15 luglio 2019

Notre-Dame, voci della memoria


Inaugurata poco prima del disastroso incendio che ha colpito la cattedrale francese, la mostra di Palazzo Madama ha commosso e avvicinato molti visitatori. Le lunghe code, soprattutto in quei primi giorni, quando più viva era l’impressione del dramma che si è portato via un pezzo di Notre-Dame, della sua storia e della storia delle generazioni che nei secoli si sono avvicendate all’ombra di quelle pietre, testimoniava il bisogno di stringersi intorno ai resti del naufragio, quasi a voler toccare con mano, per recuperarli e proteggerli, i frammenti di una memoria da tener viva a tutti i costi.  
Notre-Dame è infatti divenuta il simbolo per eccellenza di quell’epoca delle cattedrali cui guardiamo con ammirazione e perfino in preda a un certo disagio, per un ideale di bellezza che pare irrecuperabile all’architettura contemporanea. Ed ha anche ricoperto un ruolo centrale nell’immaginario ottocentesco grazie al romanzo di Victor Hugo (1831) e agli interventi dell’architetto restauratore Viollet-le-Duc, autore di due corposi dizionari ragionati sull’architettura e gli arredi gotici (1867-1873), personalità evocate nell’allestimento torinese attraverso un’ampia rassegna di documenti. L’Ottocento è il secolo che più ha sentito l’esigenza di tornare sulle tracce del gotico, scorgendovi la via d’uscita alle ingessature neoclassiche, un’aspirazione alla rottura dei canoni, uno stile più consono a interpretare nell’arte il latente fermento politico che segnerà il secolo, sempre oscillante fra rivoluzioni e restaurazioni. La forma gotica nella sua eclettica rigenerazione moderna rappresentata dalle architetture neogotiche, ha mostrato di serbare nel tempo il suo magnetismo, la capacità di calamitare a sé quelle spore creative disperse, rimaste ai margini dell’espressività, facendone il nuovo centro di un linguaggio trasversale dell’arte, più adattabile e in maggiore sintonia coi rapidi cambiamenti allora in atto, dalla politica all’economia, segnata dal rafforzarsi dell’industrializzazione. Come scrive uno dei più profondi studiosi dell’arte medievale, Otto von Simson, è stupefacente pensare a quanta distanza vi sia tra noi e i primi secoli del millennio appena passato. La modernità scaturisce da una presa di distanza e quindi da un sovvertimento profondo dei valori della società medievale. Eppure «la cattedrale gotica, espressione di quell’ordine, esiste e svolge la sua funzione; non è la rovina romantica di un passato ormai irrecuperabile, ma il centro di quasi tutte le città europee, e persino, in imitazioni di dubbio gusto, di molte città americane».
La mostra di Palazzo Madama, dov’è presente una ricca e raffinata sezione del gotico piemontese, insieme ad alcune collezioni coeve acquisite dai nobili locali, è nata da uno scambio col museo di Cluny che conserva quattro teste di sculture provenienti dai portali di Notre-Dame. Statue integre fino alla rivoluzione francese, quindi mutilate a seguito dell’infuriare delle battaglie cittadine e gettate in uno scantinato come materiale di scarto. Il loro rinvenimento fortuito negli anni Settanta durante lavori di consolidamento delle fondazioni all’hotel Moreau ha dato il via all’attuale processo di recupero e conservazione, temi verso cui si è perlatro registrata una crescente sensibilizzazione dal dopoguerra in poi, in contrasto alle immagini di rovina e morte da tutto il mondo. Tenere viva la memoria è una delle principali missioni dell’arte e dei suoi fruitori. Ai fotogrammi di un filmato, suggestiva installazione multimediale all’interno della rassegna, è affidata la lunga, avventurosa e contrastata storia della cattedrale. A tre mesi esatti dall’incendio, riandando con la mente a quella notte concitata in cui abbiamo visto arrendersi alle fiamme la grande caratteristica guglia e il monumentale tetto millenario, sul quale gli occhi di così tanti si sono posati, visitare questa mostra è un modo per tenere viva l’attenzione, per condividere le sorti di questo incredibile edificio ed essere vigili sulle scelte e i modi di ricostruirlo. Bisogna capire origini e ragioni del gotico se vogliamo rivedere la cattedrale com’era.
Cominciare da questa bella iniziativa di Palazzo Madama è un primo passo per avvicinarci a quell’arte meravigliosa e all’idea di società da cui emerse. Alle sale gotiche e rinascimentali si aggiunge la presenza di un fiabesco lapidario medievale con gli antichi mosaici di Acqui ed esemplari ottimamente preservati di colonne romaniche. Un’immersione totale nei caratteri mutevoli di un’epoca che superandosi produsse una delle correnti artistiche più durevoli della storia.

(Di Claudia Ciardi)


*Prese autorizzate dal personale della mostra




Martino e il povero. Statua lignea. Scultore della Svevia (cerchia di Niklaus Weckmann, 1500 circa).

*Si narra che Martino, vescovo di Tours, nel 337 di stanza ad Amiens, si imbatté in un mendicante e senza esitare tagliò il suo mantello con la spada, donandone metà al povero.
(Sezione del Gotico e Rinascimento di Palazzo Madama a Torino).



La danza dei folli - Pittore piemontese, metà del XV secolo



Una delle teste superstiti di Notre-Dame

     

     

6 luglio 2019

Le perle di Beppe Salvia


Il dono della parola non è qualcosa che s’impara. Le frequentazioni letterarie possono affinare, favorire certi spunti, accrescere le proprie radici sensibili ma la personalità, il cuore creativo, è un nucleo che brucia dentro e non si acquista. Beppe Salvia è stato in questo senso una figura tutta dedita a imperlare riflessi dell’inquieta bellezza del mondo in un italiano colto, prezioso, aulico a tratti, nel senso compiuto di una padronanza ampia e metamorfica dalle origini della poesia fino alle formule postmoderniste. E nelle sue stesure ha saputo accarezzare le verità degli occhi e dell’anima con quelle folgorazioni penetranti e lievi che solo son date in sorte ai grandi, sia in versi che in prosa.
Il volumetto di recente pubblicato da Via del Vento per la curatela di Pasquale Di Palmo, redattore anche dell’antologia I begli occhi del ladro edita da Il Ponte del Sale, già studioso fine e attento dell’autore potentino, ci schiude le cadenze versatili e rivelatrici di questa voce insolita proiettata, per dirla con Zanzotto, «verso lontananze imprendibili».  
Dire che la prosa di Beppe Salvia sia estremamente commista alla sua dizione poetica, che ne fissi sospensioni e squarci in un modo di narrare franto, a momenti quasi enigmatico, duplicando quella presa fuggevole sulle cose del vivere che tanto gli è stata cara, può apparire un concetto scontato. Eppure che un poeta si faccia artigiano in prosa toccando un tal vertice, non lo è affatto. Ogni singolo anello delle sue espressioni stringe e accerchia un moto dell’anima, una contrazione, un’attesa. È quasi un tirare di sponda questa sua scrittura, un cardiogramma irregolare disegnato su allucinazioni di viaggio o nelle tregue notturne, sempre in bilico però, aperte ad altre inquietudini. L’amato Leopardi è un riferimento non di rado evocato, celebrato anche nell’incipit dei Pescatori di perle, dove l’io narrante si finge poeta a Napoli negli stessi giorni che per il grande genio recanatese trascorsero lì fra malattia ed esilio volontario. Questo breve racconto è una singolare mise en abyme, se non nella struttura almeno nel meccanismo, accenna a tante altre storie e ipotesi di storie, e si trasforma. A un certo punto ci si imbarca, la nave lascia il porto, la meta sarebbe il fantomatico approdo di Haye, isola o continente, ma si va incontro alla tempesta. Mentre ci si culla nel passato avventuroso di una spedizione d’inizio Ottocento, la nave romba, e nel rombo di quel motore, inesorabile e persino beffardo, sembra riportarci al Novecento: sul mare infuria la tempesta. C’è in un simile sovrapporsi cronologico ed emotivo qualcosa di paradossale, ci si potrebbe riconoscere quella volontà giocosa di mischiare e collidere che appartiene a certi fondali particolarmente ispirati di Hugo Pratt. I pescatori di perle un po’ come Una ballata del mare salato.
Così la luna non è più la presenza rassicurante che si affacciava alla soglia del romanticismo, ma un oggetto profanato, scisso dagli incanti, non un’immagine su cui fantasticare ma un miraggio insidioso, «infantile come le guance d’un vecchio cassiere in un negozio di dolci, o gli occhi inutili d’un sagrestano orbo». E sempre questo fuori che rimanda al dentro e viceversa, il cuore che si sversa, la vita come una marea, calda poi metallica e respingente, dove in un attimo si viene trascinati via, persi senza scampo.
In un omaggio commosso di qualche anno fa l’amico Marco Lodoli lo descriveva così: «Beppe sapeva tutto della musica punk e dei poeti del Trecento». Una cultura vasta la sua, agile, curiosa, penetrante, considerando quanto sia riuscita a scavare, a dirci, a incidere sui piani di una significazione più alta della parola, di un uso letterario della lingua, pur in una tanto breve esistenza artistica. Perché, giovanissimo, Beppe Salvia fu animatore di un beccheggiante bastimento delle lettere che solcò la Roma di fine anni Settanta, con le sue riviste magmatiche e le sue voci trasversali, da Claudio Damiani, Arnaldo Colasanti, il già citato Lodoli, Gabriella Sica, solo per menzionarne alcuni.
Il libro di Via del Vento ci offre uno spaccato della vicenda peculiare di uno dei grandi nomi nella letteratura italiana novecentesca, né sfugge scorrendo queste pagine la polifonia compositiva che ha accompagnato il maturare in poesia e in prosa di una personalità sfaccettata, profonda, irriducibile che ha saputo trasfondersi con grazia perspicua, illuminante, nella propria opera.   

(Di Claudia Ciardi)



Ritratto del poeta a circa trent'anni 


Il libro:

Beppe Salvia, I pescatori di perle e due prose inedite, a cura di Pasquale Di Palmo, 2018


Link consigliati:






 

29 giugno 2019

Saliceto - Ritratto di un'alchimia


Nell’ambito dell’inedita esplorazione organizzata da Ars Regia. La Granda alchemica, uno dei progetti culturali di punta per le valli cuneesi insieme al Cuneo gotico, racconto originale di una provincia e dei suoi tesori d’arte, Saliceto affiora come un misterioso approdo, uno scoglio collinare che non ti aspetti, avvolto nella sua bellezza un po’ austera, quanto straniante. La chiesa di San Lorenzo è una perla rinascimentale in territorio piemontese, sebbene siamo qui in una zona estrema assai vicina all’entroterra ligure, cosa che potrebbe ben spiegare, con la sua data di fondazione risalente alla fine del XV secolo, l’abbandono del gotico, la forma verso cui il Piemonte mostra la maggior predilezione insieme al barocco. 
Questo conturbante edificio dapprima pensato forse come mausoleo, consacrato solo due secoli dopo la sua costruzione, il 9 agosto del 1740 per la vigilia di San Lorenzo, è stato dunque voluto in una regione di confine dal suo signore, il cardinale Domenico Del Carretto, marchese di Finale, nonché arcivescovo tra il 1489 e il 1505. Uomo potente, a un passo dal ricevere la dignità papale, al centro di molteplici relazioni politiche in Italia e in Francia. Inoltre, per aggiungere sale all’intricata vicenda politica e religiosa, occorre sapere che Saliceto non venne mai acquisito dai Savoia; per decenni l’Imperatore del Sacro Romano Impero continuò a infeudarlo ai re di Spagna. Un dato affatto secondario se si vuole approfondire seriamente la vicenda di tale luogo e le sue vocazioni.
Da molti definita con efficacia “una pagina di pietre parlanti”, la chiesa sarebbe nata su progetto del Bramante o di Leon Battista Alberti, due nomi d’eccellenza nel panorama del Rinascimento italiano. Ma non vi è chiarezza neppure su questo. Né i misteri e gli interrogativi si esauriscono qui, perché le pareti di questa meraviglia architettonica sono colme di rilievi, e rimandi, a simbologie alchemiche. Testimonianza viva di un’attenzione particolare a tale cultura da parte di chi commissionò i lavori e più in generale nella classe di notabili del luogo. Saliceto in effetti si distingue come spazio cultuale, depositario di peculiari energie mistiche, fin dal neolitico. Rovine, sepolture, menhir e poi ancora un sistema di gallerie sotterranee fra il castello e l’abitato la cui funzione è tutta da chiarire, dall’uso rituale a quello strategico; insomma ogni ipotesi è aperta. In tutto ciò, che la chiesa s’innalzi in qualità di obelisco alchemico, che le sue pietre ci parlino in duplice veste di manufatti d’arte e lapidari dalle cadenze magiche è un fatto certo ma anche molto problematico; difficile decifrare al dettaglio cenni, citazioni, volti nel loro significato integrale. È pur vero che l’incontro del sacro col linguaggio esoterico non è cosa desueta, basti pensare al Duomo di Siena, ma la densità riscontrata a Saliceto è piuttosto inconsulta. 
Daniele Regis ha provato a narrarci questa sfaccettata realtà catturandone il respiro in una serie di fotografie che sono altrettanti ritratti d’artista, senza orpelli né sovrascritture, ma solo lasciando che l’immagine, investita da una certa luce, amalgamata alle vibrazioni di un’ora, rifatta dalle ombre, fosse incarnazione materica e spirituale insieme. La sua è stata una campagna serrata, con diverse ricognizioni in situ per dar conto, nel modo più esatto ed espressivo, delle atmosfere sprigionate dalle architetture. Se vogliamo giocando con quella  “alchimia della statuaria” cui a quanto pare si ispiravano gli artisti nel medioevo e fin nel rinascimento: trasporre l’anima nella pietra. Si tratta del primo ciclo completo di foto d’arte che ad oggi sia stato realizzato su Saliceto. Il lavoro di Regis anima una delle otto sezioni in cui si articola l’ampia rassegna di Ars Regia, scaturita dalla versatile e movimentata creatività di Enzo Biffi Gentili, ideatore di mostre di rottura e di altre collisioni che ci rappresentano le cose e i loro contorni in una prospettiva inattesa.  
Domani, 30 giugno, il lancio di un’anteprima presso il bookshop del Múses di Palazzo Taffini a Savigliano, un locale che è una sorta di opera al nero, primo stadio alchemico, antiporta, ingresso a un cammino iniziatico che dal 5 luglio al 6 gennaio 2020, dentro un progetto espositivo biennale promosso dall’Associazione “Terre di Savoia”, ci guiderà alla scoperta di un territorio insospettabilmente stratificato, culturalmente proteiforme, artisticamente sorprendente. 


(Di Claudia Ciardi)


* Le fotografie a corredo dell'articolo sono state scattate da Daniele Regis ©
 e la loro pubblicazione su questo blog è stata concessa dall'autore.

L'immagine che introduce il presente scritto ritrae Ermete Trismegisto le cui tre facce campeggiano sulle paraste ai lati del portale di San Lorenzo. 




Il Bafometto della Chiesa di San Lorenzo a Saliceto



Ermete Trismegisto



Sirene e rose alchemiche



Pietra e vegetazione. Il rinascimento in una visione "gotica"

19 giugno 2019

Gotico


Si parla con icastica brevità di gotico, ma con ciò non si fa riferimento a un fenomeno omogeneo né semplificabile nelle sue declinazioni territoriali e stilistiche. Non è chiara neppure la sua estensione temporale. Di fatto, avendo costituito per tre secoli una dominante nel linguaggio formale dell’arte, assai più longeva quindi del romanico e del barocco, ha finito per contaminare una zona così ampia della creatività moderna che limitarne l’esistenza a un’area geografica e a un’epoca ci allontana dal suo vero volto. Il gotico, infatti, più di ogni altra corrente è una somma di luoghi e di periodi storici, si nutre di percorsi evolutivi cronologicamente differenziati, di scambi tra culture nordiche e mediterranee, di caratteri e innovazioni recepiti dalle une o dalle altre a fasi alterne, secondo le idee della politica, i traffici mercantili, la sensibilità dei committenti. Né mancano le interruzioni, i momenti in cui la scuola italiana – ci riferiamo qui alla pittura – sembra distanziarsi dai coevi modelli francesi, tedeschi, fiamminghi, scrivere pagine in solitaria, per poi tornare ad attingere da quei canoni. Perché il gotico è sì canonizzazione ma al contempo ricerca, movimento, invenzione, slancio sperimentale. Tende a volersi superare di continuo, ha uno sguardo rivolto fuori da se stesso, è aperto alle capacità innovative di ogni singolo artista verso cui mostra tempi di reazione sorprendenti. In questa grande fabbrica di sensibilità e ingegni più o meno assiduamente dialoganti non mancò una profonda battuta d’arresto: la pestilenza del 1348 che nei milioni di persone falcidiate si portò via anche buona parte delle classi dirigenti e intellettuali nell’Europa di allora, aprendo un vacuum che solo nei decenni successivi poté essere ricolmato. Ma non mancarono neppure “città ideali” dove gli eventi favorirono la concentrazione delle migliori personalità dedite all’arte. Fu così ad Avignone, in cui su insistenza del re di Francia Filippo il Bello venne a stabilirsi nel 1309 papa Clemente V. Oltre a tutto il suo seguito, si spostarono con lui i più grandi, forse lo stesso Giotto, sicuramente Simone Martini che qui lavorarono al fianco dei colleghi francesi, catalani, boemi, inglesi. L’influenza della pittura senese, mediata dal laboratorio avignonese, passò quindi nella regione dei Pirenei, in Aragona e fino alla corte dell’imperatore Carlo IV, che allora sognava di coprire Praga di gioielli così da non sfigurare nel confronto con Parigi né con le capitali toscane della cultura. Semi che dopo la fosca epidemia di metà Trecento tornarono a sbocciare, trovando nuova linfa proprio nei centri del nord che diedero impulso alla stagione del “gotico internazionale”, approssimativamente collocato lungo un ventennio, più o meno a partire dal 1400. Si tratta di un raro parallelismo nelle tendenze creative delle diverse aree europee che ha, è importante ricordarlo, una solida base di natura sociale: le grandi famiglie di notabili che governavano il vecchio continente condividevano infatti gli stessi ideali cortesi, celebrati pure in letteratura. In questi stessi anni viene eretto il Duomo di Milano (1386), che segna il trionfo in Italia delle forme nordiche. 

Del resto, il gotico nasce in architettura e solo ben più tardi di un secolo inizia a fiorire in pittura, con cui va intesa la produzione sacra su tavole lignee, quella su vetro e su tela, ma anche la miniatura dei codici, il disegno degli arazzi. Tutto però ha inizio dalle cattedrali, e in particolare in Francia dove i criteri dell’alto gotico si materializzano a Chartres. Nella sua Madonna di Ognissanti (1306-1310) Giotto dipinge la Madre assisa sotto un tabernacolo gotico, tra guglie e fioroni caratterizzanti ormai da decenni il nuovo stile negli edifici sacri francesi, ma che in Italia avevano trovato da poco un loro spazio di rappresentazione nelle facciate del Duomo di Siena e di Orvieto. Contrariamente alla vis polemica di Vasari che per ragioni di campanilismo liquida il gotico come un esercizio disordinato di arte barbara, concepito in spregio ai modelli antichi, questo poliedrico cosmo creativo scaturisce piuttosto da un confronto serrato con l’antico, implicando uno studio preliminare di quei reperti. Non è un caso, dunque, se nell’immaginario ottocentesco d’impronta neogotica, o più latamente eclettica, le rovine occupano un posto tanto centrale per la rinascita di una poetica che a quelle forme medievali guardava.  
Per quanto riguarda la pittura si è preteso di narrare una progressione ininterrotta da Giotto a Michelangelo, mentre verosimilmente in Italia le vecchie tradizioni si saldano sul nuovo linguaggio, lo abbiamo già detto, ora facendo scuola ora mediando tra sé e gli elementi esterni, alla confluenza di uno stile mutevole, sempre in cerca di superarsi. Né è ravvisabile in tale fermento un’omogeneità di tecnica, a partire dall’uso del colore. I pigmenti sciolti in una soluzione d’uovo affiancarono per molto tempo la pittura a olio. Sebbene i teorici del XVI secolo in maniera fin troppo apodittica ascrivano ai fiamminghi questa invenzione, si sa che gli impasti a base di olio erano già noti nel XIII secolo, e prima che fossero perfezionati e soppiantassero la tempera trascorse un tempo piuttosto lungo.
La bottega d’arte nel medioevo aveva un’organizzazione meticolosa, al pari di altri mestieri si sviluppava entro vere e proprie dinastie territoriali che ne consolidavano i rapporti con la committenza. All’interno di questo contesto, abbastanza gerarchico e poco incline alla mobilità sociale, vi erano però grandi personalità che in parallelo coltivavano anche incarichi in proprio, fuori dall’attività di bottega. È stato così ad esempio per Dürer. L’Italia si distinse precocemente per l’abilità dei suoi “frescanti”, qui la pittura murale fin dai primi anni del XIV ebbe infatti molto risalto, mentre i fiamminghi s’imposero per la perfezione del dipinto su tavola. Tanto che nel Quattrocento prese piede un florido mercato di queste opere, acquistate da ricchi e raffinati collezionisti dei paesi mediterranei. Gli olandesi impiegavano moltissimo tempo per la realizzazione di un solo pezzo, un lavoro di artigianato estremamente scrupoloso che incarna tutta la differenza fra quel tipo di produzione rispetto alla successiva cosiddetta “arte di massa”. Quando Andrea da Firenze (1343-1377) fu chiamato ad affrescare Santa Maria Novella, il che richiese 156 giorni di lavoro, dobbiamo immaginare un’organizzazione preliminare dettagliatissima e ben strutturata, visto che l’esecuzione non permetteva margini di errore.  
In un’epoca di fermento politico, imprese economiche, ascesi religiosa, speculazione metafisica, non sorprende che la cultura abbia avuto i suoi spazi di esaltazione, raggiungendo vertici sommi, emblemi di collettività riunite dall’amore per l’arte e che nell’arte cercavano un mezzo per rappresentarsi e un riscatto spirituale.

(Di Claudia Ciardi)




Giotto, Maestà (Madonna di Ognissanti), 1306-1310



Duccio di Buoninsegna, Pietro rinnega Gesù per la prima volta e Cristo viene portato davanti al sommo sacerdote, 1308-1311



Ambrogio Lorenzetti, Allegoria del buon governo, 1337-1340



Andrea da Firenze, Trionfo della Chiesa - Cappellone degli Spagnoli, Santa Maria Novella, 1367
*Colpisce la dettagliata veduta laterale di Santa Maria del Fiore. Qui ne viene anzi anticipata la conclusione con la cupola, finita in realtà solo mezzo secolo più tardi.



Berthélemy dEyck, Annunciazione, 1443-1444



(Primo da sinistra) Derick Baegert, L'evangelista Luca dipinge la Madonna, 1485
Bartolomé Bermejo, Vergine di Montserrat, 1482-1485
*Baegert ci mostra l'interno di uno studio di pittura dell'epoca (simbolicamente ad eseguire il ritratto è Luca, patrono dei pittore, mentre sullo sfondo è un angelo a preparare i pigmenti).


Testo consultato:

Robert Suckale, Matthias Weniger, Manfred Wundram, Gotico, Taschen, 2007


4 giugno 2019

Torino capitale della fotografia


È una galassia in espansione, un organismo diffuso in tutta la città, articolato in stanze, fabbriche dismesse, chioschi a bordo strada. Dal centro alla periferia con l’intenzione di portare l’arte in mezzo alle persone, di farne un elemento unitario, di coesione sociale e nuove progettualità urbane. Anche in luoghi difficili, dove si auspica un potenziamento del trasporto pubblico e sostenibile, dove ai lati delle grandi arterie di traffico a scorrimento veloce, addentrandosi per pochi passi nelle vie traverse, ci si imbatte in energie inaspettate, in aree strappate alla velocità, all’anonimato dei ritmi metropolitani. Un insieme di reti creative per innescare ricadute sulle dinamiche di aggregazione, artistica e non solo. Torino si sta configurando come un nodo rilevante fra queste maglie, sta anzi assumendo un ruolo da apripista, perché le iniziative messe in campo quest’anno con Fo.To 2019, progetto del Museo Ettore Fico, sono davvero molte e coinvolgono un numero elevatissimo di spazi. Galleristi, giovani collettivi, salotti storici al fianco di ambienti nuovi, dalle realtà più consolidate del panorama culturale a operatori esordienti, armati di entusiasmo e spirito d’impresa, tutti stanno facendo massa critica intorno a un’idea: avvicinare le persone, incentivare un processo di partecipazione ampio nel segno di un ritorno all’arte condivisa, meccanismo base per attrarre e consolidare le risorse umane e culturali latenti in una società. Se si sfoglia il libro-guida, un grazioso atlante tascabile che vi accompagnerà lungo le rotte della metropolitana e dei tram, prendono vita angoli impensati della città che promettono incontri fuori dai canoni, immersioni in percorsi fotografici non scontati, archivi d’immagini che hanno ritrovato una collocazione espositiva dopo un periodo di oblio o microcosmi scelti per il battesimo di giovani maestri.
La proposta è estremamente varia e raffinata, il livello del materiale presentato al pubblico alto e stimolante. L’impressione che se ne trae aggirandosi per le sale, osservando, setacciando ritratti e vedute, chiacchierando con i gestori, è quella di essere all’inizio di qualcosa. Sta prendendo forma una città dell’arte e per l’arte all’interno dell’area metropolitana, parallela ai circuiti istituzionali su cui maggiormente finora si è focalizzata l’attenzione, un arcipelago esteso e magmatico che ha appena iniziato a rilasciare le proprie cariche potenziali. Figura geometrica irregolare, multicentrica, talora mimetizzata, indiscutibilmente investita dal fermento.
Lungo le sue diagonali s’incrocia ad esempio in Via Cervino la bella avventura di Gagliardi e Domke, una galleria che fa convergere le metafisiche creazioni di Fabio Viale, scultore con solidissime basi classiche, una serie di dodici vedute di Roma in bianco e nero del noto fotografo tedesco Thomas Struth, con le macchine di Paolo Fogliati, paladino dell’arte povera, disegnatore e costruttore di congegni irripetibili, vera e propria meccanica dell’immaginazione, nonché progettista di opere a dimensione ambientale con cui sognava di aprire brecce fantastiche nella regolarità alienante del panorama cittadino. Poche vie più avanti, scendendo lungo Corso Vercelli c’è poi la scatola di Edicolarte, una specie di bozzolo smarrito negli ingorghi periferici. Provocazione leggibile anche come esempio di riutilizzo virtuoso di uno spazio in abbandono; le saracinesche di un vecchio chiosco di giornali sono tappezzate di foto d’artista.
E poi ancora si segnala alla Fondazione Bottari Lattes, fino al 15 giugno, un’appendice poetica di Michele Pellegrino, il grande narratore delle Langhe, protagonista già lo scorso anno della retrospettiva ospitata al San Francesco di Cuneo. Nelle due eleganti salette di Via della Rocca è esposto un piccolo campionario incentrato sul ritratto umano, uno dei grandi filoni percorsi dal maestro insieme al paesaggio e agli oggetti d’uso, arredi, stoviglie, ricami, soprammobili, fiochi eppure potenti riverberi del vivere. Divulgato in un cospicuo catalogo edito da Skira, dove Enzo Biffi Gentili definisce la sua fotografia «un prometeico mondo di rupi già evocato da Pavese», questa occasione torinese ci permette di tornare sulle tracce di un notevole interprete contemporaneo che non a caso è parte essenziale del Cuneo gotico, uno dei più originali e vivaci progetti di cultura attualmente sostenuti in Piemonte.
In finale, ma non per importanza, cito il centro di Camera, duemila metri quadrati di spazio espositivo per la fotografia in Via delle Rosine, un polo multifunzionale dove prendono vita grandi mostre e incontri a tema, uno dei templi assoluti al servizio di professionisti e appassionati della materia.


(Di Claudia Ciardi)


*Foto di Claudia Ciardi accompagnate da materiale a stampa messo a disposizione dalle gallerie 



Da Gagliardi e Domke
Via Cervino, 16.

Martedì/Venerdì 15,30-19,30 e su appuntamento.








Da Gagliardi e Domke



Edicolarte - Corso Vercelli, 31/A



Fondazione Bottari Lattes, Via della Rocca, 37/B




24 maggio 2019

Note su Oz di Lyman Frank Baum


C’è chi lo ha definito romanzo occultista per eccellenza, chi vi ha scorto simboli attinenti le allegorie massoniche o le ritualità legate in generale alla sfera dell’esoterismo e dell’alchimia, chi ne ha fornito un’interpretazione analitica dove luoghi e personaggi rappresenterebbero i diversi stadi della coscienza. Ci sono infine quelli che, nel rovesciamento geniale di un mondo magico con le sue insidie e i premi per coloro che osano avventurarsi, hanno privilegiato la rappresentazione delle turbolenze nella società americana dell’ultimo decennio dell’Ottocento, scossa da problemi economici, tensioni fra agrari e industriali, crisi del sistema aureo. Nato nel 1856 a Chittenango, una piccola località nello stato di New York, il cui nome basterebbe da solo a ispirare un racconto di fantasia, Lyman Frank Baum, conosciuto per essere l’autore di Il meraviglioso mago di Oz, sperimenta precocemente lo scontro con l’autorità del padre, un ricco petroliere sordo ai suoi guizzi creativi e che vorrebbe farne un allievo modello all’accademia militare. Baum figlio si ribella dunque all’ingombrante personalità del genitore, prendendo una strada molto diversa. Davanti a lui, al pari dei protagonisti che animano le sue storie, si apre una via difficile in cerca di se stesso, tra lavori di fortuna e voglia di dire la sua nel mondo letterario. L’impiego presso l’«Aberdeen Saturday Pioneer», dove diviene in breve editorialista apprezzato e influente, gli cambia decisamente le cose. Questa posizione rispettabile, vicina alle sue attitudini, gli offre una relativa tranquillità economica, consentendogli di non rinunciare alla scrittura in proprio. Inoltre, il mestiere di giornalista lo immerge completamente nelle vicissitudini del suo paese, sulle quali si trova ad avere uno sguardo privilegiato. Nel 1887 il Kansas, terra di piccoli agricoltori che resistono alle grandi concentrazioni fondiarie, vive una crisi drammatica. La lunga siccità e le condizioni sempre più sfavorevoli poste dalle banche, vedono il fallimento di una media di tre fattorie su quattro, schiacciate dal peso delle ipoteche. Tale episodio è l’immagine plastica dei cambiamenti in atto negli Stati Uniti lanciati verso un periodo transitorio all’apparenza ingovernabile, nel quale la politica tenta d’inserirsi con nuove proposte per recuperare milioni di cittadini estromessi violentemente dalla contrattazione democratica. Si tratta del cosiddetto populismo americano di fine Ottocento che vede la partecipazione di William Jennings Bryan, il maggior esponente di partito, a tre consecutive elezioni presidenziali, nel 1896, 1900 e 1904. Se Bryan venne sconfitto, non riuscendo a saldare le istanze degli operai del nord-est, impiegati nei nascenti grandi poli industriali del paese, sul malcontento del ceto contadino che pure costituiva ancora la base produttiva della nazione, è pur vero che il populismo portò un vento nuovo da cui gli assetti politici uscirono profondamente cambiati. Metaforicamente si è inteso vedere nei personaggi di Oz la stratificazione di quel momento storico, un eccentrico affresco dove lo spaventapasseri è il simbolo del mondo rurale, cocciuto e senza cervello – secondo gli attacchi dei detrattori di allora insofferenti alla sua adesione compatta al programma populista – mentre l’uomo di latta personifica la classe operaia che non viene in minima parte toccato o scalfito da ciò che preme per un rovesciamento degli equilibri. Tuttavia, stando a tale intento narrativo di L. F. Baum, che tra l’altro fu anche un teosofo molto seguito, dal 1892, quindi due anni dopo l’uscita del celebre romanzo di fantasia, risultando ufficialmente iscritto alla Società teosofica insieme alla moglie, si vede come questo capitolo di un’America conflittuale in cerca di una terza via politica per comporre le proprie lacerazioni e mediare l’impenetrabilità del monopolio bancario, ipotecario, ferroviario, petrolifero, sia raccontata con una certa indulgenza, considerando le possibilità concrete dell’utopia. Un tornado si leva improvviso nella grigia e sterminata prateria del Kansas, è il vento politico sospinto a sua volta dal vento della storia, è il sollevarsi di una società che interroga se stessa sul cammino da intraprendere. Dorothy – dal greco “doron”, dono – è l’inconsapevole ambasciatrice delle nuove istanze in un mondo sconosciuto, da esplorare e rifondare nei suoi centri di potere. Trasportata verso l’ignoto, a bordo della sua precaria casetta di legno scossa da tutte le parti, alla fine del viaggio atterra proprio sopra la strega dell’est, uccidendola all’istante. La morte della strega cattiva (banche e capitale che voltano le spalle ai bisogni delle persone) libera i Munchkins (la piccola gente) e conferisce a Dorothy il possesso delle scarpe d’argento. Tuttavia Dorothy, i Munchkins e la strega buona del Nord ne ignorano il potere. Se solo sapesse di cosa sono capaci, la bambina potrebbe tornare in Kansas con uno schiocco di dita – ed ecco farsi avanti un’altra grande metafora, quella della via breve che di solito si nega al viaggiatore (ecco Dante che si smarrisce nella selva ed è ostacolato dalle tre fiere) innescando la lunga avventura che gli schiude la conoscenza. Va così nella fabula antica, dal corpus delle milesie a Luciano di Samosata ad Apuleio – si pensi all’emblematica novella di Eros e Psiche – fino agli intrecci moderni, per restare entro i confini della narrativa d’infanzia, con Pinocchio o La fabbrica di cioccolato. E in effetti Baum nella sua prefazione si definisce un modernizzatore di fiabe, esercizio necessario, dice, per traghettare un patrimonio di tradizioni e significati verso una nuova capacità di comunicarsi ai propri ascoltatori. 
Affinché si attui completamente il disegno di cui la bambina fa parte, occorre avanzare sulla strada di mattoni gialli e perdersi e rischiare i propri compagni di viaggio e sfidare con coraggio i nemici. Così la strega dell’ovest sarà battuta né a Oz comanderà più il potentissimo mago, che poi si scopre essere uno stanco vecchietto nascosto dietro un paravento alla spasmodica ricerca di trucchi con cui impressionare i suoi sudditi, ma lo spaventapasseri. Nell’utopia pacifista di Oz il popolo contadino recupera dunque il proprio posto nel mondo. Baum scrisse altri tredici libri, sebbene di minor successo, delineando una sorta di saga incentrata su quel regno magico e i suoi personaggi. Un materiale che riscosse per più di un secolo le attenzioni di un pubblico trasversale ed eterogeneo, tanto che perfino l’intelligence statunitense nel 1940 lo utilizzò in uno dei suoi protocolli, oltre a essere di continua ispirazione per i cultori del fantasy, non solo in letteratura, ma anche nel cinema. Architetture oniriche, paesaggi allucinati, un simbolismo del colore che è un richiamo fin troppo allettante per la resa filmica. Dalla gioiosa suspence del musical diretto da Fleming alla cupa decadenza gotica del seguito di Walter Murch, voluto dalla Disney nel 1985. Non certo un racconto per bambini quest’ultimo ma in ogni caso una pellicola con alcune trovate geniali, a partire dal fatto che si prosegue nell’allegoria di Baum laddove Dorothy è chiamata a ristabilire l’armonia nel regno di Oz, nuovamente sovvertito e minacciato da forze oscure. Qualcuno peraltro ha visto nelle scenografie di Murch più di uno spunto tratto dal reale stato di abbandono del parco dei divertimenti creato a tema nel North Carolina; e il regista indugia volutamente qui sulle rovine di uno scenario post atomico perché l’ambiente sia a tutti gli effetti quinta emotiva della perdita del sé in un mondo ostile. Tra citazioni vere o presunte, sul filo del fraseggio psicoanalitico – la protagonista infatti entra ed esce dalle proprie fantasie a causa di uno stato post-traumatico – si coglie in sottotraccia anche in questo lavoro degli anni Ottanta l’allegoria moralizzatrice della lotta del bene col fine di strappare gli spazi della vita a ciò che impoverisce e corrompe. Più di un secolo fa uno scrittore ci ha consegnato una storia che ad oggi non ha esaurito i suoi significati ma è anzi capace di rigenerarsi nelle nostre molteplici realtà conflittuali. Potrebbe di nuovo levarsi improvviso il vento che porta ad Oz e decidere il destino di chi persevera nella pratica di un potere elitario, esclusivista e avverso all’umano.  

(Di Claudia Ciardi)




Oz di Victor Fleming



Ritorno a Oz di Walter Murch 



Ritorno a Oz di Walter Murch II

19 maggio 2019

Palladio - «Una lunga fatica e gran diligenza ed amore»






Arriva nelle sale italiane, per tre giorni, il documentario su Andrea Palladio (Padova 1508 – Vicenza 1580), nome di punta dell’architettura cinquecentesca europea. Diretto dal regista milanese Giacomo Gatti, storico collaboratore di Ermanno Olmi, di cui dal 2006 ha seguito le preparazioni cinematografiche, questo film racconta, attraverso l’esperienza di un professore italiano a Bruxelles, Gregorio Maestri, l’opera del noto architetto padovano. Un dialogo-dibattito coi suoi studenti del primo anno, e un viaggio che dal Veneto porta agli Stati Uniti sulle tracce di un figura di cui si approfondisce la longeva eredità nell’immaginario contemporaneo. Andrea di Pietro della Gondola, detto il Palladio, figlio di un mugnaio, inizia come scalpellino, si forma lavorando in cantiere, e in breve tempo progetta alcuni dei più significativi edifici che hanno letteralmente disegnato il volto di città come Padova e Vicenza, e le loro campagne. Costruttore, scenografo, teorico – nel 1570 dà alle stampe i Quattro Libri dell’architettura, summa delle realizzazioni di una carriera quarantennale – è stato uno degli ingegni più versatili e richiesti dei suoi tempi. L’opera meritoria prodotta da Magnitudo film approfondisce una delle personalità cui più si sono ispirate le successive generazioni di architetti, tanto che Palladio può considerarsi l’iniziatore di una corrente che per tre secoli ha continuato a dar forma ai luoghi, dall’Italia all’estero. Ma questa proiezione si pone anche come mezzo per ragionare sul ruolo odierno dell’architettura, in una fase di crisi sentimentale delle umane capacità radicate nell’immaginazione, nella conoscenza e nella loro traduzione poetica. Laddove ci si affretta, si rende invece necessario soffermarsi, tornare a leggere il significato storico di quel che abbiamo intorno, sapervi attingere per trasporlo nell’oggi. Si tratta infine di cogliere la dialettica imprescindibile fra creatività e politica, che ha reso possibili le grandi imprese del rinascimento italiano e che ci esortano a riscoprire la forza della loro portata.

(Di Claudia Ciardi)

Regia di Giacomo Gatti. Un film con Kenneth Frampton, Peter Eisenman, Antonio Foscari, Lionello Puppi, Gregorio Carboni Maestri.
Genere Documentario - Italia, 2019, durata 97 minuti.
Distribuito da Magnitudo con Chili.

In proiezione il 20, 21 e 22 maggio 2019.



«Di me stesso non posso prometter altro che una lunga fatica e gran diligenza, ed amore, che io ho posto per intendere e praticare quanto prometto», Andrea Palladio, Memorie.


6 maggio 2019

Il piegar de’ panni s’immerge nella luce


Per i cinquecento anni di Leonardo non poteva mancare una grande mostra a Firenze su quello che senza sbaglio può essere definito il più importante carismatico ispiratore non solo del genio vinciano ma di quasi tre generazioni di artisti che si alternarono nella sua bottega, seguendo poi ciascuno la traccia del proprio talento e spargendone l’eredità in buona parte dell’Italia centro meridionale, tra Toscana, Umbria, Lazio e Abruzzo.
La personalità di Andrea del Verrocchio sbocciò in quella tumultuosa stagione dell’artigianato fiorentino che da decenni vedeva la perizia dei suoi interpreti sfidare limiti e convenzioni, in una compresenza di stili dove gotico e rinascimento disseminano sguardi chiaroscurali, alleanze alchemiche, insospettabili sincretismi. Stili speculari e allo stesso tempo concentrici, trama e ordito su cui s’innescano collisioni, zone d’ombra elevate a fulgide levità, ipotesi di squarci visionari. Avviato neanche ventenne all’arte orafa, nella quale si distinse subito per la precisione tecnica e la finezza del cesello, lo scrupolo e il virtuosismo messi a punto nei lavori di toreutica non lo abbandonarono mai, dalla scultura alla pittura. Il tratto limpido e delicato che disegna vesti e ornamenti tanto da infondere alla materia un senso di leggerezza inedito, la complessità che si contiene interamente nell’armonia delle forme evocate, nella minuzia di lievissimi dettagli, ne fanno un vero e proprio iniziatore, presto svincolato dai due più influenti maestri di allora, Donatello e Domenico da Settignano. Un capostipite d’impronta fiamminga a Firenze, l’unico a tener testa alla scuola nordica opponendo una maniera volta a quel mondo ma anche assolutamente innovativa e peculiare. 

Non sorprende che un’intera sezione della rassegna sia dedicata a quel “piegar de’ panni”, esercizio plastico in grado di dar vita a potenti assoli, come mostrato dai disegni del Verrocchio e di Leonardo, e del quale fu caposcuola Fra Filippo Lippi, il primo a studiare gli effetti della luce su brani isolati di panneggio. In ciò ispirati dal De pictura di Leon Battista Alberti che invitava all’attenta osservazione delle statue per comprendere i cambi di luce. 

Dopo un veloce apprendistato presso gli orafi fiorentini, dunque, Andrea del Verrocchio iniziò a imporsi all’attenzione della propria città ma, in via altrettanto folgorante, pure fuori del suo territorio. Entrato nell’orbita delle committenze medicee, il che implicava un legame diretto coi cantieri dell’Opera del Duomo, la sua fama crebbe rapidamente, consentendogli l’apertura di una bottega in proprio nella quale molti giovani artisti scoprirono e affinarono le loro doti. A entrare nella sua cerchia, oltre al già menzionato Leonardo, e solo per citare i nomi più eclatanti troviamo il Perugino, Domenico Ghirlandaio, forse perfino Sandro Botticelli, che se non fu veramente suo allievo, ne subì di sicuro l’influsso mentre stava emancipandosi dall’insegnamento di Filippo Lippi.
Questo molto ci dice sulla qualità della mostra allestita a Palazzo Strozzi, uno scrigno delle meraviglie in cui trova spazio quell’arcipelago prodigioso e immensamente sfaccettato che è l’arte italiana quattrocentesca. Sono qui raccolte oltre cento opere che diedero sostanza spirituale al corpo dell’umanesimo. Da qui è passata la storia politica delle signorie e del papato, in queste tele, ceramiche, terrecotte, nei bozzetti, nei busti sono racchiuse le aspirazioni di un’epoca. Intelligenze raffinate, genialità, estro, capacità di unire i talenti per imprese collettive che rasentano l’incredulità, come nel prodigio dell’altare d’argento, nato dalle energie creative, oltre che di Verrocchio stesso, di progettisti del calibro di Ghiberti e Pollaiolo. 
Andrea del Verrocchio fu artista versatile, il cui merito è stato sminuito talvolta da certa critica troppo incentrata sui suoi allievi in quanto esecutori materiali dei suoi stessi progetti. Peraltro tale aspetto, quando appurato, nulla toglie alle sue qualità di fondatore e ispiratore, anzi a buon diritto le conferma. Indicativi gli incarichi ricevuti fuori da Firenze che lo portarono in alcuni dei centri più vitali e ambiti per gli artisti del tempo, a Pistoia, addirittura nelle vesti di “frescante”, a Roma e Venezia. La ricchissima esposizione aperta al pubblico fino a luglio è dunque un appuntamento cruciale per approfondire i tanti scambi e influssi sollecitati da uomini aperti e curiosi, propensi in ogni fase della loro vita a valorizzare le possibilità dell’ingegno, uomini che indiscutibilmente contribuirono alla grandezza di un’epoca.


(Di Claudia Ciardi)












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