6 settembre 2019

Alta Langa, l'altra collina


Quando Michele Pellegrino approda al paesaggio di Langa ha già circumnavigato il territorio, intrecciandovi un solido racconto fotografico. Dopo lo scavo umano della realtà paesana, gli appostamenti sulle strade e le piazze delle sue costruzioni – altro modo di sviscerare il tema della fisionomia –  dopo l’alchimia organica delle cime alpine, in cerca di un imprendibile genius loci, si avvicina alla collina, prediligendo gli spazi appartati e selvatici, le vie non battute, gli scorci da cui affiora la cadenza di un tempo assoluto, fuori da ogni umana definizione.

Non è un caso che il 1993, che vede la pubblicazione del catalogo sull’Alta Langa, sia anche l’anno della sua personale sulle Alpi ospitata dal Museo della montagna di Torino. La lontananza delle vette, la vicinanza del mondo rurale, una polarità che la fotografia di Pellegrino inverte oppure mischia e sovrappone. Perché i due ambienti sfuggono e sfumano nella stessa misura gettandosi in un’inquietudine atemporale, ma vengono anche improvvisamente a parlarci in modo più semplice e familiare. Al fotografo il compito di rappresentarne le espressioni perturbanti, i mutevoli volti, l’eterno divenire del loro esserci negli innumerevoli solchi della vicenda terrena. In orizzonti sgombri, dove l’uomo è una presenza evocata soltanto, nel taglio di cieli rannuvolati e docili curve dei prati, sul greto dei torrenti, nei silenzi assorti dei filari ridisegnati dagli inverni.   
Un lavoro in cui non è in gioco una narrazione della provincia, dove non s’intende isolare la nostalgia bucolica per qualcosa che si va perdendo. C’è anzi qui tutta la ruvida esattezza della vita nei campi, una quotidianità mostrata per quello che è, tracce di faticose giornate, colte nella geometria di una palizzata, nelle circonferenze un po’ astratte dei covoni. Come già per il ritratto di quella consuetudine aspra e grama, mostrata in punta di piedi incrociando gli interni dei casali, camere e cucine di pochi arredi, in entrambi gli sguardi preminente è il racconto di un territorio, un racconto ciclico, universale. Simboli, macrocosmi e microcosmi concentrici, marginalità che racchiudono essenze, archetipi, annodati alla sensibilità di chi li ha percorsi. Una corrente che attraversa le architetture schelliniane – ispiratrici di un’altra serie importante di Michele Pellegrino, gli Incanti ordinari – quanto le più belle pagine letterarie di Cesare Pavese.
Intento del fotografo è contribuire a far affiorare sul suo obiettivo certi tratti distintivi, offrendoceli senza aver progettato nulla, staccati da tentazioni estetiche, asciutti nella loro presenza scarna e compiuta. La vaga fisicità dei terreni dissodati, quasi lande avvistate in sogno, e questa sorta di elemento liquido, nei cieli e nei sentieri, che s’insinua dappertutto. «Che la presenza dell’uomo» dice l’autore «possa essere avvertita nelle ombre lunghe delle vigne, sulle colline assolate, tra i covoni di grano e magari a passeggio tra le nuvole». Il progetto di Langa potrebbe essere in tal senso un esercizio di arcaica divinazione.   

(Di Claudia Ciardi)


Dogliani 

Saliceto

Roddino

Montezemolo

Castellino   

Dal catalogo:

Michele Pellegrino, Alta Langa, l'altra collina
prefazione di Nino Gualdoni
Edizioni Cassa di Risparmio di Cuneo, 1993






Angelo Ruga, Dicembre (1979). Olio su tela
* Pinacoteca civica di Savona - Foto di Claudia Ciardi.
Lartista, nato a Torino nel 1930 e morto a Clavesana nel 1999, porta in questopera le suggestioni oniriche delle Langhe. 


30 agosto 2019

La metafisica delle nuvole di Ian Fisher


Classe 1983, canadese originario della Nuova Scozia, Ian Fisher è un rabdomante di nuvole. La serie “Atmosfere” raccoglie poderose formazioni di cumuli nembi sospese tra tempesta e quiete, solcate da tagli di luce che dilatano sorprendentemente lo spazio delle sue tele. Nubi che sembrano mimare battaglie di titani, epiche transumanze di stagioni e colori, uno smisurato caleidoscopio del sublime in natura. Cieli frammisti che suggeriscono profondità in cui viene voglia di perdersi, a guardarli s’intuisce qualcosa di contiguo all’infinito, maieutica per l’immaginazione.

Ian li definisce “cloudscapes”, paesaggi di nuvole. E in un gesto la sua mano ci trasporta verso una burrascosa bellezza, tentazione dei giochi d’infanzia tutti consacrati a queste isole d’aria. Ragionando sul figurativo e l’astratto dice: «Ho sempre amato l’astrazione, ma sono più figurativo come artista. Quel che offre d’interessante il cielo è che mi permette di creare qualcosa di rappresentativo, ma dato che è in continua evoluzione, ho la libertà di dipingerlo esattamente come voglio che sia, rendendolo più astratto». Da qui le sue atmosfere sempre sul punto di squarciarsi nel tentativo di afferrare altre dimensioni, nubi come rupi, montagne, geometrie mutevoli, come quando si osserva un’eclisse in uno specchio d’acqua. Traslazioni, correnti e suggestioni taoiste nei fuochi e nei contrasti delle campiture, fluidità dell’attimo che non vuole incidere se stesso ma sussurrare il vibrato di un passaggio sentimentale.     
Presente sulla scena artistica di Denver, dove lavora in pianta stabile, sta portando la sua creatività all’interno di diverse mostre collettive da Salt Lake City a Shanghai. Un ampio progetto itinerante, in sintonia col vagare delle nuvole, in cui spera di avvicinare al suo mondo ampi strati di pubblico. Le sue opere sono inoltre oggetto di esposizione alla Robischon Gallery e al Boulder Museum of Contemporary Art.

(Di Claudia Ciardi)


 * Atmosphere n. 46: incipit del post 

 * Sono tutti oli su tela 




Atmosphere n. 41



Atmosphere n. 43



Atmosphere n. 44



Atmosphere n. 63



Atmosphere n. 77


 

Dal greco νεφελοβάτης - chi cammina tra le nuvole; (in arte o in letteratura), un trasgressore, uno che rompe gli schemi.






22 agosto 2019

Un passaggio di nuvole e di ombre


Il divagare dello sguardo sui cambi di luce, sulle forme che vi nascono, come fioriture spontanee, occhi su occhi nei passaggi dell’ombra. E in questi passaggi, soprattutto, sentire l’inverarsi di una metamorfosi, tema infinito dell’acqua e della pietra, qui con ostinazione venire fino a effondere.

(Di Claudia Ciardi)


Θάλασσα του Πρωιού
Mare al mattino

Fermarmi qui. Per vedere anch’io un po’ di natura.
Luminosi azzurri e gialle sponde
del mare al mattino e del cielo limpido: tutto
è bello e in piena luce.

Fermarmi qui. E illudermi di vederli
(e davvero li vidi un attimo appena mi fermai);
e non vedere anche qui le mie fantasie,
i miei ricordi, le visioni del piacere.

Konstantinos Kavafis (1915)


Dal “Poema della montagna”


Trasalirai - ti scrollerai montagne,
e l'anima - ascenderà.
Dello strazio lascia che io canti:
della mia montagna!
Non ora, né mai in futuro,
la nera falla rabbercerò.
Dello strazio lascia che io canti,
in vetta alla montagna.

Marina Cvetaeva (gennaio-febbraio 1924)



Baia dei Saraceni - Varigotti, agosto 2019



Le Manie da Finale ligure, agosto 2019



Le Manie (myosotis), Liguria, agosto 2019



Lembi di montagne - Le Manie da Finale ligure, agosto 2019



Le Alpi dal Sestriere - Ombre e passaggio di nubi, aprile 2019



Le Alpi lungo un sentiero al Sestriere, aprile 2019



Le Alpi dalla Val Thuras - Alta Val di Susa, luglio 2019



29 aprile 2019 - Al Sestriere disegnando montagne


Sul sentiero per Rhuilles - Alta Val di Susa, luglio 2019


* Proseguendo la serie “La pietra e il sogno”.

15 luglio 2019

Notre-Dame, voci della memoria


Inaugurata poco prima del disastroso incendio che ha colpito la cattedrale francese, la mostra di Palazzo Madama ha commosso e avvicinato molti visitatori. Le lunghe code, soprattutto in quei primi giorni, quando più viva era l’impressione del dramma che si è portato via un pezzo di Notre-Dame, della sua storia e della storia delle generazioni che nei secoli si sono avvicendate all’ombra di quelle pietre, testimoniava il bisogno di stringersi intorno ai resti del naufragio, quasi a voler toccare con mano, per recuperarli e proteggerli, i frammenti di una memoria da tener viva a tutti i costi.  
Notre-Dame è infatti divenuta il simbolo per eccellenza di quell’epoca delle cattedrali cui guardiamo con ammirazione e perfino in preda a un certo disagio, per un ideale di bellezza che pare irrecuperabile all’architettura contemporanea. Ed ha anche ricoperto un ruolo centrale nell’immaginario ottocentesco grazie al romanzo di Victor Hugo (1831) e agli interventi dell’architetto restauratore Viollet-le-Duc, autore di due corposi dizionari ragionati sull’architettura e gli arredi gotici (1867-1873), personalità evocate nell’allestimento torinese attraverso un’ampia rassegna di documenti. L’Ottocento è il secolo che più ha sentito l’esigenza di tornare sulle tracce del gotico, scorgendovi la via d’uscita alle ingessature neoclassiche, un’aspirazione alla rottura dei canoni, uno stile più consono a interpretare nell’arte il latente fermento politico che segnerà il secolo, sempre oscillante fra rivoluzioni e restaurazioni. La forma gotica nella sua eclettica rigenerazione moderna rappresentata dalle architetture neogotiche, ha mostrato di serbare nel tempo il suo magnetismo, la capacità di calamitare a sé quelle spore creative disperse, rimaste ai margini dell’espressività, facendone il nuovo centro di un linguaggio trasversale dell’arte, più adattabile e in maggiore sintonia coi rapidi cambiamenti allora in atto, dalla politica all’economia, segnata dal rafforzarsi dell’industrializzazione. Come scrive uno dei più profondi studiosi dell’arte medievale, Otto von Simson, è stupefacente pensare a quanta distanza vi sia tra noi e i primi secoli del millennio appena passato. La modernità scaturisce da una presa di distanza e quindi da un sovvertimento profondo dei valori della società medievale. Eppure «la cattedrale gotica, espressione di quell’ordine, esiste e svolge la sua funzione; non è la rovina romantica di un passato ormai irrecuperabile, ma il centro di quasi tutte le città europee, e persino, in imitazioni di dubbio gusto, di molte città americane».
La mostra di Palazzo Madama, dov’è presente una ricca e raffinata sezione del gotico piemontese, insieme ad alcune collezioni coeve acquisite dai nobili locali, è nata da uno scambio col museo di Cluny che conserva quattro teste di sculture provenienti dai portali di Notre-Dame. Statue integre fino alla rivoluzione francese, quindi mutilate a seguito dell’infuriare delle battaglie cittadine e gettate in uno scantinato come materiale di scarto. Il loro rinvenimento fortuito negli anni Settanta durante lavori di consolidamento delle fondazioni all’hotel Moreau ha dato il via all’attuale processo di recupero e conservazione, temi verso cui si è perlatro registrata una crescente sensibilizzazione dal dopoguerra in poi, in contrasto alle immagini di rovina e morte da tutto il mondo. Tenere viva la memoria è una delle principali missioni dell’arte e dei suoi fruitori. Ai fotogrammi di un filmato, suggestiva installazione multimediale all’interno della rassegna, è affidata la lunga, avventurosa e contrastata storia della cattedrale. A tre mesi esatti dall’incendio, riandando con la mente a quella notte concitata in cui abbiamo visto arrendersi alle fiamme la grande caratteristica guglia e il monumentale tetto millenario, sul quale gli occhi di così tanti si sono posati, visitare questa mostra è un modo per tenere viva l’attenzione, per condividere le sorti di questo incredibile edificio ed essere vigili sulle scelte e i modi di ricostruirlo. Bisogna capire origini e ragioni del gotico se vogliamo rivedere la cattedrale com’era.
Cominciare da questa bella iniziativa di Palazzo Madama è un primo passo per avvicinarci a quell’arte meravigliosa e all’idea di società da cui emerse. Alle sale gotiche e rinascimentali si aggiunge la presenza di un fiabesco lapidario medievale con gli antichi mosaici di Acqui ed esemplari ottimamente preservati di colonne romaniche. Un’immersione totale nei caratteri mutevoli di un’epoca che superandosi produsse una delle correnti artistiche più durevoli della storia.

(Di Claudia Ciardi)


*Prese autorizzate dal personale della mostra




Martino e il povero. Statua lignea. Scultore della Svevia (cerchia di Niklaus Weckmann, 1500 circa).

*Si narra che Martino, vescovo di Tours, nel 337 di stanza ad Amiens, si imbatté in un mendicante e senza esitare tagliò il suo mantello con la spada, donandone metà al povero.
(Sezione del Gotico e Rinascimento di Palazzo Madama a Torino).



La danza dei folli - Pittore piemontese, metà del XV secolo



Una delle teste superstiti di Notre-Dame

     

     

6 luglio 2019

Le perle di Beppe Salvia


Il dono della parola non è qualcosa che s’impara. Le frequentazioni letterarie possono affinare, favorire certi spunti, accrescere le proprie radici sensibili ma la personalità, il cuore creativo, è un nucleo che brucia dentro e non si acquista. Beppe Salvia è stato in questo senso una figura tutta dedita a imperlare riflessi dell’inquieta bellezza del mondo in un italiano colto, prezioso, aulico a tratti, nel senso compiuto di una padronanza ampia e metamorfica dalle origini della poesia fino alle formule postmoderniste. E nelle sue stesure ha saputo accarezzare le verità degli occhi e dell’anima con quelle folgorazioni penetranti e lievi che solo son date in sorte ai grandi, sia in versi che in prosa.
Il volumetto di recente pubblicato da Via del Vento per la curatela di Pasquale Di Palmo, redattore anche dell’antologia I begli occhi del ladro edita da Il Ponte del Sale, già studioso fine e attento dell’autore potentino, ci schiude le cadenze versatili e rivelatrici di questa voce insolita proiettata, per dirla con Zanzotto, «verso lontananze imprendibili».  
Dire che la prosa di Beppe Salvia sia estremamente commista alla sua dizione poetica, che ne fissi sospensioni e squarci in un modo di narrare franto, a momenti quasi enigmatico, duplicando quella presa fuggevole sulle cose del vivere che tanto gli è stata cara, può apparire un concetto scontato. Eppure che un poeta si faccia artigiano in prosa toccando un tal vertice, non lo è affatto. Ogni singolo anello delle sue espressioni stringe e accerchia un moto dell’anima, una contrazione, un’attesa. È quasi un tirare di sponda questa sua scrittura, un cardiogramma irregolare disegnato su allucinazioni di viaggio o nelle tregue notturne, sempre in bilico però, aperte ad altre inquietudini. L’amato Leopardi è un riferimento non di rado evocato, celebrato anche nell’incipit dei Pescatori di perle, dove l’io narrante si finge poeta a Napoli negli stessi giorni che per il grande genio recanatese trascorsero lì fra malattia ed esilio volontario. Questo breve racconto è una singolare mise en abyme, se non nella struttura almeno nel meccanismo, accenna a tante altre storie e ipotesi di storie, e si trasforma. A un certo punto ci si imbarca, la nave lascia il porto, la meta sarebbe il fantomatico approdo di Haye, isola o continente, ma si va incontro alla tempesta. Mentre ci si culla nel passato avventuroso di una spedizione d’inizio Ottocento, la nave romba, e nel rombo di quel motore, inesorabile e persino beffardo, sembra riportarci al Novecento: sul mare infuria la tempesta. C’è in un simile sovrapporsi cronologico ed emotivo qualcosa di paradossale, ci si potrebbe riconoscere quella volontà giocosa di mischiare e collidere che appartiene a certi fondali particolarmente ispirati di Hugo Pratt. I pescatori di perle un po’ come Una ballata del mare salato.
Così la luna non è più la presenza rassicurante che si affacciava alla soglia del romanticismo, ma un oggetto profanato, scisso dagli incanti, non un’immagine su cui fantasticare ma un miraggio insidioso, «infantile come le guance d’un vecchio cassiere in un negozio di dolci, o gli occhi inutili d’un sagrestano orbo». E sempre questo fuori che rimanda al dentro e viceversa, il cuore che si sversa, la vita come una marea, calda poi metallica e respingente, dove in un attimo si viene trascinati via, persi senza scampo.
In un omaggio commosso di qualche anno fa l’amico Marco Lodoli lo descriveva così: «Beppe sapeva tutto della musica punk e dei poeti del Trecento». Una cultura vasta la sua, agile, curiosa, penetrante, considerando quanto sia riuscita a scavare, a dirci, a incidere sui piani di una significazione più alta della parola, di un uso letterario della lingua, pur in una tanto breve esistenza artistica. Perché, giovanissimo, Beppe Salvia fu animatore di un beccheggiante bastimento delle lettere che solcò la Roma di fine anni Settanta, con le sue riviste magmatiche e le sue voci trasversali, da Claudio Damiani, Arnaldo Colasanti, il già citato Lodoli, Gabriella Sica, solo per menzionarne alcuni.
Il libro di Via del Vento ci offre uno spaccato della vicenda peculiare di uno dei grandi nomi nella letteratura italiana novecentesca, né sfugge scorrendo queste pagine la polifonia compositiva che ha accompagnato il maturare in poesia e in prosa di una personalità sfaccettata, profonda, irriducibile che ha saputo trasfondersi con grazia perspicua, illuminante, nella propria opera.   

(Di Claudia Ciardi)



Ritratto del poeta a circa trent'anni 


Il libro:

Beppe Salvia, I pescatori di perle e due prose inedite, a cura di Pasquale Di Palmo, 2018


Link consigliati:






 

29 giugno 2019

Saliceto - Ritratto di un'alchimia


Nell’ambito dell’inedita esplorazione organizzata da Ars Regia. La Granda alchemica, uno dei progetti culturali di punta per le valli cuneesi insieme al Cuneo gotico, racconto originale di una provincia e dei suoi tesori d’arte, Saliceto affiora come un misterioso approdo, uno scoglio collinare che non ti aspetti, avvolto nella sua bellezza un po’ austera, quanto straniante. La chiesa di San Lorenzo è una perla rinascimentale in territorio piemontese, sebbene siamo qui in una zona estrema assai vicina all’entroterra ligure, cosa che potrebbe ben spiegare, con la sua data di fondazione risalente alla fine del XV secolo, l’abbandono del gotico, la forma verso cui il Piemonte mostra la maggior predilezione insieme al barocco. 
Questo conturbante edificio dapprima pensato forse come mausoleo, consacrato solo due secoli dopo la sua costruzione, il 9 agosto del 1740 per la vigilia di San Lorenzo, è stato dunque voluto in una regione di confine dal suo signore, il cardinale Domenico Del Carretto, marchese di Finale, nonché arcivescovo tra il 1489 e il 1505. Uomo potente, a un passo dal ricevere la dignità papale, al centro di molteplici relazioni politiche in Italia e in Francia. Inoltre, per aggiungere sale all’intricata vicenda politica e religiosa, occorre sapere che Saliceto non venne mai acquisito dai Savoia; per decenni l’Imperatore del Sacro Romano Impero continuò a infeudarlo ai re di Spagna. Un dato affatto secondario se si vuole approfondire seriamente la vicenda di tale luogo e le sue vocazioni.
Da molti definita con efficacia “una pagina di pietre parlanti”, la chiesa sarebbe nata su progetto del Bramante o di Leon Battista Alberti, due nomi d’eccellenza nel panorama del Rinascimento italiano. Ma non vi è chiarezza neppure su questo. Né i misteri e gli interrogativi si esauriscono qui, perché le pareti di questa meraviglia architettonica sono colme di rilievi, e rimandi, a simbologie alchemiche. Testimonianza viva di un’attenzione particolare a tale cultura da parte di chi commissionò i lavori e più in generale nella classe di notabili del luogo. Saliceto in effetti si distingue come spazio cultuale, depositario di peculiari energie mistiche, fin dal neolitico. Rovine, sepolture, menhir e poi ancora un sistema di gallerie sotterranee fra il castello e l’abitato la cui funzione è tutta da chiarire, dall’uso rituale a quello strategico; insomma ogni ipotesi è aperta. In tutto ciò, che la chiesa s’innalzi in qualità di obelisco alchemico, che le sue pietre ci parlino in duplice veste di manufatti d’arte e lapidari dalle cadenze magiche è un fatto certo ma anche molto problematico; difficile decifrare al dettaglio cenni, citazioni, volti nel loro significato integrale. È pur vero che l’incontro del sacro col linguaggio esoterico non è cosa desueta, basti pensare al Duomo di Siena, ma la densità riscontrata a Saliceto è piuttosto inconsulta. 
Daniele Regis ha provato a narrarci questa sfaccettata realtà catturandone il respiro in una serie di fotografie che sono altrettanti ritratti d’artista, senza orpelli né sovrascritture, ma solo lasciando che l’immagine, investita da una certa luce, amalgamata alle vibrazioni di un’ora, rifatta dalle ombre, fosse incarnazione materica e spirituale insieme. La sua è stata una campagna serrata, con diverse ricognizioni in situ per dar conto, nel modo più esatto ed espressivo, delle atmosfere sprigionate dalle architetture. Se vogliamo giocando con quella  “alchimia della statuaria” cui a quanto pare si ispiravano gli artisti nel medioevo e fin nel rinascimento: trasporre l’anima nella pietra. Si tratta del primo ciclo completo di foto d’arte che ad oggi sia stato realizzato su Saliceto. Il lavoro di Regis anima una delle otto sezioni in cui si articola l’ampia rassegna di Ars Regia, scaturita dalla versatile e movimentata creatività di Enzo Biffi Gentili, ideatore di mostre di rottura e di altre collisioni che ci rappresentano le cose e i loro contorni in una prospettiva inattesa.  
Domani, 30 giugno, il lancio di un’anteprima presso il bookshop del Múses di Palazzo Taffini a Savigliano, un locale che è una sorta di opera al nero, primo stadio alchemico, antiporta, ingresso a un cammino iniziatico che dal 5 luglio al 6 gennaio 2020, dentro un progetto espositivo biennale promosso dall’Associazione “Terre di Savoia”, ci guiderà alla scoperta di un territorio insospettabilmente stratificato, culturalmente proteiforme, artisticamente sorprendente. 


(Di Claudia Ciardi)


* Le fotografie a corredo dell'articolo sono state scattate da Daniele Regis ©
 e la loro pubblicazione su questo blog è stata concessa dall'autore.

L'immagine che introduce il presente scritto ritrae Ermete Trismegisto le cui tre facce campeggiano sulle paraste ai lati del portale di San Lorenzo. 




Il Bafometto della Chiesa di San Lorenzo a Saliceto



Ermete Trismegisto



Sirene e rose alchemiche



Pietra e vegetazione. Il rinascimento in una visione "gotica"

19 giugno 2019

Gotico


Si parla con icastica brevità di gotico, ma con ciò non si fa riferimento a un fenomeno omogeneo né semplificabile nelle sue declinazioni territoriali e stilistiche. Non è chiara neppure la sua estensione temporale. Di fatto, avendo costituito per tre secoli una dominante nel linguaggio formale dell’arte, assai più longeva quindi del romanico e del barocco, ha finito per contaminare una zona così ampia della creatività moderna che limitarne l’esistenza a un’area geografica e a un’epoca ci allontana dal suo vero volto. Il gotico, infatti, più di ogni altra corrente è una somma di luoghi e di periodi storici, si nutre di percorsi evolutivi cronologicamente differenziati, di scambi tra culture nordiche e mediterranee, di caratteri e innovazioni recepiti dalle une o dalle altre a fasi alterne, secondo le idee della politica, i traffici mercantili, la sensibilità dei committenti. Né mancano le interruzioni, i momenti in cui la scuola italiana – ci riferiamo qui alla pittura – sembra distanziarsi dai coevi modelli francesi, tedeschi, fiamminghi, scrivere pagine in solitaria, per poi tornare ad attingere da quei canoni. Perché il gotico è sì canonizzazione ma al contempo ricerca, movimento, invenzione, slancio sperimentale. Tende a volersi superare di continuo, ha uno sguardo rivolto fuori da se stesso, è aperto alle capacità innovative di ogni singolo artista verso cui mostra tempi di reazione sorprendenti. In questa grande fabbrica di sensibilità e ingegni più o meno assiduamente dialoganti non mancò una profonda battuta d’arresto: la pestilenza del 1348 che nei milioni di persone falcidiate si portò via anche buona parte delle classi dirigenti e intellettuali nell’Europa di allora, aprendo un vacuum che solo nei decenni successivi poté essere ricolmato. Ma non mancarono neppure “città ideali” dove gli eventi favorirono la concentrazione delle migliori personalità dedite all’arte. Fu così ad Avignone, in cui su insistenza del re di Francia Filippo il Bello venne a stabilirsi nel 1309 papa Clemente V. Oltre a tutto il suo seguito, si spostarono con lui i più grandi, forse lo stesso Giotto, sicuramente Simone Martini che qui lavorarono al fianco dei colleghi francesi, catalani, boemi, inglesi. L’influenza della pittura senese, mediata dal laboratorio avignonese, passò quindi nella regione dei Pirenei, in Aragona e fino alla corte dell’imperatore Carlo IV, che allora sognava di coprire Praga di gioielli così da non sfigurare nel confronto con Parigi né con le capitali toscane della cultura. Semi che dopo la fosca epidemia di metà Trecento tornarono a sbocciare, trovando nuova linfa proprio nei centri del nord che diedero impulso alla stagione del “gotico internazionale”, approssimativamente collocato lungo un ventennio, più o meno a partire dal 1400. Si tratta di un raro parallelismo nelle tendenze creative delle diverse aree europee che ha, è importante ricordarlo, una solida base di natura sociale: le grandi famiglie di notabili che governavano il vecchio continente condividevano infatti gli stessi ideali cortesi, celebrati pure in letteratura. In questi stessi anni viene eretto il Duomo di Milano (1386), che segna il trionfo in Italia delle forme nordiche. 

Del resto, il gotico nasce in architettura e solo ben più tardi di un secolo inizia a fiorire in pittura, con cui va intesa la produzione sacra su tavole lignee, quella su vetro e su tela, ma anche la miniatura dei codici, il disegno degli arazzi. Tutto però ha inizio dalle cattedrali, e in particolare in Francia dove i criteri dell’alto gotico si materializzano a Chartres. Nella sua Madonna di Ognissanti (1306-1310) Giotto dipinge la Madre assisa sotto un tabernacolo gotico, tra guglie e fioroni caratterizzanti ormai da decenni il nuovo stile negli edifici sacri francesi, ma che in Italia avevano trovato da poco un loro spazio di rappresentazione nelle facciate del Duomo di Siena e di Orvieto. Contrariamente alla vis polemica di Vasari che per ragioni di campanilismo liquida il gotico come un esercizio disordinato di arte barbara, concepito in spregio ai modelli antichi, questo poliedrico cosmo creativo scaturisce piuttosto da un confronto serrato con l’antico, implicando uno studio preliminare di quei reperti. Non è un caso, dunque, se nell’immaginario ottocentesco d’impronta neogotica, o più latamente eclettica, le rovine occupano un posto tanto centrale per la rinascita di una poetica che a quelle forme medievali guardava.  
Per quanto riguarda la pittura si è preteso di narrare una progressione ininterrotta da Giotto a Michelangelo, mentre verosimilmente in Italia le vecchie tradizioni si saldano sul nuovo linguaggio, lo abbiamo già detto, ora facendo scuola ora mediando tra sé e gli elementi esterni, alla confluenza di uno stile mutevole, sempre in cerca di superarsi. Né è ravvisabile in tale fermento un’omogeneità di tecnica, a partire dall’uso del colore. I pigmenti sciolti in una soluzione d’uovo affiancarono per molto tempo la pittura a olio. Sebbene i teorici del XVI secolo in maniera fin troppo apodittica ascrivano ai fiamminghi questa invenzione, si sa che gli impasti a base di olio erano già noti nel XIII secolo, e prima che fossero perfezionati e soppiantassero la tempera trascorse un tempo piuttosto lungo.
La bottega d’arte nel medioevo aveva un’organizzazione meticolosa, al pari di altri mestieri si sviluppava entro vere e proprie dinastie territoriali che ne consolidavano i rapporti con la committenza. All’interno di questo contesto, abbastanza gerarchico e poco incline alla mobilità sociale, vi erano però grandi personalità che in parallelo coltivavano anche incarichi in proprio, fuori dall’attività di bottega. È stato così ad esempio per Dürer. L’Italia si distinse precocemente per l’abilità dei suoi “frescanti”, qui la pittura murale fin dai primi anni del XIV ebbe infatti molto risalto, mentre i fiamminghi s’imposero per la perfezione del dipinto su tavola. Tanto che nel Quattrocento prese piede un florido mercato di queste opere, acquistate da ricchi e raffinati collezionisti dei paesi mediterranei. Gli olandesi impiegavano moltissimo tempo per la realizzazione di un solo pezzo, un lavoro di artigianato estremamente scrupoloso che incarna tutta la differenza fra quel tipo di produzione rispetto alla successiva cosiddetta “arte di massa”. Quando Andrea da Firenze (1343-1377) fu chiamato ad affrescare Santa Maria Novella, il che richiese 156 giorni di lavoro, dobbiamo immaginare un’organizzazione preliminare dettagliatissima e ben strutturata, visto che l’esecuzione non permetteva margini di errore.  
In un’epoca di fermento politico, imprese economiche, ascesi religiosa, speculazione metafisica, non sorprende che la cultura abbia avuto i suoi spazi di esaltazione, raggiungendo vertici sommi, emblemi di collettività riunite dall’amore per l’arte e che nell’arte cercavano un mezzo per rappresentarsi e un riscatto spirituale.

(Di Claudia Ciardi)




Giotto, Maestà (Madonna di Ognissanti), 1306-1310



Duccio di Buoninsegna, Pietro rinnega Gesù per la prima volta e Cristo viene portato davanti al sommo sacerdote, 1308-1311



Ambrogio Lorenzetti, Allegoria del buon governo, 1337-1340



Andrea da Firenze, Trionfo della Chiesa - Cappellone degli Spagnoli, Santa Maria Novella, 1367
*Colpisce la dettagliata veduta laterale di Santa Maria del Fiore. Qui ne viene anzi anticipata la conclusione con la cupola, finita in realtà solo mezzo secolo più tardi.



Berthélemy dEyck, Annunciazione, 1443-1444



(Primo da sinistra) Derick Baegert, L'evangelista Luca dipinge la Madonna, 1485
Bartolomé Bermejo, Vergine di Montserrat, 1482-1485
*Baegert ci mostra l'interno di uno studio di pittura dell'epoca (simbolicamente ad eseguire il ritratto è Luca, patrono dei pittore, mentre sullo sfondo è un angelo a preparare i pigmenti).


Testo consultato:

Robert Suckale, Matthias Weniger, Manfred Wundram, Gotico, Taschen, 2007


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