Visualizzazione post con etichetta Weimar. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Weimar. Mostra tutti i post

2 febbraio 2019

Walter Benjamin - Strada a senso unico


«Rilievo. Si è in compagnia della donna che si ama, si conversa con lei. Poi, settimane o mesi più tardi, quando si è lontani, ci si ricorda qual era stato il tema della conversazione. E ora il motivo se ne sta lì banale, crudo, senza profondità, e ci si rende conto che solo lei, curvandovisi sopra per amore, con la sua ombra l’aveva protetto da noi, così che in tutte le pieghe e in tutti gli anfratti il pensiero palpitava come un rilievo. Se siamo soli, come ora, esso s’appiattisce esponendosi, senza ombra né conforto, alla luce della nostra conoscenza».

Walter Benjamin, Strada a senso unico (Einbahnstrasse), a cura di Giulio Schiavoni, Einaudi, 2006.

A piedi lungo le vie della città, una prosa di viaggio bizantina e labirintica, oscillante tra sogno e critica sociale. Un grido d’allarme che si esprime in forma di frammenti, dove la lingua e il pensiero appaiono volutamente destrutturati, perché il lettore abbia coscienza piena del disorientamento in cui è immerso. Poco prima che accada l’irreparabile, questa è l’ultima passeggiata che Walter Benjamin compie, ripercorrendo le latitudini del suo immaginario e i segnali che lo hanno guidato, inquieto viandante, a dorso di una strada a senso unico.

Così scrivevo in un mio pezzo del 2011. Questa raccolta di prose benjaminiane, che già al tempo della loro pubblicazione con Ernst Rowohlt nel 1928 venne felicemente ribattezzata “bazar filosofico”, ha esercitato un fascino durevole sulle espressioni della mia scrittura e i modi del suo comunicarsi. Dedito alla “kleine Form”, quell’incantevole bonsai letterario fine ottocentesco fiorito ai bordi della nascente metropoli, Benjamin ne fece uno spazio per l’incontro di suggestioni memoriali e urgenze poetiche, di cui l’Infanzia berlinese rappresenta un altro capolavoro giocato sull’intreccio dei generi e la compresenza oracolare, bifronte di un allegorico passato-presente.
La sua strada a senso unico la percorse negli anni Venti, quando l’inflazione tedesca aveva cominciato a dar segni di forte squilibrio, avvitandosi in una crisi interna senza tregua. Un viaggio tra le rovine tedesche del primo dopoguerra, dal quale l’autore risalì spossato, toccando con mano gli egoismi di una media borghesia impoverita, che si vedeva quotidianamente scivolare in un’inaccettabile arretratezza, costretta a intaccare le proprie rendite di posizione. Ma erano anche gli anni di una crisi profonda nella vita stessa dell’osservatore. Emarginato dall’università, poteva contare solo su fonti di guadagno precarie garantite dalla collaborazione con alcune riviste. Eppure, si trattava ancora della Germania weimariana, quella che gli intellettuali come Benjamin si sforzarono di difendere prima del baratro. Certo, non fu un quadro politico concorde, mai lo fu quell’esperimento in nessun anno della sua breve esistenza, brutalmente appesantito dai debiti di guerra e dal venir meno della coesione sociale. Lamentava anche questo il grande scrittore berlinese, che guardava con rassegnazione all’autoreferenzialità delle cerchie accademiche e sentiva fortemente su di sé la disillusione nei confronti dell’intellighenzia privilegiata.
Così, i Denkbilder qui raccolti, le immagini di pensiero destinate a fluire nel suo onirico labirinto dandogli forma, non si occupano di discettare sulla Hochkultur, la cultura alta, pseudo impegnata, dove le aderenze di potere finiscono per soffocare la genuinità del dibattito. Vanno piuttosto in cerca di quelle poetiche minime, di quelle effimere architetture del quotidiano in cui si accendono lampi di verità: scantinati, baracconi, fiere, giostre, bambini, robivecchi e poi oggetti o anche solo nomi capaci ancora di sprigionare un po’ di calore e bellezza. Frammenti brevissimi titolano “lampada ad arco”, “loggia”, “garofano selvatico”, “asfodelo”.
È un’opera di sopravvivenza questa Strada a senso unico, una scialuppa nella tempesta sulla fine della quale tuttavia l’autore non si fa illusioni né vuole venderne ai suoi lettori. Piuttosto metterli sullavviso circa i tranelli di una cultura dell’alto, consolidata, che finge d’impegnarsi in battaglie d’avanguardia salvo poi sfilarsi o tradire le più elementari regole della solidarietà e della morale comune. C’è tanto di questa riflessione benjaminiana anche nell’oggi e tanto di un’appropriazione indebita di uno studioso che ebbe un rapporto conflittuale, complicato con i suoi contemporanei che pochi spazi gli concessero ben prima dell’ascesa nazionalsocialista. Tant’è. Anche oggi, tra noi, c’è chi firma petizioni solidali e poi non ha il minimo ritegno a mancare di rispetto al suo prossimo e a quel suo prossimo fa sistematicamente del male, utilizzando, come ha fatto notare Borges in molte sue pagine che ci dimentichiamo di rileggere, metodi fascisti e se vogliamo dire più in generale, autoritari, vestendo panni di democraticissimo. L’odierna apologetica indirizzata al mondo antico parla di Atene come il modello di una democrazia senza macchia, aperta agli stranieri, forte in mare e in terra, non violenta. Eppure per divenire la potenza che fu Atene praticò lo schiavismo, non si fece scrupolo di perpetrare eccidi ai danni dei coloni ribelli, commise errori strategici clamorosi, cadde nella tirannide e nell’oligarchia, e infine venne sconfitta da Sparta. La democrazia non è uno strumento neutrale, non è una forma priva di sentimento o d’interpretazione politica. Si partecipa alla democrazia e la misura della sua solidità sta proprio nell’ampiezza della partecipazione e nei modi in cui gli atteggiamenti e i bisogni di chi vi prende parte si traducono all’interno degli apparati governativi. Non possono delle fazioni, in maniera apodittica, rivendicare la democrazia per sé e non lo possono neppure i cosiddetti detentori della cultura. Quando tra l’altro questi stessi intellettuali hanno disponibili molteplici canali per esprimersi, non possono dire d’essere perseguitati né parlare di democrazia sotto scacco. Faccio notare che gli antifascisti del ’20 e del ’30 furono confinati e poi andarono per la maggior parte esuli. Attraversarono ogni genere di difficoltà, vissero nella paura e tra non poche privazioni. Non si scherzi con la memoria di queste cose, non si confonda l’impegno civico di queste persone con chi ora fa salotto e si appropria della storia in modo strumentale.
Anche oggi la battaglia per il potere macina vite, aspettative, mostra un volto efferato danzando sulle macerie di ideologie che già tanto danno hanno recato nel recente passato. Ma ancora ci si barrica dietro e dentro quelle ideologie visto che in gioco c’è una futuribile prospettiva di potere la quale, se venisse a mancare del tutto, rischierebbe seriamente di generare altri equilibri. E allora, anziché sviluppare un dibattito serio e anziché scontrarsi su terreni scelti e ad armi pari, si tira di sponda o ci si sottrae, perché è più comodo così, altrimenti bisognerebbe argomentare le proprie posizioni col pericolo di dover giustificare un privilegio che non ha più ragione d’essere in quanto ha perso le sue longeve basi di consenso.
Perché dunque tanto accanimento? Potere, potere, potere. Quando i rapporti di forza cambiano, chi prima godeva di favori si assottiglia fino a dissolvere. Ma fa di tutto per continuare a mostrarsi ben saldo. Potere, potere, potere. Ecco perché, dunque, tanto accanimento. 

(Di Claudia Ciardi)



Related links:





Berliner Spreepark

6 marzo 2014

Oh Boy - Un caffè a Berlino




Oh Boy - Un caffè a Berlino 

di Jan Ole Gerster
Germania, 2012, 83’
Cast: Tom Schilling (als Niko Fischer), Friederike Kempter, Marc Hosemann, Katharina Schuttler, Justus Von Dohnanyi, Andreas Schröders, Arnd Klawitter, Martin Brambach, Frederick Lau, Ulrich Noethen, Michael Gwisdek
Fotografia: Philipp Kirsamer
Montaggio: Anja Siemens
Produzione: Schiwago Film, Chromosom Filmproduktion, Hessischer Rundfunk (HR)
Distribuzione: Academy Two


Esordio alla regia per Jan Ole Gerster che presenta un film brillante, leggero solo all’apparenza, disegnato in un bianco e nero asciutto e pulitissimo, dal quale lo sguardo dello spettatore si sente immediatamente catturato. Dopo aver ricevuto numerosi riconoscimenti in patria (ben sei Premi Lola, gli Oscar tedeschi, nel 2013), la pellicola ha trovato un riscontro più che positivo anche tra il pubblico italiano. Gerster si inserisce a pieno titolo tra i grandi narratori della metropoli da Walter Ruttmann, Friedrich Murnau, Fritz Lang, Karl Freund ai contemporanei Wim Wenders e Hannes Stöhr.
Una Berlino straniante, personaggio statuario e immenso, fa da contraltare alla voce del protagonista Niko Fischer, ex studente di giurisprudenza in crisi di identità, inguaribile perdigiorno che non riesce a darsi alcun obiettivo. La macchina da presa nelle mani di Gerster si trasforma in uno scandaglio che va pizzicando miserie e nobiltà della metropoli, pauroso specchio che invece di riflettere contorce, dea bistrata preposta al rito di una sconvolgente quanto esatta autoanalisi.
A partire dal documentario di Ruttmann del 1927, malinconico epos per immagini di quei “dorati anni Venti” scossi in realtà da innumerevoli contraddizioni e difficoltà, Berlino è il fulcro rappresentativo di una urbanitas letteraria la cui origine Joseph Roth fissa proprio nel confronto tra l’immaginario degli scrittori ebrei tedeschi e la realtà della capitale.
Questo film spinge sui tasti della flânerie, unendo agli espedienti tonali del vagabondaggio in strada, l’esplorazione di uomini e donne in cui il carattere della città ha creato bizzarre forme di adattamento, tutte connotate da una patologica insicurezza, una esasperata propensione al fraintendimento dell’altro e all’errore. In questo mulinare di nevrosi grandi e piccole, si può a momenti perfino compatire l’inadatto Niko Fischer. Attraverso i suoi occhi, ci si sveglia in una ordinaria giornata berlinese. Tempo di mollare la ragazza e accendersi una sigaretta nel tostapane di un appartamento, dove si ammassano soltanto scatoloni, gli eventi prendono subito una piega storta. Dopo aver mentito per due anni filati al padre, Niko si trova ad affrontare un genitore che, informato sui fatti, gli volta le spalle senza troppi giri di parole. Mentre procede nel viaggio, ma sarebbe più corretto dire, mentre il protagonista avanza verso se stesso, la spirale di incontri assume connotati sempre più paradossali.
A scandire i suoi brevi istanti di lucidità, il puro e semplice desiderio di farsi servire un caffè che però non arriva. L’impresa infatti si rivela più difficile del previsto, e proprio attorno a questa ricerca sempre più disperatamente allucinata che procede per un intero giorno, incontrando infine la notte della metropoli, con il suo fosco underground di periferia popolato da comparse erratiche e deliranti, prende campo la metamorfosi del protagonista. L’architettura delle stazioni ferroviarie –  luoghi di passaggio, labirinti nel labirinto dell’esistenza – ne veglia il procedere da una meta all’altra, che naturalmente non va secondo un cammino lineare ma avviene in un casuale accostamento di pretesti, i quali alla fine raggiungono un punto critico, spingendolo fuori dall’improvvido e grottesco girovagare. In questi scatti dall’alto, tra binari, scale, pensiline s’intravede una Berlino al rallentatore, molto più pacata e addirittura scarsamente frequentata di come è in realtà. O meglio, vi sono in effetti degli angoli della metropoli in cui ogni presenza pare ritrarsi come un’insolita marea. Gerster lavora esattamente su questi attimi in cui Berlino espira, restando immobile e senza contrazioni. Dalla finestra di casa, Niko osserva il treno, apparizione monitrice del tempo, richiamo al livello della strada, alla discesa nella realtà e quindi, alle scelte che non potranno più essere rimandate. Nessun appiglio si offre per sperare in un riscatto. Niente da fare, Niko non sa andare in fondo alle cose. Nell’angosciante trascinarsi quotidiano mette a segno solo due colpi: un buon tiro al golf, di fronte a un padre in vena di umiliarlo, e una fuga che lo salva da una contravvenzione per non aver timbrato il biglietto. Ma si tratta per l’appunto di due rivincite assolutamente stonate.
L’agognato caffè arriverà in un’alba solitaria, triste e allo stesso tempo liberatoria. La sequenza del risveglio della città è tra le cose più notevoli del film; angoli di strada ancora semideserti, cantieri incustoditi, ammiccanti lanterne che si avviano a spengersi, grattacieli che non suscitano inquietudine ma sprigionano una forza per certi versi rassicurante: la fotografia è essenziale, di un lirismo trascinante proprio per la grazia minimalista che la ispira. Il regista stacca velocemente da una parte all’altra, tentando una rappresentazione corale del respiro della grande città, in cerca di quell’unisono che percorre tutto il racconto e che qui, nell’attimo incantato e ancora incorrotto del nuovo giorno, alla fine riesce a affiorare.  
Niko trema di fronte alla tazza che gli è stata servita. Ha appena saputo della morte del suo ultimo compagno di strada, un vecchio saggio, e forse clochard, un santo bevitore incontrato nel cuore della notte, di cui si trova a ascoltare controvoglia i ricordi di un’infanzia berlinese tutt’altro che serena. Epilogo zen. Si esce dalla notte, gettandosi alle spalle un bel po’ di male di vivere e cortocircuiti generazionali, si prova a far pace coi pensieri e con quel buio insopportabile che viene dal dentro più che dal fuori, si prova a imboccare una strada, pur nel dissacrante rovesciamento del vivere contemporaneo.

(Di Claudia Ciardi)


Related links:

Arri-Kino/ film

Artechok/ Kritik

Mymovies

Berlin calling – La Recherche/ Icaro a Berlino. Tra catabasi e poesia di Claudia Ciardi




In questo blog:

Stemma di Berlino:
«Tributo fin dal titolo al ciclo di poesie della Kolmar sugli stemmi delle città tedesche, cui lo scrittore dedica l’avvio del suo saggio e il denso capitolo conclusivo, tra i più coinvolgenti dell’intera trattazione, questo volume sulla poesia della metropoli intreccia alcune delle voci più rappresentative dell’umore e della cultura berlinesi alle opere degli artisti contemporanei che le accompagnarono, ponendosi in molti casi come loro fonte d’ispirazione.
Franco Buono conduce la sua ricerca seguendo gli sviluppi contemporanei di due potentissimi archetipi mitologici, che esprimono anche una fatale mescolanza di spazio e di tempo, ossia il labirinto e la metamorfosi, alla quale è soggetto chi abbraccia un percorso la cui destinazione appare a un primo sguardo indecifrabile».

«Estate 1882. Carl e Felicie Bernstein ritornano a Berlino da Parigi con un gruppo di opere pittoriche di impressionisti. I Bernstein, emigrati nella metropoli tedesca dalla Russia, avevano acquistato tele di Manet, Monet, Sisley e Pissarro. Questi lavori formano il cuore della prima collezione di arte impressionista a Berlino. La casa dei Bernstein era il luogo di un salone settimanale, frequentato da artisti quali Adolph Menzel, Max Klinger e Max Liebermann, e da storici e critici come Theodor Mommsen e Georg Brandes. Un anno più tardi, nell’ottobre 1883, l’ampio pubblico ebbe l’opportunità di vedere queste pitture, essendo incluse in un’esposizione di impressionisti alla Galerie Fritz Gurlitt di Berlino».

«Opera del ’74, in questo film Wenders si cimenta in una narrazione doppia. Da una parte c’è il viaggio dei protagonisti che è tuttavia un divagare senza meta, il quale, invece di apportare un progresso, produce perdita e alienazione; dall’altra c’è una scrittura che affiora proprio dalle immagini del movimento di cose e persone, rivelando specularmente la sagoma più intimista del racconto. Falso movimento è l’ars poetica di Wenders, il lavoro dove con la maggiore incisività viene formulata la domanda di fondo che percorre l’intera sua produzione, ossia come possa la tecnica cinematografica definire la falsità caratteriale che ispira il movimento cinema. Ritmicità quasi ossessiva, quella con cui i mezzi di spostamento e comunicazione sono rappresentati sulla scena, già peraltro fotografati nel ruvido espressionismo della metropoli contemporanea in Alice nelle città».
    

1 febbraio 2014

Erika Mann - The Lights Go Down


The Lights Go Down - Wenn die Lichter ausgehen


Erika Mann als Pierrot, 1934

Erika Mann (Monaco di Baviera, 1905 – Zurigo 1969) è l’eclettica figlia di Thomas Mann. Scrittrice, attrice, giornalista, col padre – il “Caro Mago” al quale tra affetto e ammirazione si rivolge nelle lettere – ebbe un rapporto di scambio continuo, sia sul piano personale che su quello artistico, fino a influenzarne la decisione di lasciare la Germania per gli Stati Uniti. 
Nel suo percorso di intellettuale la Mann non conobbe allineamento alcuno con le polarizzazioni ideologiche che impegolarono la politica di prima e dopo la seconda guerra mondiale.
Questa donna ha vissuto tutto in maniera estremamente indocile, rifiutando ogni compromesso che esigesse in cambio di addomesticare l’originalità della propria parola e smorzarne l’intento polemico. Perciò la Mann fu una outsider, sempre. Osteggiò il nazismo ma non condivise nulla della spartizione del mondo successiva alla guerra. Provò disagio e insofferenza per lo schiacciamento dell’Europa tra i due blocchi. Il comunismo sovietico, il terrorismo bellico, l’imperialismo americano erano quanto di più lontano dalle radiose promesse di rinascita e libertà dell’estate ’45.
Non mancò di scagliarsi contro il clima della guerra fredda e si batté perché l’Europa ritrovasse una propria dimensione culturale e politica, in grado di suffragare un dialogo franco, aperto e inclusivo della maggioranza dei punti di vista dei suoi interlocutori.
Si spiega così la cocente delusione che gli riservò l’America maccartista, tanto da spingerla a ritirare la domanda per la cittadinanza.
Scoprire le contraddizioni della società che le aveva dato rifugio dalla barbarie nazista, fare i conti con le ansie psicologiche della patria adottiva comportò il crollo delle ultime certezze che quel mondo le aveva offerto fin da prima dell’ascesa al potere di Hitler. Quando gli opposti rivelarono in maniera tanto scoperta e perfino con cinico compiacimento le loro somiglianze, Erika Mann abbandonò per sempre la scena.




Erika Mann, Quando si spengono le luci. Storie dal Terzo Reich,
a cura di Agnese Grieco, Il Saggiatore, 2013
pp. 267
Euro 19,50
ISBN 978-88-428-1295-1

Uno straordinario talento per il teatro, un’attitudine alla performance e alla critica irriverente per tutto ciò che alimenta un rigido classismo, questi gli aspetti che tengono a battesimo la creatività della primogenita di Thomas Mann. Il carisma di Erika si mette in luce già dal 1921, su un piccolo palco improvvisato entro la cerchia di amici e familiari dei giovanissimi interpreti, il Laienbund Deutscher Mimiker. E non avrebbe potuto essere altrimenti per una ragazzina cresciuta all’ombra del genio paterno e che da parte di madre vantava una nonna e una bisnonna protagoniste dell’emancipazione femminile a Monaco e Berlino. Hedwig Dohm, la bisnonna, è un personaggio magnifico, quasi l’eroina di un romanzo. Giornalista e scrittrice aderisce ai movimenti femministi; la sua è una delle prime voci a sostegno del diritto al voto delle donne in Germania. Quando, infine, l’entusiasmo per l’inizio della prima guerra mondiale avrà contagiato tutti, sarà tra i pochissimi intellettuali a respingere con lucidità ogni slancio per quella che riconosce immediatamente come una tremenda carneficina.
Erika Mann nasce dunque già contaminata dall’aria familiare anticonformista e battagliera; questo peraltro continuerà ad essere il destino dei Mann con l’arrivo al potere dei nazisti. 
Quando Erika lascia Monaco per studiare recitazione a Berlino è il 1924. Ottiene importanti ingaggi senza tralasciare la collaborazione col fratello Klaus, scrittore e critico di teatro. Un sodalizio e un’alleanza che si interromperanno solo nel 1949, in seguito al suicidio di Klaus. Per Erika sarà come perdere metà del proprio mondo. I due infatti avevano condiviso praticamente tutto, vocazione artistica, amicizie, viaggi, esilio. Un doppio nel quale si legge in controluce il manifesto dei figli che si sentono estromessi dai padri, che sperimentano sulla propria pelle la crisi del sistema di valori in cui sono cresciuti e rivendicano uno spazio per autorappresentarsi.
È proprio questa presa di coscienza generazionale a confluire nel famoso «Macinapepe», il Kabarett politico letterario nato nel 1933 di cui Erika è l’indiscussa animatrice. I testi sono ironici, mordaci con qualche nuance espressionista ma senza zavorre ideologiche. Il «Macinapepe» viene inaugurato nello spazio della Bonbonniere, a Monaco, il primo gennaio del ’33. A febbraio Hitler tiene il suo discorso di accettazione dell’incarico di cancelliere nell’edificio confinante. Fatalità della storia – espressione verso cui la Mann, a ragione, provava una grande insofferenza. Di fatto questo episodio annuncia tempi difficili per il Kabarett. Dopo un rapido ripiegamento della compagnia a Zurigo, anche qui nascono ben presto dissapori con le autorità e nel ’35 gli artisti sono costretti a fare fagotto. Gli spettacoli vengono portati in giro per l’Europa, il pubblico non manca, tuttavia i problemi per la messa in scena si moltiplicano. Erika organizza il trasferimento in America ma oltreoceano è un flop completo e la compagnia costretta a sciogliersi. I tre anni del «Macinapepe» restano in ogni caso un esempio di infaticabile attivismo politico mentre il vecchio continente si apprestava a mettere in soffitta senso critico e progresso sociale.
I racconti che compongono il volume pubblicato da Il Saggiatore, per la cura di Agnese Grieco, che nella sua articolata postfazione ricostruisce in dettaglio la storia dei Mann sullo sfondo di una Germania annichilita dal regime, risalgono al 1939. Erika ha ormai intrapreso con successo in America l’attività di conferenziera. Si dedica anima e corpo alla scrittura, anche quella per bambini, che suscita molti apprezzamenti, cercando così di ricostruire un presidio di opposizione politica alla dittatura. La Mann, in questo catalogo di tipi e situazioni fotografati in una non meglio precisata città tedesca, intende portare all’attenzione dei suoi lettori lo scandalo di un’opinione pubblica anestetizzata dalle ‘verità’ di regime e da una ben orchestrata retorica bellica. I protagonisti delle sue narrazioni assurgono a exempla di una piccola borghesia ripiegata su se stessa, in preda a uno sconcertante fatalismo storico, secondo cui le cose non possono che andare nella direzione presa, visione pusillanime e acritica come la Mann in più punti non manca di sottolineare. La denuncia della abulia che immobilizza la società tedesca colpisce di rimbalzo anche chi da fuori assiste alla catastrofe pianificata dalla Germania, senza opporvi la necessaria resistenza, in una colpevole attesa degli eventi.
Il ‘decalogo’ che ci scorre sotto gli occhi mostra in tutte le sue sfaccettature il processo che comporta l’occupazione dei vertici dello Stato e di ogni posizione disponibile nella società da parte di soggetti incompetenti e totalmente pervertiti dall’indottrinamento. Si tratta della messa a nudo di un vizio umano che nella Germania hitleriana conobbe una stagione trionfale, con tutte le nefaste conseguenze che ne derivarono, ma a fronte del quale ancora oggi è importante mettere in campo tutte le risorse disponibili per restare vigili e non cadere in tentazione.

(Di Claudia Ciardi)

Vincent van Gogh, La ronda dei carcerati, 1890

Related links:

Entartete Kunst

«La questione non è banale. A entrare in gioco, infatti, nella definizione formulata dai nazisti per bollare negativamente le opere dell’avanguardia sono sia l’idea di arte che il regime intendeva divulgare sia il processo, a ciò strettamente legato, di elaborazione di una damnatio memoriae che, se osservato più da vicino, si scopre estremamente ambiguo».

Un articolo su Tacito, Elias Canetti, Ezra Pound, James Joyce, Giuseppe Ungaretti, Claudio Magris
Fabula fluit. Corpi fluviali e geografie letterarie
di Claudia Ciardi

«Intendiamo qui svolgere una riflessione affiorata durante lo studio dei Pisan Cantos (2008-2010), che nel (per)corso della nostra lettura sono venuti rappresentandosi come un corpo fluviale. Il dettato poundiano ha sollecitato così l’approfondimento di uno dei nessi da sempre forse più vitali a livello di “inventio” letteraria che vede replicarsi nel fluire della “fabula” il moto inesauribile dei fiumi. Il saggio con cui tentiamo di dare forma a questa idea si nutre di appunti e osservazioni personali non a caso proposti in un andamento estremamente ondivago, nel quale voci antiche e recenti di scrittori e poeti si mischiano, alimentando il grande fiume della narrazione letteraria. Perché se è chiaro che l’acqua in cui ci bagniamo non è mai la stessa, tuttavia il fiume che Eraclito contemplava scendeva al mare quasi identico da millenni, raccogliendo nel proprio alveo e attorno a sé, storie, pensieri, umanità simili pur nella distanza tra generazioni e culture marcata dal passare del tempo. Ma vero è pure che questo senso del trascorrere della vita non appartiene alla natura. Perciò il moto delle acque fa del fiume una creatura mutevole all’apparenza e al contempo eterna nel suo esistere. A guardarlo resta in noi la vertigine dell’infinito, e la lontananza tra i nostri limiti fisici e l’ampiezza del suo fluire fa nascere la nostalgia per un’origine perduta, una culla violata. Proprio dal senso di questo distacco, proprio in virtù della nostra immaginazione che coglie la perdita di un passato fuori da se stessa ma che ancora la abita, facciamo anche noi l’esperienza di un non finito, di un tutto dai contorni sfumati nel quale abitiamo da millenni, uguali ai fiumi che attraversiamo, sommati entrambi all’eterna corrente che anima mondi differenti».

(Dall’introduzione)

8 settembre 2013

Inflation


L’analisi economica del periodo weimariano in Germania è un tema stimolante perché ci narra una delle crisi più spaventose vissute nel continente europeo, esplosa non a caso dopo la prima guerra mondiale. Quella che viviamo oggi è una situazione diversa, soprattutto per le cause che l’hanno determinata e per il fatto che il contagio coinvolge quasi tutte le economie del mondo, in un andamento sussultorio di scarse riprese, più annunciate che reali, e immediate ricadute. È chiaro, per quanto riguarda la crisi attuale, che i paesi strutturalmente più deboli manifestino sintomi più acuti. Ma fa comunque impressione leggere di pesanti contraccolpi anche nell’ ‘emergente’ scacchiere asiatico. Si prenda ad esempio il caso dell’India dove negli ultimi tre mesi la rupia si è svalutata del sedici per cento nei confronti del dollaro, uno scenario che fa pensare alla ‘tempesta perfetta’ abbattutasi sui mercati dell’Asia tra il 1997 e il 1998. Il «Tages-Anzeiger» interviene così sull'India: «Un sistema schiacciato dalla burocrazia e dalla corruzione, nel quale brilla ben poco oltre l’informatica. Finora questi problemi erano stati coperti grazie all’afflusso di capitali a basso costo dall’estero. Ma all’improvviso il vento è cambiato».
La micidiale svalutazione del marco tedesco tra il 1921-’23 ricostruita nelle pagine di Fergusson diviene allora una materia in grado di attirare il lettore di oggi, soprattutto in quanto gli viene offerta la possibilità di approfondire dinamiche e ricadute sociali di un fenomeno che sta di nuovo erodendo le certezze di molti paesi, giocando pericolosamente con le aspettative di milioni di persone.

(Di Claudia Ciardi)



Adam Fergusson, Quando la moneta muore. Le conseguenze sociali dell’iperinflazione nella Repubblica di Weimar, introduzione all’edizione italiana di Gian Enrico Rusconi, Il Mulino, 1979

Titolo originale:
When money dies

«In una società industriale moderna l’inflazione, sfuggita al controllo, diventa il fattore più subdolo di sconvolgimento e riclassificazione sociale. Polverizzando le basi di sussistenza di milioni di famiglie di lavoratori salariati, di ceti medi a reddito fisso o della piccola distribuzione, semplifica le divisioni sociali a livello più basso.
Ma le reazioni psicologiche e i comportamenti politici hanno segni contraddittori e rendono infinitamente più difficili i rapporti tra i gruppi sociali. L’inflazione non è mai un evento esclusivamente economico, soprattutto quando supera la soglia entro la quale diviene “iperinflazione”. Incidendo in modo palpabile su quell’arcano quotidiano che è il denaro, con il quale si materializzano non solo le soddisfazioni dei bisogni ma le stesse identità sociali, il processo iperinflazionistico si trasforma in trauma collettivo. La sua portata è incalcolabile e – ciò che più conta – imprevedibile. Non a caso la figura del panico è molto spesso associata ai fenomeni “irrazionali” del denaro. Ma panico, irrazionalità e imprevedibilità dei comportamenti, anonimità dei processi non esauriscono affatto le dimensioni sociali dell’iperinflazione. Al contrario rischiano di nascondere la sua capacità di mettere a nudo il sistema sociale e politico in cui ha luogo. L’iperinflazione è il banco di prova delle qualità reali della classe dirigente, non meno di quella d’opposizione, sia che questa si riconosca nel quadro costituzionale esistente o lo voglia cambiare. Funziona come una radiografia dei reali rapporti di forza tra le parti organizzate, istituzionali ed extraistituzionali – tra esse e potenziali nuovi soggetti collettivi.
Tutto ciò può essere verificato nell’iperinflazione che ha colpito la Germania di Weimar nel 1922-’23 – un caso storico ai limiti del credibile. Adam Fergusson in Quando la moneta muore ha ricostruito quella esperienza con una efficacia e uno stile che a tratti prende il lettore come un thrilling. Ma il crimine di cui si parla è il diluvio di miliardi di cartamoneta che coinvolge banchieri e militari, politici e sindacalisti, travolge nella più cupa disperazione un popolo in una sequenza di situazioni ora crudeli, ora comiche, ora grottesche. L’espressionismo non è più una finzione estetica: è il vissuto quotidiano.
Fergusson ha scritto alcune di queste pagine per il «The Times» tra il 1974 e il 1975; non è uno storico professionale, preoccupato di vagliare le varie ipotesi di spiegazione dell’iperinflazione weimariana, e le sue conseguenze – un nodo storico e politico tutt’altro che sciolto per l’intrico delle sue componenti. L’autore vuol innanzitutto descrivere dal vivo come una popolazione viene colpita e corrotta da quel flagello e come vi reagisce una classe politica. […] La ricostruzione e la valutazione di fondo delle vicende weimariane avviene esplicitamente sulla falsariga dei giudizi di un importante osservatore e protagonista di quei tempi: l’ambasciatore britannico a Berlino Lord D’Abernon. Sappiamo quale ruolo di mediazione e moderazione abbia svolto la diplomazia britannica non solo nella spinosissima questione delle riparazioni, ma in generale per un riassetto politico della Germania su una linea liberal-conservatrice.
Facendo questo punto di vista proprio, Fergusson intende prendere le distanze sia dal rapace capitalismo della grande industria, sia dall’inconcludente, rissoso e diviso movimento operaio. Una posizione di mezzo non priva di ingenuità, dove il sincero sdegno morale e la denuncia della incapacità di una classe politica prendono il posto di una più critica valutazione dei fatti e delle loro connessioni. Questo non impedisce di apprezzare la forma di molte pagine scritte per dimostrare che «se si vuole causare la rovina di una nazione, occorre per prima cosa distruggerne la moneta».
[…] L’opinione della piccola borghesia è tale che nel momento in cui viene “proletarizzata” raddoppia il suo risentimento antioperaio e antisindacale.
A questo proposito è bene ricordare che la ricerca di indicatori materiali della miseria o di criteri oggettivi per il confronto tra gli standard di vita delle varie classi non rende conto delle differenti reciproche percezioni sociali. […] Per la piccola borghesia, invece, che è cresciuta nella identificazione con la Nazione e lo Stato, dei cui simboli e riti è stata la vestale, la polverizzazione dell’ultimo solido simbolo-valore, del denaro, è uno schok senza precedenti. È una esperienza di estraneazione da cui non si libererà più. […]
Ma veniamo alle tesi politiche di Fergusson. Esse si possono riassumere così:
a) le radici del processo inflazionistico dei primi anni della repubblica tedesca sono da riportare indietro alla politica finanziaria del governo imperiale durante la prima guerra mondiale; l’inflazione del 1921-’22 non fu alimentata cinicamente dal governo repubblicano per sottrarsi alle riparazioni di guerra da versare agli ex nemici, ma neppure intenzionalmente per favorire il grande capitalismo industriale o per sostenere l’occupazione e i salari operai;  l’inflazione fu il risultato dell’indolenza e della incapacità della classe dirigente (ivi compresa l’autorità finanziaria della Reichsbank) nel realizzare una riforma fiscale e nel contenere il credito; b) la perdita di controllo dell’iperinflazione del 1923, per quanto accelerata da decisioni contingenti di ordine politico (assunzione da parte dello Stato dei costi della “resistenza passiva” decretata nella Ruhr per protesta contro l’occupazione delle truppe francesi e belghe) era inevitabile. La pretesa di sfuggire alla bancarotta e insieme di evitare la disoccupazione di massa, la pretesa di conciliare due obiettivi contrari, doveva fatalmente portare al disastro dell’autunno 1923. Solo allora a prezzo di una dittatura militare, sia pure legale, e con nuovi sacrifici per la classe operaia (abolizione della giornata di otto ore lavorative) si poté trovare una soluzione quanto meno provvisoria. Le cicatrici dell’iperinflazione infatti rimarranno profonde e ricominceranno a sanguinare con la crisi del ’29, aprendo la strada a Hitler.
«Il punto critico in cui l’inflazione cominciò ad alimentarsi e a divenire politicamente incontrollabile non è possibile trovarlo sul diagramma della svalutazione monetaria, o della velocità di circolazione della moneta o del deficit della bilancia dei pagamenti… Il punto critico lo si deve piuttosto individuare analizzando la curva discendente del potere politico e del coraggio che il governo, pressato da ogni parte, fu in grado di esprimere. A mandare in rovina la Germania fu il fatto di assumere costantemente la linea meno dura quando si trattava di faccende monetarie. Il punto critico, quindi, non era finanziario ma morale.
La chiarezza delle tesi di Fergusson facilita il confronto critico. Se è convincente il modo con il quale, dopo l’esame di tutti i risvolti tecnico-finanziari e le connessioni internazionali della questione, va dritto alla responsabilità del gruppo dirigente weimariano, assai meno convincente è l’imputazione di incompetenza e addirittura codardia. Qui il tono moralistico fa velo alla sostanza politica del problema.
Nella gestione delle finanze dello Stato che nel sistema industriale avanzato deve garantire le condizioni ottimali di riproduzione del capitale, competenza significa capacità di assecondare, se non addirittura di imporre una precisa linea complessiva, tenendo conto dei due partner sociali determinanti – capitali e lavoro organizzato. Lo spazio d’autonomia dell’esecutivo è strettamente condizionato dalle forze politiche che partecipano (o dovrebbero partecipare) a dettare tale linea politica. L’incompetenza è spesso solo sinonimo di assenza di tale linea ovvero incapacità di realizzarla. Questa sembra essere la situazione della Germania tra il 1921 e il 1923. In realtà dietro il paravento nazionale e internazionale delle riparazioni, dietro il comportamento irresponsabile del grande capitale industriale e finanziario (evasione fiscale, speculazione su valute estere, fuga di capitali), dietro l’importanza del governo ad imporre una tassazione efficiente – dietro questa patologia sociale ed economica è trasparente il disegno di liquidare politicamente la rivoluzione del novembre 1918. […]
Il perno di tutta la situazione sociale e politica del triennio 1921-’23 coincide con il ruolo reale e possibile della socialdemocrazia e del sindacato ad essa collegato. Solo in questa prospettiva poteva essere affrontato il problema dell’occupazione. Ma è una prospettiva che non considera l’occupazione una variabile economica dipendente, per la cui manovra basta la competenza e il coraggio dell’esecutivo. La questione dell’occupazione è il punto d’incontro di equilibri sociali e politici per il cui controllo sono necessarie grandi capacità politiche».

(Dall’introduzione)




Adam Fergusson: Inflation lessons for the UK
Adam Fergusson's 1975 book on hyper-inflation in the Weimar, When Money Dies, has become a cult read among Europe's top financiers after the Sage of Omaha Warren Buffet is said to have recommended it. He tells Robert Miller where parallels could occur if inflation were to take hold in Britain.
See the video

Germany in 1914 had one of the world's most prosperous economies. By 1923 its currency, the Mark, was worth next to nothing. When Money Dies tells the story in stark human terms of what happens when a currency and a national economy perishes.
Germany increased the circulation of the Mark to finance a series of staggering war reparations from World War I. The Mark depreciated at an astronomical rate. In November 1921, the Mark was at 250 to the dollar. By the following November, it was at 8,000 to the dollar. By January 1923 it was well over 50,000 to the dollar, and by July of the same year, it was at a whopping 174,000 to the dollar. By the end of 1923, the mark was dead and Germany was in the midst of a raging inflation that was impossible to control.

Social misery and crippling economic instability followed. Citizens watched in horror as their life savings disappeared. It didn't take long for the middle class to be replaced by a new class: the new poor. Many struggled to find even the barest of necessities, and starvation raged. Soon communities printed their own money, based on goods such as potatoes or rye. Shoe factories paid their workers in bonds for shoes which they could exchange at the bakery for bread or the meat market for meat. As Fergusson describes it: "In hyperinflation, a kilo of potatoes was worth, to some, more than the family silver; a side of pork more than the grand piano. A prostitute in the family was better than an infant corpse; theft was preferable to starvation; warmth was finer than honor; clothing more essential than democracy, food more needed than freedom."

People in search of someone to blame picked upon other classes, other races, other political parties, other nations. They were in large measure still blaming not the disease but the symptoms. There was communal hatred, which was new. There was social resentment, which was new. There was bribery and corruption: that was new. This was Germany in 1923: a great power at the height of its ambition that produced the greatest national financial disaster in recent history.

Adam Fergusson was born in Scotland in 1932. He graduated in history at Cambridge, and later became a journalist with the Glasglow Herald, the Statist, and The Times. He has been a Member of the European Parliament, a Special Adviser at the Foreign Office, a consultant on European affairs for international industry and commerce, and political advisor to Geoffrey Howe, Mrs. Thatcher's Chancellor of the Exchequer in 1979. He has written five books. A Fellow of the Royal Society of Literature, he lives in London.


James Ensor, Death and the Masks - La morte e le maschere

Argomenti correlati/ related topics:



«Internazionale» 1014 - reportages su Egitto, Oman, Birmania, India, Cina. 
Fotografia dell’Egitto dopo il massacro del 14 agosto. Le difficoltà per l’America di assumere una posizione.





«Internazionale» 1015 - Siria. L’uso delle armi chimiche contro i civili. I piani di attacco degli Stati Uniti.
I paesi dell'Est Europa. Sguardi mitteleuropei.
L’India sarà presto la potenza con la popolazione più giovane. 
Ma senza riformare la sanità, la scuola e la formazione professionale, questo vantaggio rischia di trasformarsi in un disastro.  





«Internazionale» 1016 - Siria: le perplessità di Turchia e Iran sull'ipotesi di intervento militare. La difficile posizione degli Stati Uniti e la "crisi" dell'amministrazione Obama sulle politiche mediorientali. L'ambiguità e l'incertezza dimostrate in Egitto hanno creato ulteriori diffidenze nell'opinione pubblica araba. Così una soluzione per la Siria sembra sempre più lontana.
Altri approfondimenti su: la crisi di Cipro, i pericoli del "consumismo informatico", la condizione dei lavoratori cinesi in Italia. Il fotoreportage da Norilsk di Elena Chernyshova.



Siria - La petizione dell'Unicef per l'emergenza profughi.
Donazioni per i bambini siriani su unicef.it/siria


16 giugno 2013

Ro-Ro-Ro

Ro-Ro-Ro
Rowohlt-Rotations-Roman


Ernst Rowohlt è una pietra miliare nell’editoria tedesca. Fra gli scrittori da lui pubblicati si contano Franz Blei, Alfons Goldschmidt, Heinrich Eduard Jacob, Kurt Pinthus, Alfred Polgar, Robert Musil, conosciuto a Berlino nel ’20, del quale dieci anni dopo inizierà a dare alle stampe L’uomo senza qualità, Hans Fallada, massimo autore del cosiddetto neorealismo weimariano, di cui nel ’32 pubblicherà E adesso pover’uomo? Ma vanno anche ricordati i romanzi di Balzac, Fiesta di Hemingway, e altri americani come Thomas Wolfe e Sinclair Lewis. 
Rowohlt è inoltre l’ideatore, insieme al figlio Heinrich, di quei giornali venduti a un prezzo più che popolare (50 pfennig) sui quali si pubblicavano i grandi classici della letteratura che nella Germania distrutta del dopoguerra (’46) permettevano alle persone di continuare a coltivare il piacere della lettura. Il progetto ci insegna che pure in momenti economicamente difficili è importante salvaguardare la circolazione della cultura. Una bella lezione, di straordinaria attualità, visti i nostri tempi. 
Recentemente le Edizioni Clichy di Firenze hanno riproposto questa idea, stampando su fogli di giornale celebri opere di narrativa al prezzo di 1 euro. Questa versione italiana dei Ro-Ro-Ro (Rowohlt-Rotations-Roman, romanzo Rowohlt stampato in rotativa) è la migliore risposta a chi vive gli investimenti a sostegno della cultura e delle iniziative legate alla sua diffusione come un peso e uno spreco di risorse. Una società colta sarà una società meglio attrezzata ad affrontare i problemi e a mettere in campo gli strumenti necessari per uscire dalle difficoltà.

Ulteriori informazioni nel sito delle Edizioni Clichy


Originally, RO-RO-RO stood for ‘Rowohlt Rotations Romane’: large-format novels printed on cheap newspaper stock and sold at no more than 50 pfennig apiece. In June 1950 their format shrank, as did the letters in the logo: Rowohlt published the first paperback novels on the German market. They were affordable – mainly because they would contain full-page ads for petrol, cars, perfume or cigarettes – and for many, rororos became the first books they could afford to buy with their pocket money. And yet they weren’t just pulp fiction. The first four rororos were by first-class writers of international renown: Hans Fallada, Graham Greene, Rudyard Kipling and Kurt Tucholsky. Rororo told the young Germany of the post-war generation good stories, but it also taught them something about the world.

In 2008, the year of Rowohlt’s hundredth birthday, the rororo paperback ethos still sums up the ideals and ambitions that the publishing house believes in. As Thomas Überhoff, Rowohlt’s fiction editor-in-chief, puts it: ‘We all believe that our books have something to say – they have an aufklärerischer Gestus – but that doesn’t mean they shouldn’t be fun to read. For us, there’s no necessary contradiction between intellect and entertainment, not even between schlock and avant garde.’

ROWOHLT CELEBRATES 100 YEARS (Abstract)
A Profile by Philip Oltermann (2008)


Rowohlts Rotationsromane



Um der steigenden Nachfrage nach billigen Büchern in Deutschland nach dem 2. Weltkrieg und der Währungsreform von 1948 nachzukommen, entwickelte Ernst Rowohlt zusammen mit seinem Stiefsohn Heinrich Maria Ledig-Rowohlt die sog. "Rowohlts-Rotations-Romane". Ihr Ziel war es, möglichst viel Text auf möglichst wenig Papier für möglichst wenig Geld zu verkaufen. So wurden die großen Romane der Weltliteratur im Rotationsverfahren (beim Zeitungsdruck angewandtes Rolldruckverfahren) auf stark holzhaltigem Papier gedruckt und als ungebundene und ungeheftete Hefte in Zeitungsformat zu 50 Pfennig das Stück verkauft. Auf diesen Heften wurden in den 50er-Jahren die ersten Taschenbücher des Rowohlt Verlags, die sich noch heute unter dem Namen ro-ro-ro einer großen Beliebtheit erfreuen.

Rororo war die erste Taschenbuch-Reihe in Deutschland. Im Juni 1950 erschien im Rowohlt Verlag mit Hans Falladas «Kleiner Mann - was nun?» der Starttitel in ein neues Buchzeitalter. Heinrich Maria Ledig-Rowohlt hatte die Idee preisgünstiger Paperbacks aus Amerika mitgebracht und revolutionierte damit den deutschen Buchmarkt. Nach einem Jahr waren bereits mehr als eine Million rororo Taschenbücher gedruckt. Werke, die noch heute zur Weltliteratur zählen, schmückten von Beginn an das Programm: Graham Greene, Albert Camus, Rudyard Kipling, Kurt Tucholsky, Ernest Hemingway - um nur einige der berühmtesten und erfolgreichsten Autoren der ersten Stunde zu nennen.

Seither sind rund 16 000 rororo Bände erschienen, in einer Gesamtauflage von nahezu 600 Millionen Exemplaren. Die erfolgreichsten Bücher waren Friedrich Dürrenmatts «Der Richter und sein Henker» und Wolfgang Borcherts «Draußen vor der Tür», beide mit Auflagen von mehr als zweieinhalb Millionen Exemplaren. Allein zwölf Literaturnobelpreisträger finden sich in der Geschichte von rororo. 

Aber auch Sachbücher prägten und prägen das Gesicht des Rowohlt Taschenbuch Verlags. 1955 wurde mit rowohlts deutscher enzyklopädie unter dem Motto «Das Wissen des 20. Jahrhunderts» die erste Sachbuch-Reihe gegründet, 1958 die berühmten monographien, auch heute noch ebenso populär wie nützlich. 1961 erschien der von Martin Walser herausgegebene erste Band der aktuell-Reihe, die seither mit über 700 Publikationen das politische Zeitgeschen kritisch begleitete.

Um die programmatische Vielfalt und das expandierende Titelvolumen übersichtlich zu gestalten, kam es immer wieder zu Neugründungen von Reihen. Ob Belletristik, Sachbuch oder Ratgeber - die Geschichte von rororo ist auch die Geschichte ständiger Programminnovationen. Zuletzt kam 1998 das Wunderlich Taschenbuch hinzu mit rund sechzig Unterhaltungstiteln jährlich. 

Zu allen Neuerscheinungen im Rowohlt Taschenbuchverlag

Rowohlt Taschenbuch Verlag 
Hamburger Straße 17
21465 Reinbek

See also:

Die Rotationsromane des Rowohlt-Verlags






Auch Kurt Tucholsky gehörte zu den Rowohlt-Autoren. Er starb 1935 in der Emigration
*****
Ringrazio Radio Città futura nelle persone di Alberto Gaffi, Fabrizio Patriarca e Gabriele Sabatini per aver dedicato questa mattina uno spazio della trasmissione Carta Vetrata al volumetto di Robert Musil, Narra un soldato, edito da Via del Vento edizioni.

Abstract

«L’immaginario musiliano ruota attorno all’impero austro-ungarico votato alla fine. Risente della problematica coesistenza dei diversi popoli che articolano il concetto di Mitteleuropa, un mosaico complesso, segnato da convivenze difficili. Nella vita di Musil, come dei suoi contemporanei, l’evento della guerra rappresenta un punto di rottura, una lacerazione e uno sradicamento dei quali si fa fatica a parlare.
La guerra segna la disgregazione dell’impero austro-ungarico e orienta profondamente la poetica musiliana che registra il trauma e quindi il crollo epocale del mondo di cui è figlia. Dopo il primo conflitto mondiale l’Europa acquista la sconvolgente consapevolezza della mutilazione che si è autoinflitta. Nelle coscienze restano solo dei frammenti, dei lacerti che sono come ciò che affiora del sartiame di una nave dopo il naufragio.
La forma del frammento diviene anche una metafora narrativa della dissoluzione, del dramma che l’ha causata e del recupero di ciò che è stato disperso. È l’affannosa ricerca di un senso che gli eventi hanno rovinosamente distrutto, polverizzato.
Si spiega allora l’attenzione dedicata dallo stesso Musil alla figura di Osiride. Ma si spiega pure come questa immagine riaffiori nei poeti anglosassoni, il corpo lacerato di Osiride è uno dei simulacri che ispirano il viaggio poundiano, e si può dire che alimenta, nascostamente ma neppure tanto, anche l’epica del The Waste Land.  
Pare, dunque, che il mito di Osiride presieda a una elaborazione sincronica del lutto collettivo generato dalla guerra». 

(di Claudia Ciardi)
See also:

Carta Vetrata  (in diretta da Roma)

Su Walter Benjamin e Robert Musil - I dilemmi della traduzione - Claudia Ciardi e Paolo Zignani, «Quaderni corsari», 3 giugno 2013

5 febbraio 2013

Franz Hessel-Marlene Dietrich

Cartoline dalla metropoli-Postkarten aus der Metropole



Una deliziosa biografia tascabile inaugura con raffinato gusto la nuova collana “Lampi” di Elliot edizioni, brevi ritratti di epoche e personaggi scaturiti dall’osservazione di interpreti illustri.
Qui è Franz Hessel, colto miniaturista degli umori berlinesi, a raccogliere la voce di una sensuale Marlene Dietrich, astro del cinema americano e mondiale. Sullo sfondo, o per meglio dire, sulla scena, la metropoli, il cui carattere pieno di contrasti e sfumate nostalgie sembra affiorare in ogni gesto dell’attrice, contribuendo alla foggia assolutamente particolare della sua femminilità.

«È cresciuta dove poi sarebbero sorti i quartieri berlinesi occidentali di Wilmersdorf e Westend. Figlia di un ufficiale, si è presto abituata ai trasferimenti legati ai cambiamenti di guarnigione, ma è sempre stata di casa nella città dai sobri e chiari colori del giorno e dai lunghi tramonti, dalle delicate albe invernali e dalle lunghe sere estive, indimenticabili per chiunque sia stato bambino a Berlino».

Il divismo di Marlene è cosa affatto incline e devota alla dimensione spettacolare, il suo successo va rintracciato piuttosto in un fascino erotico e in una carica seducente da cui nasce un’irresistibile empatia verso tutto il suo pubblico, in grado di conquistare indistintamente uomini e donne.
Il rientro dell’artista nella sua città, durante una breve pausa lavorativa, diviene l’occasione di un incontro nel 1931 con Hessel, giornalista e scrittore-flâneur, maestro della kleine Form, la prosa breve elaborata in tedesco sul modello francese del feuilleton, già alla base di esperimenti narrativi nell’Ottocento, come le ‘lettere berlinesi’ di Heine. Il genere raggiunge una piena maturità letteraria, parallelamente a una considerevole fortuna di pubblico, intorno agli anni Venti del Novecento, ed Hessel, cui si affiancano i nomi di Siegfried Kracauer e Joseph Roth, ne è uno dei più abili artigiani. Si tratta, del resto, di un’attitudine alla collezione di ascendenza ellenistico-bizantina (si pensi alle raccolte di glosse e ai lessici come la Suida) che viene a saldarsi su un vero e proprio culto della frammentarietà nel quale il tessuto testuale-archivistico è contaminato da elementi non-testuali, i media e la merce, ad esempio, ossia tutti quei ‘segnacoli’ prodotti dal labirinto della metropoli che non solo alimentano una nuova frontiera di scrittura ma divengono essi stessi soggetti narranti, inserendosi come parte in causa nel dibattito sulla Kulturwissenschaft e orientandolo a sé; basti considerare, al riguardo, le teorizzazioni di Warburg e Benjamin.

Le volte che mi sono ritrovata a camminare per Schöneberg, dall’assiepamento quasi da bazar di negozi e mercati al vecchio gasometro, dalla vegliante malinconia del ‘miglio di Berlino’ a certe stradine laterali che in un improvviso trapasso dal cemento al verde si ridestano ai bordi della ferrovia, ammiccando come in sogno, non mi è mai sfuggita la natura liricamente intima e dimessa di questo quartiere. In ciò che questa zona di Berlino ancora sa offrire al passante, per quanto la scena sia di sicuro diversa da quella vissuta nell’infanzia di Marlene, si coglie tuttavia una carica emotiva del tutto singolare, capace di procurare facilmente l’accesso a una dimensione onirica, che senz’altro circondò l’attrice da bambina.
Alessandra Campo, attenta curatrice del volumetto, regala al lettore italiano la possibilità di avvicinare due grandi personaggi che, pur giocando ruoli diversi ma tra loro complementari, hanno interpretato un momento irripetibile sulla ribalta della nascente metropoli.
(di Claudia Ciardi)

Titolo: Marlene Dietrich. Un ritratto
Autore: Franz Hessel
Curatrice: Alessandra Campo
Casa editrice: Elliot
Collana: Lampi
Anno di pubblicazione: novembre 2012

Titolo originale/ original title: Marlene Dietrich: Ein Porträt
Franz Hessel, 1931, per l’editore Kindt & Bücher

Su Franz Hessel e la flânerie si veda l’articolo di Claudia Ciardi, Fantasticherie berlinesi, pubblicato da La Biblioteca di Israele, a cura di Giusi Meister




Marlene Dietrich/ a biography:

Marlene Dietrich, original name Marie Magdalene Dietrich, also called Marie Magdalene von Losch   (born Dec. 27, 1901, Schöneberg (now in Berlin), Ger.—died May 6, 1992, Paris, France), German American motion-picture actress whose beauty, voice, aura of sophistication, and languid sensuality made her one of the world’s most glamorous film stars.

Dietrich’s father, Ludwig Dietrich, a Royal Prussian police officer, died when she was very young, and her mother remarried a cavalry officer, Edouard von Losch. Marlene, who as a girl adopted the compressed form of her first and middle names, studied at a private school and had learned both English and French by age 12. As a teenager she studied to be a concert violinist, but her initiation into the nightlife of Weimar Berlin—with its cabarets and notorious demimonde—made the life of a classical musician unappealing to her. She pretended to have injured her wrist and was forced to seek other jobs acting and modeling to help make ends meet.

In 1921 Dietrich enrolled in Max Reinhardt’s Deutsche Theaterschule, and she eventually joined Reinhardt’s theatre company. In 1923 she attracted the attention of Rudolf Sieber, a casting director at UFA film studios, who began casting her in small film roles. She and Sieber married the following year, and, after the birth of their daughter, Maria, Dietrich returned to work on the stage and in films. Although they did not divorce for decades, the couple separated in 1929.

That same year, director Josef von Sternberg first laid eyes on Dietrich and cast her as Lola-Lola, the sultry and world-weary female lead in Der blaue Engel (1930; The Blue Angel), Germany’s first talking film. The film’s success catapulted Dietrich to stardom. Von Sternberg took her to the United States and signed her with Paramount Pictures. With von Sternberg’s help, Dietrich began to develop her legend by cultivating a femme fatale film persona in several von Sternberg vehicles that followed — Morocco (1930), Dishonored (1931), Shanghai Express (1932), Blonde Venus (1932), The Scarlet Empress (1934), and The Devil Is a Woman (1935). She showed a lighter side in Desire (1936), directed by Frank Borzage, and Destry Rides Again (1939).
*****
During the Third Reich and despite Adolf Hitler’s personal requests, Dietrich refused to work in Germany, and her films were temporarily banned there. Renouncing Nazism (“Hitler is an idiot,” she stated in one wartime interview), Dietrich was branded a traitor in Germany; she was spat upon by Nazi supporters carrying banners that read “Go home Marlene” during her visit to Berlin in 1960. (In 2001, on the 100th anniversary of her birth, the city issued a formal apology for the incident.) Having become a U.S. citizen in 1937, she made more than 500 personal appearances before Allied troops from 1943 to 1946. She later said, “America took me into her bosom when I no longer had a native country worthy of the name, but in my heart I am German—German in my soul.”

After the war, Dietrich continued to make successful films, such as A Foreign Affair (1948), The Monte Carlo Story (1956), Witness for the Prosecution (1957), Touch of Evil (1958), and Judgment at Nuremberg (1961). She was also a popular nightclub performer and gave her last stage performance in 1974. After a period of retirement from the screen, she appeared in the film Just a Gigolo (1978). The documentary film Marlene, a review of her life and career, which included a voice-over interview of the star by Maximilian Schell, was released in 1986. Her autobiography, Ich bin, Gott sei Dank, Berlinerin (“I Am, Thank God, a Berliner”; Eng. trans. Marlene), was published in 1987. Eight years after her death, a collection of her film costumes, recordings, written documents, photographs, and other personal items was put on permanent display in the Berlin Film Museum (2000).

Dietrich’s persona was carefully crafted, and her films (with few exceptions) were skillfully executed. Although her vocal range was not great, her memorable renditions of songs such as “Falling in Love Again”, “Lili Marleen”, “La Vie en rose” and “Give Me the Man” made them classics of an era. Her many affairs with both men and women were open secrets, but rather than destroying her career they seemed to enhance it. Her adoption of trousers and other mannish clothes made her a trendsetter and helped launch an American fashion style that persisted into the 21st century. In the words of the critic Kenneth Tynan: “She has sex, but no particular gender. She has the bearing of a man; the characters she plays love power and wear trousers. Her masculinity appeals to women and her sexuality to men.” But her personal magnetism went far beyond her masterful androgynous image and her glamour; another of her admirers, the writer Ernest Hemingway, said, “If she had nothing more than her voice, she could break your heart with it.”


Franz Hessel/ notice:
One of the interesting characters from early 20th-Century Schwabing was Franz Hessel, a flaneur and friend of Walter Benjamin's whom Anke Gleber has characterized as 'one of the last representatives of the metropolitan, intellectual bohemian characteristic of the European culture of early modernity.' In his book Weimar Germany: promise and tragedy, Eric D. Weitz quotes extensively from Hessel's writings (and Joseph Roth's) in order to convey a sense of Berlin's street life during the Weimar Republic.

Born in Stettin, Hessel arrived in Munich in 1900 as a law student. He soon changed plans in order to focus on archaeology and philosophy. He also became a poet, a vocation that brought him into contact with Karl Wolfskehl and the members of his circle. (I wonder if he bumped into Frederick Grove.) In this part of Hessel's life, his bohemian credentials were well and truly established by his complicated relationship with Franziska Gräfin zu Reventlow, which began in 1903 when he entered a ménage à trois with her and Bogdan von Suchocki. (Here's a photo of the house in which Reventlow and Suchocki lived at the time; it's in Kaulbachstraße in Munich, and here's a photo in which you can see Hessel with Reventlow's son.) Suchocki seems to have been replaced in this arrangement in 1907 by Henri-Pierre Roché, by which time Hessel had moved to Paris.

Roché and Hessel would later maintain a similar relationship with the German journalist, Helen Grund, whom Hessel married in 1913. This ménage became famous as the centrepiece of Roché's novel, Jules et Jim, which was the basis of Francois Truffaut's film of the same name. The character of Jules was based on Hessel. Roché was the basis of Jim, and Catherine ('Kathe' in the novel) was based on Grund.

Hessel wrote his own novel about this relationship, but it doesn't seem to be available in English. In German it's called Alter Mann, while in French it's Le Dernier Voyage. Hessel wrote it in the 1930's, but it was thought to have been lost until it was recovered in 1984.

It looks like Hessel's most important relationships with women were in the context of a ménage à trois. In this setting, Jean-Michel Palmier writes that Hessel 'becomes [women's] confidant, he loves them and admires them at a distance, preferring the role of friend to that of lover.' (Here's the original, French version of Palmier's essay.) Of his relationship with Roché and Grund, Hessel himself (in Alter Mann) said that it 'expanded the habitual scope of friendship and love.'

Franz Hessel volunteered to fight for Germany in WWI. After the war, he worked in Germany for Rowohlt Verlag. It appears that he and his family fled for France relatively late (1938). In 1940, Hessel suffered a stroke while in a detention camp in France. I believe that he was held in that camp (Camp des Milles) before the Germans had control of it, at a time when the French were using it as an internment camp for any Germans and Austrians who happened to be in France. After his release from the camp, Hessel died in January, 1941.

His and Helen's son, Stéphane, fought for the French resistance and became an accomplished diplomat. Here are brief bios of father and son.
Source:
http://praymont.blogspot.it/2011/10/one-of-interesting-characters-from.html


24 novembre 2012

Eric D. Weitz - Weimar


La Germania di Weimar

Speranza e tragedia

Eric D. Weitz
Traduzione italiana di Piero Arlorio
Einaudi, 2008
ISBN 978-88-06-19421-5
Original title: Weimar Germany. Promise and Tragedy, 2007, Princeton University Press


Eric D. Weitz is Distinguished McKnight University Professor at University of Minnesota, where he teaches Contemporary History. Among his books we sign Creating German Communism, 1890-1990: From Popular Protests to Socialist State (1997) and A Century of Genocide: Utopias of Race and Nation (2003)

Novemberrevolution und Weimarer Republik

From Introduction/
Introduzione – dalla versione italiana:

p. 4: «La Repubblica di Weimar evoca i timori sia della possibili conseguenze del mancato consenso sociale sulla direzione da prendere, sia della trasformazione di differenze magari limitate in battaglie politiche vitali; con la conseguente diffusione dell’assassinio e della battaglia di strada, e le minoranze che diventano comodi capri espiatori delle forze antidemocratiche. Un segno ammonitore, si diceva, perché tutti sappiamo come andò a finire, con l’ascesa al potere del nazionalsocialismo il 30 gennaio 1933.
Nonostante tali conflitti e disastri, Weimar fu un periodo di grande fioritura politica e culturale. La fine del vecchio ordinamento imperiale travolto da guerra e rivoluzione liberò il campo all’immaginazione sociale e politica. Per quasi un quindicennio, i tedeschi crearono e mantennero in vita un ordinamento politico ampiamente liberale con consistenti programmi di welfare. La vita di moti cittadini migliorò, con la riduzione, tra l’altro, dell’orario di lavoro a otto ore quotidiane, almeno nei primi anni della repubblica; mentre il sussidio di disoccupazione sembrò annunciare una nuova era nella quale i lavoratori sarebbero stati protetti dalle oscillazioni del ciclo economico. Nuovi complessi residenziali costruiti nell’ambito di programmi di edilizia pubblica offrirono agli operai più qualificati e ai colletti bianchi la possibilità di traslocare dai vecchi alloggi in appartamenti moderni dotati di servizi igienici interni, di acqua corrente, gas, elettricità. Le donne ottennero il diritto di voto; sorse, finalmente, una stampa vivace e libera. Dal nudismo al comunismo, si elaborarono i progetti più disparati per la realizzazione di una società futura fiorente e armoniosa. Sessuologi e attivisti politici si fecero sostenitori del diritto di tutti a una vita sessuale ricca e gratificante.
p. 5 Cinema e mondo dello spettacolo diffusero il sogno di una vita più agiata grazie alla moltiplicazione dei beni di consumo, sebbene il mattino dopo bisognasse pur sempre essere al lavoro alle sette in punto, in fabbrica, in ufficio, in negozio. Gli ideali utopistici sorsero sulla scorta della guerra e della rivoluzione. C’era la certezza di poter cambiare radicalmente il mondo: secondo alcuni con l’architettura, l’abitazione in comune, la fotografia; secondo altri con le manifestazioni di massa. Certezze e convinzioni che stimolarono la produzione artistica e ispirarono ampie riflessioni filosofiche.
Un percorso, e un impegno, non certo esclusivi dei tedeschi. Sull’onda e nel turbinio della prima guerra mondiale, le donne ottennero il diritto di voto in Gran Bretagna; artisti giunsero in gran numero a Parigi, architetti olandesi crearono edifici dalle forme nuove; a Vienna, a Budapest, a Pietrogrado, le masse e i partiti rovesciarono regimi imperiali antiquati e accarezzarono speranze di un futuro politico più luminoso. I tedeschi guardarono a questi movimenti e ne trassero insegnamento, nel bene e nel male. Nell’esperienza della Germania di questo periodo c’era tuttavia qualcosa di particolarmente intenso e ingombrante: a differenza dei suoi vicini occidentali, la Germania aveva perso la guerra. Un fatto dalle profonde conseguenze economiche, politiche, psicologiche. In pratica, non c’era argomento o dibattito su cui non si proiettasse l’ombra della responsabilità della guerra e dei costi delle riparazioni. La sconfitta impediva qualsiasi risarcimento delle sofferenze patite da donne e uomini tedeschi per quattro terribili anni. Nessun guadagno finanziario; neppure l’ombra dell’euforia che normalmente si accompagna alla vittoria in una lotta pluriennale. A differenza dei russi, loro vicini orientali, i tedeschi non sperimentarono una rivoluzione radicale che privasse completamente di potere e di prestigio le élite tradizionali. La Germania rimase per così dire a metà strada; con la sua rivoluzione che senz’altro democratizzò il paese ma non intaccò a fondo il vecchio ordinamento sociale. Risultato: mancanza di consenso e dibattito permanente. Le questioni di fondo riguardanti la convivenza dei tedeschi tra loro e con i loro vicini rimasero oggetto di insanabile discordia.
Il potere distruttivo della guerra totale e quello creativo della rivoluzione – esperienze condivise da molti europei che assunsero, però, in Germania, una colorazione assai particolare – alimentarono l’opera e il pensiero dei protagonisti di Weimar».


[…]


p. 7: «Nello stesso tempo ho prestato particolare attenzione alle rigide limitazioni della società weimariana: imposte dagli Alleati, da un’economia internazionale stagnante, dal peso delle tradizioni autoritarie della Germania, dall’emergere di una nuova destra estremista particolarmente pericolosa e dedita alla violenza. Infine, ovviamente, ho preso in considerazione ciò che non funzionò, l’esito finale disastroso, e ho cercato di dimostrare che quello di Weimar non fu un semplice crollo. Weimar fu infatti spinta nel precipizio dall’opera combinata di una destra tradizionale, ostile alla repubblica dal giorno stesso della sua creazione, e di una destra più nuova e più estrema. La destra tradizionale – composta di uomini d’affari, di nobili, di funzionari statali, di ufficiali dell’esercito – era potente e ben radicata. Anche i comunisti cercarono di seppellire la repubblica, ma fu sempre la destra a costituire il pericolo più grave.
I dodici anni del Terzo Reich non riuscirono, tuttavia, a connotare univocamente i precedenti quattordici anni della Repubblica di Weimar. Nessun evento storico è predeterminato; tanto meno lo fu la vittoria del nazionalsocialismo. p. 8 Conflitti e limiti del periodo weimariano contribuirono indubbiamente ad alimentare il movimento nazionalsocialista, ma è un travisamento presentare Weimar come mero preludio del Terzo Reich. La Germania di Weimar fu un momento ricco e pieno di fermenti, e molte opere artistiche, speculazioni filosofiche e ipotesi politiche che si svilupparono nel suo grembo generarono visioni luminose di un mondo migliore. Visioni che continuano ad avere un significato per noi, oggi».


Inflation - 1923
From chapter 4

Economia turbolenta e società in ansia

pp. 149-152:

«“Die Wirtschaft ist das Schicksal” (l’economia è il destino), scrisse Walter Rathenau, industriale, idealista, ministro degli Esteri della Repubblica di Weimar. Sostanzialmente, aveva ragione. Nelle condizioni più favorevoli, la creazione di una democrazia compiuta in Germania sarebbe stata impresa assai ardua, tante e potenti erano le forze antidemocratiche nella società e nell’agone politico. E tuttavia, «le condizioni più favorevoli» non si verificarono mai per la Repubblica di Weimar. Nata sulla scia della prima guerra mondiale tra i fuochi incrociati della rivoluzione e della guerra civile, per conquistarsi l’appoggio e il sostegno della maggioranza dei cittadini tedeschi avrebbe avuto bisogno di un’economia solida e in espansione. Ciò che, appunto, non ebbe. Gli anni della crescita economica furono effimeri, e costruiti su una grave debolezza strutturale i loro risultati. In compenso, numerosi furono gli anni di crisi con conseguenze assai pesanti. Nel periodo weimariano, i tedeschi vissero ben tre “capovolgimenti del mondo”: riassetto postbellico, iperinflazione, Grande Depressione economica. Non stupisce che, alla fine, non si sia creata una maggioranza favorevole alla repubblica. I tedeschi erano in sofferenza sul piano economico e si azzuffavano sulle questioni economiche grandi e piccole. Tassazione, riparazione dei danni di guerra, rappresentanza sindacale, innovazioni tecnologiche, principio stesso della proprietà privata: altrettante questioni oggetto di aspro dibattito. E un punto percentuale in più o in meno della tassazione, o il numero (uno? due? cinque?) dei rappresentanti sindacali presenti nel consiglio di amministrazione di un’impresa, non erano questione di semplice scelta di una linea politica! Per diritto o per traverso, ciascuna questione economica diventò scelta di fondo sulla convivenza dei tedeschi tra loro o con gli altri paesi nel periodo postbellico. Qualsiasi disputa di politica rischiava di mettere in crisi l’esistenza stessa de “il sistema”, come la destra sprezzantemente chiamava la Repubblica di Weimar. Si ebbero, senza alcun dubbio, momenti di accordo, di convergenza, in particolare tra coloro a vario titolo coinvolti nel processo produttivo: industriali, sindacati, Stato. Nei primi anni della repubblica, collaborarono per arginare l’inflazione, fino a quando prese a correre incontrollata e incontrollabile. Nella fase mediana, tutti costoro appoggiarono la “razionalizzazione”. I tedeschi colpiti duramente da inflazione e razionalizzazione, per non parlare della depressione economica, erano però legioni, e il loro scontento trovò accoglienza a destra e a sinistra. Politica ed economia procedevano a braccetto: i problemi economici di Weimar erano enormi e per molti aspetti inusitati; le possibili soluzioni politiche, oggetto di aspro dibattito e scontro.
In mezzo a un dibattito sociale e politico estremizzato, nella turbolenza dei boom e dei crolli dell’economia, i tedeschi si trovarono a vivere in un periodo contrassegnato da un misto di “relativa stagnazione economica” e di “modernizzazione accelerata”. Due indicatori in apparente netta contraddizione, ma proprio la loro compresenza conferma, una volta ancora, il carattere complesso e conflittuale degli anni di Weimar. Confrontati con quelli dei periodi anteriori al 1914 e posteriori al 1945, i tassi di crescita di Weimar appaiono più contenuti e limitate le ripercussioni macroeconomiche dell’innovazione tecnologica. Negli anni Venti non ci furono innovazioni nei settori trainanti con ampio effetto di stimolo sull’economia. Nulla di paragonabile all’impatto della produzione tessile nella fase iniziale dell’industrializzazione, alle innovazioni nell’industria dell’acciaio negli anni Ottanta del XIX secolo o nell’industria chimica nel periodo compreso, grosso modo, tra il 1890 e il 1914; per tacere dello sviluppo dei computer negli anni Ottanta e Novanta del XX secolo. Inoltre, gli indici piuttosto deludenti furono il risultato dell’uscita della Germania, in concomitanza con altre economie avanzate, dalle tendenze globalizzatrici del XIX secolo. La prima guerra mondiale frenò potentemente il movimento internazionale di merci e capitali. Gli enormi costi della guerra e gli altrettanto enormi debiti accumulati per sostenerli lasciarono solamente gli Stati Uniti nella posizione vantaggiosa di creditore. Le diatribe postbelliche riguardanti le relazioni tra debito interalleato e riparazioni ridussero ulteriormente il flusso di capitali e si acquietarono solamente tra il 1924 e il 1929. Dopo di che, la crisi economica mondiale ebbe un effetto distruttivo sul capitale, e quello che si rese nuovamente disponibile operò pressoché esclusivamente sul mercato nazionale. La Germania dovette sempre importare quantità notevoli di derrate alimentari e di materie prime. Per pagare queste importazioni e finanziare lo sviluppo economico, necessitava di valuta e di capitali esteri; come di mercati esteri sui quali collocare i propri prodotti. Non pochi tedeschi invocarono disinvoltamente una maggior chiusura nell’ambito ristretto dell’economia nazionale, senza rendersi conto che, sul lungo periodo, una ricetta del genere si sarebbe rivelata contraria agli interessi della Germania.
L’economia tedesca si modernizzò nel contesto di una stagnazione, almeno in termini relativi. La percentuale di popolazione impegnata nell’industria continuò a crescere raggiungendo un culmine statistico intorno alla metà degli anni Venti. Le donne, soprattutto giovani, abbandonarono le fattorie alla ricerca della maggiore indipendenza offerta dalla città e dal lavoro in fabbrica. Si sprecavano i commenti degli osservatori sulla crescita esponenziale della “nuova classe media”, sulle legioni di impiegati negli uffici statali e nell’industria; nelle ampie superfici espositive dei grandi magazzini; nei laboratori degli ospedali e delle fabbriche; negli istituti di ricerca. I figli del boom demografico degli anni intorno al 1900 si contendevano posti di lavoro limitati di numero, quando non inesistenti, nella burocrazia statale. Ingegneri e imprenditori parlavano e scrivevano di razionalizzazione e di tecniche produttive semplificate in grado di accrescere la produzione e ridurre il numero dei lavoratori. E arrivò l’era del consumo di massa. Grandi magazzini abilmente progettati esibivano con arte enormi quantità di merci, mentre i pubblicitari lusingavano i tedeschi con un mondo di sogno fatto di prosperità e ultima moda.
L’economia di Weimar era, dunque, un fascio di conflitti e di contraddizioni. Al pari di quella politica, la storia economica di Weimar si lascia facilmente dividere, per quanto in maniera sommaria, in tre fasi. La prima, 1918-23, fu l’era dell’inflazione; la seconda, 1924-29, della razionalizzazione; la terza, 1929-33, della depressione economica. L’inflazione aveva avuto inizio già prima, durante la guerra, allorché il governo ricorse al prestito per finanziare le enormi spese belliche. I tedeschi acquistarono obbligazioni di Stato con la promessa di un’elevata redditività dell’investimento, e l’ovvia presunzione della vittoria militare. Furono indotti a credere che qualsiasi difficoltà sarebbe stata temporanea e ben presto seguita da un’era di prosperità senza precedenti con l’imposizione sull’intero continente della potenza politica ed economica della Germania. Non andò così e, alla fine della guerra, si trovarono a dover fare i conti con una moneta svalutata, con industrie pressoché interamente dipendenti dalle commesse militari, con grande penuria di beni di prima necessità e di materie prime indispensabili alla produzione. Milioni di reduci dal fronte dovettero essere reintegrati in qualche modo nella vita civile. I britannici mantennero il blocco navale fino all’estate del 1919, peggiorando la già difficile situazione della Germania».

Collapse of the Weimar Republic
The Hole in the Republic's Heart

One of the best discussions of German society during the flowering of the Republic comes from Alex de Jonge.  He relies heavily upon individual experiences

Berlin in the 1920s was a very special place, for its caba­rets, its theaters, for its musical, literary and artistic life. Because of the pale and colorless quality of official Wei­ mar politics, and because the traditional upper and middle classes had lost so much ground all moral authority, and indeed all talent flowed through exclusively cultural chan­nels. It was as if all energy was absorbed by culture and pleasure seeking, bike races and bordellos. Moreover, the contrast between Berlin West as an isolated and localized pleasure center and the profound poverty and human misery which surrounded it, from the revolution to the slump gave the city its particular edge and atmosphere. It had a bite to it, a sense of irony and frenzy, which was fostered by the carefree and cynical character of the Ber­liners themselves; this created a mood which made people behave "as if there were no tomorrow."

In the dying years of the republic, from 1928 onward, as conventional politics and politicians grew daily more impotent and the stock market erected a statue to "The Unknown Solvent." the edge grew keener still. There was an increasing sense of imminent collapse and the suspicion that there might be something nasty in the wood­ shed. The spirit of "mature Weimar" is a strange combina­tion of moods: extraordinary enlightenment and liberalism; extraordinary weakness; a great capacity for creative technology; a sinister willingness to search for and worship strange gods; and occasional flashes of perverted violence and vileness that are almost beyond description.

A German study of the twenties has a chapter entitled "Technik Technik über alles." It was indeed a period which saw very considerable achievements in both technology and pure science. Einstein worked and taught in Berlin, and the next generation of scientists included names such as Werner von Braun. Between 1919 and 1929 German scientists won seven Nobel prizes.

The German motor industry put names such as Mercedes, Opel, BMW firmly on the map. In 1928 Fritz von Opel's rocket-powered car clocked 195 km (117 mph) on the Avus, Berlin's motor-racing track. Germany was indeed motor mad:

The most dangerous side of the motor "craze" continues to be the subject of public discussion. The Deutsche Tageszeitung refers in indignant terms to an advertisement for a motorcycle which, it is claimed, with a little practice it can be ridden even up bad streets and round curves with the hands off the handlebars.

[…]

Führers apart, Germany was full of confidence men, gurus. charlatans, astrologers, alchemists and miracle workers of various kinds. Some were ordinary frauds: one of the best known cases is that of Max Klante, who persuaded the Berlin public that he could pick winners with almost monotonous regularity, since he had access to stable information. That some should have believed him is inevitable, but that the people of Berlin should have believed him on such a scale that he could buy a large villa in the suburbs and keep horses in training himself seems scarcely credible. His system was simple. He offered anyone investing with him a return of 600 percent a year, to be secured by his successful betting. He used modern publicity and public-relations techniques to advertise his service—which got off to a good start. When the early clients found they were indeed getting 600 percent, they told others and the Klante bandwagon started to roll. So quickly did the business grow that long after he was no longer bringing off betting coups at 6-1 a time, he was able to pay his old customers out of his new subscriptions. Inevitably the whole system collapsed and most people lost a lot of money. However, the fact remains that numerous people were prepared to believe (a) that someone would do them the favor of making their money multiply six times in a year, and (b) that it is possible to predict the outcome of a horse race.

Max Klante was a people's con man. The case of Fritz Haber is very different, and perhaps even stranger. Haber was a distinguished scientist. In his search for an artificial fertilizer, he invented the explosive which permitted Germany to continue fighting the war without the help of imported saltpeter. He also invented poison gas by another mistake. In the 1920s he devoted much time and effort to the attempt to extract gold from seawater, and enjoyed much official support for the project. When, in the course of his research, he discovered that he had misplaced a decimal point in his early calculations, he had a nervous breakdown.

Haber could not really be described as an alchemist, but Fritz Tausend actually made the serious claim that he could manufacture gold, and for some time he was taken perfectly seriously in official circles. Again it was a case of people believing what they want to believe. The government backed him in the hope that his techniques might solve the reparations problem. Ludendorff, too, gave him financial support. Eventually the "demonstra­tions" he laid on were seen to be deceptions and he went to prison in 1929, but not before he had been taken seriously by persons who ought to have known better.

More extreme claims still were made by the Austrian autodidact peasant Schappeller, who claimed to have invented a new source of energy. "Space Energy," which would transform life on earth, make its controller the lord of creation, provide infinitely cheap power and create diamonds out of stone, gold out of mud. He too won support in high places, sufficient to enable him to pur­chase the castle which dominated the village of his birth and carry out expensive restora­tions. Part of the support came from the ex-kaiser himself, who provided Schap­peller with large sums. After his protegé  was exposed as a charlatan, the ex-kaiser outlined his motives for sup­porting him. It was not, he said, that he had any ambition to rule the world: "He wished to liberate himself from the heavy burden of guilt which the collapse of Germany had inflicted upon him through his participation in an under­ taking which would render his old empire apt for social renewal.''

Occultism and clairvoyance also enjoyed a tremendous vogue at the time, sometimes with ludicrous results:

A case due to come before a Berlin court tomorrow arises from a spiritualistic seance in 1920, at which the medium announced that Ludwig Uhland (who died in 1862) would give a demonstration. A pencil was then removed from a closed satchel, and a few moments later the occupants of the dimly lit room found themselves, it is stated, in the possession of a poem entitled "Wiederkehr, " written on stained yellow paper, in handwriting resembling that of the poet and signed L. Uhland—1920. The poem is said to have been accepted as authentic by two hundred experts.

Those present at the seance bound themselves to silence, but one of them, an author, has now begun proceedings against the medium for the restitution of the manuscript, which, he states, was originally delivered into his hands.

The judge reserved his decision, and refused to allow the spiritualists to give the evidence of dead people through mediums.

Erich Jan Hanussen was one of the most popular occult­ists and clairvoyants of the early 1930s. He was a char­latan with a good mind-reading act and considerable hypnotic powers. A member of fashionable Berlin, he used to give public demonstrations of hypnotism in nightclubs; he was also protegé  of Count Helldorf, a senior Nazi who later became Berlin's chief of police. After the Nazis came to power, he became their magician and astrologer until it emerged that, far from being the Danish baron he purported to be, he was a German Jew. A few days after the discovery, he was found shot dead in a forest outside Berlin. However Hanussen lives—or at least his stage name does!  Today in Berlin there are posters advertising the fabulous occult and clairvoyant powers of one Erich Jan Hanussen.

Stranger than run-of-the-mill charlatanism was the case of a certain Weissenberg, a Berlin prophet regarded by many as a saint and a miracle worker. Weissenberg claimed to raise the dead—by means of cheese. He treated a small child with curds, and when it died maintained that it was not really dead: a liberal application of cheese to head and foot should restore it. The cheese was applied and time passed. After a week the body was forcibly removed, although the parents, trusting Weissenberg's judgment, maintained that the child was still alive and that the police had killed it by interrupting the treatment. Weissenberg went on to conduct religious meetings, attempting to raise the dead. His public was middle-aged, working class and gullible, and his meetings produced scenes of quite extra­ ordinary mass hysteria. He would begin them by asking for contributions for the community he had founded. New Jerusalem. Then Sister Grete Müller, one of his assistants, would enter into a trance. She spoke with the voice of "Old Bismarck," who would urge all present to subscribe to New Jerusalem. The crowd would begin to get hyster­ical, then Weissenberg would walk among them laying on hands and calming them. They would then sup­pose themselves to be historical persons from Wilhelm II's circle, and would all shout and scream to­gether. Despite the fact that Weissenberg went to prison, his sect grew and grew and, of course, considered him a martyr.

It was a time when Germany was literally full of persons describing themselves as spiritual leaders. Some of them were noble, holy and rather remarkable men. R. Olday describes such a guru, "The Old Man," who preached a gospel of peace in the Hamburg slums and commanded a considerable following. Others were more exotic. Indeed the most exotic false prophet of them all was the utterly remarkable Muck Lamberty, who spread something akin to a medieval religious hysteria wherever he went. Lead­ing a "New Troupe" of dancers, singers, players and followers who had come to him from the Youth Move­ment he moved from town to town, preaching pantheism, ecstasy and the fire of the spirit. He and his band would literally dance into a town, and when they arrived every­ one would dance with them — policemen, mayor and fire brigade. Eyewitnesses confirm that when, for example. they entered Erfurt they got the whole town dancing and singing with them in a joyful condition of mass hysteria.
see also:
The German Unemployed:
Experiences and Consequences of Mass Unemployment from the Weimar Republic to the Third Reich


Richard John Evans, Dick Geary

Routledge, 1987 - pages 314

Summary:
How far was unemployment responsible for the triumph of the Third Reich? This collection of essays by British and German historians examines the collapse of democracy in Weimar Germany from the viewpoint of the social historian.

Powered By Blogger

Claudia Ciardi autrice (LinkedIn)

Claudia Ciardi autrice (Tumblr)

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...