1 agosto 2020

Bruce Cascia, Claire Droppert, Ben Sherar – La rituale cadenza delle nuvole


Guardare i cieli con occhi diversi, sembra questo l’invito di molti artisti che hanno scelto le nuvole come tema chiave delle loro rappresentazioni. E ancora, osservare i contrasti e le armonie sopra di noi, per tornare a vedere dentro noi stessi con una lucidità rinnovata. Dagli sfondi eternamente sospesi di Carel Willink, che ha riversato la lezione del realismo magico di de Chirico in scenari di città svuotate su cui giacciono sparse le rovine dell’antico, mentre nuvole maestose e sognanti vagano nel panorama, ai solitari paesaggi d’invenzione di Phil Epp dove per tre quarti campeggiano gigantesche nubi turrite. Già in questi due soli esempi si può leggere un condensato poetico che spazia dalle intuizioni metafisiche primo novecentesche alle visioni mutevoli e allucinate del contemporaneo. Quasi che le nuvole fossero un’allegoria del tempo storico e soggettivo oltre che l’estremo manifestarsi di una struggente levità nella pesantezza del vivere quotidiano, così da iniziarci a vie di fuga immaginarie o a categorie del pensiero in grado di attivare nessi e collisioni dalle ricadute anche concrete.
Dopo aver esplorato le architetture cumuliformi di Ian Fisher, ci orientiamo alla mantica di tre giovani autori nei quali la commistione tra pittura e fotografia o fotografia come pittura è un elemento condiviso, sebbene realizzato passando da angolazioni e tecniche differenti. Questa ritorno d’inizio millennio a un romanticismo tonale e sentimentale, pur rivisitato secondo certi tormentosi interrogativi psicoanalitici o nel vortice di solitudini abbacinanti che danno limpressione di voler a tutti i costi metterci in discussione, provocando i limiti del nostro sguardo, accomuna non pochi artisti, tanto da poter forse parlare di una sensibilità riaffiorante in culture e personalità tra loro diverse e lontane.
Bruce Cascia, passione per il disegno fin dall’adolescenza e una laurea in arti grafiche presso l’università dell’Illinois, ha dedicato agli scorci dimenticati dell’America interna e rurale – il sud-ovest soprattutto – molti dei suoi lavori a olio.  La sua serie “Flatland” (Pianura) si ispira a uno stato d’animo contemplativo che intende anche suscitare nell’osservatore, ed è stata originariamente concepita fulmini rotolare attraverso la prateria dell’Illinois punteggiata da solitarie case coloniche. La bianca fattoria sovrastata dai cumuli accesi al tramonto o quasi intagliata negli squarci di luce che si alternano alla tempesta è certamente un rimando al luogo di cui l’occhio registra e metamorfosi, ma anche uno stato mentale. Ci sono poi i numerosi viaggi su strada verso ovest a fornire altra materia prima alla sua creatività. Fotografare le nuvole in continuo mutamento e la fluidità dei paesaggi che gli scorrono attorno, gli offre lo spunto per creare immagini drammatiche in cui la potenza dei cieli serve a infondere un senso di scala nelle opere realizzate. L’illuminazione ha un ruolo importante in tutti i suoi dipinti, in ciò serbando un debito particolare nei confronti di Maxfield Parrish e Andrew Wyeth.
Una ricerca collocabile nelle atmosfere dell’iperrealismo, peraltro senza esaurirsi entro tali binari. La tecnica fotografica e una scrupolosa riproduzione della realtà costruiscono scene impeccabili, tuttavia dietro la resa perfetta dei colori, lo scorrere attento, misurato dei contorni, l’apparentemente distaccato esercizio di composizione, si insinuano inquietudini e altre dubitanti ossessioni. È in queste brecce che il lavoro di Bruce Cascia aspira a inserirsi, cercando di conquistare alla vista i prodigi nascosti di una realtà che troppo spesso ci appare scontata.
Claire Droppert, fotografa olandese con base a Rotterdam, ha dedicato una parte cospicua del suo repertorio ai ritratti di spettacolari cumulinembi – titolo della serie “Nimbus” –  combina semplicità e minimalismo così da far scaturire dai propri soggetti una silenziosa contemplazione, una sorta di raccoglimento cosmico che guidi l’osservatore a ritrovarsi. Un viaggio iniziato in giovane età, con i primi passi mossi su una Pentax analogica. Poi il lavoro di graphic designer che l’ha aiutata a mettere a fuoco un immaginario concettuale, schiudendole la carriera di fotografa. Un senso di calma trasmesso in tutte le sue immagini, una vertigine maestosa e fatale che trascende la realtà, come ben si vede nelle sue nuvole.
Infine Ben Sherar, originario di Perth, che lega il suo immaginario principalmente ai gloriosi cieli dell’Australia. Ha trascorso diversi anni viaggiando nell’entroterra in mezzo alle spettacolari bellezze dei luoghi, passando gran parte dell’infanzia nella città settentrionale di Kununurra a Kimberley. Interamente autodidatta, si sforza di catturare ciò che lo circonda in modo realista pur proiettandovi i suoi stati d’animo, contaminando i cieli con il proprio gesto emozionale. I suoi oli su allumino dedicati ai paesaggi con nuvole sono momenti riconducibili a singolari condizioni atmosferiche, ma anche lembi di un eterno sempre sfuggente, che tuttavia in alcuni momenti si disvela con così tanta forza e bellezza da far nascere l’urgenza di provare a ritrarlo.

(Di Claudia Ciardi)






*Foto di copertina: Bruce Cascia - Sunset Thunder




Bruce Cascia - Sundown reflection



Bruce Cascia - Distant Mesas



Claire Droppert - Nimbus series



Claire Droppert - Nimbus series


 
Claire Droppert - Stunning Cloud - Nimbus series



Ben Sherar - Soft Cadenza, 2016



 Ben Sherar - Blue Crescendo, 2017



 Ben Sherar - The Poetry of Limerence, 2017
 
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