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8 febbraio 2022

Künstlerkolonie Worpswede

 


Per chi già conosce la lingua tedesca, per chi ha voglia di migliorare la sua conoscenza ma anche per quelli che desiderano imparare. I libri d’arte sono del resto un ottimo strumento di didattica, davvero intuitivo e coinvolgente.
Frauke Berchtig firma una monografia sulla colonia di Worpswede molto chiara e scrupolosa, offrendo al contempo una panoramica dettagliata sulle opere più significative prodotte dai pittori della colonia. Ad arricchire il volume una serie di fotografie rare sull’abitato, i momenti d’incontro fra gli artisti, minute apparizioni della loro vita privata. Un insieme per certi versi inedito che ci fa sentire vicina quella comunità e l’idea fondante che ne ispirò i suoi membri.
Ecco ciò che scrisse il poeta Rainer Maria Rilke, ospite a Worpswede alla fine di agosto del 1900 insieme a Carl Hauptmann, fratello del celebre drammaturgo Gerhart: «Queste capanne sono ampiamente sparse sui lunghi argini rettilinei; sono rosse con tetti a graticcio verdi o blu, ammassate con alti e pesanti tetti di paglia e come se fossero schiacciate sulla terra dal loro carico massiccio e arruffato. Alcune si scorgono appena dai terrapieni; hanno gli alberi davanti al viso per proteggersi dai venti perpetui. Le loro finestre lampeggiano attraverso il fitto fogliame come occhi gelosi che sbirciano da una maschera scura». (Traduzione di Claudia Ciardi).
Un paesaggio rurale abitato da gente povera dove domina il potere sfrenato della natura (unbändige Naturkraft). Qui si ritirò un gruppo di giovani pittori, formati nelle accademie tradizionali e tuttavia desiderosi di prenderne le distanze, ma non intenzionati a creare un gruppo fisso e neppure una scuola (fort mit den Akademien, nieder mit den Lehrern / via le accademie, abbasso gli insegnanti). Perché la prima educatrice avrebbe dovuto tornare ad essere la natura. Peraltro la volontà di liberarsi da zavorre e sovrastrutture culturali fa parte degli eterni ritorni dell’Ottocento, da Barbizon in poi. Qui c’è anche molto di Pont-Aven, dei Nabis e dei quasi coevi Elfer (Gli Undici, nati nel 1892), precursori della Secessione di Berlino (1898). Così scrivevo nella postfazione del mio volumetto su Paula Moderson-Becker, Dentro la vita, Via del Vento edizioni, 2018: «Il progetto tedesco incline a un paesaggismo dalle suggestioni simboliste, derivato da Walter Leistikow e Lovis Corinth e filtrato dalle Secessioni, intende recuperare un rapporto armonico tra uomo e natura».
Dall’esilio di Barbizon è ormai passato mezzo secolo e il processo industriale ha consumato molte delle lacerazioni che allora erano solo agli inizi. In una lettura attenta e che si sforzi di rendere ragione alla comunità worpswediana questo dato storico non può essere ignorato. L’isolamento in una località avulsa dai ritmi urbani e ancora completamente intrisa dalle consuetudini di campagna, non rappresentava una semplice ricerca di tranquillità ma un’esigenza spirituale profonda che l’esercizio della pittura aveva il compito di assolvere.
«L’artista deve essere libero, senza libertà non può prosperare». Questa frase di Otto Modersohn è molto più di un appello, e oggi suona come un monito. L’evocativo verbo tedesco “gedeihen” (crescere bene, procedere) si pone qui come un sigillo alle condizioni necessarie per far affluire la creatività.
Nelle pagine della Berchtig la storia di questo sogno e delle sue delicate tracce, su cui ancora molto c’è da esplorare, riprende vita attraverso i volti di Fritz Overbeck, il cosiddetto pittore delle nuvole, accomunato nella sorte a Paula Modersohn-Becker per la brevità della sua esistenza, e di Heinrich Vogeler, il sognatore radicale nato in una famiglia della buona borghesia tedesca che finì i suoi giorni in Unione Sovietica, paese scelto dopo la prima guerra mondiale per partecipare attivamente alla costruzione del socialismo. E ancora, vi incontriamo la costanza che non conobbe ripensamenti di Fritz Mackensen, ecista alla maniera degli antichi, il fondatore della colonia che rimase sempre fedele al luogo per tutta la vita. Nel 1884 lo scoprì durante una prima visita e non lo lasciò fino alla sua morte nel 1953. Come anche nella devozione di Hans am Ende, l’altro worpswediano della prima ora (Urworpsweder), che espresse il suo attaccamento verso la comunità promuovendo anche iniziative per la conservazione del villaggio, perfino nelle sue architetture, attraverso la “Società di abbellimento di Worpswede” (Verschöne-rungsverein Worpswede). Ferito gravemente in guerra nel 1918, morì in un lazzeretto militare a Stettino.
Infine, ci si manifesta in tutta la sua intensità nel legame fra Otto Modersohn, il talento taciturno e riservato, e Paula, un genio fra i talenti.
«In der Kunst geht es wie in der Liebe. Je mehr man sich gibt, desto mehr man empfängt».
«Nell’arte va come nell’amore. Più si dà, più si riceve», Paula Modersohn-Becker (Dresda, 8 febbraio 1876 – Worpswede, 20 novembre 1907).

E se adesso sento in me un’onda caparbia di dolcezza, se con dolcezza poso lo sguardo sulle cose e mi sollevo sopra l’insensibile cozzare del tempo, che passa in mezzo a noi così affilato e immemore, è anche per questo soffio gentile che mi viene dall’arte, dalla vita di una giovane donna determinata.

Buon compleanno, PMB!


(Di Claudia Ciardi)



Paula e Otto Modersohn a Worpswede



Hans am Ende, Wintertag in Worpswede, um 1900




Fritz Overbeck, Hammewiesen, 1904

 


Otto Modersohn, Durchblick in der Worpsweder Wohnung, 1903 

 


 Paula Moderson-Becker, Alte Armenhäuslerin im Garten mit Glaskugel und Mohnblumen, 1906

Libro:

Frauke Berchtig, Künstlerkolonie Worpswede, Braus, Berlin, 2018


16 novembre 2021

Altissimi colori

 

Il nome di Giovanni Testori mi è venuto incontro qualche anno fa, durante uno dei miei cammini milanesi. Una notice sul suo archivio e il bando di un premio letterario mi incuriosirono. Ne avvicinai così la poliedrica personalità sul versante dei suoi scritti ma del Testori pittore, amante profondo della montagna, calamitato dai paesaggi della Valle d’Aosta, dalla necessità di alternare la vita in città a lunghi soggiorni accanto alle Alpi, ipnotizzato dalle visioni del Monte Rosa, nessuna traccia allora.
Il Testori montanaro mi si è singolarmente ripresentato in tempi più recenti, dopo aver io stessa conosciuto nella mia vita il raccoglimento dell’altitudine e la gratificazione del disegnare e dipingere simili paesaggi. Dunque, il percorso creativo di questo ingegno eclettico, innovatore di alfabeti letterari e artistici, per la seconda volta ha voluto farmi visita, e se un primo incontro può essere una fatalità senza troppe conseguenze, un secondo che inserisca aspetti tanto vicini al proprio carattere non lascia indifferenti.
Così desidero tornare sui temi di una bella mostra che si è tenuta negli spazi del Castello Gamba (Châtillon, Valle d’Aosta) omaggio a Testori disegnatore di montagne ma anche agli artisti che in questo soggetto si sono cimentati, intrattenendo con lui durevoli rapporti di scambio. Il fascino di tale occasione consiste nell’aver riportato alla luce documenti inediti della presenza testoriana in montagna, evidenziando dei nodi importanti all’interno della sua attività letteraria che non si comprenderebbero senza l’accostamento ai luoghi dei suoi ritiri e ai momenti di ispirazione che questi hanno suscitato.
Le sue raffinate pagine di critico d’arte nascono dalla partecipazione simpatetica con la poesia delle cime che fu per lui fonte di letture acute dell’opera di altri amici, suoi pari nella contemplazione estatica di tale spettacolo naturale, e di altra poesia, com’è chiaro nel suo ciclo in versi dei Trionfi, omaggio fin dal titolo alla grande tradizione dell’italiano volgare di ascendenza petrarchesca e al sublime dei temi prescelti; metamorfosi dei cieli, trapassi di colore, cadute di nubi sui crinali. Del resto, da una lettera delle Familiares, sappiamo che Francesco Petrarca, quando si trovava a Carpentras, salì al Mont Ventoux (Monte Ventoso). Era l’aprile del 1336. In questi nuovi trionfi va letta dunque una doppia celebrazione, ave al crearsi di una lingua e alle cadenze cromatiche di un immaginario alpino.
Significativo al riguardo anche l’esordio di Testori che a soli diciassette anni pubblicò un articolo su un disegno preparatorio inedito di Giovanni Segantini legato al capolavoro Alpe di maggio (1891). Molto più di un intento a esplorare le sacre sponde dell’arte ottocentesca e, in seguito, novecentesca scaturita dalla vicinanza dei sensi alla natura.
Ma quali sono infine gli altissimi colori di Giovanni Testori?  
Innanzitutto quelli di Gustave Courbet che lui ci descrive come un creatore assoluto della materia, padre di tutta la pittura moderna, capace di far scaturire un «rombo ctonico infinito, d’infinita pressione che non è più dell’uomo ma dell’intera natura e dell’intero universo» (Testori, 1977). E in effetti a soffermarsi su certe visioni (non vedute!) di Courbet volte ai paesaggi di montagna (pensiamo a Impressioni di neve, 1868; Paesaggio del Giura, 1868; Il ghiacciaio di Zermatt, 1873; Paesaggio alpino, 1873-1877; Il castello di Chillon, 1873) si percepisce tutto il vigore di una personalità artistica rocciosa, scardinante, chiamata ad aprire vie inesplorate.
Quest’indole sanguigna, indisponibile al compromesso, che pagò altissimo il prezzo di aver voltato le spalle alle gerarchie di potere gettandosi nell’avventura della Comune, ha contribuito in modo significativo a innovare le formule della rappresentazione pittorica.
Le parole scritte da Courbet sui giorni folli di Parigi costituiscono un’eco potentissima della sua personalità: «Eccomi, per volontà del popolo di Parigi, dentro fino al collo negli affari politici. Presidente della Federazione degli artisti, membro della Comune, delegato al municipio, delegato all’Istruzione pubblica: quattro incarichi tra i più importanti di Parigi. Mi alzo, faccio colazione, sto in seduta e la presiedo dodici ore al giorno. Comincio ad avere la testa come una mela cotta. Eppure sono incantato, malgrado questo arrovellarmi il cervello per capire degli affari ai quali non ero abituato. Parigi è un vero paradiso; niente polizia, niente sciocchezze, nessuna esazione di sorta, niente litigi. Parigi va avanti da sola, come su delle rotelle. Bisognerebbe poter rimanere sempre così. In una parola, si sta d’incanto: tutti i poteri dello Stato si sono costituiti in federazione e non hanno dipendenze. Nei momenti di riposo, combattiamo i saligots di Versailles. Ci andiamo a turno. Essi potrebbero combattere per dieci anni come fanno, senza poter entrare da noi, e quando poi li lasceremo entrare sarà la loro tomba» (Lettera ai genitori, 30 aprile 1871).
Si comprende come cotale temperamento, per certi versi simile, anche fisicamente, a Segantini, non potesse essere ignorato da uno come Testori che nell’arte cercava momenti di deflagrazione, di vita piena pienamente vissuta, stracciata, dilatata, in cui cogliere «il seme e il senso dell’esistenza» (Lettera a Varlin, 18 giugno 1972). Ed è così anche per tutte le altre passioni e amicizie coltivate in nome del segno e del colore.
Ogni sodalizio è stato per il letterato e critico milanese motivo di stimolo per la propria scrittura – si direbbe un confronto con l’arte per necessità letteraria – un’osmosi che ha dato sostanza alle sue idee, che ha plasmato il suo punto di vista di studioso e che lo ha quindi portato sul sentiero del disegno e della pittura con opere proprie. Questo il dono della frequentazione di Renato Guttuso, Paolo Vallorz e Varlin, autore di metafisiche nevicate notturne che schiudono tinte umorali giapponesi. Questa la forza sprigionata dalla conoscenza di Bernd Zimmer, il capostipite dei cosiddetti “Nuovi selvaggi”, artisti in fuga da Berlino, pervasi dal rifiuto della società industriale alla ricerca di un’esistenza in natura, retaggio di quel che animò le comunità ottocentesche, da Barbizon ai Nabis e Worpswede.  
E questa l’essenza del rapporto con Pepi Merisio, unica apertura concessa da Testori alla fotografia, proprio nella persona del grande ritrattista bergamasco, di cui conservava fra i suoi libri il volume della rivista zurighese «Du» sugli scatti da lui dedicati alla processione mariana di Oropa. Ognuno di questi sguardi ha nutrito lo sguardo di Giovanni Testori e scagliato le sue parole nell’alto di impensabili punti di osservazione.
Soffermandosi sulla compiuta bellezza di certe forme presenti in natura si comprende quanto l’arte sia un processo per l’appunto naturale, necessario, irrelato alla vita cui in milioni di anni l’evoluzione non ha mai pensato di abdicare.
L’essenza creativa di Testori trae la sua originalità da una devozione profonda verso questa storia spirituale.


(Di Claudia Ciardi)


* Incipit dell'articolo: Bernd Zimmer, Montagne, 1984



Catalogo: Altissimi colori. La montagna dipinta. Giovanni Testori e i suoi artisti, da Courbet a Guttuso, Castello Gamba, in collaborazione con Casa Testori, 2019.
Testi di Davide Dall
Ombra e Giuseppe Frangi.













Pepi Merisio fotografa la processione di Oropa, 1965



Disegni con grafite di Giovanni Testori, Gressoney, 1971

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