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16 febbraio 2014

Weimar – La tentazione delle similitudini storiche



La si è sentita evocare, di tanto in tanto, durante l'ultimo quinquennio di crisi economica che, attraverso il grande crash innescato dai mutui subprime negli Stati Uniti, ha investito i paesi dell’unione europea. Citazione colta, non c’è dubbio. La Repubblica di Weimar infatti è cosa misconosciuta ai più – basta pensare ai nostri programmi scolastici, che non di rado si interrompono assai prima o, se anche capita di esplorare insieme agli studenti qualche aspetto del ventennio tra le due guerre, finisce per essere liquidato piuttosto frettolosamente. Il periodo weimariano è tuttavia argomento infido e sterminato pure per gli addetti ai lavori e avvicinare la molteplicità di questioni che tale decennio, poco più, porta con sé, implica destreggiarsi in mezzo a robuste letture che spaziano dalla saggistica storica alla letteratura, dall’approfondimento sociologico alle scienze politiche. 
Di coloro che hanno fatto ricorso alla similitudine tra l’attuale situazione attraversata dall’Europa e la crisi vissuta negli anni di Weimar, Antonis Samaras, premier greco, è certamente colui che più ha lasciato il segno. Erano i primi di ottobre del 2012, la Grecia, in attesa della seconda tranche di aiuti internazionali che tardava a essere erogata, tornava a occupare le prime pagine di tutti i giornali. Vedendo avvicinarsi nuovamente l’incubo della bancarotta, Samaras si lasciò andare all’esternazione secondo cui di lì a poco in Grecia sarebbe scoppiato il caos, come accadde nella Germania del primo dopoguerra. Difficile dire quanti abbiano capito il riferimento. Ma i suoi interlocutori, all’indirizzo dei quali lo sfogo era principalmente rivolto, cioè il governo della Cancelliera, certamente sì. Va comunque detto che il parallelo tra l’attualità e la febbre inflazionistica che fece vacillare, fino al loro cedimento, i deboli equilibri su cui si reggeva la repubblica tedesca, ha assai più del romanzesco rispetto a una reale pertinenza storica.
Il tedesco colto con incarichi dirigenziali viene educato nel sacro timore dell’iperinflazione che fece la sua comparsa in Germania come fenomeno devastante e fuori controllo nel 1923, non a caso soprannominato l’“anno inumano”. Questa traumatica eredità storica e culturale, frutto del concatenarsi di diversi fattori, tra i quali non è di poco conto la dissennata gestione del “caso Germania” da parte dei paesi vincitori della Grande Guerra, non va sottovalutata nell’attuale linea di austerità sostenuta oltralpe come unica ricetta per l’uscita dalla crisi. Samaras agitava lo spettro di Weimar forse anche per suggestionare i ministri tedeschi a prendere una decisione energica e chiara sulla Grecia, ottenendo però poca comprensione e molte reazioni dettate da aperta insofferenza. Ricordare a chi si ha davanti un momento complesso della propria storia che ha fatto da viatico a un periodo ancor più duro, non è il modo migliore per predisporlo a considerare il proprio disagio. Per i tedeschi il capitolo weimariano è sinonimo di catastrofe sociale e confusione politica, due elementi che non sono mai stati rimossi dall’inconscio collettivo. La Grecia alla ricerca di empatia fra i partner europei, si è fatta tentare dalle similitudini storiche ed è rimasta isolata, rassegnata alla lettura passiva dei dispacci di Bruxelles e all’esecuzione dei “compiti a casa” – i rigidi memoranda che hanno raggiunto i tavoli degli amministratori greci come ingiunzioni di sfratto. 
Ma allora, se nella storia il terreno dei parallelismi non fruttifica, perché è affascinante proprio in questo momento approfondire la vicenda di Weimar? Innanzitutto vi è il fattore economico. Se si vuole scoprire come una crisi può essere gestita nel modo peggiore, gli anni della repubblica sono un manuale impietoso. Subito dopo c’è il dato politico. E, secondo me, se s’intende addentraci un pochino nella similitudine, pur con tutti i distinguo del caso, è forse più riconoscibile una fratellanza spirituale tra la progressiva perdita di terreno dei partiti in campo nella Germania degli anni Venti e quel che sta accadendo ora, ad esempio, in casa nostra (in Italia in maniera più vistosa, ma anche nel resto d’Europa si registra un pauroso appiattimento e arretramento del dibattito pubblico). 
Il Partito nazionalsocialista si affacciò alla scena politica nel 1920 (la Repubblica era nata l’anno prima). Da allora una torma di provocatori, scalmanati, agitatori, picchiatori non mancò di aggirarsi per le strade della Germania, profittando di qualsiasi occasione di sbandamento del paese per farsi largo e spianarsi la strada verso il potere. Queste masnade e i loro masnadieri esistono sempre e ovunque. Aspettano di soffiare sul fuoco per i propri interessi. E i più pericolosi fanno capo a quel genere di burattinai che stanno nell’ombra fino all’ultimo minuto, finché non sono sicuri che il carro passi dalle loro parti in sicurezza e trionfo. Quale regia, ad esempio, si celava dietro i cosiddetti “forconi”, cui si è cercato di ridare forza alla fine del 2013?
La storia di Weimar, se ha da insegnarci qualcosa, è rivelatrice proprio in questo: ci mostra come gli attivisti della propaganda a buon mercato si fanno sotto agitando il bene comune in una mano, comodissimo passepartout quando in una collettività serpeggiano fame, disoccupazione, stanchezza, e nell’altra la rivoltella. Il loro pretesto? Necessità dell’ordine, necessità dell’ordine, necessità dell’ordine. Non vedono l’ora di dirlo.

(Di Claudia Ciardi)




Gunther Mai, La Repubblica di Weimar [Die Weimarer Republik]
ed. it. Il Mulino, 2011

From Introduction:

«Quando verso la metà del gennaio del 1933 la crisi della repubblica di Weimar toccò il culmine, il governo del Reich era impegnato a discutere di pomodori, formaggi e cavoli. Si trattava di decidere se i contratti commerciali con l’Olanda e la Svezia dovessero essere rinnovati o lasciati scadere. Se si fosse deciso di non rinnovarli, bisognava mettere in conto possibili ritorsioni ai danni dell’esportazione dei prodotti industriali tedeschi. La possibilità di evitare la nomina di Hitler a cancelliere sembrava a prima vista un problema secondario. Eppure era una questione cruciale, la cui importanza per le sorti della repubblica non era certo inferiore ai contrasti che tra la fine del 1929 e l’inizio del 1930 erano sorti in merito all’aumento di un quarto di punto dei contributi per l’assicurazione di disoccupazione. Anche questo conflitto apparentemente irrilevante aveva prodotto una svolta decisiva: la sua mancata soluzione provocò infatti la fine della Grande coalizione guidata dalla SPD, portò a un radicale cambiamento del quadro politico-parlamentare, con l’ascesa della NSDAP, [Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori – la formazione di Hitler] e segnò l’inizio del passaggio a un regime presidenziale autoritario. Nel 1930 la lotta per il potere si concluse a favore dell’industria e contro la SPD e i sindacati. Nel 1933, sullo sfondo del dibattito sui cavoli e sul formaggio, si consumava uno scontro di potere tra industria e agricoltura. In quei giorni di gennaio le associazioni di tutti i grandi gruppi sociali fecero visita al cancelliere e al presidente del Reich. Per una volta stranamente d’accordo, sindacati e industriali sostenevano all’unisono che il rincaro dei generi alimentari non avrebbero solo aggravato le già difficili condizioni di vita dei lavoratori e soprattutto quelle dei sei milioni di disoccupati, ma avrebbe ulteriormente ridotto la domanda di prodotti agricoli e industriali.
[…]
Gli agrari ebbero la meglio e provocarono la caduta del governo Schleicher. Mossi dal timore che il governo Hitler-Papen che ormai si andava delineando, potesse optare per una politica autarchica vicina agli interessi del mondo agricolo, all’inizio di febbraio gli industriali non solo cercarono di convincere Hitler che bisognava favorire l’«ulteriore espansione dell’export per creare nuova occupazione», ma gli fecero anche minacciosamente presente che il governo avrebbe potuto incontrare difficoltà se avesse optato per una «politica troppo sbilanciata in favore dell’agricoltura». Nel corso delle trattative che intavolò alla fine di gennaio, anche il gruppo parlamentare del partito di centro cattolico (Zentrum) chiese a Hitler se era favorevole a rafforzare il mercato interno, come Walther Darré, il suo esperto di questioni agricole, aveva sollecitato in una lettera aperta al cancelliere del Reich, o se egli riconosceva piuttosto la necessità di incentivare le esportazioni sul mercato mondiale, come si poteva evincere da alcune sue dichiarazioni. Hitler si guardò bene dal fornire i chiarimenti richiesti.
Dietro questi conflitti c’era una rilevante questione: il Reich era uno stato agricolo o industriale? Questo dibattito era sorto all’inizio del XX secolo e il Reich imperiale aveva risolto d’autorità il conflitto optando per la parità, decidendo quindi in pratica a favore dell’agricoltura, che però stava sempre più perdendo importanza nell’ambito dell’economia nazionale. La monarchia dipendeva da un forte ceto nobiliare, che aveva le sue radici economiche e culturali nelle campagne e nell’agricoltura, in particolare in Prussia.  Con la Adelskammer (Camera dei nobili) le costituzioni del XIX secolo avevano riservato al ceto nobiliare una posizione privilegiata. Quando nel 1918 questo privilegio venne meno, la bilancia tra l’industria e l’agricoltura cominciò a pendere dalla parte della prima per effetto dei nuovi rapporti di forza che si andavano delineando nella società. Ma il vecchio mondo era ancora abbastanza forte, come dimostravano la persistenza sulla scena delle vecchie élite, il perdurare di una certa mentalità collettiva, le abitudini di vita, nonché la lunga durata dei modelli culturali e delle interpretazioni ideologiche del mondo. È vero che nel 1918 l’aristocrazia fu quasi ovunque privata dei privilegi legali e delle istituzioni di rappresentanza, ma non ancora (o comunque poco) delle basi economiche, dell’influenza politica e dell’egemonia culturale nelle campagne. Nondimeno, la grande proprietà terriera, regno pressoché incontrastato dell’aristocrazia, perdette gradualmente l’appoggio dei contadini, che cominciarono a dar vita a propri partiti, leghe e associazioni. Ancor più profondamente polarizzate erano le relazioni nell’ambito industriale, dal momento che sindacati e imprenditori erano divisi su tutto e lottavano secondo il più classico schema della lotta di classe. Il risultato era un equilibrio assai precario e soggetto a continue rotture tra i vari gruppi e classi sociali. E dal momento che anche i loro referenti politico-parlamentari si paralizzavano a vicenda lottando per l’egemonia politica e culturale, alla fine sembrò che da questa situazione di stallo si potesse uscire solo con un sistematico ricorso alla violenza: dal basso con la rivoluzione, dall’alto con la dittatura. In nessun periodo della recente storia europea si dà il caso di un così massiccio ricorso alla violenza sul piano della politica interna: dagli scioperi politici allo sciopero generale, dai vari tentativi golpisti e rivoluzionari fino a un’accanita guerra civile.
[…]
La repubblica di Weimar dovette fare i conti con la fase probabilmente più difficile del passaggio da una società ancora largamente agricola a una capitalistico-industriale. Nel periodo tra le due guerre, d’altro canto, analoghi sviluppi caratterizzarono tutta l’Europa, come pure – fatte le debite differenze – l’America settentrionale e meridionale, e perfino alcune aree dell’Asia. Questo passaggio epocale si compì sullo sfondo di un rapido susseguirsi di crisi congiunturali e strutturali: dalla «grande depressione» del periodo 1873-1895 fino alla crisi economica mondiale del 1929-’36 passando per l’economia di guerra, l’inflazione e la deflazione degli anni tra il 1914 e il 1923. La guerra mondiale e le rivoluzioni che scoppiarono un po’ dovunque nell’immediato dopoguerra non furono all’origine di tali trasformazioni (anche se presso i contemporanei prevalse questa riduttiva interpretazione), ma impressero loro una drammatica accelerazione: tuttavia la prima guerra mondiale fu la vera rivoluzione, mentre il periodo tra le due guerre fu caratterizzato dalla ricerca di nuovi modelli politico-sociali. In quegli anni si delinearono in Europa almeno cinque di questi modelli o percorsi di sviluppo: 1. quello europeo-occidentale della ricerca di un consenso parlamentare difficile ma alla lunga produttivo; 2. quello scandinavo basato sull’equilibrio parlamentare tra socialdemocrazia e contadini; 3. quello tedesco e italiano basato sull’eliminazione del dissenso con la violenza totalitaria; 4. quello delle dittature dell’Europa orientale e meridionale impegnate nello sviluppo “forzato” dei loro paesi con metodi autoritari; 5. quello russo dell’esperimento comunista-bolscevico. Come la democrazia parlamentare in molti stati europei, anche la dittatura era un esperimento storicamente inedito, una soluzione che a molti sembrò adatta ai tempi e alle circostanze.
[…]
In Germania molti si convinsero che si poteva sacrificare la repubblica di Weimar sull’altare di una dittatura presidenziale, che per di più poteva ancora richiamarsi alla “costituzione di riserva” insita nella costituzione weimariana. Il continuo alternarsi di governi presidenziali a partire dal 1930 evidenzia il processo di ricerca e di sperimentazione della forma più adatta di regime autoritario.
[…]
In ordine di tempo, la dittatura fu la decima a essere instaurata in Europa. Nel 1939 solo 11 dei ventotto stati europei erano ancora democrazie parlamentari, mentre in tutto il mondo lo erano solo 17 su 65 stati sovrani: dati che mostrano con chiarezza quanto fosse instabile il sistema politico affermatosi dopo la prima guerra mondiale. Il parlamentarismo non sopravvisse a lungo in nessuno dei paesi sconfitti. Le rivoluzionarie trasformazioni seguite alla sconfitta militare non vennero accettate da vasti strati della popolazione, e le dure clausole dei trattati di pace contribuirono ad aggravare la crisi: basti pensare alla perdita di status e di prestigio, alle conseguenze economiche, alle mutilazioni territoriali e alle aspirazioni secessioniste delle minoranze etniche.
[…]
In questo contesto europeo la repubblica di Weimar non può essere giudicata partendo dalla sua fine, vale a dire come mero antefatto del Terzo Reich o come intermezzo tra un autoritario Kaiserreich e una dittatura totalitaria. Allo stesso modo sarebbe ingiustificato giudicarla come una repubblica “debole” per via delle “possibilità non sfruttate” nella sua fase costitutiva e dunque come una repubblica il cui fallimento si dovette più ai limiti intrinseci che al potenziale distruttivo dei molti nemici. Ci sono stati, e ci sono, molti tentativi di spiegazione monocausali… […] La repubblica, insomma, non era votata al fallimento. Ma se si guarda all’Europa di quegli anni, il suo collasso rientrava nell’ordine delle cose possibili o in qualche modo prevedibili, anche se lo stesso non si può dire del successo del Terzo Reich».






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4,2 Billionen Mark – das ist unser Inflationstrauma, «Die Welt», 13.11.13
Im November 1923 war ein Dollar 4,2 Billionen Reichsmark wert. Die Menschen hungerten, Millionen wurden ruiniert. Die Einführung der Rentenmark brachte Besserung. Und der Staat sparte radikal.

Prostituierte in der Weimarer Republik - blog.stuttgarter-zeitung.de

Tauentzielgirl team

In questo blog:


Inflation:
L’analisi economica del periodo weimariano in Germania è un tema stimolante perché ci narra una delle crisi più spaventose vissute nel continente europeo, esplosa non a caso dopo la prima guerra mondiale. Quella che viviamo oggi è una situazione diversa, soprattutto per le cause che l’hanno determinata e per il fatto che il contagio coinvolge quasi tutte le economie del mondo, in un andamento sussultorio di scarse riprese, più annunciate che reali, e immediate ricadute. [...] La micidiale svalutazione del marco tedesco tra il 1921-’23 ricostruita nelle pagine di Fergusson diviene allora una materia in grado di attirare il lettore di oggi, soprattutto in quanto gli viene offerta la possibilità di approfondire dinamiche e ricadute sociali di un fenomeno che sta di nuovo erodendo le certezze di molti paesi, giocando pericolosamente con le aspettative di milioni di persone.

«La Repubblica di Weimar evoca i timori sia della possibili conseguenze del mancato consenso sociale sulla direzione da prendere, sia della trasformazione di differenze magari limitate in battaglie politiche vitali; con la conseguente diffusione dell’assassinio e della battaglia di strada, e le minoranze che diventano comodi capri espiatori delle forze antidemocratiche. Un segno ammonitore, si diceva, perché tutti sappiamo come andò a finire, con l’ascesa al potere del nazionalsocialismo il 30 gennaio 1933».

Weimar fu una stagione di grande vitalismo politico e culturale ma anche di tensioni e difficoltà di ordine sociale ed economico che finirono per produrre molte delle fratture esiziali alla sua sopravvivenza.
Questa coraggiosa fabbrica dell’alternativa sociale, nata dal dramma della guerra, ebbe un cammino affatto agevole e fece non poca fatica a sfuggire ai bassi tiri del conservatorismo e ai maneggi di certi professionisti della politica e delle arti, il cui unico obiettivo era servire il proprio interesse, flirtando il minimo indispensabile con la repubblica per tirare avanti e aver garantita la propria esistenza all’interno della collettività.

8 settembre 2013

Inflation


L’analisi economica del periodo weimariano in Germania è un tema stimolante perché ci narra una delle crisi più spaventose vissute nel continente europeo, esplosa non a caso dopo la prima guerra mondiale. Quella che viviamo oggi è una situazione diversa, soprattutto per le cause che l’hanno determinata e per il fatto che il contagio coinvolge quasi tutte le economie del mondo, in un andamento sussultorio di scarse riprese, più annunciate che reali, e immediate ricadute. È chiaro, per quanto riguarda la crisi attuale, che i paesi strutturalmente più deboli manifestino sintomi più acuti. Ma fa comunque impressione leggere di pesanti contraccolpi anche nell’ ‘emergente’ scacchiere asiatico. Si prenda ad esempio il caso dell’India dove negli ultimi tre mesi la rupia si è svalutata del sedici per cento nei confronti del dollaro, uno scenario che fa pensare alla ‘tempesta perfetta’ abbattutasi sui mercati dell’Asia tra il 1997 e il 1998. Il «Tages-Anzeiger» interviene così sull'India: «Un sistema schiacciato dalla burocrazia e dalla corruzione, nel quale brilla ben poco oltre l’informatica. Finora questi problemi erano stati coperti grazie all’afflusso di capitali a basso costo dall’estero. Ma all’improvviso il vento è cambiato».
La micidiale svalutazione del marco tedesco tra il 1921-’23 ricostruita nelle pagine di Fergusson diviene allora una materia in grado di attirare il lettore di oggi, soprattutto in quanto gli viene offerta la possibilità di approfondire dinamiche e ricadute sociali di un fenomeno che sta di nuovo erodendo le certezze di molti paesi, giocando pericolosamente con le aspettative di milioni di persone.

(Di Claudia Ciardi)



Adam Fergusson, Quando la moneta muore. Le conseguenze sociali dell’iperinflazione nella Repubblica di Weimar, introduzione all’edizione italiana di Gian Enrico Rusconi, Il Mulino, 1979

Titolo originale:
When money dies

«In una società industriale moderna l’inflazione, sfuggita al controllo, diventa il fattore più subdolo di sconvolgimento e riclassificazione sociale. Polverizzando le basi di sussistenza di milioni di famiglie di lavoratori salariati, di ceti medi a reddito fisso o della piccola distribuzione, semplifica le divisioni sociali a livello più basso.
Ma le reazioni psicologiche e i comportamenti politici hanno segni contraddittori e rendono infinitamente più difficili i rapporti tra i gruppi sociali. L’inflazione non è mai un evento esclusivamente economico, soprattutto quando supera la soglia entro la quale diviene “iperinflazione”. Incidendo in modo palpabile su quell’arcano quotidiano che è il denaro, con il quale si materializzano non solo le soddisfazioni dei bisogni ma le stesse identità sociali, il processo iperinflazionistico si trasforma in trauma collettivo. La sua portata è incalcolabile e – ciò che più conta – imprevedibile. Non a caso la figura del panico è molto spesso associata ai fenomeni “irrazionali” del denaro. Ma panico, irrazionalità e imprevedibilità dei comportamenti, anonimità dei processi non esauriscono affatto le dimensioni sociali dell’iperinflazione. Al contrario rischiano di nascondere la sua capacità di mettere a nudo il sistema sociale e politico in cui ha luogo. L’iperinflazione è il banco di prova delle qualità reali della classe dirigente, non meno di quella d’opposizione, sia che questa si riconosca nel quadro costituzionale esistente o lo voglia cambiare. Funziona come una radiografia dei reali rapporti di forza tra le parti organizzate, istituzionali ed extraistituzionali – tra esse e potenziali nuovi soggetti collettivi.
Tutto ciò può essere verificato nell’iperinflazione che ha colpito la Germania di Weimar nel 1922-’23 – un caso storico ai limiti del credibile. Adam Fergusson in Quando la moneta muore ha ricostruito quella esperienza con una efficacia e uno stile che a tratti prende il lettore come un thrilling. Ma il crimine di cui si parla è il diluvio di miliardi di cartamoneta che coinvolge banchieri e militari, politici e sindacalisti, travolge nella più cupa disperazione un popolo in una sequenza di situazioni ora crudeli, ora comiche, ora grottesche. L’espressionismo non è più una finzione estetica: è il vissuto quotidiano.
Fergusson ha scritto alcune di queste pagine per il «The Times» tra il 1974 e il 1975; non è uno storico professionale, preoccupato di vagliare le varie ipotesi di spiegazione dell’iperinflazione weimariana, e le sue conseguenze – un nodo storico e politico tutt’altro che sciolto per l’intrico delle sue componenti. L’autore vuol innanzitutto descrivere dal vivo come una popolazione viene colpita e corrotta da quel flagello e come vi reagisce una classe politica. […] La ricostruzione e la valutazione di fondo delle vicende weimariane avviene esplicitamente sulla falsariga dei giudizi di un importante osservatore e protagonista di quei tempi: l’ambasciatore britannico a Berlino Lord D’Abernon. Sappiamo quale ruolo di mediazione e moderazione abbia svolto la diplomazia britannica non solo nella spinosissima questione delle riparazioni, ma in generale per un riassetto politico della Germania su una linea liberal-conservatrice.
Facendo questo punto di vista proprio, Fergusson intende prendere le distanze sia dal rapace capitalismo della grande industria, sia dall’inconcludente, rissoso e diviso movimento operaio. Una posizione di mezzo non priva di ingenuità, dove il sincero sdegno morale e la denuncia della incapacità di una classe politica prendono il posto di una più critica valutazione dei fatti e delle loro connessioni. Questo non impedisce di apprezzare la forma di molte pagine scritte per dimostrare che «se si vuole causare la rovina di una nazione, occorre per prima cosa distruggerne la moneta».
[…] L’opinione della piccola borghesia è tale che nel momento in cui viene “proletarizzata” raddoppia il suo risentimento antioperaio e antisindacale.
A questo proposito è bene ricordare che la ricerca di indicatori materiali della miseria o di criteri oggettivi per il confronto tra gli standard di vita delle varie classi non rende conto delle differenti reciproche percezioni sociali. […] Per la piccola borghesia, invece, che è cresciuta nella identificazione con la Nazione e lo Stato, dei cui simboli e riti è stata la vestale, la polverizzazione dell’ultimo solido simbolo-valore, del denaro, è uno schok senza precedenti. È una esperienza di estraneazione da cui non si libererà più. […]
Ma veniamo alle tesi politiche di Fergusson. Esse si possono riassumere così:
a) le radici del processo inflazionistico dei primi anni della repubblica tedesca sono da riportare indietro alla politica finanziaria del governo imperiale durante la prima guerra mondiale; l’inflazione del 1921-’22 non fu alimentata cinicamente dal governo repubblicano per sottrarsi alle riparazioni di guerra da versare agli ex nemici, ma neppure intenzionalmente per favorire il grande capitalismo industriale o per sostenere l’occupazione e i salari operai;  l’inflazione fu il risultato dell’indolenza e della incapacità della classe dirigente (ivi compresa l’autorità finanziaria della Reichsbank) nel realizzare una riforma fiscale e nel contenere il credito; b) la perdita di controllo dell’iperinflazione del 1923, per quanto accelerata da decisioni contingenti di ordine politico (assunzione da parte dello Stato dei costi della “resistenza passiva” decretata nella Ruhr per protesta contro l’occupazione delle truppe francesi e belghe) era inevitabile. La pretesa di sfuggire alla bancarotta e insieme di evitare la disoccupazione di massa, la pretesa di conciliare due obiettivi contrari, doveva fatalmente portare al disastro dell’autunno 1923. Solo allora a prezzo di una dittatura militare, sia pure legale, e con nuovi sacrifici per la classe operaia (abolizione della giornata di otto ore lavorative) si poté trovare una soluzione quanto meno provvisoria. Le cicatrici dell’iperinflazione infatti rimarranno profonde e ricominceranno a sanguinare con la crisi del ’29, aprendo la strada a Hitler.
«Il punto critico in cui l’inflazione cominciò ad alimentarsi e a divenire politicamente incontrollabile non è possibile trovarlo sul diagramma della svalutazione monetaria, o della velocità di circolazione della moneta o del deficit della bilancia dei pagamenti… Il punto critico lo si deve piuttosto individuare analizzando la curva discendente del potere politico e del coraggio che il governo, pressato da ogni parte, fu in grado di esprimere. A mandare in rovina la Germania fu il fatto di assumere costantemente la linea meno dura quando si trattava di faccende monetarie. Il punto critico, quindi, non era finanziario ma morale.
La chiarezza delle tesi di Fergusson facilita il confronto critico. Se è convincente il modo con il quale, dopo l’esame di tutti i risvolti tecnico-finanziari e le connessioni internazionali della questione, va dritto alla responsabilità del gruppo dirigente weimariano, assai meno convincente è l’imputazione di incompetenza e addirittura codardia. Qui il tono moralistico fa velo alla sostanza politica del problema.
Nella gestione delle finanze dello Stato che nel sistema industriale avanzato deve garantire le condizioni ottimali di riproduzione del capitale, competenza significa capacità di assecondare, se non addirittura di imporre una precisa linea complessiva, tenendo conto dei due partner sociali determinanti – capitali e lavoro organizzato. Lo spazio d’autonomia dell’esecutivo è strettamente condizionato dalle forze politiche che partecipano (o dovrebbero partecipare) a dettare tale linea politica. L’incompetenza è spesso solo sinonimo di assenza di tale linea ovvero incapacità di realizzarla. Questa sembra essere la situazione della Germania tra il 1921 e il 1923. In realtà dietro il paravento nazionale e internazionale delle riparazioni, dietro il comportamento irresponsabile del grande capitale industriale e finanziario (evasione fiscale, speculazione su valute estere, fuga di capitali), dietro l’importanza del governo ad imporre una tassazione efficiente – dietro questa patologia sociale ed economica è trasparente il disegno di liquidare politicamente la rivoluzione del novembre 1918. […]
Il perno di tutta la situazione sociale e politica del triennio 1921-’23 coincide con il ruolo reale e possibile della socialdemocrazia e del sindacato ad essa collegato. Solo in questa prospettiva poteva essere affrontato il problema dell’occupazione. Ma è una prospettiva che non considera l’occupazione una variabile economica dipendente, per la cui manovra basta la competenza e il coraggio dell’esecutivo. La questione dell’occupazione è il punto d’incontro di equilibri sociali e politici per il cui controllo sono necessarie grandi capacità politiche».

(Dall’introduzione)




Adam Fergusson: Inflation lessons for the UK
Adam Fergusson's 1975 book on hyper-inflation in the Weimar, When Money Dies, has become a cult read among Europe's top financiers after the Sage of Omaha Warren Buffet is said to have recommended it. He tells Robert Miller where parallels could occur if inflation were to take hold in Britain.
See the video

Germany in 1914 had one of the world's most prosperous economies. By 1923 its currency, the Mark, was worth next to nothing. When Money Dies tells the story in stark human terms of what happens when a currency and a national economy perishes.
Germany increased the circulation of the Mark to finance a series of staggering war reparations from World War I. The Mark depreciated at an astronomical rate. In November 1921, the Mark was at 250 to the dollar. By the following November, it was at 8,000 to the dollar. By January 1923 it was well over 50,000 to the dollar, and by July of the same year, it was at a whopping 174,000 to the dollar. By the end of 1923, the mark was dead and Germany was in the midst of a raging inflation that was impossible to control.

Social misery and crippling economic instability followed. Citizens watched in horror as their life savings disappeared. It didn't take long for the middle class to be replaced by a new class: the new poor. Many struggled to find even the barest of necessities, and starvation raged. Soon communities printed their own money, based on goods such as potatoes or rye. Shoe factories paid their workers in bonds for shoes which they could exchange at the bakery for bread or the meat market for meat. As Fergusson describes it: "In hyperinflation, a kilo of potatoes was worth, to some, more than the family silver; a side of pork more than the grand piano. A prostitute in the family was better than an infant corpse; theft was preferable to starvation; warmth was finer than honor; clothing more essential than democracy, food more needed than freedom."

People in search of someone to blame picked upon other classes, other races, other political parties, other nations. They were in large measure still blaming not the disease but the symptoms. There was communal hatred, which was new. There was social resentment, which was new. There was bribery and corruption: that was new. This was Germany in 1923: a great power at the height of its ambition that produced the greatest national financial disaster in recent history.

Adam Fergusson was born in Scotland in 1932. He graduated in history at Cambridge, and later became a journalist with the Glasglow Herald, the Statist, and The Times. He has been a Member of the European Parliament, a Special Adviser at the Foreign Office, a consultant on European affairs for international industry and commerce, and political advisor to Geoffrey Howe, Mrs. Thatcher's Chancellor of the Exchequer in 1979. He has written five books. A Fellow of the Royal Society of Literature, he lives in London.


James Ensor, Death and the Masks - La morte e le maschere

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