16 agosto 2020

Sfide barocche di mezza estate

 
Nel solco delle grandi mostre sul Barocco piemontese del 1937 – mostra-evento tra i più partecipati di sempre – e del 1963, con l’altrettanto celebrata rassegna tra Palazzo Madama, Palazzo Reale e Stupinigi, quest’anno la Reggia di Venaria rinnova la tradizione allestendo un ricchissimo percorso orientato alla pittura, scultura, architettura, alle arti decorative, alla toreutica. In scena duecento capolavori per tracciare poco meno di un secolo di creatività tra Roma, Torino, Parigi. Influssi, sodalizi, confronti tra il 1680 e il 1750 in tre capitali dell’arte, di cui la città sabauda appare un polo mediano tra l’antico, rappresentato da Roma, e il nuovo, incarnato dalla cultura nordica, con la scuola parigina che rafforzerà sempre più la propria identità in scia ai suoi maestri e all’insegnamento fiammingo. Quei fiamminghi che tanto penetrarono anche nella stagione rinascimentale, infiorescenza gotica sul tronco dei maestri italiani talora rapiti dal virtuosismo e dalla resa dei dettagli. L’affermazione leonardesca secondo la quale «il piegar de’ panni s’immerge nella luce» indica la suggestione di quei modelli e ancor più un intento per così dire già barocco nell’elaborare alcune rese. Quegli stessi panneggi la cui morbidezza, evanescenza, ipnosi cromatica è stata scelta non a caso a simboleggiare il cammino delle mostre barocche di quest’anno.
La complessità dei richiami, il volto multiforme del passato è uno dei tratti scandagliati in questa mostra torinese che via via ci propone gruppi di artisti dialoganti con espressioni e momenti diversi della storia dell’arte, dall’antico al Cinquecento. Cosicché il Barocco emerge in controluce un po’ come una nave fantasma che appare inavvertitamente allo spettatore nell’incanto di acque sempre nuove. Di questo straordinario collettore di sguardi e compresenze gli architetti assoldati dalla corte torinese si sono fatti interpreti fra i più estrosi e raffinati. Su tutti Filippo Juvarra (Messina 1678-Madrid 1736), nominato architetto regio da Vittorio Amedeo II che gli  affidò la regia del progetto di allestimento di opere contemporanee in una sorta di galleria diffusa negli appartamenti regi e nelle chiese torinesi. Nacquero così le collezioni del Castello di Rivoli coi maestri napoletani e veneziani e gli spazi della Venaria riservati ai romani. E infine, a Palazzo Reale, dove alla decorazione commissionata nel 1731 a Claudio Francesco Beaumont fece nuovamente da pendant il progetto juvarriano avviato a Rivoli, con una galleria dei maestri delle “scuole” d’Italia, in parte rievocata in questa mostra.
Un prodigio dell’immaginazione, un grande sogno di bellezza che si manifestò in uno sbalorditivo impulso alla progettualità, sollecitato in primis dai Savoia, ma che trovò terreno fertile nelle comuni di artisti uniti dal desiderio di sperimentare e cimentarsi alla ricerca di nuovi linguaggio. Fu così per l’Accademia dei Francesi a Roma, per l’amicizia che strinsero Le Lorrain e Piranesi, per quella commistione tra radici territoriali e aperture verso l’estero che a Torino vide fiorire il genio di Guarino Guarini e Andrea Pozzo accanto all’operato del viennese Daniel Seiter, chiamato da Vittorio Amedeo II a decorare la nuova Galleria. Austriaco, studioso della tradizione romana, formatosi alla scuola veneziana, Seiter, fra quelle chiamate nella capitale sabauda, è una delle figure che maggiormente rende uno spaccato di quanto i modelli si affollino e si sovrappongano a beneficio della sensibilità barocca.
Menti alla continua ricerca di scenari armoniosi, affascinanti e compiuti allo stesso grado o più di quelli concepiti dagli antichi. Così le tele divengono un banco di prova per rinnovate fughe prospettiche e i disegni sono per lo stesso Juvarra uno spazio in cui poter liberamente sperimentare, una cornice dove tutto è concesso. Ai pittori vengono commissionate vedute dei castelli prima ancora della loro edificazione. Si gioca con l’ambiente e il paesaggio, si cerca l’effetto della luce sulle facciate o negli interni, prima ancora di dare seguito ai lavori. Disegno di architettura e disegno d’invenzione stringono un’alleanza feconda, dai capricci alle acqueforti, da Matteo Ricci alle visioni piranesiane  è questo uno dei lasciti più profondi nel passaggio tra Seicento e Settecento. 
L’iniziativa della Venaria, inserendosi in un progetto di divulgazione del Barocco lungo un secolo, ha il merito di richiamare le rilevanti iniziative del passato da una prospettiva ancora più ampia e coinvolgente cogliendo gli intrecci fra grandi città d’arte, ognuna nei due secoli considerati intenta ad aggiungere nuovi indelebili capolavori al proprio prestigio.          

(Di Claudia Ciardi)  



Nota bibliografica:

Sfida al Barocco. 1680-1750 Roma, Torino, Parigi – Guida breve alla mostra, Sagep edizioni, maggio 2020

Acqua, giardini e parchi: dal teatro barocco al paesaggio urbano, Convegno al Castello Reale di Moncalieri, aprile 2019

Dimitri Brunetti, Beni fotografici. Archivi e collezioni in Piemonte e in Italia, Centro studi piemontesi, 2012

Ancora due settimane per visitare la collettiva di Camera, Vedere il Barocco, nell’ambito delle iniziative culturali di Torino 2020 dedicate a questa stagione dell’arte. In mostra all’interno della Project Room le fotografie di Paolo Beccaria, Gianni Berengo Gardin, Giancarlo Dall’Armi, Pino Dell’Aquila, Giuseppe Ferrazzino, Giorgio Jano, Mimmo Jodice, Aldo Moisio, Riccardo Moncalvo, Ernani Orcorte, Augusto Pedrini, Giustino Rampazzi, Daniele Regis, Roberto Schezen. Un caleidoscopio in cui prendono forma geometrie, danze chiaroscurali, vibrazioni. Fluidità della pietra e strutture come ricami, trine, maschere, epifanie mitologiche – pensiamo alle erme di Ernani Orcorte o alle sontuose combinazioni da miniaturista di Pino dell’Aquila.
Un allestimento sobrio e commovente affiancato da un contributo multimediale sulla grande mostra del 1937, curata da Vittorio Viale. Storia di uno straordinario evento culturale che segnò gli anni Trenta in Italia, ma anche di un grande storico dell’arte, allora direttore dei Musei Civici torinesi, che sollecitò la costituzione del primo archivio fotografico museale, base dell’Archivio storico cittadino. Con i suoi 25.000 metri lineari di carte che coprono una storia urbana millenaria, e le sue cospicue e complesse raccolte fotografiche, quest’ultimo è uno degli archivi comunali più importanti a livello europeo. Tra le più recenti acquisizioni, le duecento lastre di Armando Dupont, fotografo ambulante, che ha lasciato un documento dei costumi del primo Novecento, arricchito da preziosi sfondi urbani oggi scomparsi, e le 172 stampe e ristampe moderne degli scatti di Riccardo Moncalvo, grande occhio narrante di quasi cento anni di storia piemontese. Il suo racconto lo ritroviamo anche nel percorso barocco di Camera dove gli si rende omaggio esponendo l’album del 1963. Dunque, un appuntamento da non perdere che raccoglie la testimonianza dei più grandi autori e ingegni che si sono alternati nella rappresentazione e nella comunicazione del Barocco. 













*Foto della Project Room autorizzate dagli addetti

 
                 
                  Riccardo Moncalvo, fotografo del Barocco

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