leskov e, per l’autore di cui qui si tratta, delle Nozze di Sobeide e del Cavaliere della Rosa, pubblicate da Vallecchi. Quando ancora il tradurre non era un ʻlavoro a macchinaʼ ma un qualcosa a cui ci si dedicava per restituire totalmente un pezzo d’arte in un’altra lingua, magari poche perle ma destinate a durare nel tempo: il Dedalus di Pavese, le citate incursioni landolfiane, la devozione sacerdotale di un Angelo Maria Ripellino ancora sul fronte della slavistica. Letterati, grandi cultori italiani al servizio di altri grandi, e traduzioni intramontabili.
Il lavoro a macchinetta che in più di un caso alimenta certa editoria istantanea odierna fa sì che si producano magari molteplici versioni di una stessa opera (e per contrappasso uno strascico di lacune di quel che ancora non si è preso in considerazione
la ricerca essendo ancor più faticosa, difficile, lenta e pure più onerosa per chi la svolge!), senza tuttavia incidere veramente per quanto riguarda la storia del passaggio di un testo nella letteratura di un altro paese: penso alle Duinesi di Rilke. Forse non basterebbero anni per una resa minimamente all’altezza dell’originale, per tentare la via di un’altra opera d’arte in italiano. Anche in tal caso rispetto alle pubblicazioni aggiornate mi sento di restare fedele al volume di Leone Traverso per Vallecchi. Il presente discorso sulla traduzione vale, è chiaro, per molti titoli.
La Campo ha reso con estrema acutezza alcune delle prose giovanili firmate da Loris e leggendo questo suo lavoro si resta sorpresi dalla penetrazione della nostra poetessa nella sensibilità di un autore allora misconosciuto. Ho letto sia le sue versioni, inserite da Leone Traverso nel volume Viaggi e saggi, che raccoglie un vasto campionario degli articoli hofmannsthaliani, sia quelle della Bemporad che in L
ignoto che appare e La mela d’oro (catalogo Adelphi) ha poi ripreso il discorso sulle brevi prose letterarie dello scrittore aggiungendo anche un’interessante comparazione con gli appunti relativi ad alcuni testi presentati. Entrambe le curatrici sembrano aver coltivato in proprio un dialogo coerente e similare quanto agli esiti per far affiorare nella sua immanenza la radice poetica di Hofmannsthal, con tutte le sue incredibili sfaccettature e pluralità tonali.
L’editore Ripostes nel 2001 si è fatto promotore di una bella iniziativa rispolverando in un grazioso tascabile proprio queste traduzioni della Campo, col meritorio intento di riportare in luce un pezzo di una stagione culturale intensa, poliedrica, irripetibile fissata nello specchio magico di due lingue e due interpreti giganti a confronto. Le due prose di chiusura, Poeta e vita e Figurazioni, rivelano in pieno a quale grado la poetessa sentisse il leggere Hofmannsthal in lingua originale come una missione, qualcosa che l’avvicinava più di altri a sciogliere il nodo tra immaginazione ed espressione. Pensieri così: «L’artista intende tutte le cose come sorelle e figlie di un sangue unico, ma questo non lo induce a confondere. Egli tiene l’unicità dell’evento in altissima stima: e sopra ogni cosa pone il singolo essere, il singolo atto, poiché in ciascuno di essi ammira il conferire di mille fila che dalla profondità dell’infinito vengono ad incontrarsi a quel modo. Egli apprende così a render giustizia alla propria vita». (Poeta e vita, traduzione di Cristina Campo, Ripostes).
Panismo della poesia nel vivere e del vivere dentro la poesia.

Tutta la dizione di Hofmannsthal sembra prendere le mosse da qui, quel suo aggirarsi lieve ma al contempo fisicamente ben saldo, assolutamente a suo agio nello strano reame mutevole dove si è in profonda consonanza con tutto ciò che è tangibile e ancor più con ciò che ci si nasconde, dove è più vero proprio ciò che maggiormente è celato e la cui traccia è ormai smarrita ai più, quasi il poeta fosse un indovino seduto su un tappeto di sogni. Fiaba, iniziazione, metamorfosi sono le chiavi del suo mondo.

«
E tre cose sono una: un essere umano, un oggetto, un sogno [...] / Und drei sind eins: ein Mensch, ein Ding, ein Traum» (Terzine sulla caducità).

I suoi versi sono l’inizio di ogni cosa. Già qui ci sono le sue incalzanti fantasticherie, le ombre, gli incantesimi notturni, le impalpabili commozioni che guizzeranno sempre in ogni respiro della sua creazione successiva. Il suo oriente fatto di giardini, di vicoli in un’esotica città che pare lontanissima ma è tutta disegnata nel cuore della sua Vienna. L’amore che si lascia intravedere, l’indizio abbandonato in una piega del tempo, come un oggetto che casualmente si ritrovi in una stanza e che subito diviene memoria e presagio. In questo nostro tempo che fatica a sognare, a mettere l’immaginazione avanti al bieco calcolo, che s’illude di poter definire esattamente l’utile e l’inutile, salvo essere smentito da una valanga di effetti opposti alle situazioni attese, l’incontro con l’opera di Hofmannsthal è una posa, una benedizione che soccorre i sensi affaticati. E perciò vi dico leggete tutto, ma veramente tutto, di Hugo von Hofmannsthal.

 
(Di Claudia Ciardi)



Al Caffè Giubbe Rosse di Firenze nel dopoguerra, da sinistra, sono seduti in prima fila Vittorina e Giuseppe Raimondi, Alessandro Parronchi, Mario Luzi, Eugenio Montale, Ugo Capocchini, in seconda Giacomo Natta e Leonetto Leoni. *Nel 2018 siamo riusciti a far fallire questo luogo storico, un bene culturale a tutti gli effetti che lo Stato avrebbe dovuto rilevare e tutelare*



Mistero del mondo

[Weltgeheimnis]

La fonte profonda lo sa bene,
una volta erano tutti profondi e muti,
e tutti sapevano.

È come parola magica incertamente echeggiata
e non compresa fino in fondo,
ch’esso va ora di bocca in bocca.

La fonte profonda lo sa bene;
chino su di essa, lo ha afferrato un uomo,
l’ha afferrato e poi ripreso.

E andò vaneggiando e cantò una canzone –
scuro specchio su cui si china
un giorno una bambina ed esce di sé.

E cresce, e di sé non sa nulla
e diventa una donna, e c’è uno che l’ama
e – è meraviglioso quel che dà l’amore.

Che scienza profonda dà l’amore! –
Di cose, oscuramente presagite,
si ha, nei suoi baci, il monito profondo…

E le nostre parole lo contengono,
così del mendicante calpesta il piede il ciottolo,
che imprigiona una pietra preziosa.

La fonte profonda lo sa bene,
ma una volta lo sapevano tutti,
ora si aggira, balenante, un sogno.

(1896)


Der tiefe Brunnen weiß es wohl,
Einst waren alle tief und stumm,
Und alle wußten drum.

Wie Zauberworte, nachgelallt
Und nicht begriffen in den Grund,
So geht es jetzt von Mund zu Mund.

Der tiefe Brunnen weiß es wohl;
In den gebückt, begriffs ein Mann,
Begriff es und verlor es dann.

Und redet' irr und sang ein Lied –
Auf dessen dunklen Spiegel bückt
Sich einst ein Kind und wird entrückt.

Und wächst und weiß nichts von sich selbst
Und wird ein Weib, das einer liebt
Und – wunderbar wie Liebe gibt!

Wie Liebe tiefe Kunde gibt! –
Da wird an Dinge, dumpf geahnt,
In ihren Küssen tief gemahnt …

In unsern Worten liegt es drin,
So tritt des Bettlers Fuß den Kies,
Der eines Edelsteins Verlies.

Der tiefe Brunnen weiß es wohl,
Einst aber wußten alle drum,
Nun zuckt im Kreis ein Traum herum.


*****************

Sogno di grande magia

[Ein Traum von grosser Magie]

Più regale d’un serto di diamanti,
come un giovane mare temerario
nell’aroma dell’alba, era il mio sogno.

Per le vetrate aperte entrava l’aria,
io dormivo nel padiglione al suolo,
da quattro porte aperte entrava l’aria.

Cavalli già correvano bardati
e una muta di cani lungo il letto
e correvano avanti. Ma quel gesto

del primo, grande mago fu levato
improvviso fra me e la parete:
il fiero cenno, la chioma regale.

E non parete dietro a lui: ma vasto
sfarzo emerse di baratro e di mare
e verdi prati dietro la sua mano.

Egli si curva e attinge dal profondo,
egli si curva e nuotano le dita,
come nell’acqua, ne terrestre fondo.

Ma da quella sottile acqua sorgiva
grandi opali s’impigliano alle dita
e sonori ricadono in anelli.

Poi si getta con lieve impeto d’anca
come per solo orgoglio sulla rupe:
la forza in lui di gravità si stanca.

Regna nelle pupille l’alta calma
delle gemme in letargo ma viventi.
Egli siede e con tale voce chiama

i giorni che parevano ormai spenti,
ch’essi tornano, grandi e luttuosi:
egli gode di risa e di lamenti.

Come in sogno degli uomini le sorti
varie egli sente come le sue membra.
Nulla è presso o lontano, umile o enorme.

Come raffredda nel profondo il suolo,
il buio dal profondo in alto sale,
la notte caccia il caldo dalle cime,

egli così godeva  della vita
il grande corso, che in ebbrezza grande
balzò come un leone sugli scogli.

........................................

È lo spirito nostro alto signore,
che non dimora in noi ma nelle stelle
pone il suo seggio e orfani ci lascia.

Ma nell’intima fibra Egli ci è fuoco –
io presagivo, ritrovando il sogno –
parla coi fuochi della lontananza

e vive in me com’io nella mia mano.

(1896)


Viel königlicher als ein Perlenband
Und kühn wie junges Meer im Morgenduft,
So war ein großer Traum – wie ich ihn fand.

Durch offene Glastüren ging die Luft.
Ich schlief im Pavillon zu ebner Erde,
Und durch vier offne Türen ging die Luft –

Und früher liefen schon geschirrte Pferde
Hindurch und Hunde eine ganze Schar
An meinem Bett vorbei. Doch die Gebärde

Des Magiers – des Ersten, Großen – war
Auf einmal zwischen mir und einer Wand:
Sein stolzes Nicken, königliches Haar.

Und hinter ihm nicht Mauer: es entstand
Ein weiter Prunk von Abgrund, dunklem Meer
Und grünen Matten hinter seiner Hand.

Er bückte sich und zog das Tiefe her.
Er bückte sich, und seine Finger gingen
Im Boden so, als ob es Wasser wär.

Vom dünnen Quellenwasser aber fingen
Sich riesige Opale in den Händen
Und fielen tönend wieder ab in Ringen.

Dann warf er sich mit leichtem Schwung der Lenden –
Wie nur aus Stolz – der nächsten Klippe zu;
An ihm sah ich die Macht der Schwere enden.

In seinen Augen aber war die Ruh
Von schlafend- doch lebendgen Edelsteinen.
Er setzte sich und sprach ein solches Du

Zu Tagen, die uns ganz vergangen scheinen,
Daß sie herkamen trauervoll und groß:
Das freute ihn zu lachen und zu weinen.

Er fühlte traumhaft aller Menschen Los,
So wie er seine eignen Glieder fühlte.
Ihm war nichts nah und fern, nichts klein und groß.

Und wie tief unten sich die Erde kühlte,
Das Dunkel aus den Tiefen aufwärts drang,
Die Nacht das Laue aus den Wipfeln wühlte,

Genoß er allen Lebens großen Gang
So sehr – daß er in großer Trunkenheit
So wie ein Löwe über Klippen sprang.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Cherub und hoher Herr ist unser Geist –
Wohnt nicht in uns, und in die obern Sterne
Setzt er den Stuhl und läßt uns viel verwaist:

Doch Er ist Feuer uns im tiefsten Kerne
– So ahnte mir, da ich den Traum da fand –
Und redet mit den Feuern jener Ferne

Und lebt in mir wie ich in meiner Hand.


*****************

Versi per un bambino

[Verse auf ein kleines Kind]

A te crescono i piedi rosati
a cercare i paesi del sole:
sono aperti, i paesi del sole!
Là fra i vertici muti è rimasta
l’aria dei millenni sospesa
e gl’inesauribili mari
t’aspettano ancora là colmi.
Sull’orlo d’eterna foresta
spartirai il latte dal vaso
di corteccia con l’anfesibena?* [serpente favoloso]
Sarà lieta la cena, le stelle
quasi cadranno nell’orcio!
Sull’orlo del mare eterno
troverai presto un compagno
ai tuoi giochi: l’amico delfino
ti salta egli incontro nel nido
e, se talora non viene,
t’asciugano presto gli eterni
venti le lagrime amare.
Nei regni del sole per sempre
gli antichi tempi sublimi
durano ancora, per sempre!
Il sole con forza segreta
ti forma i piedi rosati
a calcare il suo eterno paese.

(1898)

Dir wachsen die rosigen Füße,
Die Sonnenländer zu suchen:
Die Sonnenländer sind offen!
An schweigenden Wipfeln blieb dort
Die Luft der Jahrtausende hangen,
Die unerschöpflichen Meere
Sind immer noch, immer noch da.
Am Rande des ewigen Waldes
Willst du aus der hölzernen Schale
Die Milch mit der Unke dann teilen?
Das wird eine fröhliche Mahlzeit,
Fast fallen die Sterne hinein!
Am Rande des ewigen Meeres
Schnell findest du einen Gespielen:
Den freundlichen guten Delphin.
Er springt dir ans Trockne entgegen,
Und bleibt er auch manchmal aus,
So stillen die ewigen Winde
Dir bald die aufquellenden Tränen.
Es sind in den Sonnenländern
Die alten, erhabenen Zeiten
Für immer noch, immer noch da!
Die Sonne mit heimlicher Kraft,
Sie formt dir die rosigen Füße,
Ihr ewiges Land zu betreten.


* Traduzioni di Elena Croce, Giaime Pintor, Ervino Pocar, Leone Traverso.
Dal volume Narrazioni e Poesie, a cura di Giorgio Zampa, Meridiani Mondadori, 1972.

8 settembre 2021

Andrei Konchalovsky - Michelangelo

 


Firenze la velenosa, l’ingrata, la gran puttana perché corteggia e poi tradisce i suoi artisti. Ma al suo dolcissimo veleno non si può rinunciare. Il film di Andrei Konchalovsky inizia così, su un sentiero di campagna dove risuonano i passi di un Michelangelo esagitato, una figura monastica, quasi penitenziale, in sandali e saio, impegnato in un monologo acceso, un’invettiva contro tutto e tutti, i suoi committenti, gli uomini di potere, la corruzione della sua epoca. L’artista si sente braccato, sotto assedio, accerchiato dai propri demoni. Se la prende perfino coi corvi che gli gracchiano addosso, ovunque arrivi.
È il ritratto di un uomo spigoloso ma anche capace di infantile dolcezza, che cerca di destreggiarsi nei rovesci politici, negli impegni contrattuali presi con opposte fazioni, i Medici e i Della Rovere, un uomo sollecitato a creare non senza il ricorso a minacce e violenze da parte di chi reclama il suo genio. Ogni volta che cerca di svincolarsi da un impegno o di esigere i propri compensi ne nascono conflitti, fughe, drammi.
Konchalovsky ci riporta al grado zero della rappresentazione artistica e mette in scena un discorso che pone al centro l’uomo, la materia, la propria visione. Non ci sono sofismi né massimi sistemi, ma persone con le loro intemperanze, paure, con le nude mani, la loro forza fisica, la schiena rotta, in mezzo ai quali l’artista vive condividendo fatica, rischi, tormenti. Leggendo la rassegna stampa che ha accompagnato l’uscita di questo lavoro, il giudizio è stato tiepido, condizionato dai triti cliché politici e geografici – sembrano aver influito le origini e la storia di Konchalovsky – ho letto perfino un appunto sulla sua età avanzata, il che francamente lascia perplessi. Consiglierei di ascoltare le interviste al maestro sulla preparazione del film, dove si può apprezzare un uomo pieno di verve e ironia che ha fatto un gran lavoro sugli attori in un cast eterogeneo composto da italiani, tedeschi, russi, facendo emergere al meglio le personalità e le qualità professionali di tutti. Nel 2019 la pellicola è passata nelle sale italiane come una meteora, in proiezione per pochissimo tempo, rifiutata dai canali a indirizzo più commerciale – ovviamente! – cosicché in molti non se ne sono neppure accorti. Magari parlare anche di questo in qualche critica...
Più variegato il giudizio del pubblico che in media ha dato una valutazione alta. Tutti d’accordo nel riconoscere la complessità di una scelta finora inedita, facendo rivivere nel dettaglio il lavoro in cava, con la ricostruzione filologica di macchinari, consuetudini, riti delle maestranze apuane. L’ascesa vertiginosa alla montagna per la scelta dei blocchi, l
immane fatica, il rischio, il timor sacro davanti alla lizza preparata per la discesa del masso. Buona parte del film è dedicato a questo mondo di artigiani, indispensabili a dar vita al sogno dello scultore. Al contempo Michelangelo è un intrepido camminatore delle vette, poeta assorto e rapito dal paesaggio ma pure tecnico meticoloso che non intende lasciar nulla alla sorte, occupandosi personalmente dei materiali – le funi ordinate ai cordai pisani, i ganci e le pulegge disegnati con scrupolo maniacale  – chiedendone sempre riscontro ai capimastri. Prende così vita sotto i nostri occhi un mondo ruvido, sporco, avido. Il tentativo di realizzare guadagni porta infatti a giocarsi la vita in cava, anche se c’è pure un discorso sulla tempra dell’operaio, sulla necessità del mostrare di che pasta si è fatti, per cui non è ammesso non misurarsi col pericolo, un carattere che il regista porta alla luce molto bene. Tanto più che tutti gli uomini scelti per questo ruolo sono veri cavatori di Carrara, che portano la spontaneità dei loro gesti e l’asprezza non filtrata del dialetto.
E risuona anche un inno alle Alpi Apuane, fra le ombre dello sfruttamento massiccio che ne ha cambiato i connotati e il fascino eterno di un ambiente infernale fatto di paurosi strapiombi, leggende, fantasmi. Dove perfino il marchese Malaspina – interpretato da Orso Maria Guerrini in modo impeccabile – si materializza come un riflesso spettrale della montagna, vestendo i panni di una nobiltà senza affettazione, sanguigna, tutta d’un pezzo. Michelangelo che pure è ospite di riguardo e ha l’onore di usare la camera-studio in cui Dante passò i suoi giorni da esule, viene invitato senza giri di parole e alla presenza di un sicario a fare le sue scelte: o le cave di Carrara o quelle dei Medici a Pietrasanta. Anche il marmo era una questione politica.
Alberto Testone, il protagonista, che al suo attivo ha diversi lavori per il teatro e nei film di Pasolini, si esprime sul filo di una timida sfrontatezza, aporia assoluta che Konchalovsky solletica e plasma in ogni sequenza. Chi ha parlato di riduzione macchiettistica credo non abbia saputo concentrarsi sulle vere tonalità narrative dell’opera, forse infastidito dall’impostazione di fondo. Le unghie rotte, le strade piene di letame, i capelli sporchi, le barbe intrise di unto, le bestemmie, la vita povera e violenta, la lotta per la sopravvivenza, il sangue. Per chi vuole essere rassicurato in un’idea di arte asettica, pulita, lieve e guantata certamente vedrà in questa pellicola solo elementi di disturbo.
Così il regista: «Era un mondo pieno di letame, alla lettera, e deve esserci. La vita in realtà era sporca, miserabile, puzzolente». Un artista era dunque immerso in questi elementi. E ancora: «Il potere della cinematografia risiede nell’impatto emozionale delle immagini. Questo film è un film sul silenzio». L’oscillazione che si produce tra bassezza ed elevazione, tra sporcizia e raccoglimento, tra la scoperta del mostro (monstrum in latino è il prodigio), il blocco grezzo ancora imprigionato nel ventre della montagna in cui s’intuisce l’opera, e la sua nascita, cioè la discesa dal monte e l’incontro con la mano del levatore artista, sono polarità continuamente cercate dal cineasta russo. Né il suo intento è in alcun modo didascalico. Non vuole risolverle ma solo offrirle come spunti di lettura allo spettatore. Fatica, sudore, cattiveria, abbandono viscerale alla poesia che a sua volta non è per nulla un mare tranquillo in cui specchiarsi ma un rifugio a cui avvicinarsi nella consapevolezza della vita – Michelangelo fu anche poeta, autore di una cospicua quantità di versi –  sono gli ingredienti di questo ritratto, i nostri punti cardinali per comprendere la bellezza, la levità delle «anime bianche», secondo la suggestiva definizione di Antonio Forcellino. Quel candore rivelato nelle statue lo si può capire davvero se prima si sono posati gli occhi sull’abbrutimento umano, materiale, morale. Il riscatto è racchiuso in quella leggerezza.
Come ulteriore sintesi cito integralmente il commento di Kleber, autore per
«My movies.it», che mi sembra riassumere molto bene alcuni aspetti toccati in questo articolo: «Arte e lavoro: Ci voleva un russo per raccontare i valori perduti dell’italianità. Di tutto il cinema “progressista”, ben pochi hanno rappresentato con tanto rigore, passione e vicinanza il rapporto fra arte e lavoro, come ci insegna questo gigante ex-sovietico. Mai cinema italiano sovvenzionato era riuscito a rappresentarci l’essenza e il carattere dei cavatori di Carrara; forse per la prima volta il dialetto carrarese è risuonato in una sala cinematografica, con tutta la sua ruvida e frugale espressività. Grazie, Konchalovsky, sei stato veramente un grande nel rivelarci l’essenza del genio di Michelangelo, il rapporto fra arte, denaro, potere, sangue e merda, indissolubilmente legati in un Rinascimento italiano che riviviamo grazie a questa incredibilmente riuscita operazione culturale. Oltre al grande cinema, Konchalovsky e il suo entusiasmante cast ci impartiscono una grande lezione sull’arte e pure sulla cultura apuana del lavoro, simbolo della creatività operosa alle origini dell’ormai quasi esternalizzato “made in Italy”, come mai l’autoreferenziale cinematografia romana è riuscita a (o non ha mai voluto) fare».
D’accordo o no, ritengo indiscutibile il fatto che Konchalovsky abbia qui tentato una via biografica nuova. L’invito è a procurarvi questo film, se l’avete perso nei giorni della sua proiezione lampo, e a dedicargli un po’ del vostro tempo libero, seguendo anche tutto il making of, che è pure un’appassionante lezione sulle possibilità del dialogo tra arte e cinema.        

         
(Di Claudia Ciardi)


 

Regia di Andrei Konchalovsky. Cast: Alberto Testone, Jakob Diehl, Francesco Gaudiello, Federico Vanni, Glen Blackhall. Genere: biografico, drammatico, storico – Russia, Italia, 2019, durata 134 minuti. Distribuito da 01 Distribution.

Produzione: Fondazione Andrei Konchalovsky per il Cinema e lo Spettacolo, Ministero della Cultura della Federazione russa, con l’aiuto dell’imprenditore e filantropo russo Alisher Usmanov e Jean Vigo Italia con RAI Cinema.



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