4 giugno 2019

Torino capitale della fotografia


È una galassia in espansione, un organismo diffuso in tutta la città, articolato in stanze, fabbriche dismesse, chioschi a bordo strada. Dal centro alla periferia con l’intenzione di portare l’arte in mezzo alle persone, di farne un elemento unitario, di coesione sociale e nuove progettualità urbane. Anche in luoghi difficili, dove si auspica un potenziamento del trasporto pubblico e sostenibile, dove ai lati delle grandi arterie di traffico a scorrimento veloce, addentrandosi per pochi passi nelle vie traverse, ci si imbatte in energie inaspettate, in aree strappate alla velocità, all’anonimato dei ritmi metropolitani. Un insieme di reti creative per innescare ricadute sulle dinamiche di aggregazione, artistica e non solo. Torino si sta configurando come un nodo rilevante fra queste maglie, sta anzi assumendo un ruolo da apripista, perché le iniziative messe in campo quest’anno con Fo.To 2019, progetto del Museo Ettore Fico, sono davvero molte e coinvolgono un numero elevatissimo di spazi. Galleristi, giovani collettivi, salotti storici al fianco di ambienti nuovi, dalle realtà più consolidate del panorama culturale a operatori esordienti, armati di entusiasmo e spirito d’impresa, tutti stanno facendo massa critica intorno a un’idea: avvicinare le persone, incentivare un processo di partecipazione ampio nel segno di un ritorno all’arte condivisa, meccanismo base per attrarre e consolidare le risorse umane e culturali latenti in una società. Se si sfoglia il libro-guida, un grazioso atlante tascabile che vi accompagnerà lungo le rotte della metropolitana e dei tram, prendono vita angoli impensati della città che promettono incontri fuori dai canoni, immersioni in percorsi fotografici non scontati, archivi d’immagini che hanno ritrovato una collocazione espositiva dopo un periodo di oblio o microcosmi scelti per il battesimo di giovani maestri.
La proposta è estremamente varia e raffinata, il livello del materiale presentato al pubblico alto e stimolante. L’impressione che se ne trae aggirandosi per le sale, osservando, setacciando ritratti e vedute, chiacchierando con i gestori, è quella di essere all’inizio di qualcosa. Sta prendendo forma una città dell’arte e per l’arte all’interno dell’area metropolitana, parallela ai circuiti istituzionali su cui maggiormente finora si è focalizzata l’attenzione, un arcipelago esteso e magmatico che ha appena iniziato a rilasciare le proprie cariche potenziali. Figura geometrica irregolare, multicentrica, talora mimetizzata, indiscutibilmente investita dal fermento.
Lungo le sue diagonali s’incrocia ad esempio in Via Cervino la bella avventura di Gagliardi e Domke, una galleria che fa convergere le metafisiche creazioni di Fabio Viale, scultore con solidissime basi classiche, una serie di dodici vedute di Roma in bianco e nero del noto fotografo tedesco Thomas Struth, con le macchine di Paolo Fogliati, paladino dell’arte povera, disegnatore e costruttore di congegni irripetibili, vera e propria meccanica dell’immaginazione, nonché progettista di opere a dimensione ambientale con cui sognava di aprire brecce fantastiche nella regolarità alienante del panorama cittadino. Poche vie più avanti, scendendo lungo Corso Vercelli c’è poi la scatola di Edicolarte, una specie di bozzolo smarrito negli ingorghi periferici. Provocazione leggibile anche come esempio di riutilizzo virtuoso di uno spazio in abbandono; le saracinesche di un vecchio chiosco di giornali sono tappezzate di foto d’artista.
E poi ancora si segnala alla Fondazione Bottari Lattes, fino al 15 giugno, un’appendice poetica di Michele Pellegrino, il grande narratore delle Langhe, protagonista già lo scorso anno della retrospettiva ospitata al San Francesco di Cuneo. Nelle due eleganti salette di Via della Rocca è esposto un piccolo campionario incentrato sul ritratto umano, uno dei grandi filoni percorsi dal maestro insieme al paesaggio e agli oggetti d’uso, arredi, stoviglie, ricami, soprammobili, fiochi eppure potenti riverberi del vivere. Divulgato in un cospicuo catalogo edito da Skira, dove Enzo Biffi Gentili definisce la sua fotografia «un prometeico mondo di rupi già evocato da Pavese», questa occasione torinese ci permette di tornare sulle tracce di un notevole interprete contemporaneo che non a caso è parte essenziale del Cuneo gotico, uno dei più originali e vivaci progetti di cultura attualmente sostenuti in Piemonte.
In finale, ma non per importanza, cito il centro di Camera, duemila metri quadrati di spazio espositivo per la fotografia in Via delle Rosine, un polo multifunzionale dove prendono vita grandi mostre e incontri a tema, uno dei templi assoluti al servizio di professionisti e appassionati della materia.


(Di Claudia Ciardi)


*Foto di Claudia Ciardi accompagnate da materiale a stampa messo a disposizione dalle gallerie 



Da Gagliardi e Domke
Via Cervino, 16.

Martedì/Venerdì 15,30-19,30 e su appuntamento.








Da Gagliardi e Domke



Edicolarte - Corso Vercelli, 31/A



Fondazione Bottari Lattes, Via della Rocca, 37/B




24 maggio 2019

Note su Oz di Lyman Frank Baum



C’è chi lo ha definito romanzo occultista per eccellenza, chi vi ha scorto simbologie attinenti le allegorie massoniche o le ritualità legate in generale alla sfera dell’esoterismo e dell’alchimia, chi ne ha fornito un’interpretazione analitica dove luoghi e personaggi rappresenterebbero i diversi stadi della coscienza. Ci sono infine quelli che, nel rovesciamento geniale di una mondo magico con le sue insidie e i premi per coloro che osano avventurarsi, hanno privilegiato la rappresentazione delle turbolenze nella società americana dell’ultimo decennio dell’Ottocento, scossa da problemi economici, tensioni fra agrari e industriali, crisi del sistema aureo. Nato nel 1856 a Chittenango, una piccola località nello stato di New York, il cui nome basterebbe da solo a ispirare un racconto di fantasia, Lyman Frank Baum, conosciuto per essere l’autore di Il meraviglioso mago di Oz, sperimenta precocemente lo scontro con l’autorità del padre, un ricco petroliere sordo ai suoi guizzi creativi e che vorrebbe farne un allievo modello all’accademia militare. Baum figlio si ribella dunque all’ingombrante personalità del genitore, prendendo una strada molto diversa. Davanti a lui, al pari dei protagonisti che animano le sue storie, si apre una via difficile in cerca di se stesso, tra lavori di fortuna e voglia di dire la sua nel mondo letterario. L’impiego presso l’«Aberdeen Saturday Pioneer», dove diviene in breve editorialista apprezzato e influente, gli cambia decisamente le cose. Questa posizione rispettabile, vicina alle sue attitudini, gli offre una relativa tranquillità economica, consentendogli di non rinunciare alla scrittura in proprio. Inoltre, il mestiere di giornalista lo immerge completamente nelle vicissitudini del suo paese, sulle quali si trova ad avere uno sguardo privilegiato. Nel 1887 il Kansas, terra di piccoli agricoltori che resistono alle grandi concentrazioni fondiarie, vive una crisi drammatica. La lunga siccità e le condizioni sempre più sfavorevoli poste dalle banche, vedono il fallimento di una media di tre fattorie su quattro, schiacciate dal peso delle ipoteche. Tale episodio è l’immagine plastica dei cambiamenti in atto negli Stati Uniti lanciati verso un periodo transitorio all’apparenza ingovernabile, nel quale la politica tenta d’inserirsi con nuove proposte per recuperare milioni di cittadini estromessi violentemente dalla contrattazione democratica. Si tratta del cosiddetto populismo americano di fine Ottocento che vede la partecipazione di William Jennings Bryan, il maggior esponente di partito, a tre consecutive elezioni presidenziali, nel 1896, 1900 e 1904. Se Bryan venne sconfitto, non riuscendo a saldare le istanze degli operai del nord-est, impiegati nei nascenti grandi poli industriali del paese, sul malcontento del ceto contadino che pure costituiva ancora la base produttiva della nazione, è pur vero che il populismo portò un vento nuovo da cui gli assetti politici uscirono profondamente cambiati. Metaforicamente si è inteso vedere nei personaggi di Oz la stratificazione di quel momento storico, un eccentrico affresco dove lo spaventapasseri è il simbolo del mondo rurale, cocciuto e senza cervello – secondo gli attacchi dei detrattori di allora insofferenti alla sua adesione compatta al programma populista – mentre l’uomo di latta personifica la classe operaia che non viene in minima parte toccato o scalfito da ciò che preme per un rovesciamento degli equilibri. Tuttavia, stando a tale intento narrativo di L. F. Baum, che tra l’altro fu anche un teosofo molto seguito, dal 1892, quindi due anni dopo l’uscita del celebre romanzo di fantasia, risultando ufficialmente iscritto alla Società teosofica insieme alla moglie, si vede come questo capitolo di un’America conflittuale in cerca di una terza via politica per comporre le proprie lacerazioni e mediare l’impenetrabilità del monopolio bancario, ipotecario, ferroviario, petrolifero, sia raccontata con una certa indulgenza, considerando le possibilità concrete dell’utopia. Un tornado si leva improvviso nella grigia e sterminata prateria del Kansas, è il vento politico sospinto a sua volta dal vento della storia, è il sollevarsi di una società che interroga se stessa sul cammino da intraprendere. Dorothy – dal greco “doron”, dono – è l’inconsapevole ambasciatrice delle nuove istanze in un mondo sconosciuto, da esplorare e rifondare nei suoi centri di potere. Trasportata verso l’ignoto, a bordo della sua precaria casetta di legno scossa da tutte le parti, alla fine del viaggio atterra proprio sopra la strega dell’est, uccidendola all’istante. La morte della strega cattiva (banche e capitale che voltano le spalle ai bisogni delle persone) libera i Munchkins (la piccola gente) e conferisce a Dorothy il possesso delle scarpe d’argento. Tuttavia Dorothy, i Munchkins e la strega buona del Nord ne ignorano il potere. Se solo sapesse di cosa sono capaci, la bambina potrebbe tornare in Kansas con uno schiocco di dita – ed ecco farsi avanti un’altra grande metafora, quella della via breve che di solito si nega al viaggiatore (ecco Dante che si smarrisce nella selva ed è ostacolato dalle tre fiere) innescando la lunga avventura che gli schiude la conoscenza. Va così nella fabula antica, dal corpus delle milesie a Luciano di Samosata ad Apuleio – si pensi all’emblematica novella di Eros e Psiche – fino agli intrecci moderni, per restare entro i confini della narrativa d’infanzia, con Pinocchio o La fabbrica di cioccolato. E in effetti Baum nella sua prefazione si definisce un modernizzatore di fiabe, esercizio necessario, dice, per traghettare un patrimonio di tradizioni e significati verso una nuova capacità di comunicarsi ai propri ascoltatori. 
Affinché si attui completamente il disegno di cui la bambina fa parte, occorre avanzare sulla strada di mattoni gialli e perdersi e rischiare i propri compagni di viaggio e sfidare con coraggio i nemici. Così la strega dell’ovest sarà battuta né a Oz comanderà più il potentissimo mago, che poi si scopre essere uno stanco vecchietto nascosto dietro un paravento alla spasmodica ricerca di trucchi con cui impressionare i suoi sudditi, ma lo spaventapasseri. Nell’utopia pacifista di Oz il popolo contadino recupera dunque il proprio posto nel mondo. Baum scrisse altri tredici libri, sebbene di minor successo, delineando una sorta di saga incentrata su quel regno magico e i suoi personaggi. Un materiale che riscosse per più di un secolo le attenzioni di un pubblico trasversale ed eterogeneo, tanto che perfino l’intelligence statunitense nel 1940 lo utilizzò in uno dei suoi protocolli, oltre a essere di continua ispirazione per i cultori del fantasy, non solo in letteratura, ma anche nel cinema. Architetture oniriche, paesaggi allucinati, un simbolismo del colore che è un richiamo fin troppo allettante per la resa filmica. Dalla gioiosa suspence del musical diretto da Fleming alla cupa decadenza gotica del seguito di Walter Murch, voluto dalla Disney nel 1985. Non certo un racconto per bambini quest’ultimo ma in ogni caso una pellicola con alcune trovate geniali, a partire dal fatto che si prosegue nell’allegoria di Baum laddove Dorothy è chiamata a ristabilire l’armonia nel regno di Oz, nuovamente sovvertito e minacciato da forze oscure. Qualcuno peraltro ha visto nelle scenografie di Murch più di uno spunto tratto dal reale stato di abbandono del parco dei divertimenti creato a tema nel North Carolina; e il regista indugia volutamente qui sulle rovine di uno scenario post atomico perché l’ambiente sia a tutti gli effetti quinta emotiva della perdita del sé in un mondo ostile. Tra citazioni vere o presunte, sul filo del fraseggio psicoanalitico – la protagonista infatti entra ed esce dalle proprie fantasie a causa di uno stato post-traumatico – si coglie in sottotraccia anche in questo lavoro degli anni Ottanta l’allegoria moralizzatrice della lotta del bene col fine di strappare gli spazi della vita a ciò che impoverisce e corrompe. Più di un secolo fa uno scrittore ci ha consegnato una storia che ad oggi non ha esaurito i suoi significati ma è anzi capace di rigenerarsi nelle nostre molteplici realtà conflittuali. Potrebbe di nuovo levarsi improvviso il vento che porta ad Oz e decidere il destino di chi persevera nella pratica di un potere elitario, esclusivista e avverso all’umano.  

(Di Claudia Ciardi)




Oz di Victor Fleming



Ritorno a Oz di Walter Murch 



Ritorno a Oz di Walter Murch II

19 maggio 2019

Palladio - «Una lunga fatica e gran diligenza ed amore»






Arriva nelle sale italiane, per tre giorni, il documentario su Andrea Palladio (Padova 1508 – Vicenza 1580), nome di punta dell’architettura cinquecentesca europea. Diretto dal regista milanese Giacomo Gatti, storico collaboratore di Ermanno Olmi, di cui dal 2006 ha seguito le preparazioni cinematografiche, questo film racconta, attraverso l’esperienza di un professore italiano a Bruxelles, Gregorio Maestri, l’opera del noto architetto padovano. Un dialogo-dibattito coi suoi studenti del primo anno, e un viaggio che dal Veneto porta agli Stati Uniti sulle tracce di un figura di cui si approfondisce la longeva eredità nell’immaginario contemporaneo. Andrea di Pietro della Gondola, detto il Palladio, figlio di un mugnaio, inizia come scalpellino, si forma lavorando in cantiere, e in breve tempo progetta alcuni dei più significativi edifici che hanno letteralmente disegnato il volto di città come Padova e Vicenza, e le loro campagne. Costruttore, scenografo, teorico – nel 1570 dà alle stampe i Quattro Libri dell’architettura, summa delle realizzazioni di una carriera quarantennale – è stato uno degli ingegni più versatili e richiesti dei suoi tempi. L’opera meritoria prodotta da Magnitudo film approfondisce una delle personalità cui più si sono ispirate le successive generazioni di architetti, tanto che Palladio può considerarsi l’iniziatore di una corrente che per tre secoli ha continuato a dar forma ai luoghi, dall’Italia all’estero. Ma questa proiezione si pone anche come mezzo per ragionare sul ruolo odierno dell’architettura, in una fase di crisi sentimentale delle umane capacità radicate nell’immaginazione, nella conoscenza e nella loro traduzione poetica. Laddove ci si affretta, si rende invece necessario soffermarsi, tornare a leggere il significato storico di quel che abbiamo intorno, sapervi attingere per trasporlo nell’oggi. Si tratta infine di cogliere la dialettica imprescindibile fra creatività e politica, che ha reso possibili le grandi imprese del rinascimento italiano e che ci esortano a riscoprire la forza della loro portata.

(Di Claudia Ciardi)

Regia di Giacomo Gatti. Un film con Kenneth Frampton, Peter Eisenman, Antonio Foscari, Lionello Puppi, Gregorio Carboni Maestri.
Genere Documentario - Italia, 2019, durata 97 minuti.
Distribuito da Magnitudo con Chili.

In proiezione il 20, 21 e 22 maggio 2019.



«Di me stesso non posso prometter altro che una lunga fatica e gran diligenza, ed amore, che io ho posto per intendere e praticare quanto prometto», Andrea Palladio, Memorie.


6 maggio 2019

Il piegar de’ panni s’immerge nella luce


Per i cinquecento anni di Leonardo non poteva mancare una grande mostra a Firenze su quello che senza sbaglio può essere definito il più importante carismatico ispiratore non solo del genio vinciano ma di quasi tre generazioni di artisti che si alternarono nella sua bottega, seguendo poi ciascuno la traccia del proprio talento e spargendone l’eredità in buona parte dell’Italia centro meridionale, tra Toscana, Umbria, Lazio e Abruzzo.
La personalità di Andrea del Verrocchio sbocciò in quella tumultuosa stagione dell’artigianato fiorentino che da decenni vedeva la perizia dei suoi interpreti sfidare limiti e convenzioni, in una compresenza di stili dove gotico e rinascimento disseminano sguardi chiaroscurali, alleanze alchemiche, insospettabili sincretismi. Stili speculari e allo stesso tempo concentrici, trama e ordito su cui s’innescano collisioni, zone d’ombra elevate a fulgide levità, ipotesi di squarci visionari. Avviato neanche ventenne all’arte orafa, nella quale si distinse subito per la precisione tecnica e la finezza del cesello, lo scrupolo e il virtuosismo messi a punto nei lavori di toreutica non lo abbandonarono mai, dalla scultura alla pittura. Il tratto limpido e delicato che disegna vesti e ornamenti tanto da infondere alla materia un senso di leggerezza inedito, la complessità che si contiene interamente nell’armonia delle forme evocate, nella minuzia di lievissimi dettagli, ne fanno un vero e proprio iniziatore, presto svincolato dai due più influenti maestri di allora, Donatello e Domenico da Settignano. Un capostipite d’impronta fiamminga a Firenze, l’unico a tener testa alla scuola nordica opponendo una maniera volta a quel mondo ma anche assolutamente innovativa e peculiare. 

Non sorprende che un’intera sezione della rassegna sia dedicata a quel “piegar de’ panni”, esercizio plastico in grado di dar vita a potenti assoli, come mostrato dai disegni del Verrocchio e di Leonardo, e del quale fu caposcuola Fra Filippo Lippi, il primo a studiare gli effetti della luce su brani isolati di panneggio. In ciò ispirati dal De pictura di Leon Battista Alberti che invitava all’attenta osservazione delle statue per comprendere i cambi di luce. 

Dopo un veloce apprendistato presso gli orafi fiorentini, dunque, Andrea del Verrocchio iniziò a imporsi all’attenzione della propria città ma, in via altrettanto folgorante, pure fuori del suo territorio. Entrato nell’orbita delle committenze medicee, il che implicava un legame diretto coi cantieri dell’Opera del Duomo, la sua fama crebbe rapidamente, consentendogli l’apertura di una bottega in proprio nella quale molti giovani artisti scoprirono e affinarono le loro doti. A entrare nella sua cerchia, oltre al già menzionato Leonardo, e solo per citare i nomi più eclatanti troviamo il Perugino, Domenico Ghirlandaio, forse perfino Sandro Botticelli, che se non fu veramente suo allievo, ne subì di sicuro l’influsso mentre stava emancipandosi dall’insegnamento di Filippo Lippi.
Questo molto ci dice sulla qualità della mostra allestita a Palazzo Strozzi, uno scrigno delle meraviglie in cui trova spazio quell’arcipelago prodigioso e immensamente sfaccettato che è l’arte italiana quattrocentesca. Sono qui raccolte oltre cento opere che diedero sostanza spirituale al corpo dell’umanesimo. Da qui è passata la storia politica delle signorie e del papato, in queste tele, ceramiche, terrecotte, nei bozzetti, nei busti sono racchiuse le aspirazioni di un’epoca. Intelligenze raffinate, genialità, estro, capacità di unire i talenti per imprese collettive che rasentano l’incredulità, come nel prodigio dell’altare d’argento, nato dalle energie creative, oltre che di Verrocchio stesso, di progettisti del calibro di Ghiberti e Pollaiolo. 
Andrea del Verrocchio fu artista versatile, il cui merito è stato sminuito talvolta da certa critica troppo incentrata sui suoi allievi in quanto esecutori materiali dei suoi stessi progetti. Peraltro tale aspetto, quando appurato, nulla toglie alle sue qualità di fondatore e ispiratore, anzi a buon diritto le conferma. Indicativi gli incarichi ricevuti fuori da Firenze che lo portarono in alcuni dei centri più vitali e ambiti per gli artisti del tempo, a Pistoia, addirittura nelle vesti di “frescante”, a Roma e Venezia. La ricchissima esposizione aperta al pubblico fino a luglio è dunque un appuntamento cruciale per approfondire i tanti scambi e influssi sollecitati da uomini aperti e curiosi, propensi in ogni fase della loro vita a valorizzare le possibilità dell’ingegno, uomini che indiscutibilmente contribuirono alla grandezza di un’epoca.


(Di Claudia Ciardi)












18 aprile 2019

Juhani Pallasmaa - L'immagine incarnata


Architetto finlandese, autore di alcuni saggi di successo su arte, antropologia, psicologia e, per l’appunto, architettura, conferenziere stimato dal pubblico, Juhani Pallasmaa ha indagato in diversi scritti cosa vuol dire essere oggi costruttori e comunicatori, esplorando la necessità di risvegliare quel senso latente di poesia in grado di restituire contenuto alle cose, ravvivando le connessioni storiche e culturali su cui poggia la nostra immaginazione. È questa capacità la prima pietra del grande edificio collettivo entro il quale si celebra l’arte, dove ritualmente prende forma la volontà di autorappresentazione dei popoli, il corpo che trasuda la sostanza organica di sogni e memorie. Perché esattamente tale è l’impronta lasciata dalle nostre vite, una parte creativa, intangibile, in apparenza acefala, invertebrata, svincolata dall’ossatura del mondo, un’altra invece inscritta nel tempo quotidiano, nella contingenza del reale. Ma a ben vedere son due fronti affatto opposti, semmai interrelati nel profondo, di cui l’essere umano si nutre in continuo.
Lungi dal rappresentarsi come qualcosa di disincarnato, immaginazione e immaginari sono infatti espressioni concrete, multisensoriali, composite in quanto originate da una stratificazione di esperienze, da una polifonia di segni e sensibilità;  recano in sé il portato del mondo. Eppure, quel che oggi svuota di significato larga parte delle cosiddette opere d’arte e, dunque, molti progetti di architettura è proprio l’assenza di ponti gettati dall’uomo verso la sua più autentica storia sentimentale. Manca sempre più spesso un’anima pulsante al centro del sillabare o disegnare un’idea, un’ipotesi, uno spazio. Quando si enuncia questa parte spirituale, allora tutto riaffiora all’unisono nel corpo di un’opera e di chi ne fa esperienza. Il prodotto artistico manifesta qui l’integrità che le appartiene, connotandosi come una creatura viva, radicata nel tempo, viscerale ma anche altrettanto ineffabile. Tuttavia, l’epoca che attraversiamo, tende a bandire l’immaginazione, snaturandola, negandola addirittura. Paradossalmente, e neppure tanto,  l’eccesso di immagini da cui siamo ovunque sommersi, perfino assediati in certi luoghi o circostanze, falsifica e distoglie dal vero potere che le realtà visive in condizioni diverse eserciterebbero sulle nostre esistenze. Troppe immagini per nessun immaginario. Ecco quale cieca profezia va prosciugando sul nascere gli spunti creativi che vorrebbero concorrere a una profonda, sensata e ampiamente condivisa immedesimazione.
Davanti allo svuotarsi di senso di ciò che più avrebbe il compito di restituircelo, scaturendo in noi una riflessione e quella generosa catarsi che sola libera le energie positive del vivere, l’essere umano resta attonito, disorientato. Guarda il flusso di immagini che lo investe, ma sembra non vederlo, pare averne solo una minima percezione che però sfugge a un più solido processo significativo. Per Pallasmaa è possibile e auspicabile risignificare i nostri immaginari, unica via per tornare a un umanesimo delle idee, dei caratteri e delle arti. Tale è la condizione necessaria per raggiungere di nuovo la bellezza, i valori, ciò che dà peso alla storia. Senza una cultura rilevante non c’è infatti alcuna storia che sappia riempire le commessure di un immaginario e tramandarlo. Senza immaginazione l’uomo nega una delle sue attitudini primarie e perde un suo tratto essenziale, che equivale a uno dei fondamenti del sopravvivere.   
Tornare alla grande arte e architettura, significa saper ritrovare la strada per la vera e grande poesia. Aver smarrito le formule di questa evocazione espone l’umanità al rischio dell’anonimato, a un lento oblio sentimentale dove non c’è altro spazio se non per le angustie di ogni giorno e il livellamento delle coscienze. Uno stato di torpore diffuso in cui la creatività si troverebbe a disagio fino a venir meno. Se si vuol conservare la scintilla, è della massima importanza che il sentire non divenga preda d’ingorde sirene che nessun favore gli renderebbero, tranne annegarlo.          

(Di Claudia Ciardi)       



Edizione consultata:

Juhani Pallasmaa, L'immagine incarnata. Immaginazione e immaginario nell'architettura, Safarà Editore, 2014


30 marzo 2019

Ricostruzioni


Si è da poco conclusa alla Triennale di Milano una rassegna importante dedicata ad approfondire un tema oggetto di molte attenzioni, quello dei disastri provocati da eventi naturali (alluvioni, terremoti, incendi) o dalla guerra. Dinamiche territoriali esplorate percorrendo il doppio binario della progettualità, di un’architettura che sappia recuperare e ripristinare i codici identitari dei luoghi colpiti, e degli orientamenti sociali che simili contesti esigono. La necessaria riappropriazione di uno spazio che non è solo fisicamente dato ma ancor più definito dalla rete relazionale che nel tempo lì si è espressa e radicata, determina lunghe, non di rado complesse, vicende contrattuali per un possibile ripensamento del tornare a vivere laddove la quotidianità ha subito una brusca interruzione.
Riflettendo sulla natura delle rovine e quella delle macerie, dalle più poetiche e soffuse letture piranesiane agli squarci aperti dalle violenze novecentesche, l’itinerario della mostra si è proposto d’indagare come queste definizioni siano mutate durante gli ultimi tre secoli, fino a sovrapporsi nel brutale sterminio delle recenti escalation mediorientali. La Siria, dove Palmira diviene simbolo di questa assurda furia devastatrice che ha sabotato il racconto dell’antico, attraverso i resti greci e romani, trasformando le passate rovine in un campo di macerie, è al centro di tale scenario sovvertito, atomizzato, inedito. Salta la griglia concettuale di Marc Augé che individua nelle rovine la testimonianza di un tempo distante, pacificato, nel quale il rumore della storia si percepisce come lontano, privo della forza sconvolgente dei fatti nel loro accadere. Qui le rovine finiscono fagocitate dalla guerra perenne, alimentando nuove macerie. Queste “Ricostruzioni” allestite alla Triennale hanno rappresentato dunque un’indagine ad ampio raggio che, soffermandosi sui drammatici eventi del Novecento, si è concentrata soprattutto sulla sequenza sismica che ha stremato il centro-sud della penisola, dall’Abruzzo del 2009 fino alle Marche del 2016. Crisi, sradicamenti, memorie, che sono state oggetto anche delle giornate di Paraloup nel settembre 2017, sui temi dell’abbandono e di un ritorno possibile ai luoghi della montagna colpiti dal fenomeno dell’emigrazione di massa. E poi discussi ancora al grande convegno internazionale Un paese ci vuole, al Pau di Reggio Calabria, nel novembre 2018. Letture, introspezioni di ambienti, collettività, persone che hanno ispirato pure il lavoro documentaristico di Cecilia Fasciani, Io prometto, opera che ha inteso dar voce a chi non si rassegna e, nelle forme di una caparbia resilienza, che è un atto d’amore profondo per le proprie origini e il territorio, prova a restare. Son solo tre di tante iniziative – mostre fotografiche, dibattiti, incontri con i comitati rappresentanti del cosiddetto cratere sismico – che di recente hanno acceso l’attenzione su un argomento di assoluto rilievo, non solo perché coinvolge un’area molto estesa dell’Italia, ma in quanto incide in profondità nel confronto su nuove forme di sviluppo sostenibile, sulle strategie da attuare per la ripresa delle economie locali, e in generale sul configurarsi di una ricostruzione che ha bisogno di essere negoziata in ogni sua fase, di essere condivisa e di conservare il legame con ciò che significava vivere certi spazi prima degli eventi che hanno costretto la popolazione ad allontanarsi.
Conflitti, catastrofi di ieri e di oggi per medesime o simili umane aspettative. Dal sisma di Messina alla Grande Guerra, due circostanze ravvicinate che segnano l’inizio del secolo e mettono in campo le prime strategie di recupero dei luoghi colpiti. Tecniche e indirizzi che saranno messi alla prova su scala più ampia e capillare dopo la seconda guerra mondiale. Impressionanti i pannelli montati nelle sale del Palazzo dell’Arte con l’elenco dei danni al patrimonio culturale italiano, le riproduzioni dei monumenti colpiti, le cifre della distruzione, stime rese note a ridosso dello scempio già nel censimento alleato del Works of Art in Italy. Di notevole impatto anche il resoconto delle rovine tedesche quantificate in metri cubi; sono i numeri da capogiro determinati dalla strategia dell’area bombing, i bombardamenti a tappeto dell’aviazione inglese e statunitense, su cui lo scrittore W. G. Sebald ha scritto un saggio lucido e molto coinvolgente. 
Nell’annientamento di vite e cose, il dopoguerra ha anche rappresentato un nuovo inizio, alimentando una discussione molto articolata sul come ricostruire, confluita in un’ampia gamma di riviste che hanno trovato numerosi canali di diffusione fin dai mesi immediatamente successivi alla liberazione. Non solo la cura per gli aspetti materiali ma anche la valorizzazione degli elementi culturali e identitari. Le alluvioni del Polesine, del Vajont, le devastazioni del Belice, del Friuli, dell’Irpinia, dell’Abruzzo sono stati altrettanti banchi di prova per la messa a punto di modelli di recupero più o meno funzionali. Dalla toccante foto del “cimitero” della cattedrale di Venzone, ricostruita pietra su pietra, alle criticità delle new town abruzzesi. Se ad oggi il centro dell’Aquila è riconosciuto come il più grande intervento di restauro al mondo, il progetto dei villaggi provvisori attorno alla città – così come dopo in Emilia la ricostruzione di edifici rurali in assenza di linee guida o di una contestuale e acquisita maniera d’intervento – ha creato forme di periferizzazione stabili del territorio che ne condizioneranno inevitabilmente gli sviluppi futuri.
Un’intera sezione è stata dedicata ai materiali a stampa – opuscoli, fogli tradotti in inglese, cataloghi, rassegne fotografiche – di cui stupisce la quantità e l’originalità prodotti negli anni dalle e per le zone terremotate, con l’intento di registrare altri movimenti tellurici in quei luoghi. I moti delle aggregazioni umane, delle difficoltà ma pure del riscatto, di un prima e di un dopo che vengono necessariamente a fronteggiarsi in ogni esistenza. Di estrema intensità il lavoro fotografico coordinato da Spazio Lavìl, associazione culturale di Bologna, a firma di Fabio Mantovani e Giovanni Zaffagnini che hanno documentato l’abbandono di una casa del maceratese, abitata per oltre un secolo e rimasta vuota di colpo. Poesia del silenzio, racconto di una perdita “dal di dentro”, immagini in penombra evocatrici della vita che è stata. Anche così si riesce a dire qualcosa, anche così, posando  lo sguardo sulle tracce di un’intimità dissolta, è possibile ragionare sul perché, il dove e come ricostruire.      

(Di Claudia Ciardi)


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Le prese sono state autorizzate dal personale della mostra.










Venzone - La cattedrale









Le Marche - Mantovani/Zaffagnini



Le Marche - Mantovani/Zaffagnini


14 marzo 2019

Romanticismo alle Gallerie d'Italia


Si avvia alla chiusura la grande mostra sul romanticismo allestita nelle sale delle Gallerie d’Italia a cura di Fernando Mazzocca. Duecento opere, delle quali decine esposte qui per la prima volta, ci raccontano attraverso la pittura di paesaggio e la ritrattistica una stagione culturale dai connotati inquieti e oggetto finora di un interesse piuttosto superficiale sul versante italiano. 
Milano ripercorre i passaggi storici e civili che dal 1815 all’unità d’Italia stimolarono il suo spirito creativo, rendendola a tutti gli effetti una capitale moderna in grado di fare scuola nei diversi campi del sapere. Una sorta di zona franca e di comune dell’arte dove le contrapposizioni politiche tra tedeschi e italiani restavano fuori dalle mura delle accademie. Tratto che si ravvisa anche nella seconda metà dell’Ottocento quando gli italiani non si facevano problemi a frequentare le scuole austriache o tedesche di pittura né gli artisti di quei paesi disdegnavano di soggiornare in Italia. Emblematico di questo ininterrotto travaso spirituale, dopo la tempesta romantica, può dirsi il simbolismo che sovrappose i variegati spunti di matrice francese dai Nabis a Gauguin alle personali interpretazioni di ascendenza italiana e germanica, una contaminazione indirizzata alla ricerca di linguaggi che traghettassero l’arte al di là dell’impressionismo.
In un tale stratificarsi di culture e ispirazioni Milano si è posta indiscutibilmente come polo attrattivo, rinnovando nei decenni la propria offerta e la capacità di riunire attorno a sé gli ingegni più promettenti che hanno lasciato una traccia durevole della propria attività. Del romanticismo italiano poco si è parlato in ambito specialistico e in generale nell’analisi delle nostre tendenze artistiche d’inizio Ottocento, ed è mancata ad oggi una sua rappresentazione pubblica, lacuna che questa mostra ha voluto colmare. Connotato come un fenomeno del nord Europa, si è teso a minimizzare il contributo del nostro paese che invece scopriamo vitale e trasversale, in senso geografico, perché ha coinvolto artisti di provenienze regionali diverse, tutti accomunati da un’idea profondamente emotiva attraverso cui leggere la natura, i caratteri umani e perfino la quotidianità urbana. Le finestre degli studi d’artista aperte su strade e piazze si trasformano in occhi che non solo ci restituiscono un’istantanea di vita appartenente a un luogo, ma perforano la realtà, scomponendola in geometrie sentimentali, vedute e ritratti scaturiti dal caleidoscopio dell’anima.
La rassegna prende non a caso le mosse da Giacomo Leopardi, che ha saputo rendere in poesia il più bel panorama dell’infinito, sonetto con cui s’inaugura una sensibilità nuova affidata ai versi e di cui ricorrono quest’anno i duecento anni. Il più romantico dei nostri poeti, seppure siano da includere nella temperie le pennellate foscoliane di Alla sera e l’intimismo gotico, sulla scia dei Canti di Ossian del Cesarotti, germogliato nei Sepolcri, non poteva che inaugurare il percorso milanese accanto a una grande tela di Caspar David Friedrich, Luna nascente sul mare (1821), in prestito dall’Ermitage di San Pietroburgo, e due suoi disegni di stupefacente modernità a grafite e seppia. Il romanticismo italiano trova inoltre i suoi iniziatori nell’opera dei grandi maestri dei paesaggi piemontesi, De Gubernatis, Bagetti, entrambi topografi per l’esercito sabaudo, e poi ancora Reviglio, D’Azeglio migrati dalla Gam di Torino nelle sale milanesi. Il loro sguardo affascinato sulle Alpi, gli acquerelli dedicati a ignote contrade silvane, talvolta d’invenzione, architetture che sembrano il frutto di un incantesimo come la Sacra di San Michele sospesa tra cielo e terra in un vortice immaginifico. E l’inevitabile accostamento con Turner, che alle comodità di un lungo soggiorno a Parigi preferì i contrafforti alpini, catturando l’eterno della luce sulle vette. La sua resa dell’esercito di Annibale perso nella nebulosa di neve e vento richiama l’invasione napoleonica ma più che descrivere le contingenze della storia aspira a immortalare il senso di inadeguatezza se non di disagio dell’essere umano a confronto con gli elementi naturali.
Una cospicua sezione è quindi dedicata alle campagne lombarde, laziali e a tutta la scuola del vedutismo meridionale. Anche qui non senza incursioni e saggi dei medesimi temi per mano dei maestri europei; su tutti La cascata delle Marmore di Corot con le sue vivide campiture di colore che trasmettono frontalmente all’osservatore il moto vorticoso dell’acqua e la vertigine del salto.
Spettacolare proprio lo studio delle rifrazioni della luce sul mare o i lungofiumi o negli specchi lagunari soprattutto in condizioni atmosferiche difficili  – Venezia è un centro elettivo per cimentarsi, la pietra scolpita dall’acqua e la laguna come spazio aperto e selvaggio in contrasto ma anche spettacolare armonia con le architetture della città. Qui è nato il capolavoro di Ippolito Caffi, mai esposto prima di questa occasione, che ha letteralmente ipnotizzato i visitatori, Eclisse di sole alle Fondamenta Nuove, 1842.
C’è qualcosa nella devozione di tali artisti verso i soggetti da loro prescelti che sa di fatale trascendenza. Se ci si sofferma sulla vicenda biografica dello stesso Caffi, morto nella battaglia di Lissa per documentare il mare sconvolto dalla guerra, o di Giovanni Carnovali, detto il Piccio, morto annegato nel Po mentre cercava misteriosi scorci da dipingere, si resta attoniti. Di rimando ci sovviene il destino che ghermì Shelley sorpreso da un fortunale sulla sua piccola imbarcazione a largo della Versilia. Artisti morti per la volontà d’immergersi completamente nella bellezza di una natura sconvolta, per quella tensione simpatetica che li ha gettati tra le braccia del sublime fino al più tragico epilogo. Di tutte le riscoperte innescate dal romanticismo, dall’omaggio alle rovine gotiche su cui s’innesta quel mirabolante gioco di mimesi e ripresa che è il neogotico, dal ritratto di persone e cose non più celebrativo ma introspettivo, al canto del paesaggio nei suoi accenti contesi fra umana operosità e assalti di natura, è forse lo studio dei cieli, l’osservazione di quei repentini cambiamenti di luce, colore e forma delle nubi, ad influenzare in maggior misura l’immaginario d’inizio Ottocento.
Questo evento milanese ci riavvicina a una sensibilità troppo spesso liquidata come accessoria, se non avulsa dal tessuto culturale nostrano, mentre qui se ne riscopre l’originalità autoctona, la forza commovente e l’indiscussa eredità che è andata riverberandosi in tante espressioni novecentesche.

(Di Claudia Ciardi)


* Le prese sono state autorizzate dal personale della mostra. 



 Caspar David Friedrich, Finestra dello studio a Dresda, grafite e seppia, 1805-1806



Giuseppe Pietro Bagetti, Notturno con nubi.



Il gotico ad Altacomba - Sepolcri dei Savoia



Altacomba - dettaglio



Angelo Inganni, Veduta sulla Piazza del Duomo, 1838



Ippolito Caffi, Eclisse di sole alle Fondamenta Nuove, 1842







4 marzo 2019

La danza delle montagne


Quando mi capita di leggere su una carta o in uno scritto i nomi di località e borgate dei monti di casa, scandendo quelle sillabe mentalmente e recitandole in silenzio quasi fossero una strofa imparata a memoria, non posso fare a meno di pensare ai loro rimandi letterari. Nomi come Vicopisano, Le Mandrie, Piticco, Romitorio, Novaia, Campo dei Lupi, Noce, strada dei cipressi e podere Purgatorio, Lugnano, zone Cocomero e Batillo, Caprona, Castelmaggiore, Tre Colli comportano indiscutibilmente un’evocazione poetica. Scendendo nella golena dell’Arno, all’altezza di San Sisto e poi ancora verso Badia vecchia, cattedrale primitiva scagliata come nudo sasso tra l’argine e i campi, s’incontra un paesaggio dimenticato, simile a certi sogni che vorrebbero indicarci qualcosa ma svaniscono prima di essersi rivelati del tutto. E la sera, quei rintocchi lontani che si alzano lungo i sentieri, frugando nella chioma dei cipressi che da cento o più anni fanno la guardia alle sepolture, quei suoni che visitano le poche case di abitati dai nomi strani, perfino più strani dei paesi sul monte (Piastroni, Montione, Pettori, Zambra), la voce lenta che viene da quelle pietre così capaci di un’armonia antica e dolce e piena di premura recano intatta a chi lo conosce l’immagine del luogo e a chi non lo conosce una visione tanto intensa da fargli pensare di esservi già stato.

I miei scatti, le mie camminate si lasciano orientare dalle Alpi Apuane che abbracciano la piana pisana nelle aree golenali. A destra i Monti Pisani, arrotondati e coperti di un verde cupo, quasi blu, che contende la scena all’azzurro violaceo delle Alpi. Quel verde che in primavera diviene luminoso, a tratti perfino squillante, quando i castagni mettono le foglie nuove. Qui l’intera corona dei monti sembra toccarsi, un nastro di cime e sontuose scale cromatiche che si snoda per tutte le campagne fino in Versilia. Qui il mio sguardo posa e riposa e tutto dentro me entra in risonanza.

(Di Claudia Ciardi)


*In queste fragili testimonianze affidate ai miei appunti, ai segni di qualche matita il pensiero va alla montagna ferita nel disastroso incendio di settembre e, purtroppo, in un altrettanto sciagurato rogo invernale appiccato accidentalmente da un vecchio contadino che si è messo a bruciare sterpaglie in un pomeriggio di vento molto forte. Fa male a guardarla la montagna, così, orfana del suo bosco, spogliata oltre ogni limite, se limite c'è al dolo e all'incuria.



La danza delle montagne (I) - Lapis e tutta mina - febbraio 2019



La danza delle montagne (II) - febbraio 2019

  

La Pania innevata dalla golena dell'Arno - Uno schizzo - febbraio 2019



La Pania innevata dalla golena dell'Arno - Lapis e sanguigne - febbraio 2019



La Pania innevata dalla golena dell'Arno - febbraio 2019



Le Alpi Apuane da Carrara - 19 febbraio 2019



La golena - Apuane e Monti Pisani - luglio 2018



Le Alpi Apuane dalla golena - luglio 2018



Le Alpi Apuane da Carrara - 19 febbraio 2019


*Foto di Claudia Ciardi ©

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