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30 aprile 2016

Metropole Berlin (I)





Circumnavigando l’uscita secondaria della stazione di Schöneberg, ingentilita dai tavolini all’aperto del ristorante italiano che invadono prontamente il piccolo slargo nelle giornate di sole, si risale per una stradina all’apparenza tranquilla dove un calzolaio, sempre in pieno sole, lavora su un panchetto tra la soglia del suo negozio e il marciapiede. E se si alza lo sguardo capita di vedere un paio di piedi spuntare da un davanzale, forse qualcuno che si gode la siesta ai primi caldi. Io mi immagino già un lettore incallito o un musicista con qualche tic. Sotto un palo della luce una piantina, imbracata con mezzi di fortuna, veglia i passanti. Sul vaso si legge, non senza sforzo, l’invito a dedicarle qualche cura. E come si fa, là sopra? Opera di un briccone, il tipo del davanzale? Ormai lo penso come un paio di piedi che trafficando in completa autonomia hanno provveduto a tutto. Non ci sarebbe da stupirsi.
Un altro slargo con panchine, e la musica cambia. Addio, caro artigiano, apparizione fuori tempo di una via laterale, addio alla tua testa china di radi capelli rossicci che ti incoronano morbidamente la nuca. Addio a quel silenzioso compare, che con l’altera devozione di un rabbino, in piedi davanti a te, non stacca lo sguardo dalle tue mani. Ora è tutto un corteo di vecchi, faccia scavata e fronte bassa, che scrutano astiosi chi gli sfila di fronte e con avida curiosità le minigonne delle ragazze. Qualcuno si lascia scappare un grugnito, più per quel che vorrebbe avvistare e che con altrettanta inesorabile pervicacia gli si sottrae. Le belle passanti navigano veloci, troppo veloci perché le loro voglie tarde riescano a andare a segno. È gente povera del quartiere e raramente sembra aver visto cose diverse da questo incrocio di strade. Se ne rimangono lì per ore, simili a statue di sale, si tollerano poco perfino tra loro, infastiditi dalla reciproca esibizione delle proprie miserie. C’è una chiara impudenza che accompagna il loro vivere quotidiano e li accomuna, ma ognuno vorrebbe esserne il detentore indiscusso. Ognuno al centro di un suo regno, tiranno e schiavo del proprio temperamento bilioso, allora sì riuscirebbe a compiacersi di ciò che è, non visto, non esautorato, per dire, dagli altri. Così in mezzo all’asfalto, invece, il singolo appare interamente condannato. 
Intorno guizzano senza posa i bottegai turchi. Alcuni salmodiando sul marciapiede il nome delle loro mercanzie, altri agitandosi furtivi dietro i banconi, ombre taciturne e quasi inavvicinabili. Superate le botteghe-bazar, sulla prima grande arteria a scorrimento veloce, s’incontra la Hauptstraße, altra affollata patria mediorientale. Una vecchia, con un turbante scolorito in testa, trascina un carrello pieno di lattine. Cerca qualcuno che le paghi il giusto per quella paccottiglia e nel frattempo impreca in un tono sordo che scade nel lugubre. Dice qualcosa riguardo suo figlio, a quanto pare non se la passa niente bene, e spera così di procurarsi più in fretta un acquirente. L’alternanza tra cantilena pietosa e bestemmie è un contrasto troppo singolare per non restarne scossi. Man mano che la donna viene avanti, l’oscillare pauroso del turbante sembra un monito a farsi da parte. Un occhio saettante ripiegato tra i lembi consunti della stoffa, un’animazione pronta a scatenare la tempesta attorno a sé, fendere i marosi, incenerire gli importuni, e far queste e altre cose diaboliche in appena uno schioccare di dita. Quel suo dio ritorto e sonnacchioso come un serpente ne incardina i movimenti, dandole una specie di autorevolezza e gettando su di lei l’inquieto incanto dei derelitti. 
Dietro un banco di frutta un uomo non giovane né vecchio con la barba lunga e un giacchettaccio nero da asceta della metropoli ripete in continuazione “Respekt”. Non si capisce con chi ce l’abbia. Intorno non c’è nessuno, e il banco incagliato sulla via somiglia a un altare miracolosamente scampato alla furia che ha distrutto il suo tempio. Capita di vedere qui ogni genere di commercio, e più che in altri quartieri si assiste a una colorita dimostrazione dell’arte di arrangiarsi. Che per l’appunto è l’arte di maggior successo tra quante si coltivano nelle grandi città. Una volta, a Torino, credo di aver assistito a una delle sue espressioni più bizzarre. Ero in stazione da diverse ore, in attesa di una coincidenza che tardava. Non potendone più di fare la spola tra la caffetteria e la sala d’aspetto, mi accoccolai sulle poltroncine all’aperto nello spazio centrale. Ci misi un po’ a realizzare che intorno a me fioriva uno smercio in grande stile di giornali abbandonati dai viaggiatori. Sulle prime non capii il motivo dei balzi improvvisi di chi mi sedeva intorno. A ogni nuovo arrivo, qualcuno scattava a salutare il capotreno e lestamente prelevava la mercanzia dalle carrozze. Ogni tanto si avvicinava anche qualche pendolare «Come te la passi? Ce l’hai il Corriere di oggi?» ma venivano anche perfetti sconosciuti che subito entravano in confidenza con gli edicolanti improvvisati. Mi sfilò sotto il naso tanta di quella stranezza che ancora non saprei spiegarla. A un certo punto un giovane disteso dietro di me che faceva la guardia ai giornali, si sollevò sui gomiti, e rivolto a un suo chiamiamolo compagno d’avventura: «Tutto è possibile, se quello lassù mi libera dalla pigrizia». Giuro che non ci ho capito nulla. Quando li lasciai seguitavano a impilare i quotidiani che da ogni dove affluivano in stazione. Un rumore continuo di carta strofinata, passata di mano in mano, che a ogni ora serrava le fila. Poi, diciamo così, un cliente, poi una corsa al binario e il capotreno che qualche volta veniva fin lì a dare un’occhiata. Scambio di convenevoli, caffè offerti da una parte e dall’altra. Io che fingevo di leggere ma non mi perdevo neppure una sillaba, né mi facevo scappare il benché minimo gesto. E intanto da quell’andare cadenzato scaturiva una forma di ipnotismo, la più ignobile, perché fondata su un abuso d’incomprensione.  
Nulla di paragonabile però alle stranezze del meticciato berlinese, umanità varia e sfuggente, avvezza a molte e incomprensibili cose e di cui non esiste alcun prototipo – com’è fatto un berlinese, chi ormai può essere considerato, sotto un profilo fisico, l’emblema del prussiano di città? Scrutate le facce della gente in strada e la risposta vi morirà in bocca. [...]

(Di Claudia Ciardi - prima parte)

24 dicembre 2013

Am Schlachtensee



Foto di Claudia Ciardi ©

Am Schlachtensee

A Joseph Roth


La strada corre lungo il Mexikoplatz, una lingua verde a tratti quasi impudente per la fretta dei ciclisti. Ma io amo sorprenderne il volto gentile che si perde tra gli alberi e tenta di raccontare qualcosa come se facesse cadere dietro di sé molliche di pane, questo più di tutto mi seduce.
Prima dello Schlachtensee ci si ritrova su un’ampia curva, una morbida parentesi nell’astratto rettilineo che serra i pensieri alle fermate. Quindi lentamente affiora con le sue pagode ubriache il Mexikoplatz incagliato sul binario. Perfino la voce registrata del treno sembra per un attimo far posto a un’esotica imminente evasione, sbocciata tra le case come per gioco.
Ma per me, per me soltanto, evoca molto di più. Ben oltre l’idea del nuovo mondo giunto agli incroci della metropoli sta la vera stravaganza che me l’ha fatto immaginare assai prima di arrivarci. Parlo di un sogno in cui la città intorpidiva nell’abbaglio dell’inverno, e le strade erano poco più che una mistura confusa di orme lasciate dai passanti sulla neve. Così mi trovavo a bussare a porte e finestre, mentre le ore passavano e il tramonto trascinava con sé qualcosa di inesorabile.
Al Mexikoplatz ero infine perduta. La città, immobile e svuotata, giaceva in un riverbero azzurro che annunciava la sera. Tutto cospirava per scacciarmi, e anche l’impossibilità di rimanere, era chiaro, incarnava un’ipotesi fatale che sfiorava strani tasti della mia fantasia e una corda, cui sentivo appeso più di un episodio della mia vita. Queste sensazioni non mi hanno dato tregua neppure dopo, quando ho veramente visitato la piazza. La realtà si è messa a sparigliare le carte insinuando in quel che vedevo il dubbio di un’effettiva esistenza. Improvvisamente, la fontana, gli alberi, i vialetti secondari, le teste dei clienti nel bistrot reclamavano di essere guardati con intensità maggiore di quella che si riserva normalmente alle singole apparizioni. Già sapevano che da me avrebbero ottenuto più comprensione di quanta potessero offrirmi nell’istante in cui li ho sorpresi.
Il Mexikoplatz non si raggiunge per caso. Qui una camminata non si limita a uno spostamento nello spazio ma sembra preparare chi vi si avventura a un moto ulteriore. Per quanto mi riguarda è una tappa verso lo Schlachtensee coincidente con un sintomo del mio divagare, qualcosa di simile a un incontro che si è desiderato per molto, un oggetto indecifrabile che mentre si manifesta perde ogni potere di rivelazione e beffardamente ci rimanda ad altro. Come capita di bere e continuare ad aver sete, così ogni volta che cammino lì nei dintorni, non posso fare a meno di spingermi in avanti.
La curva docile e ombreggiata che conduce al lago e l’arco stesso che disegnano le sue rive leggermente scoscese mi ricordano il bel viale di platani che nella mia infanzia mi portava al mare. Le querce vegliano il sentiero, e il tramonto lo accende come il dorso di un drago addormentato. Di tanto in tanto un treno rotola sul binario e il bosco ne rimanda il sussulto smorzato, e qualcosa di quel battito metallico e primitivo resta per pochi attimi impigliato da qualche parte nel fitto della vegetazione. Anche il noleggio delle barche affiora senza clamore, la casetta dei due custodi appare come scaraventata in quel punto dalla distrazione di qualcuno; una staccionata di legno che invece di indicare un perimetro dà l’impressione di stare lì per assecondare le fantasticherie del viaggiatore. Se non fosse per le voci dei padroni in cui risuona un berlinese ruvido e sbrigativo, se non fosse per qualche infuocata lite a distanza tra rematori attardati e implacabili doganieri, tutto farebbe pensare a un avamposto lasciato deserto ormai da anni.
Ma non è questa ancora la meta del mio andare. Neppure qui, tra questo muro in ombra e la finestrella incollata al sottotetto, timida vedetta di una fiaba, neanche in quest’angolo riesco ancora ad avvistare un segno di quel che mi ha adescato. Da diverso tempo molte cose sembrano indicarmi un approdo seppur provvisorio ma in grado di rassicurare, che magari offra riposo, e io non so coglierlo o continuo a respingerlo, fatto è che le due cose sempre finiscono per allearsi e congiurano contro di me.
Ebbene, io sono caparbia, cerco ugualmente la mia via attraverso il coro di squillanti sirene che mi si para davanti. Non è facile superarlo, però un verso per guadagnare l’altra riva deve pur esserci. Questione di affidarsi a una buona corrente. E alla fine, a metà del lago, scorgo sopra un fitto canneto una selva di gioiose betulle scosse dal vento. Freme con la grazia di un tempio chiuso, un respiro che imparo subito e sento scendere dentro di me. Si potrebbe passare ore a contemplarla o anche un’intera vita. E il senso di aver compiuto qualcosa cancella ogni smarrimento. Per un po’ qui ci sarà pace, per un po’ si potrà restare.


(Di Claudia Ciardi)



                      

Links:

3 settembre 2013

Leggendaria n. 100


Segnaliamo Leggendaria numero 100 
Luglio 2013
Titolo: n. 100
Tema: Generazioni e narrazioni
ISBN: 978 – 88 – 6252 – 217 - 5
Euro: 10, 00
Sito di Leggendaria/ Official site


Grazie a Leggendaria, nella persona della direttrice Anna Maria Crispino, per avermi dedicato un doppio spazio nella rivista.

La recensione a cura di Anna Maria Crispino dedicata alla voce notturna di Catherine Pozzi nella selezione di poesie edita da Via del Vento.


Riproduzione dell'articolo © 



Il libro:
Catherine  Pozzi, Nyx
A cura e traduzione di Claudia Ciardi
Via del Vento edizioni, 2012
pag. 36, ISBN 978-88-6226-068-8


Euro 4,00


Cover, Via del Vento edizioni ©







                  
Più o meno mentre mi aggiravo per le strade di Friedenau, usciva questo mio contributo sulle voci della 'flânerie berlinese'. In certi momenti accadono cose che definirle fatalità soltanto significherebbe sconfessarne la segreta intelligenza con cui si manifestano.

Sinfonia di una metropoli di Claudia Ciardi su La Berlino dell'espressionismo, a cura di Antonella Gargano, Silvy edizioni, 2012 ©


Pagine correlate/ related links:

Archivio ESSPER

Catherine Pozzi, Nyx, a cura di Claudia Ciardi, Via del Vento edizioni, dicembre 2012 (post in questo blog)

Walter Benjamin, Liberami dal tempo/ Enthebe mich der Zeit, a cura di Claudia Ciardi, Via del Vento edizioni, ottobre 2011 (post in questo blog)
&
pagina su facebook

Georg Heym, Ci invitarono i cortili/ Die Höfe luden uns ein, a cura di Claudia Ciardi, Via del Vento edizioni, dicembre 2011 (post nel blog)
&
pagina su facebook

Simonetta Longo su Georg Heym/ La Sfinge senza enigmi 

germanistica.net per Via del Vento edizioni


Ex libris di Franz Pfemfert
                     

25 maggio 2013

Dimensioni berlinesi II/ Luoghi e cultura


Dimensioni berlinesi II/ luoghi e cultura
Berliner Aspekte II/ Stellen und Kultur


 

Propyläen Verlag
Der Propyläen Verlag ist ein Imprint des Ullstein Verlages mit Sitz in Berlin. Unter diesem Namen werden Sachbücher, Biografien und Klassikerausgaben veröffentlicht.
Das Imprint wurde 1919 begründet, nachdem Ullstein vom Georg Müller Verlag die dort begonnene Propyläen-Edition der Werke Goethes übernommen hatte. Die Leitung hatte zu Beginn Emil Herz. In den zwanziger Jahren erschienen bei Propyläen insbesondere Werke zu Geschichte und Kunstgeschichte, ab 1923 beispielsweise die Propyläen Kunstgeschichte in 24 Bänden, und von 1929 bis 1933 eine Weltgeschichte in zehn Bänden, herausgegeben von Walter Goetz. Veröffentlicht wurden aber auch Klassiker wie Schiller oder Montaigne. Im belletristischen Programm erschien 1929 der Roman Im Westen nichts Neues von Erich Maria Remarque, der als Anklage gegen den Krieg von konservativen Kreisen abgelehnt wurde.


Lovis Corinth (German, 1858–1925)
Death Lament (Totenklage) for the portfolio Compositions (Kompositionen)

published by Propyläen Verlag

See also:



Käthe Kollwitz
Museum Berlin



Krieg dem Kriege, 1923

Das Käthe-Kollwitz-Museum befindet sich in der 1871 als erstesWohnhaus in der Fasanenstraße erichteten Stadt-Villa, die bereits 1897 zu einem Palais im spätklassizistischen Stil umgestaltet wurde. In den 80er Jahren dieses Jahrhunderts erfolgte die grundlegende Restaurierung des nach dem Krieg halbverfallenen Baus.

Fasanenstr. 24, 10719 Berlin (Charlottenburg)

Käthe Kollwitz - Artikel (von Claudia Ciardi)



2012-2013 Russland-Jahr in Deutschland 

Das Russische Haus der Wissenschaft und Kultur ©

Friedrichstraße 176-179, 10117 Berlin

Tel.: 030/20 30 22 52, Fax: 030/204 40 58
Öffnungszeiten des Hauses: Mo-Fr 10.00-20.00 Uhr, Sa-So 12.00-18.00




Café Babel Berlin ©
On 16 May Der Freitag newspaper in Germany recognised cafebabel.com Berlin as a European prize winner in 2013.
cafebabel Berlin, the blog of the official network of volunteer journalists and fixers in Berlin which was launched in 2005, join the folks at the Forum for European Journalists (FEJS) and Project. They were selected from 89 projects and amidst over 40, 000 online votes.
Official site/ cafebabel Berlin 



Radio in Berlin

Deutschland Radio Kultur - Berlin


Samuel Beckett während der Theaterproben zu seinen Stück "Endspiel" für die Berliner Festwochen 1967 (Bild: picture alliance/ dpa/ Konrad Giehr)

Listen to: Samuel Beckett und seine späte Prosa  von Ria Endres

Samuel Beckett. Prologo di un viaggio
(von Claudia Ciardi) - Helios magazine, 2010



multicult.fm Internet-Radio 


Berlin ist multiethnisch und multikulturell, beides zugleich. Als Hauptstadtregion und Medienstandort mit Einwohnern aus 180 Nationen hat Berlin-Brandenburg mit multicult.fm ein Medium, das alle ethnischen Gruppen anspricht und zusammen bringt.



Weltkulturradio aus Berlin ©



Bilder von Berlin ©
(group on facebook)

Antonio Sánchez-Barriga ©


Martin Flegel ©


Martin Flegel ©

Und Berlin/ das Album
(facebook)



1 ottobre 2012

Berlin-Weißensee


Quello di Weißensee è un distretto (Bezirk) contiguo al Pankow (nel nord-est di Berlino). Prende il nome dal lago (Weißer See), il bacino berlinese più profondo, situato all’interno dell’omonimo parco, e costituisce una zona residenziale che ospita il più grande cimitero ebraico della Germania. 
Le autorità comuniste cercarono di incoraggiare l’usanza per cui le coppie appena formate deponessero fiori sul memoriale contro il nazifascismo, edificato all’entrata del parco, ma questa attività ha subito un drastico declino a partire dal 1989. Nella parte settentrionale del parco si estende una pista ciclabile, la Radrennbahn Weißensee, dove ai tempi del Muro erano occasionalmente tenuti concerti rock che attiravano molti giovani della Germania Est.
Pankow and Weissensee - The Rough Guide to Berlin
 by Jack Holland, John Gawthrop
pp. 189-193
Weißer See in Winter
Weißer See
wikipedia.it

Strandbad Weissensee on facebook

Der Bezirk Pankow-Weissensee

Weissensee is a locality in the borough of Pankow in Berlin, Germany, named for the small lake Weißer See (White Lake) within it. Before Berlin's 2001 administrative reform, Weissensee was a borough in its own right, consisting of the localities of Weissensee, Heinersdorf, Blankenburg, Karow and Stadtrandsiedlung Malchow.

Weissensee was first mentioned in 1313 as Wittense. The first settlers subsisted on fishing and established themselves on the eastern shore of the lake, where an old trade route connected Berlin with Szczecin (Stettin) and the Baltic Sea - today the Bundesstraße 2 federal highway.
As Berlin's least inhabited district, it has been overshadowed historically by its neighboring boroughs Prenzlauer Berg and Pankow. However its popularity is increasing due to its proximity to the hip but expensive Prenzlauer Berg. Its trams make reaching Mitte very convenient.


Mauer memory - Foto di Claudia Ciardi ©
Sul cimitero di Weissensee/ Weissensee Jewish Cemetery

«In Germania è usata un’espressione per questo tipo di cimiteri, ossia ‘cimiteri orfani’, perché tutti i parenti di coloro che sono seppelliti lì furono assassinati o lasciarono la Germania. Non c’è proprio nessuno che si prenda cura di queste sepolture».


«What role does Weissensee play in the consciousness of the German public?»

«Most Berliners have heard of Weissensee, but never went there, though there were always people who were interested and went there. There’s a German term for this kind of Jewish cemetery—they call it an orphan cemetery, because all the relatives [of those buried there] were murdered or had to leave Germany. There’s no one really to take care of it. In the 1950s, the German government decided that they were responsible for Jewish cemeteries because they killed the people in charge, or forced them to flee. There are also private citizens who want to help, who go to the registry and say, ‘I really want to do something. What can I do?’ The people at the registry might say, ‘These are graves of families who committed suicide, so there’s really no one who can take care of the graves. If you want to, you’re welcome to.’ They choose one or two graves and say, ‘I’m the one who goes there now because there’s no one left to do this job.’ So for every birthday or date of death there’s someone coming, sometimes with flowers, or to put stones on it. They feel responsible for it. We, the Germans, are responsible. But there are also governmental intitiatives to take care of the mausoleums, because they say, ‘That’s something that belongs to our culture, and we have to preserve it’.»

Source: gravetender06 | December 17, 2011
blog:
InTheMoment
politics | culture | religion

Weißensee graves - Seventh Art Releasing ©

Bibliography:
Weissensee: ein Friedhof als Spiegelbild jüdischer Geschichte in Berlin, Peter Melcher, Haude & Spener, 1986

19 settembre 2012

Jene Spaziergänge am Grunewald

Quelle passeggiate nel Grunewald


Walter Leistikow - Solitary woods

October 19, 1900
    Max Planck, in his house at Grunewald, on the outskirts of Berlin, discovers the law of black body emission (Planck’s law).

In:

Understanding the Present:
An Alternative History of Science
,
Bryan Appleyard
Tauris Parke Paperbacks, 2004

pages 151-153

«In definitiva, l’energia assorbita o emessa dagli oscillatori è elettromagnetica, ovvero luce. Quindi, l’ipotesi di Planck, se presa alla lettera, implicava che la luce stessa fosse quantizzata, cioè esistesse solo in unità discrete. Inizialmente Planck pensò che questa sua ipotesi fosse un artificio puramente matematico che facilitava i calcoli, destinata a essere abbandonata successivamente. Il fisico inglese James Jeans era dello stesso avviso e suggerì che h dovesse tendere a zero in qualche punto del calcolo, ristabilendo quindi un pieno accordo con la fisica classica. Ma non si riuscì a eliminare la costante di Planck. Il vaso di Pandora della meccanica quantistica era stato aperto, e non fu possibile ricacciare dentro l’ordinato recinto della fisica del XIX secolo tutto ciò che di ‘spiacevole’ seguiva dall’analisi di Planck. La ‘scatola piena di luce’ di Herschel era in evidente disordine. Da questo dilemma nacque il nuovo quanto di luce. Le enormi implicazioni della semplice ipotesi di Planck furono immediatamente evidenti solo a pochi fisici suoi contemporanei. Da quel momento, il particolare tipo di energia chiamato luce sarebbe stato quantizzato.
Con questa sola ipotesi, Planck fu in grado di ottenere una formula matematica che si adattava piuttosto bene ai dati che aveva sotto mano. Inoltre, per verificare la sua teoria, invitò Rubens a prendere il tè a casa sua, fuori Berlino. Egli portò con sé i risultati delle sue recenti misurazioni e Planck ricambiò con la sua nuova formula per la distribuzione della radiazione del corpo nero. Per la prima volta la teoria era in pieno accordo con l’esperimento. Tutto il successo derivava dalla sua bizzarra ipotesi sul moto discreto di un pendolo.
Planck deve aver intuito il profondo significato di questo momento, perché nell’impeto del successo portò il suo adorato figlio Erwin a fare una lunga e memorabile camminata nella foresta di Grunewald, fuori Berlino. Erwin, che allora aveva solo sette anni, sapeva del prolungato impegno di suo padre per l’analisi della luce. Mentre camminavano, lui si confidò dicendo al bambino di avere la sensazione che la sua fosse una scoperta rivoluzionaria, destinata ad avere la stessa importanza di quelle di Copernico e Newton. Queste erano parole coraggiose, profetiche, dette da un uomo onesto e prudente, un’eresia pronunciata a nessun altro che a suo figlio, e tuttavia essi avevano parlato apertamente. Le domande paradossali che la teoria di Planck sulla luce aveva insinuato nell’immaginazione umana continuano a riecheggiare un secolo dopo, nella forma della dualità onda-particella.»

[…]


«Berlino, all’inizio del secolo, era un luogo entusiasmante. Mentre Max Planck era impegnato presso l’Università nella elaborazione della teoria quantistica, non molto lontano, al vecchio Café des Westens, importanti scrittori, artisti e intellettuali si radunavano ogni sera per discutere su van Gogh, Nietzsche, Freud e per spargere i semi della rivoluzione. Il poeta Ernst Blass sentì la vita, in quegli anni, come «una coraggiosa lotta contro la crudeltà, l’inattività, la pigrizia e la meschinità del mondo incolto». Il materialismo del XIX secolo era attaccato da ogni parte. La teoria quantistica e la relatività stavano indebolendo le spiegazioni meccanicistiche, gli artisti erano scontenti per le limitazioni dell’arte accademica, e gli intellettuali stavano annunciando una rivoluzione contro culturale nel campo delle idee.
I nuovi atteggiamenti rifiutavano gli aridi meccanismi dell’era precedente, e desideravano sostituirli con una più vitale Lebensphilosophie, o filosofia della vita. La fisica, che non si sviluppò mai nell’isolamento culturale, condivideva lo spirito del tempo. Gustav Mie, professore di fisica, disse in un discorso del 1925: “È interessante osservare che anche la fisica, una disciplina rigorosamente limitata ai risultati degli esperimenti, si sta muovendo lungo sentieri che corrono perfettamente paralleli a quelli dei movimenti intellettuali in altre aree della vita moderna”.
Insieme con le rivoluzioni nella fisica si verificò una rivoluzione nelle consapevolezze, ma i venti del cambiamento non ebbero su tutti lo stesso effetto. Nel primo quarto del XX secolo si verificarono spesso lunghe dispute tra le voci della tradizione e quelle di una nuova vita, che si riflettono nella nostra cronistoria della luce. Planck, Einstein e Bohr lottarono per proteggere le basi tradizionali della scienza, mentre contemporaneamente favorivano le conoscenze rivoluzionarie sulla luce. Gli artisti e i pensatori spirituali del periodo, da un lato apprezzavano gli ottimi risultati della scienza, dall’altro criticavano la sua unilateralità e aspiravano a incarnare il sogno di Emerson, ovvero l’unione della scienza rigorosa con una visione poetica e spirituale.
A Parigi, Robert Delaunay traeva la sua pittura direttamente dal colore e dalla luce, giustapponendo forme di colore con solo un pizzico di realismo. Nel 1912, Klee tradusse un saggio di Delaunay, Sulla luce, per la rivista di arte e poesia espressionista «Der Sturm». Le parole di Delaunay in quel saggio avrebbero potuto essere di Klee o Kandinskij: “Finché l’arte è troppo servile verso gli oggetti, rimane descrizione, letteratura…” Piuttosto la luce stessa dovrebbe essere “considerata come un mezzo indipendente di rappresentazione”. »


[…]


«Il 15 febbraio 1944, durante il massiccio bombardamento aereo degli alleati su Berlino, fu rasa al suolo anche la città di Grunewald e con essa la casa di Planck. Tutte le sue lettere e i documenti conservati meticolosamente vennero distrutti nell’esplosione. Infine, più tardi, in quello stesso anno, il suo amato figlio Erwin, con il quale aveva fatto la solitaria passeggiata nella foresta di Grunewald nel primo momento entusiasmante della sua scoperta, venne arrestato dalla Gestapo per il ruolo avuto nel fallito attentato a Hitler. Suo padre mosse cielo e terra per salvargli la vita ma invano. Il dolore per la sua perdita fu tanto grande che quasi ne morì. Ma forse, come pensava von Baader, fuori dal buio l’energia può uscire di nuovo improvvisa e intensa come un fulmine».
Arthur Zajonc, Dalla candela ai quanti. La storia della luce nella filosofia, nell’arte, nella scienza, Red edizioni, 1999

pp. 238, 239, 251, 252, 254



Walter Leistikow - Grunewaldsee

Berlin-Grunewald
Geschichte

In den 1880er Jahren verkaufte der Preußische Staat nach persönlicher Intervention von Reichskanzler Otto von Bismarck 234 Hektar des Forstes Grunewald an ein Bankenkonsortium, das sich zum Ziel gesetzt hatte, nach dem Muster der überaus erfolgreichen Villenkolonien Alsen und Lichterfelde ein noch aufwändiger angelegtes Wohnviertel zu errichten. Es entstand die spätere “Millionärskolonie Grunewald”. In diesem Zusammenhang wurde auch der Kurfürstendamm ausgebaut und so entstand seit 1889 an seinem westlichen Ende ein neues nobles Wohnviertel, die Villenkolonie Grunewald.

Aufgrund baulicher Vorgaben waren große Grundstücke erforderlich, die nur zu einem geringen Teil bebaut sein durften. So entwickelte sich Grunewald zu einer der wohlhabendsten Wohngegenden Berlins, obwohl die Villen stilistisch sehr heterogen sind. Um 1870 wurden die künstlichen Seen innerhalb der zur Glazialen Rinne der Grunewaldseenkette Seen Hubertussee (vorher Torffenn), Herthasee (Rundes Fenn), Koenigssee (Langes Fenn) und Dianasee (Diebsloch) ausgehoben und über artesische Brunnen mit Wasser gefüllt. Sie wurden entlang des ehemals sumpfigen Geländes angelegt. Man erreichte damit gleichzeitig zwei Dinge: Zum einen beseitigte man damit Moorgebiete (Fenns), die man als Infektionsherde fürchtete, zum anderen legte man gleichzeitig Attraktionen für die potenziellen Bewohner an, da sich die Villen um die Seen gruppierten und die Seeufer sowie die Hangbereiche frei von jeder Bebauung blieben und zu privaten Garten- und Parkanlagen wurden. In großer Zahl wählten Unternehmer, Bankiers, Akademiker und Künstler, oft jüdischer Religion, das inzwischen attraktive Gelände zum Wohngebiet.

Bei der Eingemeindung nach Groß-Berlin 1920 wurden 6449 Einwohner in Berlin-Grunewald Landgemeinde und 507 Einwohner in Berlin-Grunewald Forstgutsbezirk gezählt.

Durch Bomben im Zweiten Weltkrieg gerissene Lücken wurden teilweise mit Nachkriegsvillen oder größeren Einfamilienhäusern gefüllt, teilweise aber auch mit profaner Mietarchitektur. Berlin-Grunewald ist bis heute das teuerste Viertel des Berliner Villenbogens, der sich im Südwesten der Stadt von Lichterfelde-West im Süden, über Dahlem und Grunewald bis nach Westend erstreckt.

Über den Bahnhof Grunewald besteht ein direkter Anschluss zur S-Bahn-Linie S7; von dort geht es in die Berliner Innenstadt bzw. stadtauswärts nach Potsdam.

Von diesem Bahnhof aus erfolgte während des Zweiten Weltkriegs seit Oktober 1941 die Deportation der Berliner Juden vorwiegend in östlich gelegene Konzentrations- und Vernichtungslager. Hieran erinnert seit 1998 das “Mahnmal Gleis 17”.
http://de.wikipedia.org/wiki/Berlin-Grunewald
La Foresta di Grunewald (o semplicemente Grunewald, "foresta verde") è, con i suoi 3.000 ettari di estensione, la maggiore foresta cittadina di Berlino.
Il Grunewald (appartenente per la maggior parte al quartiere omonimo) si estende lungo la riva orientale dell'Havel, nella zona occidentale di Berlino.
Lambisce, verso nord, la Fiera di Berlino (Messe Berlin) e la torre della radio (Berliner Funkturm).

L'ambiente naturale del Grunewald presenta un'estesa foresta, principalmente di conifere e betulacee. Varie aree sono protette (Naturschutzgebiet) ed interdette agli avventori, ospitando una variegata fauna, principalmente di anfibi ed uccelli).

Oltre al fiume Havel, che per i berlinesi rappresenta una vera e propria zona balneare, il Grunewald è contornato da vari laghi e stagni. Lungo il confine occidentale della foresta, collegati dal corso del torrente Fenngraben, vi sono lo Schlachtensee, il Krumme Lanke, il Grunewaldsee, e gli stagni di Riemeisterfenn e Hundekehlesee. Altri piccoli stagni interni alla foresta sono il Teufelsee, il Pechsee ed il Barssee.
Il Grunewald conta 2 isole sul fiume Havel: Schwanenwerder (unita tramite strada) e Lindwerder.

30 luglio 2012

Generazioni e conflitti


Generazioni e conflitti
Generationen und Konflikte


Disoccupati e quadri superiori, commercianti e insegnanti: i manifestanti contro Vladimir Putin
non possono essere racchiusi in una sola categoria
(di Alexander Bikbov)

«In un prossimo futuro, la classe media dovrà diventare una maggioranza sociale», preannunciava Vladimir Putin il 29 febbraio 2012, poco prima di essere rieletto alla presidenza della Russia, mentre da tre mesi gli oppositori manifestavano in strada per denunciare elezioni segnate dalle frodi.

Tra la nomenklatura onnipotente e il proletariato marginalizzato, la classe media si è rivelata una clientela fondamentale per le riforme politiche. Fin dagli anni 1992-1993, nell’immaginario dei sostenitori di una transizione all’eden post sovietico, essa ha assunto la doppia valenza di classe stabilizzatrice, in grado di impedire i conflitti tra gruppi sociali antagonisti, e di principale sostegno al nuovo regime politico.

Da allora, un dibattito ricorrente circa la sua importanza o la sua esistenza scandisce la storia della Russia, almeno sui settimanali e alla televisione. Così, la crisi finanziaria del 1998 avrebbe ipoteticamente soppresso questa ipotetica classe, prima che l’ascesa al potere di Putin, nel 2000, ravvivasse le speranze di uno sviluppo – speranze che la crisi economica del 2008-2009 ha di nuovo rimesso in discussione. La caccia alla classe media costituisce ormai una vera passione per i media.

Le recenti mobilitazioni contro il governo le hanno dato nuovo vigore. Solo a Mosca, diverse manifestazioni hanno raccolto decine di migliaia di persone dietro a slogan come «Non ho votato per queste carogne, ho votato per altre carogne» oppure «La frode è andata bene, nessun incidente.» Le interviste fatte ai manifestanti, in generale presentati come appartenenti alle classi medie, mostrano l’estrema diversità del modo di intendere questa identità. Durante la grande manifestazione del 4 febbraio 2012 a Mosca, ad esempio, un professionista delle pubbliche relazioni dichiarava: «Spero di appartenere alla classe media, ma, francamente, ho idee molto vaghe in proposito.» Un giornalista aggiungeva: «Non so…[faccio parte di] la classe media. Ma è tanto per dire.» «È possibile, a livello puramente teorico, che noi si sia la classe media», si arrischiava, da parte sua, un traduttore, mentre un imprenditore rivendicava fermamente la sua appartenenza alla «classe media, colta, creatrice.»

Il ventaglio delle posizioni sociali di coloro che dicono di comporre questa classe sembra molto ampio. Vi si trovano quadri superiori del settore bancario, con stipendi mensili di molte decine di migliaia di euro, giornalisti e traduttori precari, insegnanti che guadagnano da 300 a 600 euro al mese, o anche il caporeparto di una fabbrica di provincia che ne guadagna appena 500. Come è possibile che individui dagli status così diversi possano riconoscersi in una stessa categoria?

L’opposizione politica definita «liberale» non è né la sola né la prima a usare la nozione di classe media, anche per definire se stessa. Il governo se ne serve nei momenti critici, o per insistere sul ruolo «stabilizzatore», o per opporla al «popolo» fedele, come nel dicembre 2011, quando i contestatori vennero ridotti a «gente col visone». Ma, fin dai primi momenti delle mobilitazioni, sono i grandi media che spiegano chi sono a dei manifestanti visibilmente perplessi per come li si definisce. «Basta: la classe media è scesa in strada», proclama Zagolovki il 7 dicembre 2011. «Gli indignati sono la nostra nuova classe media», rincara tre giorni più tardi Kosmolskaya Pravda. Nei tre mesi successivi alle elezioni legislative del dicembre 2011, il numero di articolo sulla stampa scritta russa a proposito di questa famosa «classe», è quasi raddoppiato rispetto ai tre mesi precedenti. La stampa internazionale non è da meno: «Benché sostenuta da Putin, la classe media russa si è rivolta contro di lui», scrive The New York Times (11 dicembre 2011); «Il Cremlino ha un grosso problema quando i giovani russi della classe media si impegnano in politica», osserva The Indipendent (Londra, 12 dicembre 2011).
Secondo i primi risultati della nostra inchiesta, sembrerebbe che col succedersi delle manifestazioni le persone intervistate si riconoscano sempre più in questa definizione. L’operazione mediatica ha quindi avuto successo. «Dicono che qui è la classe media che manifesta. Allora siamo noi», riflette un’impiegata del settore privato. Assistiti da esperti di ogni genere, i giornalisti hanno creato di classe che i manifestanti possono prendere in prestito per affermarsi come comunità che prende posizione pubblicamente. È una dimensione che a volte si dichiara esplicitamente: «Appartengo a una frazione inferiore della classe media – spiega una rivenditrice di prodotti elettronici, demografa di formazione. Vivo abbastanza bene, continuo a lavorare come impiegata e sono di origine molto modesta. Ma ho ricevuto un’ottima formazione, ho esigenze culturali, opinioni politiche.» «Siamo la classe media, perché qui esprimiamo liberamente le nostre posizioni», riassume un’impiegata di banca.

Ma sono soprattutto i giornalisti mobilitati, a trovare nelle manifestazioni la conferma di una realtà che loro stessi hanno prefabbricato, ignorando la diversità di condizione sociale di coloro che prendono parte ai cortei. «Classe media» diventa così una nozione che nasce da un «prêt-à-penser (pensiero pronto all’uso)» comodo per un movimento che evita di approfondire questioni sociali potenzialmente conflittuali, come l’istruzione o la sanità pubblica. Una nozione, la cui magia politica si basa sia sul potenziale di mobilitazione che sulla capacità di dissimulare differenze sociali fondamentali. Vera profezia che si autoavvera, essa rappresenta oggi la sola identità capace di far uscire i proprietari di iPad dai caffè e spingerli in strada…. 
Le Monde diplomatique – maggio 2012


                                                    Sotterranei ©
                                    Fortezza Santa Barbara - Pistoia

«Giungono donne tra le rotaie,
giù nei detriti dove non c’è esistenza
ma uno stare colpiti da ogni luogo,
davanti al ferro della casa,
un buio nel cuore dei morti
che faranno il miracolo,
che hanno voce nell’estremo vento
e chi attende è sorvegliato,
il lume che sbrana i volti
appena acceso nelle stanze.»

Roberto Carifi, Morgue



Stig Dagerman
Autunno tedesco. Viaggio tra le rovine del Reich millenario
Traduzione di Massimo Ciaravolo
A cura di Fulvio Ferrari
Titolo originale: Tysk Höst!
Casa editrice: Lindau, 2007


[Deutscher Herbst
Reiseschilderung
Suhrkamp Verlag
Erscheinungsjahr: 1987
Seiten: 119]


From the book:
«A questo mondo può essere abbastanza facile constatare convergenze di opinioni che, simili ad autostrade, attraversano tutte le classi sociali, così come da noi, in Svezia, è facile constatare la mancanza di divergenze per quanto riguarda la poesia d’avanguardia o certi problemi fiscali. Quello che conta, però, è che questa identità di vedute non contribuisce in alcun modo a cancellare le frontiere d’odio che dividono i gruppi rivali. Si è detto prima dell’odio tra contadini e abitanti delle città e dell’odio ancora più grande tra chi è stato evacuato dalla città – gente povera quanto gli abitanti delle città – e i contadini, che lo scorso autunno scambiavano ancora generi alimentari per vestiti e biancheria ma che ora, con la progressiva inflazione di vestiti che si è verificata in campagna, pretendono oro, argento e orologi in cambio di patate, uova e burro. Si è pure parlato delle differenze di classe tra i poveri e i meno poveri, delle crescenti frizioni tra profughi e residenti, e della spietata rivalità tra partiti concorrenti.
Esiste però un’ulteriore contrapposizione, forse più nefasta di ogni altra: lo scontro generazionale, il disprezzo reciproco tra giovani e persone di mezza età che precludono ai giovani l’accesso ai quadri dirigenziali dei sindacati, alla direzione dei partiti e ai corpi di funzionari nelle istituzioni democratiche.
L’assenza dei giovani dalla vita politica, sindacale e culturale non dipende solo dal fatto che chi è stato educato durante il nazismo non può essere indotto a interessarsi di compiti democratici. Nei partiti e nei sindacati i giovani si scontrano con i più anziani in un’inutile lotta per il potere, potere che i più anziani non vogliono lasciare nelle mani di quella gioventù che, dicono, è cresciuta all’ombra della svastica, e che i giovani a loro volta non desiderano affidare a una generazione considerata responsabile del crollo della vecchia democrazia. Conseguenze della sconfitta dei giovani sono la delusione e una nefasta prevenzione verso tutto quello che è attività politica democratica, sempre più giudicata una questione che riguarda i vecchi. L’aspetto più singolare di questo conflitto è tuttavia che i rappresentanti della generazione anziana sono veramente vecchi e i giovani, in molti casi, non sono più tanto giovani. Nei sindacati si assiste a una lotta senza prospettive dei trentacinquenni contro i sessantenni; gli uomini che prima del 1933 erano giovani radicali, e che non hanno cambiato opinione durante il nazismo, trovano altrettanta difficoltà a far valere le proprie idee quanto quei giovani che non hanno mai conosciuto altro che il nazismo. Non è completamente ingiustificato, almeno per certe parti della Germania, parlare di crisi dei partiti e dei sindacati, e una delle ragioni principali di questa crisi è che gli uomini del disastro del 1933 sono stati troppo veloci a prendere il timone nelle loro tremanti mani di vecchi.
La cosa più tragica durante il grande raduno nel tendone di Francoforte sul Meno, al quale ho assistito poco prima di Natale, allorché il vecchio presidente del Parlamento, il socialdemocratico Paul Löbe, ha parlato, non era dopotutto che tra le mille persone del pubblico non si riuscisse a scoprire un solo giovane; la cosa veramente tragica e spaventosa era che gli ascoltatori fossero così avanti negli anni. L’ottanta per cento dei presenti era formato da vecchi con i volti segnati dalle preoccupazioni e i sorrisi irrigiditi, venuti lì per ricordare più che per dare impulso alla battaglia per una democrazia appena nata. Questo ottanta per cento stava lì, attorno all’arena, nel rimbombo della musica della banda, e mormorava l’Internazionale; nel muto gelo che circondava le loro voci rinsecchite da un silenzio durato tredici anni, si aveva la penosa sensazione di trovarsi nel museo di una rivoluzione perduta e di una generazione altrettanto perduta. E fuori dalla tenda c’erano giovani che indicavano la strada con una frase sarcastica: Hier geht alles nach rechts! Qui si va sempre a destra.
La gioventù tedesca si trova in una situazione tragica. Va in scuole dove sono inchiodate lavagne al posto delle finestre, scuole dove non c’è niente per potere leggere o scrivere. Questa gioventù diventerà la più ignorante del mondo, ha detto il giovane dottore di Essen. Nei cortili delle scuole si contempla un panorama formato da una massa enorme di rovine, che nel peggiore dei casi devono essere utilizzate come toilettes. Gli insegnanti fanno ogni giorno prediche sull’immoralità del mercato nero, ma quando i ragazzi tornano a casa da scuola sono obbligati dalla fame propria e da quella dei genitori a uscire per le strade e cercare qualcosa da mangiare. Ne esce un tremendo conflitto, la cui irresolubilità non contribuisce certo a colmare l’abisso tra le generazioni. […]
La Germania non ha solo una generazione perduta, ne ha diverse. Si può discutere su quale sia la più perduta, ma non su quale sia la più degna di compianto. I ventenni vanno a zonzo nelle stazioni delle piccole città fino a quando fa buio, senza avere un treno o qualcos’altro da aspettare. Qui si assiste a piccoli, disperati tentativi di furto da parte di adolescenti nervosi che buttano fieramente all’indietro il ciuffo con un colpo di testa quando vengono presi, si vedono ragazzine brille che si attaccano al collo dei soldati alleati e se ne stanno quasi sdraiate sui divani delle sale d’aspetto, in compagnia di negri ubriachi. Nessuna gioventù ha mai vissuto un simile destino, dice un famoso editore tedesco in un libro scritto su questi giovani e per questi giovani. Hanno conquistato il mondo a diciotto anni, e a ventidue hanno perso tutto.
[…] L’intero popolo tedesco è malato, non solo i giovani: si è ammalato per l’inflazione, per il risarcimento dei danni di guerra, per la disoccupazione e per l’hitlerismo. È troppo per un popolo in soli venticinque anni. Noi giuristi non abbiamo ricette per la guarigione. Possiamo fare una cosa sola: cercare di applicare le attenuanti che la legge prevede, tentare di fare cadere le accuse più gravi. E siate pur convinti, signori, che noi facciamo il possibile, tutto il possibile per i giovani, ma siamo in primo luogo giuristi e secondo le condizioni della resa non possiamo rifiutarci di occuparci della denazificazione. […] E con questa intricata professione di scuse il vecchio avvocato smise di parlare. Avrebbe dovuto tenere un discorso introduttivo che, senza suscitare discussioni, lo conducesse fino a questo punto, ma non era stato capace di tenere testa all’accesa opposizione che si era abbattuta sul suo ragionamento ben costruito e l’aveva fatto a pezzi. Era affascinante osservare quell’uomo compito e raffinato che semplicemente non riusciva a opporre un normale dissenso democratico a quella gioventù esagitata. In realtà si riscontra spesso nelle generazioni più adulte un vero e proprio timore fisico dei giovani, e anche questo spiega perché gli anziani della politica trattino le nuove leve con tanta prudenza, come per mantenere una distanza di sicurezza».
1946 macht sich der junge schwedische Schriftsteller und Dichter Stig Dagerman in das vom Krieg zerstörte Deutschland auf. Seine Eindrücke und Erlebnisse hält er in Reportagen fest, die er später als "Deutscher Herbst" veröffentlicht.
Auf einer Reise durch das Deutschland der Nachkriegszeit dokumentierte der junge schwedische Schriftsteller Stig Dagerman den Alltag der Menschen in einem von Zerstörung, Hunger, Hass und Niedergeschlagenheit gezeichnetem Land. Der Dokumentarfilm "1946, Herbst in Deutschland" von Michael Gaumnitz stützt sich auf den so entstandenen Reportageband "Deutscher Herbst", den Stig Dagerman nach seiner Reise veröffentlicht hatte.
Historische Archivaufnahmen aus dem Jahr 1946 und elektronisch-grafisch bearbeitete Originalbilder zeigen die zerstörten deutschen Städte und das Elend hungernder Menschen in kalten Kellern. "Das geschieht ihnen recht!", kommentierten die Sieger. Stig Dagerman, der den Nationalsozialismus von der ersten Stunde an verurteilt hatte, sah die Dinge anders. Er prangerte die Politik der Alliierten an und verurteilte die Unmenschlichkeit unterschiedslos zugefügten Leides und die Heuchelei einer demokratischen Schocktherapie, bei der die größten nationalsozialistischen Verbrecher doch noch mit heiler Haut davonkamen.

Links:

Europa in Trümmern / Europa in Ruinen - bibliography


15 giugno 2012

Tagebücher - Robert Musil


Robert Musil
Tagebücher
hrsg. von Adolf Frisé
Rowohlt, Dezember 1976



Abend in der vornehmen Straße

Sera nella strada signorile

Heft 4: 1899?-1904 oder später
[p. 26]

Julinacht. Ein Klavier und ein Harmonium klagen zusammen Tristan. Das gibt eine dermaßen qualvolle Färbung des Leidens, wie sie in Wirklichkeit gar nicht existiert. So unendlich und so süß schmerzlich können diese Menschen gar nicht leiden, als ihre Töne sie glauben machen möchten…
Dann schweigt das Klavier, und das Harmonium wandelt allein wie in altmodischen Schnörkeln zwischen braungoldenen Kornfeldern, mit Mädchen in taillenlosen Kleidern und Schäferhüten…
Notte di luglio. Un pianoforte e un armonium intonano insieme il lamento di Tristano. Questo dà un’atroce sfumatura di dolore, come nella realtà non esiste affatto. Tanto infinitamente e con tanta dolorosa dolcezza questa gente non può soffrire, come le loro note lascerebbero intendere…
Poi tace il pianoforte, e l’armonium passeggia da solo in svolazzi fuori moda come tra campi di grano dorati, con ragazze in vesti per nulla avvitate e cappelli da pastore…

[…]

«Skizzenbuch eines Sensitiven» Sensitives Skizzenbuch wäre der Titel, der nicht zu viel verspricht und gerade soweit arrogant gegen mich selbst ist, als mir zusagt.
Diese Gedanken sind oft dünn wie der Zopf eines kleinen Schulmädchens…ein Passus aus der Vorrede.

«Libro di schizzi di un sensitivo» o libro di schizzi sensitivo sarebbe il titolo, che non promette troppo e proprio nella misura in cui è arrogante verso me stesso, mi piace.
Questi pensieri spesso sono sottili come la treccia di una scolaretta…un passo dall'introduzione.

[…]


8. August 1910. Berlin

Heft 5: 8. August 1910 – 14 Oktober 1911 oder später
[p. 51]

Wir sind nicht in Italien, nicht in Holland, nicht in Tirol sondern in Berlin. Das macht, daß die Kinder die Masern bekamen, das kalte Wetter erleichtert es. Auch haben sich wieder einmal die Unterhandlungen im letzten Moment zerschlagen und wir sind wegen der nächsten Zukunft im Ungewissen. Wir empfanden beide nach der Spannung des Konzessionenmachens den Wiedereintritt des Krieges als eine Erleichterung.
Ich komme eben von Martha; auf der Straße ist Luft und Licht wie im Vorfrühling. Ich dachte mir, daß aller Ausdruck doch am Licht hängt: ich hatte einen Kohlenausträger im Profil gesehen. Die Wangen aufgelöst, ihre Farben wie vom Licht durcheinandergewühlt und dann liegen gelassen, Stirn, Nasenrücken, Haare vorn direkt beschienen (aber diffuses, nur mehr über die Dächer kommendes Licht) – ich habe kein Wort für den Ausdruck dieses Menschen. […]


Non siamo in Italia né in Olanda né in Tirolo ma a Berlino*. Il che comporta che i bambini si son buscati il morbillo, e il tempo freddo gli facilita il compito. Ancora una volta all’ultimo momento sono andate in fumo le trattative e per il prossimo futuro siamo nell’incerto. Abbiamo considerato entrambi un sollievo, dopo la tensione del fare concessioni, la ripresa della guerra.* Torno proprio ora da Marta; sulla strada aria e luce come in primavera. Mi immaginavo che ogni espressione dipendesse certamente dalla luce: ho visto un fattorino del carbone di profilo. Le guance dissolte, i loro colori come confusamente frugati dalla luce e poi lasciati riposare, la fronte, il dorso del naso, i capelli illuminati proprio davanti (ma in una luce diffusa, proveniente da sopra i tetti) – non ho parole per descrivere l’espressione di quest’uomo. [...]

*Robert Musil viveva allora a Berlino nel sobborgo di Wilmersdorf, Kaiserallee, 177
*Il riferimento è alle difficoltà incontrate da Martha Heimann, compagna di Musil, poi sua moglie, per ottenere lo scioglimento del matrimonio con l'italiano Enrico Marcovaldi, dal quale aveva avuto due figli, Gaetano e Annina
Traduzione/ Übersetzung

Claudia Ciardi



Collegamenti/ links - sulla metropoli/ on 'Metropolis mood':

Antonella Gargano, Progetto metropoli. La Berlino dell'espressionismo, Silvy edizioni, 2012

Gerog Heym, Ci invitarono i cortili e altre poesie, a cura di Claudia Ciardi, Via del Vento edizioni, dicembre 2011

La Stampa e Via del Vento edizioni - 9 giugno 2012

6 giugno 2012

Berlin Metropolis


Berlino prima di Weimar. Ebrei e avanguardie



Estate 1882. Carl e Felicie Bernstein ritornano a Berlino da Parigi con un gruppo di opere pittoriche di impressionisti. I Bernstein, emigrati nella metropoli tedesca dalla Russia, avevano acquistato tele di Manet, Monet, Sisley e Pissarro. Questi lavori formano il cuore della prima collezione di arte impressionista a Berlino. La casa dei Bernstein era il luogo di un salone settimanale, frequentato da artisti quali Adolph Menzel, Max Klinger e Max Liebermann, e da storici e critici come Theodor Mommsen e Georg Brandes. Un anno più tardi, nell’ottobre 1883, l’ampio pubblico ebbe l’opportunità di vedere queste pitture, essendo incluse in un’esposizione di impressionisti alla Galerie Fritz Gurlitt di Berlino.
Guglielmo II combatté molto energicamente contro i nuovi movimenti artistici e in particolare le correnti moderniste che lambivano la Germania. In un simile contesto gli ebrei si trovarono a gestire non poche leve culturali, contribuendo all’accelerazione di un processo di svecchiamento dei sempre più improponibili modelli imperiali. Una società essenzialmente agricola nel 1850 fu trasformata in una delle più avanzate nazioni industriali a partire dal 1890. Dal momento che gli ebrei avevano lasciato i loro villaggi per le città più o meno una generazione prima rispetto agli altri tedeschi, giocarono un ruolo centrale in questo processo, e alcuni avevano cominciato a diventare abbastanza importanti nella vita economica tedesca proprio dal 1890.
Nonostante le molte opportunità a disposizione durante questo periodo, essi erano tuttavia ancora esclusi da importanti aree della vita pubblica tedesca, come l’esercito, la burocrazia di stato e le università. Essendo loro negato l’accesso alle sfere pubbliche, si volsero così agli ambiti meno organizzati della vita urbana, come i giornali, le riviste, le gallerie d’arte, i caffè, il teatro e i gruppi politici. In questa congiuntura della storia tedesca, gli ebrei erano pienamente tedeschi, ma ancora outsiders della società. Gli uomini e le donne coinvolti nel modernismo appartenevano alla generazione transitoria degli ebrei tedeschi: abbastanza lontani dalla vita tradizionale della comunità ebraica, coinvolti nella cultura tedesca, ma non ancora del tutto assimilati dalla società.
Come ha scritto Frederic Grunfeld: «….fu precisamente questo problematico strato di “ebrei del margine” – i  cosiddetti Grenzjuden – che fornì la maggior parte degli artisti e intellettuali che aiutarono a creare la più esaltante epoca della storia culturale tedesca. L’autentica precarietà della loro posizione a cavallo di due culture dette loro uno straordinario punto di vantaggio da cui esaminare il paesaggio culturale dell’Europa».

L’occasione di una mostra che si è tenuta al Jewish Museum di New York dal novembre del 1999 al marzo del 2000 ha ispirato un bel catalogo, che non solo rappresenta un prezioso approfondimento sulla cultura contemporanea nel vecchio continente ma cerca anche di divulgare tra un pubblico più ampio un pezzo imprescindibile di identità europea. La densa raccolta di saggi, corredata da un interessantissimo apparato illustrativo, che va dai ritratti dei principali animatori della scena culturale del tempo, alle riproduzioni di molte opere d’arte frutto di quei sodalizi magnifici, fino alle locandine degli spettacoli di teatro e cabaret, colma una lacuna su un passaggio storico fondamentale qui avvicinato con esaustiva competenza. 
Il volume, organizzato da Emily D. Bilski, racconta un entusiasmante ventennio a Berlino. Dal 1890 al 1918. Un’avventura culturale e umana che acquista forza e cresce di intensità in quella fervida stagione che segue all’unificazione della Germania e vede Berlino al centro di una clamorosa rinascita di ingegno e creatività.
Un Big-Bang architettonico e tecnologico, sotto l’egida del quale l’estro di molti elementi che provenivano dalle comunità ebraiche, affluiti nella capitale dalle province, sommato alla curiosità delle avanguardie non ebree si mescolano in un sorprendente meticciato artistico.
Una vicenda poco nota e che vale la pena approfondire, perché oltre a rappresentarsi come un magnifico viaggio attraverso gli ambienti e le personalità che hanno presieduto il rito modernista a Berlino, peraltro negli stessi anni in cui Londra era travolta dall’onda vorticista e imaginista degli anglo-americani, qui si tratta anche di una storia dell’integrazione figlia di un momento ideale e perfetto in cui per la prima volta sembra di poter raggiungere un’intesa conciliante e carica di stimoli. Urbanizzati, elettrizzati dal progresso economico e culturale, molti ebrei trovarono nella fremente aria berlinese un tessuto ideale per esprimere la loro identità e quella che intendevano conquistare.
È l’epoca delle riunioni alla Die neue Gemeinschaft dei fratelli Hart, dove artisti e intellettuali ebrei e non ebrei si confrontavano in libertà, e degli incontri al Café des Westens tra un giovanissimo Walter Benjamin e una incontenibile Else Lasker-Schüler. E tuttavia l’ombra della prima guerra mondiale cresceva, da una parte guadagnando metri al tramonto delle censure guglielmine, positivo superamento questo di residue contraddizioni dalle origini antiche, ma anche dal lato opposto inghiottendo in modo inarrestabile quel periodo di elezione, quasi aureo, in cui Oskar Kokoschka, Karl Kraus, Herwarth Walden si erano ritrovati nella “festa mobile” di Berlino.
La risposta alla chiamata alle armi che per molti ebrei significava l’abbattimento dell’estremo muro dell’emarginazione, si trasformò nell’inizio del disincanto. La Repubblica di Weimar fu l’ultimo fragilissimo baluardo di una ideale pacifica convivenza prima della catastrofe.

Il volume oggetto di questo commento è: Berlin Metropolis: Jews and the New Culture, 1890-1918, a cura di Emily D. Bilski, University of California Press and The Jewish Museum, New York, 1999-2000
Per approfondire:
Dalla candela ai quanti. La storia della luce nella filosofia, nell’arte, nella scienza, Arthur Zajonc, Red edizioni, 1999, in particolare il paragrafo La filosofia della vita, pp. 251-254

Sulle attività del Café des Westens si veda la voce di Wikipedia curata da Claudia Ciardi e ispirata al capitolo a tema di Berlin Metropolis
Liberami dal tempo e altre poesie, a cura di Claudia Ciardi, Via del Vento edizioni, ottobre 2011, volume Acquamarina n. 44
Su Weimar:

La cultura di Weimar, Peter Gay, introduzione di Cesare Cases, Dedalo Libri, 1978
Per una fotografia di Berlino nel periodo weimariano si veda in particolare da p. 171 a 191 

Per un ritratto critico della Berlino modernista a conclusione dell’esperienza di Weimar:

Il frutto del fuoco. Storia di una vita (1921-1931) / titolo originale: Die Fackel im Ohr. Lebensgeschichte (1921-1931), Elias Canetti, Bompiani Tascabili, 1989, su licenza Adelphi. Si veda in particolare la parte quarta, La ressa dei nomi, Berlino 1928, pp. 271-317

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