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1 giugno 2017

Arte e libertà all'ombra del Muro di Berlino


Ringrazio Sylvestre Verger per avermi recentemente scritto condividendo la sua esperienza di gallerista a Parigi e in giro per il mondo. Fondatore della sVo Art, nata nel 1988, inizialmente negli Stati Uniti e quindi trasferita in Francia, ha prodotto e organizzato mostre per musei, istituzioni, collezionisti, orientate ai grandi nomi del panorama artistico mondiale quali Raffaello, Botticelli, Arcimboldo, Picasso, Modigliani, Gauguin e l’Aventure de Pont-Aven,  Miró, Giacometti, René Lalique, Matisse… ).

Nel corso di dieci anni, dal 2000 al 2010, la sVo Art ha assunto l’amministrazione del Musée du Luxembourg per il Senato francese. In ventisette anni si contano più di novanta mostre condotte sotto la supervisione di Sylvestre Verger e l’incontro con grandi personaggi del mondo politico, a partire da Michail Gorbatchev, nel 1996 a Lione.

Con il progetto Art Liberté ha inteso dare nuova linfa alla sua attività espositiva, concentrandosi sui temi della metropoli e dei suoi tanti cortocircuiti culturali. La ricorrenza legata alla caduta del muro di Berlino ha prodotto diverse istallazioni di carattere itinerante tra Francia e Germania. Sentendo l’urgenza di tornare a riflettere sui valori della solidarietà e del confronto culturale, Sylvestre Verger si augura di riportare a breve tra le strade di Berlino una parte delle opere già esposte.

Su gentile concessione del proprietario si riproducono in questo spazio alcune prese tratte dalle recenti esposizioni di Art Liberté.   

Art Liberté is a temporary exhibition with a lot of films about the artists, when they created their artworks for the collection, and also Sylvestre Verger, founder and owner, produced a film “Ephémère” about the first paintings on the Berlin Wall. All the films can be watched on Facebook (in English and French) and on the website of “Art Liberté”.

By its activity the project of Art Liberté brings many values based on solidarity as the living together, the cultural exchanges and the friendship among European countries.

In 1996, Sylvestre Verger met in Lyon Mr. and Mrs Gorbatchev (December 7, 1996), invited when he organized the exhibition of his first collection in former Espace Lyonnais d’Art Contemporain, ELAC.

Art Liberté is the second collection on the Berlin Wall. Verger organized the first one around the world during twenty years. For the XXème anniversary of the fall of the Berlin Wall (2009) he had organised the exhibition in Paris in the Jardins du Palais Royal with the French cultural ministry, Christine Albanel (Right party), and with Roland Dumas, former foreign affairs minister of François Mitterrand, in the name of political and cultural cooperation. 
Then in Berlin in DHM, and for the day of the 20th birthday, in Winzavod, contemporary center downtown in Moscou, with the Rostropovitch Fondation.
He wishes to present this collection again in Berlin, in the spaces of the Hauptbahnhof and in the core areas of the S-Bahn, as he made for the Gare de l’Est in Paris. The Non-Lieux, referring to the famous definition invented by the anthropologist Marc Augé, are the better places to represent nowadays values of art and freedom. 
  

(Di Claudia Ciardi)




For the following images: Copyright of Sylvestre Verger ©

Courtesy of Art Liberté and sVo Art




Expo project Berlin


Istallazioni itineranti (2015-2016) - opere ispirate ai frammenti del Muro


Art Liberté alla Gare de l'Est di Parigi



La Gare de l'Est di Parigi - la mostra in notturna



Una Trabant rivisitata - simbolo di pace e riunificazione



A Parigi - Gare de l'Est - Peintres historiques 
                                    

30 giugno 2016

Manuele Fior - I giorni della merla


L’album di Manuele Fior, pubblicato da Fandango nella collana “Maschera nera” diretta da Igort, è un lavoro ad alto voltaggio poetico. Concisione e velocità del segno, pur non sorvolando sui dettagli, incastonano i racconti in pochi tratti essenziali e donano al narrare una leggerezza ritmica alla quale fa da contrappeso l’affilata marcatura dei caratteri. Lo studio psicologico s’impone per la sua incisività, senza filtri né cornici. È un tutto intonato, giocato sul filo delle stonature che la quotidianità con le sue frizioni-allucinazioni getta addosso ai protagonisti, mettendoli impietosamente a nudo. Il che non è solo una condizione interiore ma qui, è il caso di dire, incarna la sua essenza tangibile. Il corpo invecchiato della professoressa in gita scolastica con qualche frustrazione di troppo, il soldato in trincea che schiacciato dagli incubi arriva a evirarsi, un Arnold Böcklin in crisi creativa che tenta di riprendersi con i bagni termali a Ischia, esperienza che precede di poco il suo capolavoro, L’isola dei morti.
Tutti qui sono gente comune. La professione, la divisa, la fama sono categorie assorbite dall’esigenza più profonda di scavare nella realtà solchi credibili con cui rimodulare il proprio sé in rapporto agli eventi. Questi volti ci scorrono sotto gli occhi in bilico tra alienazione e riscatto, polarità che Fior non risolve completamente, consegnando il dilemma al lettore. E proprio questa irresolutezza, che altro non è se non la sostanza di quel che si riverbera sulla contemporaneità, potenzia di molto il messaggio dell’autore. La nostra posizione all’interno delle dinamiche in atto non può essere certo decifrata ricorrendo a preconcetti ormai pavidi, perché sarebbe appiattire la complessità delle cose. Una complessità che non si presta alle forzature ma va accompagnata.   
Scopro, dunque, in quest’opera una certa dimestichezza con le tesi di Marc Augé legate ai dissidi tra luogo e nonluogo, cui guardano anche i recenti rivolgimenti politici che vedono la distribuzione degli elettorati esattamente lungo queste linee di faglia. «L’estensione dei nonluoghi […] ha già battuto in velocità la riflessione dei politici, i quali hanno finito con il non chiedersi più dove vanno, perché sanno sempre meno dove si trovano», così l’antropologo francese conclude il suo celebre saggio Non-lieux (1992). E le pressioni globali erano solo agli albori. Il nonluogo, contraddistinto da velocità, anonimia, ossessione spersonalizzante sarebbe la sintesi del contemporaneo, schiacciato in un contraddittorio con il luogo, lo spazio riconoscibile ma sotto assedio dell’identità. Se Augé auspica un’osmosi di tali aspetti, in grado di innestare nel nonluogo tracce di un’umanità non solo passeggera e omologata, è chiaro che attorno a simili processi, fin quando non abbiano definito le loro zone d’influenza, si accumulino innumerevoli tensioni.   
Due centri che stanno anche dentro di noi, orientando reazioni e, assai spesso, determinando fratture. Campi radiali destinati a un confronto serrato da cui sviluppare dialettiche nuove. Sono appunto le atmosfere dove la matita di Fior si muove disinvoltamente. Originario di Cesena dove nasce nel ’75, una laurea in architettura all’università di Venezia, residenze d’artista a Berlino, Oslo, Parigi, città che anche negli episodi qui raccolti mostrano la loro fronte conflittuale, quando non soccombono alla violenza delle lacerazioni. È il caso di Parigi scossa dagli attentati nel novembre 2015, di cui l’autore fotografa lo straniamento rabbioso e impotente dei giorni successivi alla strage. Uno scatto lucido, che si tiene lontano da ogni moralismo, sottolineando invece le divisioni etniche e sociali all’interno dell’organismo metropoli. Discorso approfondito in chiave allegorica nell’ultima narrazione, Gare de l’est. Un adulto e un bambino si tengono per mano mentre davanti a loro, in mezzo alle case, si consuma uno scontro feroce da cui escono miracolosamente indenni. Quasi una sessione d’analisi che tenta di elaborare il trauma.     
L’interesse per la letteratura tedesca, testimoniato dal suo adattamento a fumetti della novella di Arthur Schnitzler, La signorina Else, i riferimenti storici e antropologici, contaminano anche il suo sguardo sull’attualità, con l’attenzione riservata all’universo degli immigrati, le paranoie che ci tallonano, i rituali da cui non sappiamo affrancarci. Tutto ciò fa di Manuele Fior un autore versatile e completo, che dai temi di volta in volta prescelti sa distillare poesia con la disarmante schiettezza di uno dei suoi personaggi di strada.

(Di Claudia Ciardi)


Manuele Fior, I giorni della merla,
Coconino Press - Fandango, 2016


Arnold Böcklin, L’isola dei morti (Die Toteninsel), 1880-1886


Related links:

Dino Campana - Simone Lucciola, Rocco Lombardi, Giuda edizioni, 2011 (2015)

Quaderni ucraini - Igort, Coconino Press, 2010 (2014) 

Golem Stories - Sammy Harkham, Coconino Press, 2013 


30 aprile 2016

Metropole Berlin (I)





Circumnavigando l’uscita secondaria della stazione di Schöneberg, ingentilita dai tavolini all’aperto del ristorante italiano che invadono prontamente il piccolo slargo nelle giornate di sole, si risale per una stradina all’apparenza tranquilla dove un calzolaio, sempre in pieno sole, lavora su un panchetto tra la soglia del suo negozio e il marciapiede. E se si alza lo sguardo capita di vedere un paio di piedi spuntare da un davanzale, forse qualcuno che si gode la siesta ai primi caldi. Io mi immagino già un lettore incallito o un musicista con qualche tic. Sotto un palo della luce una piantina, imbracata con mezzi di fortuna, veglia i passanti. Sul vaso si legge, non senza sforzo, l’invito a dedicarle qualche cura. E come si fa, là sopra? Opera di un briccone, il tipo del davanzale? Ormai lo penso come un paio di piedi che trafficando in completa autonomia hanno provveduto a tutto. Non ci sarebbe da stupirsi.
Un altro slargo con panchine, e la musica cambia. Addio, caro artigiano, apparizione fuori tempo di una via laterale, addio alla tua testa china di radi capelli rossicci che ti incoronano morbidamente la nuca. Addio a quel silenzioso compare, che con l’altera devozione di un rabbino, in piedi davanti a te, non stacca lo sguardo dalle tue mani. Ora è tutto un corteo di vecchi, faccia scavata e fronte bassa, che scrutano astiosi chi gli sfila di fronte e con avida curiosità le minigonne delle ragazze. Qualcuno si lascia scappare un grugnito, più per quel che vorrebbe avvistare e che con altrettanta inesorabile pervicacia gli si sottrae. Le belle passanti navigano veloci, troppo veloci perché le loro voglie tarde riescano a andare a segno. È gente povera del quartiere e raramente sembra aver visto cose diverse da questo incrocio di strade. Se ne rimangono lì per ore, simili a statue di sale, si tollerano poco perfino tra loro, infastiditi dalla reciproca esibizione delle proprie miserie. C’è una chiara impudenza che accompagna il loro vivere quotidiano e li accomuna, ma ognuno vorrebbe esserne il detentore indiscusso. Ognuno al centro di un suo regno, tiranno e schiavo del proprio temperamento bilioso, allora sì riuscirebbe a compiacersi di ciò che è, non visto, non esautorato, per dire, dagli altri. Così in mezzo all’asfalto, invece, il singolo appare interamente condannato. 
Intorno guizzano senza posa i bottegai turchi. Alcuni salmodiando sul marciapiede il nome delle loro mercanzie, altri agitandosi furtivi dietro i banconi, ombre taciturne e quasi inavvicinabili. Superate le botteghe-bazar, sulla prima grande arteria a scorrimento veloce, s’incontra la Hauptstraße, altra affollata patria mediorientale. Una vecchia, con un turbante scolorito in testa, trascina un carrello pieno di lattine. Cerca qualcuno che le paghi il giusto per quella paccottiglia e nel frattempo impreca in un tono sordo che scade nel lugubre. Dice qualcosa riguardo suo figlio, a quanto pare non se la passa niente bene, e spera così di procurarsi più in fretta un acquirente. L’alternanza tra cantilena pietosa e bestemmie è un contrasto troppo singolare per non restarne scossi. Man mano che la donna viene avanti, l’oscillare pauroso del turbante sembra un monito a farsi da parte. Un occhio saettante ripiegato tra i lembi consunti della stoffa, un’animazione pronta a scatenare la tempesta attorno a sé, fendere i marosi, incenerire gli importuni, e far queste e altre cose diaboliche in appena uno schioccare di dita. Quel suo dio ritorto e sonnacchioso come un serpente ne incardina i movimenti, dandole una specie di autorevolezza e gettando su di lei l’inquieto incanto dei derelitti. 
Dietro un banco di frutta un uomo non giovane né vecchio con la barba lunga e un giacchettaccio nero da asceta della metropoli ripete in continuazione “Respekt”. Non si capisce con chi ce l’abbia. Intorno non c’è nessuno, e il banco incagliato sulla via somiglia a un altare miracolosamente scampato alla furia che ha distrutto il suo tempio. Capita di vedere qui ogni genere di commercio, e più che in altri quartieri si assiste a una colorita dimostrazione dell’arte di arrangiarsi. Che per l’appunto è l’arte di maggior successo tra quante si coltivano nelle grandi città. Una volta, a Torino, credo di aver assistito a una delle sue espressioni più bizzarre. Ero in stazione da diverse ore, in attesa di una coincidenza che tardava. Non potendone più di fare la spola tra la caffetteria e la sala d’aspetto, mi accoccolai sulle poltroncine all’aperto nello spazio centrale. Ci misi un po’ a realizzare che intorno a me fioriva uno smercio in grande stile di giornali abbandonati dai viaggiatori. Sulle prime non capii il motivo dei balzi improvvisi di chi mi sedeva intorno. A ogni nuovo arrivo, qualcuno scattava a salutare il capotreno e lestamente prelevava la mercanzia dalle carrozze. Ogni tanto si avvicinava anche qualche pendolare «Come te la passi? Ce l’hai il Corriere di oggi?» ma venivano anche perfetti sconosciuti che subito entravano in confidenza con gli edicolanti improvvisati. Mi sfilò sotto il naso tanta di quella stranezza che ancora non saprei spiegarla. A un certo punto un giovane disteso dietro di me che faceva la guardia ai giornali, si sollevò sui gomiti, e rivolto a un suo chiamiamolo compagno d’avventura: «Tutto è possibile, se quello lassù mi libera dalla pigrizia». Giuro che non ci ho capito nulla. Quando li lasciai seguitavano a impilare i quotidiani che da ogni dove affluivano in stazione. Un rumore continuo di carta strofinata, passata di mano in mano, che a ogni ora serrava le fila. Poi, diciamo così, un cliente, poi una corsa al binario e il capotreno che qualche volta veniva fin lì a dare un’occhiata. Scambio di convenevoli, caffè offerti da una parte e dall’altra. Io che fingevo di leggere ma non mi perdevo neppure una sillaba, né mi facevo scappare il benché minimo gesto. E intanto da quell’andare cadenzato scaturiva una forma di ipnotismo, la più ignobile, perché fondata su un abuso d’incomprensione.  
Nulla di paragonabile però alle stranezze del meticciato berlinese, umanità varia e sfuggente, avvezza a molte e incomprensibili cose e di cui non esiste alcun prototipo – com’è fatto un berlinese, chi ormai può essere considerato, sotto un profilo fisico, l’emblema del prussiano di città? Scrutate le facce della gente in strada e la risposta vi morirà in bocca. [...]

(Di Claudia Ciardi - prima parte)

30 settembre 2014

Else Lasker-Schüler - Concerto/ Konzert


«Cinque brevi prose inedite in Italia della grande poetessa ebrea tedesca Else Lasker-Schüler, incentrate sul racconto della sua infanzia in Germania, momento di vita ideale e idealizzato in cui germogliano i semi di una maturità lirica che ne faranno una delle voci femminili più intense e struggenti nel panorama letterario europeo del primo Novecento.
Immenso tema quello della Kindheit, cosmo sentimentale, patria perduta, orizzonte della Sehnsucht. Da Kleist a Benjamin, Roth e Rilke, l’infanzia è una metafora dell’esistenza, la latitudine prescelta per narrare la fragilità umana e il naufragio del mondo. Il poeta la dissotterra come fosse una città sepolta e torna a farvi ardere le fiaccole della propria immaginazione. In questo percorso a ritroso, dove la realtà appare necessariamente sfumata e il filo delle memorie si svolge nel duplice affanno di chi è intento a dipanarlo e di chi lo insegue, emergono nella loro sconvolgente crudezza solitudini e contraddizioni dell’epoca odierna. 
Tra tali fuochi fatui, La finestra illuminata della Schüler, vertice di contenuto e di stile tra le prose qui raccolte, è una radura fiabesca, momentaneo risveglio del ricordo strappato all’indifferenza della storia, prodigio di scrittura sul quale si allungano le ombre della sera. Dal riflesso dei suoi vetri si tende una calda mano materna che viene a rassicurare colui che per un attimo vi getta lo sguardo».

(Di Claudia Ciardi)



Else Lasker-Schüler, Concerto e altre prose sull'infanzia,
a cura di Claudia Ciardi,
traduzione di Claudia Ciardi e Katharina Majer,
Via del Vento edizioni, settembre 2014
ISBN 978-88-6226-079-4
Euro 4,00

Scheda del libro/ Book snippet

Contiene/ Table of content:

Di prima mattina
Elberfeld nel Wuppertal
La mia infanzia
Concerto
La finestra illuminata

Collection/ collana Ocra gialla


«Venticinque anni fermentò questa poesia nel mio cuore, divenne una vigna, un’antica vite di Spagna, vite giudaica, dell’età delle stelle. Con l’arte va infatti come col vino. Quanto più si dispiega sulla volta del cuore, tanto più si rafforza. Alla mia adorata mamma, che io, da quando mi si rivelò la finestra ad arco, nell’andare a dormire la sera con timore ero solita abbracciare forte, raccontavo con grandi occhi il segreto del vetro illuminato. «Sei una poetessa», diceva mia madre. E il fatto che lei ora sia morta e non possa prendere parte di persona al banchetto apparecchiato dei miei versi, rattrista la mia anima. È in cielo, e quando è sera, la cerco dietro il luminoso granato della finestra di nuvole».

Da La finestra illuminata 


In questo blog/ related links:

Infanzia e Oriente - Kindheit und Orient





La recensione dell'ultimo numero della rivista «Incroci», dove è stato pubblicato un inedito di Joseph Roth, su «Poesia» di Nicola Crocetti - n. 296, settembre 2014, p. 30

6 agosto 2014

Robert Capa - Retrospective



Robert Capa and Gerda Taro
Fred Stein Archive/ Getty Images ©

Al Museo d’arte contemporanea di Lucca, nellelegante sede di Palazzo Boccella, è possibile visitare fino al novembre prossimo una retrospettiva dedicata a Robert Capa. Il grande fotografo è presente con una novantina di scatti tra i più rappresentativi del suo impegno al fronte. Si cammina attraverso il Novecento. In un anno che vede prodursi una continua riflessione sulla guerra, nel corso delle commemorazioni del primo conflitto mondiale, ferita tragicamente riaperta proprio in queste settimane dall’offensiva nella striscia di Gaza, allestire una mostra sul lavoro di Capa assume un significato particolare. Il visitatore si trova al centro di una scena di assoluto impatto emotivo.
 

Il racconto di cinque guerre, tante sono quelle verso cui Capa ha puntato il suo obiettivo, ci scorre davanti agli occhi, scagliandoci nell’immediatezza dei fatti. La memoria storica collide per un istante con un senso di umanità che la completa e al contempo la trascende. Ci sfilano davanti pose e gesti di disperazione ma anche sprazzi di pace, nei quali si intuisce l’aspra lotta dei protagonisti per strappare se stessi alla catastrofe.
Capa è dunque un maestro del fotogiornalismo di guerra, eppure la sua mano è capace di ritrarre un’incredibile gamma di sfumature che va ben al di là dello spirito di cronaca. Basti riflettere su un paio di aspetti. Esclude volontariamente dalla propria narrazione i feriti gravi. La morte è documentata di rado, viene da dire che entra nella sua macchina come una presenza improvvisa, frutto di un incontro accidentale. Si pensi alla celeberrima immagine del miliziano spagnolo oppure al mitragliere americano che gli cade a un paio di metri, colpito da un cecchino a Lipsia. Potrebbe sembrare un paradosso per un fotografo impegnato a percorrere zone di guerra, e invece l’interesse di Capa è quasi interamente rivolto ai sopravvissuti, a coloro che pur annientati nelle cose più care vanno avanti. E qui si può forse cogliere anche cosa animava l’uomo a rischiare tanto, per riportare indietro frammenti di vita dalla devastazione; in lui non andava mai smarrita l’idea che anche nell’atrocità era possibile riscattarsi, recuperare un’umanità più consapevole, capace di ergersi su più solide fondamenta.
Nato a Budapest nel 1913 da una famiglia ebrea, a soli diciassette anni è già profugo politico per aver protestato contro il regime nel suo paese. Nel 1931 si stabilisce perciò a Berlino, dove inizia a studiare giornalismo presso la Hochschule für Politik. Il suo talento viene raccolto dall’agenzia berlinese Dephot (abbreviazione di Deutscher Photodienst) presso cui è impiegato come assistente alla camera oscura. Gli ottimi risultati con cui si distingue nei lavori secondari, gli procurano il conferimento del suo primo incarico importante nell’autunno del ’32, in occasione della conferenza annunciata da Lev Trockij allo Sport Palast di Copenhagen. Si tratta di un evento di rilievo, perché il leader sovietico costretto in esilio, non viaggiava né dunque interveniva in pubblico da più di tre anni, a causa di difficoltà incontrate nel rilascio dei documenti. Capa racconta che mentre tutti i colleghi, segnalati dalle pesanti attrezzature che portavano con sé, erano costretti a restare fuori – Trockij infatti non voleva essere fotografato – lui è riuscito a intrufolarsi con la sua Leica compatta, mettendo a segno uno scoop che sarebbe stato anche il suo debutto. Le foto escono infatti a tutta pagina su «Der Welt-Spiegel», supplemento settimanale del «Berliner Tageblatt», con notevole risonanza.
Tuttavia il ’33, anno della presa al potere da parte dei nazisti, inaugura un nuovo periodo difficile nella vita del fotografo, costretto al suo secondo esilio, stavolta in Francia. Parigi lo conquista subito, tanto che lo scrittore Christopher Isherwood, dopo una conversazione su una nave diretta in Cina, dirà di lui che era più francese dei francesi. Tuttavia l’esistenza nella metropoli è tutt’altro che facile. Capa fa letteralmente la fame e stenta a vendere le sue fotografie. Può contare solo su un po’ d’aiuto da parte dei rifugiati ungheresi e tedeschi a Montparnasse, e sull’intraprendenza di una giovane ragazza tedesca, Gerda Taro, che gli rimedia qualche ingaggio. Con Gerda c’è subito un affiatamento personale che va oltre la collaborazione. Il loro rapporto sarà precocemente stroncato nel luglio ’37, sul fronte spagnolo, dove la donna è colpita a morte. Robert non supererà mai del tutto questa perdita, e lo stesso ritorno sul fronte spagnolo avviene tra non poche incertezze solo nell’ottobre dell’anno successivo.
Di sicuro gli accadimenti spagnoli, con quelli registrati in territorio cinese, che nella considerazione di Capa assurgono a specchio orientale della resistenza del Fronte Popolare contro l’avanzata del fascismo, sono due vertici di straordinaria intensità documentaristica che la mostra lucchese ben rappresenta. Ma vi è pure l’incredibile impresa con cui ha salvato i concitati momenti del D-Day. Neanche a farlo apposta, colui al quale i reportages dalla Spagna erano valsi il titolo di “maggior fotografo di guerra”, ha difficoltà a rimediare incarichi per raggiungere gli scenari della seconda guerra mondiale. Questa situazione si protrae fino al ’43 (con un’unica parentesi nella Londra del ’41), quando finalmente è inviato in Nord Africa, quindi in Italia e in Normandia. Si tratta di un itinerario che in parte ricalca quello seguito dallo scrittore John Steinbeck, allora reporter di guerra per la stampa americana, insieme al quale nel ’47 Capa intraprenderà un importante viaggio in Europa orientale, esperienza riversata nella scrittura a quattro mani del Diario russo.
Le foto dello sbarco costituiscono senza dubbio un altro momento apicale nella carriera di Capa. E in effetti, di fronte a queste immagini lo spettatore è catapultato in prima fila. Ci si sente vulnerabili e smarriti, almeno quanto deve essersi sentito il fotografo mentre avanzava in quell’inferno di proiettili. Uscito dai mezzi anfibi, facendosi scudo con una lamiera, Capa e la sua macchina sono un tutt’uno con la fluttuante linea dei soldati. E, se non fosse stato per un pasticcio combinato da uno sviluppatore, che mandò in malora quasi tutti i negativi, avremmo potuto contare su un repertorio davvero incredibile.
Facce di profughi, uomini e donne sorpresi in posizione fetale sulle macerie delle loro case, bambini accovacciati sui propri bagagli, esseri in cerca di salvezza ritratti negli istanti della fuga, volti incorniciati dalle reti di un campo di smistamento, contadine attraversano i boschi di Cassino, somigliano a divinità primitive che hanno perduto il loro tempio, combattenti arruolati nella resistenza abbracciano le compagne e vanno al fronte, la folla di Parigi festeggia la liberazione ma i cecchini sparano seminando il panico, le strade di Berlino sono come ripiegate su se stesse, ognuno piange la sua disperazione, ognuno sembra sperare in qualcosa, che tutto abbia fine, che tutto abbia inizio.
La poetica di Capa vi si aggira come un dono.
Se si vuole capire qualcosa non solo limitandoci ai fatti storici ma ancor più fissando lo sguardo sugli stati d’animo che hanno scosso fin nelle sue viscere il secolo scorso, il contributo di Robert Capa diviene una tappa obbligata.

(Di Claudia Ciardi) 



Nicchia vuota - Via delle Conce, Lucca
(Testo e foto di Claudia Ciardi)



Related links:

Lucca - Center of Contemporary Art

Robert Capa - Il catalogo di Silvana editoriale
Sous la direction de: Andréa Holzherr / Magnum Photos - Format: 23 x 28
Pages: 144
Nombre d'illustrations: 100 in b/n

In questo blog:
  Once there was a war - C'era una volta una guerra, John Steinbeck

«Un libro passato senza troppo clamore nelle librerie italiane su cui vale la pena riaccendere l’attenzione dei lettori. Una cronaca in presa diretta della seconda guerra mondiale che costituisce una testimonianza unica per la ricchezza di fatti e ritratti raccolti al fronte e per l’efficace semplicità con cui l’autore ce li presenta.
La grande metafora dello spazio-tempo fiabesco evocata da Steinbeck potrebbe risultare in un primo momento stridente, dato che siamo in presenza di un dramma collettivo in cui hanno agito figure concrete, fatalmente racchiuse in una precisa porzione di storia».

Wunden der Welt

«L’allestimento documenta le atrocità che si sono consumate in ogni angolo del pianeta, da “Il miliziano colpito a morte” di Robert Capa, indimenticabile narratore della Spagna dilaniata dalla guerra civile, alle primavere arabe. Dagli sguardi annientati dei passanti che scrutano il cielo durante gli allarmi aerei in una Bilbao sfinita dall’assedio (maggio del ’37) a quelli altrettanto persi dei soldati tedeschi che, anni dopo, si troveranno prigionieri in Normandia, sopravvissuti sì ma costretti a fare i conti con la propria sconfitta».


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