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23 settembre 2012

There is a garden in the memory.....


There is a garden in the memory.....

Eraclito

Heraclitus, Fragment 44:
Diogène Laërce, Vies des philosophes, IX, 2

_ _ μάχεσθαι χρὴ τὸν δῆμον ὑπὲρ τοῦ
νόμου ὅκωσπερ τείχεος.

[44. Le peuple doit combattre pour la loi
comme pour ses murailles.]
[The people must fight for its law as for its walls.]


Yasunari Kawabata
Il suono della montagna – Der Klang des Berges

«Non era ancora il cielo di agosto, ma gli insetti cantavano già. Si udiva il suono della rugiada che, a goccia a goccia, cadeva da una foglia sull’altra. Poi, all’improvviso, Shingo udì il suono della montagna.
Non tirava vento. La luna era chiara, quasi piena, ma l’aria della notte era umida. I contorni degli alberi che ornavano la collina erano vaghi. I rami, tuttavia, erano fermi. Anche le foglie delle felci sotto la veranda dove si trovava Shingo erano ferme.
La casa si trovava in fondo a una terra stretta che a Kamakura chiamavano comunemente yato, la valle. Certe notti si udiva il suono delle onde. All’inizio, perciò, Shingo aveva pensato che si trattasse del suono del mare. Era chiaramente il suono della montagna, invece.
Somigliava al suono del vento lontano, ma aveva una forza profonda come se si trattasse dei rimbombi della terra. Pareva quasi che qualcosa risuonasse nel suo capo.»

«….et le vent du matin soufflait sur les lanternes.

C’était l’heure où l’essaim des rêves malfaisants

tord sur leurs oreillers les bruns adolescents;

où, comme un oeil sanglant qui palpite et qui bouge,

le lampe sur le jour fait une tache rouge»


«…..il vento del mattino soffiava sul lampione un po’ spento.

Era l’ora che sciami di sogni turbolenti

torcono sui cuscini i bruni adolescenti.

Come un occhio ferito che palpita, intorno

sanguinate, la lampada macchia di rosso il giorno»

Charles Baudelaire, Le crépuscule du matin [Il crepuscolo del mattino]


Robert Musil
Heft 26, 1921-1923?, p. 672

Alle Völker wurden von etwas Irrationalen aber Ungenheurem berührt, fremd, nicht von der gewohnten Erde, später als eine Halluzination erklärt. Bemerkbare Teile dieses Erlebnisses: Jeder hatte mit jedem zum erstenmal etwas gemeinsam. Auflösung in ein überpersönliches Geschehen. Man spürt die Nation leibhaft. Mystische Ureigenschaften so real wie Fabriken. Andres Verhältis zum Tod. Beim Duchschnittsmenschen speziell: Gefühl etwas Großes zu erleben. Man kann das nicht einfach eine Trunkenheit, Psychose, Suggestion, Blendwerk usw. nennen. Etwas Verwandtes wiederholte sich beim Ende des Kriegs. Die österliche Weltstimmung. Auch sie war keine Illusion usw. Sie war wie ein trojan Pferd: ein Betrug – aber in den Umrissen eines göttlichen Erlebnisses.


«Tutti i popoli vennero toccati da un che di irrazionale e mostruoso, estraneo, non proveniente dal mondo usuale, più tardi spiegato come un’allucinazione. Parti percettibili di questa esperienza: ognuno aveva qualcosa in comune con ognuno. Dissoluzione in un accaduto sovrapersonale. Si percepisce la nazione in carne ed ossa. Qualità mistiche reali al pari di fabbriche. Un diverso rapporto nei confronti della morte. Particolarmente presso gli uomini mediocri: sensazione di qualcosa di grande da conoscere. Non la si può semplicemente chiamare un’ebbrezza, una psicosi, una suggestione, un’illusione. Un che di affine si ripeté al termine della guerra. L’universale sentimento della Pasqua. Non era un’illusione ecc…Era un cavallo di Troia: un imbroglio ma sotto le spoglie di un’esperienza divina.»
Traduzione di Claudia Ciardi

Birken im Schnee ©

Sergej Esenin
Сергей Александрович Есенин
[Ardi, mia stella, non cadere]

Ardi, mia stella, non cadere.
Fai scendere freddi i tuoi raggi.
Giacché oltre la cinta del cimitero
un cuore vivo non batte.

Tu splendi di agosto e di segale
e riempi il silenzio dei campi
con il singhiozzante tremore
di gru non migrate.

E, alzando più alta la testa,
al di là del bosco, della collina,
sento ancora qualcuno che canta
il paese paterno, la casa natale.

E l’autunno che si fa d’oro,
e secca il succo alle betulle,
per tutti quelli che ho amato e lasciato
sulla sabbia piange le foglie.

Io so, so. Presto, presto,
per colpa non mia né di altri
sotto un basso steccato di lutto
avrò in sorte anch’io di giacere.

Si spengerà la carezzevole fiamma,
e il cuore in polvere si muterà.
Una pietra grigia porranno gli amici
con una gioiosa scritta in poesia.

Ma conciliato col rito funebre,
io per me stesso così scriverei:
ho amato la patria e la terra
come la bettola l’alcolizzato.

Traduzione di Margherita De Michiel
I poeti di Via del Vento, Sergej Esenin, Stanco di vivere e altre poesie, Acquamarina, 17

Full catalogue on facebook/ Via del Vento, «Acquamarina» archive

Esenin.ru


Mein Fenster
Tagebuchzeichnung
1910
Lawrence Ferlinghetti

The Canticle of Jack Kerouac
Il cantico di Jack Kerouac

[.....]

Far from the sea far from the sea
of Breton fishermen
the white clouds scudding
over Lowell
and the white birches the
  bare white birches
along the blear night roads
flashing by in darkness
(where once he rode
in Pop’s old Plymouth)
And the birch-white face
of a Merrimac madonna
             shadowed in streetlight
 by Merrimac’s shroudy waters
- a leaf  blown
                                             upon the sea wind
out of Brittany
over endless oceans


There is a garden in the memory of America
There is a nightbird in its memory
There is an andante cantabile
in a garden in the memory
of America
In a secret garden
in a private place
a song a melody
a nightsong echoing
in the memory of America
In the sound of a nightbird
outside a Lowell window
In the cry of kids
in the tenement yards at night
In the deep sound
of a woman murmuring
a woman singing broken melody
in a shuttered room
in an old wood house
in Lowell
As the world cracks by
                                    thundering
like a lost lumber truck
                                    on a steep grade
                in Kerouac America  

[.....]


*** *** ***

Lontano dal mare lontano dal mare
dei pescatori bretoni
le nuvole bianche navigano veloci su Lowell
    e le bianche betulle le
                                     bianche betulle nude
      lungo le buie strade della notte
                  compaiono improvvise nel buio
(dove lui una volta passava
                               nella vecchia  Plymouth di Pop)
E il volto bianco come una  betulla
                                      di una madonna di Merrimac
     sotto l’ombra di un lampione di strada
                    lungo le nebbiose acque del Merrimac
        -  una foglia soffiata
                             dal vento di mare
dalla Bretagna
                      su oceani infiniti


C’è un giardino nella memoria d’America
C’è un uccello notturno nella sua memoria
C’è un andante cantabile
in un giardino della memoria
d’America
In un giardino segreto
in un luogo privato
un canto una melodia
l’eco di una canzone notturna
nella memoria d’America
Nel canto di un uccello notturno
fuori da una finestra di Lowell
Nelle grida di bambini
nei cortili popolari
Nel suono profondo
di una donna che sussurra
una donna che canta una melodia interrotta
in una stanza con le persiane chiuse
in una vecchia casa di legname
a Lowell
Mentre il mondo scricchiola
                                     con gran rumore
come un vecchio camion di legname
                                      su una ripida salita
                nell’America di Kerouac                   


Via Nemoreto
Foto di Claudia Ciardi ©
 

29 maggio 2012

Anna Achmatova - È flebile la mia voce


Anna Achmatova, È flebile la mia voce e altre poesie
a cura di Paolo Galvagni
Via del Vento edizioni, aprile 2012




Descrizione/ About:

Una selezione di poesie della poetessa russa Anna Achmatova, curata da Paolo Galvagni per Via del Vento edizioni
Plaquette di 36 pagine. Volume numero 46, pubblicato nella collana «Acquamarina»
ISBN 978-88-6226-061-9
4,00 €

Un assaggio/ Vorgeschmack/ Sample:


La statua di Carskoe Seló

Ormai le foglie d’acero
scendono sullo stagno dei cigni,
e sono insanguinati i cespugli
del sorbo che matura senza premura.

Accecante e snella,
strette le gambe che non temono il gelo,
lei su un masso del nord
siede e guarda le strade.

Ho percepito un confuso terrore
davanti a questa celebrata fanciulla.
Giocavano sulle sue spalle
i raggi di luce morente.

E come potevo perdonarle
l’entusiasmo della tua lode innamorata…
Guarda, è lieta di intristirsi,
così elegantemente nuda.

1916


Sulla dura cresta di un tumulo di neve

Sulla dura cresta di un tumulo di neve
vaghiamo in un soave silenzio,
entrambi così sereni,
verso la tua segreta casa bianca.
E più dolce di tutti i canti intonati
è per me questo sogno avverato,
il dondolio dei rami toccati
e il suono lieve dei tuoi speroni.

gennaio 1917


La morte del poeta

S’è azzittita ieri la voce irripetibile,
ci ha lasciato l’interlocutore delle selve.
Si è tramutato nella spiga che dà la vita
o nella sottilissima pioggia, da lui cantata.
E tutti i fiori, che esistono al mondo,
sono sbocciati incontro a questa morte.
Ma è subito calato il silenzio sul pianeta
che porta un nome modesto…Terra.

1957


Quella notte impazzimmo l’uno dell’altra

Quella notte impazzimmo l’uno dell’altra,
riluceva a noi solo l’oscurità lugubre,
i canali borbottavano parole loro,
e i garofani sapevano d’Asia.

Attraversavamo una città estranea,
in un canto fumoso e nell’afa di mezzanotte,–  
soli sotto la costellazione del Serpente,
senza osare guardarci l’un l’altra.

Poteva essere Istanbul o perfino Bagdad,
ma, ahimè, non Varsavia, non Leningrado,
e questa differenza triste opprimeva,
come un che di orfanezza.

E sembrava: accanto i secoli vagare,
una mano invisibile un tamburo percuotere,
i suoni, come segni segreti,
davanti a noi nel buio volteggiare.

Eravamo nella misteriosa caligine,
quasi andassimo su una terra di nessuno,
ma, come feluca di diamante, d’un tratto
la luna si erse sull’incontro-commiato…

E se quella notte tornerà a te,
nel tuo destino a me incomprensibile,
sappi: qualcuno ha sognato
quel sacro momento.


Quasi in un album

Sentirai il tuono e mi rammenterai,
penserai: desiderava la bufera…
Sarà una striscia di cielo rosso scarlatto,
e il cuore sarà come allora – in fiamme.
Questo avverrà nel giorno moscovita
in cui abbandonerò per sempre la città,
e correrò verso il riparo desiderato,
lasciando la mia ombra ancora tra di voi.

1961-1963

                                     Anna Achmatova                                                               
In questa collana / also in this collection:

Aleksandr Blok, Mi vestirai d'argento e altre poesie, traduzione e cura di Margherita De Michiel, Via del Vento edizioni, dicembre 2002, Acquamarina, 18

Archive:

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Caffè d'Europa/ margininversi



13 aprile 2012

Georg Heym - Ci invitarono i cortili


Georg Heym - Ci invitarono i cortili/ Die Höfe luden uns ein
Via del Vento edizioni (dicembre 2011)

Scheda/ card
Pagina facebook – Georg Heym, Ci invitarono i cortili




Una selezione di poesie del poeta tedesco Georg Heym, curata da Claudia Ciardi per Via del Vento edizioni

Descrizione/ About:
Plaquette di 36 pagine. Volume numero 45, pubblicato nella collana «Acquamarina»
ISBN 978-88-6226-056-5
4,00 €
Catalogo completo «Acquamarina»/ Full catalogue


Un assaggio / Vorgeschmack / Sample:


[Dopo la battaglia]

Nei campi fittamente stanno i corpi,
sul verde pendio, sui fiori, i loro giacigli.
Disperse le armi, le ruote di raggi prive
e ribaltati i ferrei affusti.

Da pozze fumigano fiati di sangue,
in nere e rosse coltri confondono il sentiero.
E schiuma il ventre dei cavalli morti
che all’alba le loro zampe stirano.

Nel gelo della brezza il lamento ancora agghiaccia
dei morenti, quando alle porte orientali
un bagliore smorto appare, un lume acerbo,
il lieve nastro dell’inattingibile aurora.

                                *  *  *
           
[I silenti]

A Ernst Balcke


Una vecchia barca, nel porto spento
a sera sulla catena oscilla.
Gli amanti sopiti dopo i baci.
Una pietra che a verdi sorgenti nel fondo riposa.

Lo smarrimento di Pizia simile al sonno
che gl’implacabili dèi dopo il banchetto prende.
La pallida candela che sfuma il morto.
Creste di nubi su una valle.

Di uno stolto il riso fatto pietra.
Le coppe impolverate dove ancor vaga l’aroma.
Violini spezzati nell’abbandono dei solai.
L’aria fiacca prima del temporale.

Una vela che all’orizzonte balena.
La fragranza della macchia che le api attira.
L’oro dell’autunno e le foglie incoronate e il tronco.
Il poeta, che sente la follia di chi non l’ama.

                                 *  *  *

[Col capo appuntito viene]

Col capo appuntito viene alto sopra i tetti
e i suoi chiari capelli trascina,
l’incantatore, quieto nelle stanze del cielo si leva
d’innumeri astri sui sentieri dai fiori intrecciati.

Giù tutti gli animali nella selva e tra gli sterpi
giaccion con le frange ben pettinate,
un coro lunare intonando. Ma i bambini
nei lettucci dentro le bianche camicette si fan gomitoli.

L’anima mia mare senza sponda
piano fluisce in lieve corrente.
Verde son io dentro di me e fuori mi sperdo
come un palloncino di vetro.

                                 *  *  *

[Ci invitarono i cortili]

Ci invitarono i cortili con le scarne braccia,
delle nostre animucce l’orlo sdrucito ghermirono.
E per notturni usci noi sgusciammo
verso il tempo stregato di morti giardini.

Dalle grondaie un’acqua scese di piombo,
nubi perenni livide volavano.
E sul rigore di laghi ghiacciati
in secchi germogli pendevan le rose.

Dell’autunno sui trascurati sentieri ci mettemmo
il nostro sguardo incrinarono biglie di vetro
che qualcuno ci offriva sulle dita appuntite
e i nostri pianti ci alzarono di splendore un fuoco.

Lievi svanimmo: nelle vitree stanze
riecheggiò la tristezza e il delicato vetro franse;
or su opalescenti nuvole sediamo senza tempo,
sogno crepuscolare di un fatuo volo di farfalle.

                             *  *  *

[I folli]

Pura è la luce sui nostri giorni,
pallido riverbero del sole.
Come fiori schiusi e nel lieto raggio
che s’inazzurra ci leviamo.

Sedevamo nel fondo di cupe stanze,
e sopra scorreva con le sue nuvolette la vita,
e noi dei tetri cieli sempre in ascolto
dintorno ai nostri sepolcri nell’assonnata landa.

Qualcuno ci ha chiamato, aspettar non potevamo,
le nostre piste a lungo eran state opache.
E i giorni erranti, quelli brevi e quelli duri,
ineffabile il nostro andare avevan reso.

Dietro di noi ancora un suono va e un fragor sordo
come un mondo in acque ferme annegato.
Talvolta le spalle giriamo, intenti,
se un grido come una pietra nella nostra quiete cade.
Ché allegri siamo e di bei panni avvolti,
nella selva campestre cantando sediamo.
Per le nostre contrade avanzar non può
chi ancor con le mani lo steccato arpiona.

Non mancherà molto che alberi saremo,
quali nel mattino del tempo eravamo,
calmi come sogni dormienti nella terra scura,
e nessuno che le nostre vene tocchi.

traduzione / Übersetzung: Claudia Ciardi


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Wikipedia

Corriere della Sera/ 17-02-2012

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Sagarana - Dopo la battaglia/ Nach der Schlacht

Musicaos.it di Luciano Pagano 

Andrea Brancolini per Via del Vento/ Lankelot.eu, aprile 2012
E su Words Social Forum 

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6 aprile 2012

Walter Benjamin - Liberami dal tempo


Walter Benjamin - Liberami dal tempo/
Enthebe mich der Zeit
Via del Vento edizioni (ottobre 2011)

Scheda/ card
Pagina facebook - Walter Benjamin Liberami dal tempo




Una selezione di poesie dello scrittore tedesco Walter Benjamin, curata da Claudia Ciardi per Via del Vento edizioni
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Descrizione/ About:
Plaquette di 36 pagine. Volume numero 44, pubblicato nella collana «Acquamarina»
ISBN 978-88-6226-052-7
4,00 €

Un assaggio / Vorgeschmack / Sample:

Walter Benjamin, Liberami dal tempo/ Enthebe mich der Zeit


[Se avessi divinato il tempo]

Se avessi divinato il tempo del tuo morire al mondo
la natura avanti a te nella fine sarebbe precipitata,
con inesorabile misura volgerebbe
l’esserci all’infinito oblio.

Nel cielo resterebbero delicate albe rosse
proprio là nell’ora in cui scivolava la tua veste
le selve tutte dipinse buia pena
la notte su naviglio leggero rivestì il mare.

Da stelle plasma innominabile pianto
l’insegna del tuo sguardo nell’arco celeste
e l’oscurità impedisce con densità di barriere

l’espandersi della nuova primavera,
osserva l’anno nell’immota postura degli astri
dalla cisterna specchiante la tua morte.

                                *  *  * 
     
[Tu mai più sonante nella calura]

Tu mai più sonante nella calura
le verdi chine scendevi stillando
canti di vento portavi sulle ali
ti fece muta l’angelo dei sensi

o voce, lui con la sua mano alzò
l’anima tua all’infinita lucida frescura
dove ora la tua sorgente sull’amena altura
gioioso coraggio per volere divino effonde.

Quando all’alba smorta canto d’uccelli si sveglia
e chiede dove gli amanti hanno dimora,
ti intuisce racchiusa nell’immobile luce

che vividamente investe i faggi,
finché la metà del giorno dove la tua parola s’arrestava
ai muti lacera il corpo e lo spartisce con le ore.

                                 *  *  *

[Una volta delle sue orme era piena la città bianca]

Una volta delle sue orme era piena la città bianca
come una canzone moriva nelle sue finestre,
riflesso il suo sguardo, e il giorno si schermiva
fissandolo da cieli inermi

che ardenti pendevano sull’antico parco
dove al battito d’onda di grazie offerte
lo circuì un torpore il cui verde riflusso slittò via
alla nascita dei soli, quando in segreta forza

angeli lo sottrassero per paesi più distanti
d’imbiancate montagne dove l’anima dell’amica
precipitando volteggiava abiti di lino.

Il giovane un groviglio di schegge luccicanti
l’involse, sul capo stanco si curvò
dallo strale di un’eterna luna la fronte circonfusa.

                                 *  *  *

[Tu assopito ma lanterna al risveglio]

Tu assopito ma lanterna al risveglio
tu affranto ma consolatore degli ultimi
tu costretto al silenzio eppur liberatore d’un grido d’esultanza
dio piangente guaritore del sorriso

scorta agli abbandonati tu stesso dei più solitari
lasciato al bordo della barca dei defunti
dell’amor casto signore e dell’entusiasmo ardente
profeta di bellezza tu spogliato nel bisogno

angelo di pace tagliato dalla spada
fanciullo in fiore giocoso artigiano della morte
redentore che fa cenni dal cuore della distruzione

supplice bandito dalla soglia attonita
di antiche divinità tu portatore d’estasi nuova
liberaci e la nostra colpa slega.

                             *  *  *

[Dentro ogni bellezza]

Dentro ogni bellezza giace un segreto affanno
resta infatti eternamente confusa
due e due volte irrisolta
nascosta all’osservatore e misteriosa

in nulla è simile ai viventi il suo durare
nessun vivente del tutto la prende per vera
una trasparenza le rimane come rugiada e vento tra i capelli
più si avanza più diventa vaga

come Elena sta nella penombra del tramonto
l’accento dei due mondi non le corrisponde
se non svolgendo la sua trama abbagliante

ma non fu dato alla tua bellezza
fiorire né chiamarsi per nome
come morte schiusa dalla tua fresca vita?

traduzione / Übersetzung: Claudia Ciardi


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