31 gennaio 2021

Declinazioni di solitudine (Eschilo)


Tre tragici per altrettante dissertazioni sul senso della solitudine. Quella ostinata e drammaticamente scossa dallo stordimento che agita Serse nei Persiani di Eschilo, l’altra disperata e sospesa di Filottete su cui pende il verdetto altrui, declinata nell’omonima tragedia sofoclea, infine l’isolamento annientante di Eracle, esplorato da Euripide, il poeta per eccellenza della vastitudo animi (espressione che in latino rimanda a lande desolate ma pure alla straordinaria grandezza); e pensiamo anche al suo Oreste braccato dalle Erinni, solo di fronte all’empietà del matricidio, così dolorosamente sconvolto per il proprio delitto che lo allontana dagli uomini e scava il suo corpo, sprofondandolo in un’estrema consunzione.
Un viaggio sentimentale che unisce l’inquietudine di Ulisse alla Wanderung romantica, cui l’essere umano nei millenni non ha smesso di volgersi e interrogarsi fra aspirazione a partire e bisogno di fermarsi, talora praticando un radicale ritiro dal mondo. Asceti, eremiti, indovini, poeti, ma in qualche caso anche consiglieri politici e imperatori – Marco Aurelio fondò la sua grandezza su un esercizio umile e paziente del potere, fuggendo le lusinghe mondane, aggrappandosi piuttosto all’integrità morale che gli infondeva lo stoicismo. In una simile equilibrata mediazione tra contatto umano e colloquio con se stesso scoprì la possibilità di sopravvivere alle bassezze cortigiane, tanto che il suo mandato imperiale ne ebbe un indiscusso prestigio.
I Persiani sono la più antica tragedia greca superstite. Messi in scena nel 472 a. C., pochi anni dopo la battaglia di Salamina, facevano parte di una tetralogia comprendente anche un Fineo, sulla liberazione per mano degli Argonauti dell’omonimo personaggio del mito accecato dalle Arpie.
Nei Persiani il coro eschileo, formato dagli anziani reggenti della corte di Susa, che fin dalla parodo si dice perplesso per un’impresa temeraria, insieme agli altri presagi della disfatta persiana, sono elementi che conferiscono al racconto un’inedita tensione in un crescendo di sconcerto che pervade i protagonisti.
La riflessione che qui introduciamo, nella difficoltà presente di comprendere quanto sta accadendo e che quindi ci impedisce di tornare a noi stessi con la forza e la lucidità necessarie, prova a offrire delle chiavi di lettura senza pessimismi né giudizi sommari. Questa dunque la proposta di Alessia Rovina che vuole così omaggiare i grandi del teatro classico greco traendo uno spunto per sondare una condizione complessa che investe l’essere umano nelle diverse circostanze del vivere. Ringraziandola per il suo intenso e articolato contributo, le lasciamo la parola.

(Di Claudia Ciardi)

Praefatio
Di
Alessia Rovina

Se dovessi compilare un personale lessico di questo cruciale e sempre più sfocato momento umano e storico, non potrei prescindere da alcuni lemmi fondamentali. Accanto ai primi vocaboli, emersi nella contingenza delle prime restrizioni – nella mia Mantova arrivate con largo anticipo – come informatica, finestra, sbigottimento, e a quelli che immediatamente sono seguiti nel frasario di ciascuno – come: paura, lontananza, morte; ma anche: immaginazione, impegno, ricostruzione – devo e voglio conferire un ruolo di indiscussa importanza ad una parola in particolare, quella che per me più precipuamente connota questo frangente: solitudine. Dovrei essere più precisa: la parola che a mio parere connota l’esistenza umana, in particolar modo questi strani anni tra postmodernismo e distopia, la cui concretezza si è più che mai dolorosamente imposta con l’avanzare di un’emergenza sulle tante, quella sanitaria, che senza distinzione affligge il mondo, e pertanto non è più identificabile nel totem di una sfortuna che colpisce solo alcuni predestinati alla sofferenza.
La solitudine, costante spauracchio per l’essere umano, non a caso il cucciolo del regno animale che per più tempo ha bisogno delle cure materne, condizione aborrita e pure misteriosamente seducente, spesso propizia per l’attuarsi di quella cura morale che sperimenta, prima dell’armonia, le ferite del rivolgersi solo a se stessi.
D’altro canto, molteplici sono i volti di questa compagna: esiste una solitudine ricercata più o meno consapevolmente con volontà autolesionista e distruttrice, una solitudine causata dall’impossibilità altrui di comprendere, una solitudine causata dall’inganno e dal tradimento, non solo estrinsechi, ma talvolta anche intrinsechi: il tradimento della propria indole può causare effetti tremendamente annichilenti. Esiste poi una solitudine universale, in cui si constata l’impossibilità dell’autosufficienza umana, come accade alla Saffo del frammento 168b Voigt, che nel notturno tramonto della Luna e delle Pleiadi trova la sua incompletezza affettiva – rimane insuperata la resa lirica di Salvatore Quasimodo del verso finale: «e io nel mio letto resto sola»; ed esiste una solitudine convintamente ricercata in quanto condizione di massima comunione con il  divino – forme di eremitismo sono note sin dall’antichità sia per le religioni d’Oriente che per i monoteismi del Mediterraneo. Infine, esiste una solitudine spietata e ancor poco trattata, per quanto in espansione tra i giovanissimi, destinata a diventare oggetto di indagine alla luce della recente necessità d’isolamento: il fenomeno hikikomori. Ebbene, un lemma, tantissime sfumature, che abbiamo deciso di sondare in tre contributi attraverso la genialità e la pregnanza dei tre grandi d’Atene – Eschilo, Sofocle ed Euripide – dedicandoci monograficamente ad altrettanti personaggi drammatici, ciascuno espressione di una diversa sfumatura di quella stessa solitudine che ciascuno di noi, in modi differenti, sperimenta.
Il nostro viaggio tra i meandri della psiche Antica e Moderna è animato dalla convinzione che ogni status emotivo ed affettivo meriti ascolto – come magistralmente hanno compreso i cantori che incontreremo – e in particolar modo in questo momento, in cui si presenta a noi un grandissimo rischio, o una grandissima opportunità: dimenticarci che siamo creature umane, o ricordarcene drasticamente.
Buon Viaggio!


Un giorno d’inverno – Fotografia di Alessia Rovina ©

 
Declinazioni di solitudine I: Serse

(I Persiani – Eschilo)

Di Alessia Rovina
Per la rubrica «L’Argonauta»

È al 472 a.C. che risale la più antica opera teatrale a noi pervenuta. Luogo della première è il grandioso Teatro di Dioniso di Atene, quel fulcro culturale dell’Occidente da cui si irradieranno i capolavori dei Maestri della tragedia e della commedia, nonché delle massime espressioni artistiche e poetiche di sempre. Eppure, questa pietra angolare della tragedia rappresenta da subito una grande sorpresa. Luogo della finzione teatrale non è la Grecia, bensì il centro del potere orientale: Susa, il luogo simbolo di quella oscura popolazione divenuta per l’Occidente emblema di perfidia, mollezza, lascivia e malvagità: i Persiani. E proprio la tragedia omonima di Eschilo, Πέρσαι, Persiani, vede il suo intreccio dipanarsi tra le stanze sfarzose della reggia Achemenide, in cui si interrogano e si disperano gli attanti: il Coro degli uomini Persiani, la regina Atossa, l’ombra di Dario il Grande, tutti legati nel loro agire da un unico oggetto: il giovane sovrano Serse. Prima di scendere più in profondità nel nostro personaggio eletto, non sfuggano a noi due fondamentali considerazioni: anzitutto la datazione. I Persiani vengono rappresentati circa sette anni dopo la definitiva sconfitta dell’impero persiano da parte dell’Ellade – conosciamo bene gli effetti straordinari che questa vittoria provocò da un punto di vista ideologico-culturale. Secondo poi, la totalità degli attanti è rappresentata, appunto, dai Persiani stessi. Eschilo riesce a costruire un’opera teatrale completamente focalizzata dal punto di vista del nemico, raccontando con magnifico eloquio la disperazione dei genitori del giovane Serse, i quali in un dialogo quanto mai significativo tratteggiano la cieca volontà che spinge l’uomo alla distruzione, nel momento in cui dimentica di dover sottostare a leggi universali ed imperscrutabili: soggetto del loro lamento è proprio il figlio, Serse.
Serse, il giovane erede di Dario il Grande, è all’unanimità indicato come perfetto exemplum storico di tracotanza, e le tappe che lo portano al peccato di ὕβρις – il più grave nell’orizzonte greco – sono delineate con precisione dallo «storico delle Guerre Persiane», vale a dire Erodoto. All’interno del libro VII delle sue Storie ha luogo un lungo focus sul fronte dei Persiani, occupati nello stabilire la successione di Dario in un Egitto ribelle. Designato che fu Serse, in quanto nipote di Ciro, lo storico riporta, a partire da VII, 5, la cronaca della perversa discesa di Serse stesso verso il peccato, iniziata con la suadente e strategica piaggeria di Mardonio, e a cui il giovane neo sovrano non saprà e non vorrà opporre resistenza, inebriato com’è dalla possibilità di regnare su ogni popolazione – Mardonio, seducendo e lusingando Serse, gli dirà che la Grecia e l’Europa non son degne di alcun padrone, «se non il Grande Re» (Erodoto, Storie, VII, 5). L’esaltazione inizia a pervadere il giovane sovrano, e arriva a livelli di invasata magniloquenza nel momento in cui espone all’assemblea, in un entusiastico crescendo, il suo intento di muovere contro la Grecia (Storie, VII, 9-10). Allarmato dal pericoloso azzardo del giovane regnante suo zio Artabano formula una risposta ponderata, volta a riportare il buonsenso nell’animo di Serse, argomentando la prudenza con le evidenze date dalla Storia – il popolo persiano conosceva già bene la tempra dei Greci: «Evita il rischio di un tale pericolo, quando non ve n’è alcuna necessità, ascoltami: […] con l’attesa ed il tempo le cose si fanno più trasparenti, anche se ora non pare così.» (Storie, VII, 10). La saggezza di Artabano, lontana dall’essere una manifestazione di vigliaccheria, è poi corroborata dall’evocazione del grande topos ellenico: la gelosia divina – φθόνος θεῶν – che non lascia scampo a chi mediti pensieri di superbia nel proprio cuore.
La preoccupazione familiare che emerge nel racconto erodoteo riecheggia nel dialogo tra la regina Atossa, assalita dall’angoscia come gli altri genitori che apprendono la triste sorte toccata ai valenti figli in terra straniera (Eschilo, Persiani, v. 245), e l’ombra del defunto marito e sovrano, Dario, il quale ebbe personalmente dolorosa esperienza dell’«indomabile» popolo greco (v. 242). La regina esprime la propria invidia per il marito, poiché a lui venne risparmiato di vedere la sciagura abbattutasi sul popolo persiano presso Atene, e allo stupore di Dario, il quale domanda chi mai dei propri figli abbia potuto condurre l’esercito fin là, Atossa significativamente replica: «θούριος Ξέρξες, κενώσας πᾶσαν ἠπείρου πλάκα» – «È stato il focoso Serse: ha svuotato tutte le plaghe del continente!» (v. 718). Dario, domandando lungo quale via siano giunti i soldati sul continente, riceve l’agghiacciante risposta: «Con dei macchinari [scil. Serse] aggiogò lo stretto di Elle, per crearsi un passaggio», e così il defunto re si lascia andare al lamento: «È arrivato a questo? Ha incatenato il potente Bosforo? […] Un demone grande davvero deve averlo toccato, per farlo delirare in questo modo!» (vv. 722/725). Ecco il perno su cui si incardina l’apice della follia e dell’aggressiva superbia di Serse: egli ha voluto prevalere con il suo orgoglio sulla natura dello stretto, aggiogando la materia sacra con l’artificiale ponte di barche, in aperta blasfemia con l’imposizione del limite che la divinità olimpica pone all’uomo. Non si fa attendere la sciagura, e la punizione all’orgoglio e all’ostinazione di Serse sono tremendi, amplificati in quanto con sempre maggior pervicacia egli ha voluto perseguire la via della distruzione di sé e dei suoi compagni, tanto che egli, il giovane sovrano umiliato e ferito, farà il proprio ingresso sulla scena solo al termine dell’azione drammatica (v. 908), subendo le accuse del Coro, in quanto irresponsabile esaltato che ha portato ad una assurda morte i suoi uomini, mostrando tutto il doloroso effetto della propria superbia: egli è solo.
Così, lacerato dall’assurdità di una follia che solo ora riesce a vedere nitidamente nel suo nascere e nel suo innalzarsi, umiliato nel corpo e nello spirito, rimane l’evidenza della sua solitudine. E Serse non ha che la forza di piangere.

(Di Alessia Rovina, classicista, studiosa di teatro,
account twitter:
@rovina_alessia
22/01/2021) 

24 gennaio 2021

Fedeltà delle piante in poesia


Miracolo zen di una raccolta poetica nata nelle silenti rugosità della Sardegna. L’isola, il ventre immaginifico, la madre ancestrale eletta da Roberto Concu, nuorese classe 1965, a centro di gravità permanente della sua ricerca in versi.  Lode alla natura trasfusa in poesia, la paziente quotidiana osservazione delle cose semplici come strada maestra del vivere e base alla propria crescita sentimentale. Perché la via del tao e lo zen insegnano la sincronia, il lento fluire di sé nel mondo, la capacità di armonizzare corpo e respiro con tutto quello che ci sta intorno. «Nel mio percorso di vita ho incontrato prima la meditazione trascendentale poi lo zen. Non ho avuto bisogno di andare in Giappone per scoprire questa via di ricerca interiore perché il silenzio è talmente affine alla terra in cui vivo, alle mie esperienze e al mio modo di essere. Non dico del silenzio quale assenza di rumore, al contrario. La via dello zen riporta mani e piedi, mente e cuore dentro la realtà di ogni giorno per cercare di viverla pienamente per ciò che è. Non a caso in esergo a questa raccolta di poesie ho riportato i versi di Dogen Zenji, uno dei maestri zen più rilevanti anche per la cultura nipponica. Lo zen aiuta a togliere gli orpelli, ciò che aggiungiamo alla realtà per vedere le cose così come sono. Un ritorno all’essenzialità proprio come la poesia. Infatti, molti maestri zen hanno scelto la poesia come forma espressiva». Con queste parole il poeta si rivela al lettore, quasi a voler prendere su di sé l’eredità di un antico, un filosofo presocratico, l’autore di un Περί Φύσεως che affinando il proprio pensiero davanti ai fenomeni naturali cerca di abbracciare il sacro e la terra. 
L’opera a cui Rita Bompadre ci introduce ha come tema elettivo il ciclo vitale del gelso (nome botanico “morus”), pianta che dopo aver conosciuto secoli addietro momenti trionfali nella propria coltivazione in virtù dell’allevamento del baco da seta, pare oggi decaduta senza rimedio, relegata tra i cosiddetti “frutti minori.” Concu tende alle ombre e alle voci dei suoi rami, al moto delle foglie, all’irradiarsi della luce sulle nervature della corteccia, e attraverso il canto di queste presenze fuggevoli annoda le sue delicate trame georgiche.


(Di Claudia Ciardi)



 
Fedeltà del gelso di Roberto Concu (AnimaMundi Edizioni, 2020) è una raccolta poetica gentile, una risposta saggia alla vita, nella costante corrispondenza alla fiducia e all’origine delle parole, il bagaglio sentimentale trasportato dalle stagioni e da ogni benevola esperienza. I versi ricompongono nello spazio metafisico i richiami profondi ed istintivi della terra, nella fantastica distrazione che è l’eredità di un incanto e il premuroso legame con la realtà, l’eterna sospensione che dilata la nobile consistenza del tempo ed occupa l’educata e naturale familiarità ai luoghi e alle persone, con l’immediatezza dei sentimenti e la spontanea armonia con la natura. Il poeta intrattiene miracolose sensazioni, assolute ed improvvise circostanze poetiche che ispirano la trasposizione simbolica del gelso, osservato in tutti i suoi mutamenti e trasferisce le similitudini originarie arricchendo significati alla vita. Roberto Concu si descrive fedelmente nell’accoglienza riservata ai suoi versi, teneri, candidi e immaginifici, dove gli accadimenti umani si identificano con la sorprendente e determinante urgenza della vita, nell’impeto entusiastico di creare un componimento poetico dell’anima che trae la sua forza dalle suggestioni dei pensieri e delle immagini. Il libro intreccia l’autentica manifestazione della verità poetica, il sentimento delle cose, il senso di stupore e meraviglia nei toni semplici e rapidi dello spirito libero, un intimismo espressivo e crepuscolare, l’attimo presente oltre le stagioni che aprono l’anno naturale, i luoghi del cuore esposti allo scorrere inesorabile del tempo, in una cortina di ombre e luce, di gioia e di tristezza. Una letteraria e nostalgica bellezza degli spazi, il compimento di un’alleanza emotiva, il valore estetico dell’illuminazione che non consuma e non inganna la memoria di ogni vissuto. L’autore assapora la grazia degli incantesimi e la naturale abitudine della realtà quotidiana,  rifugiandosi negli interni del silenzio, ritrovando la confidenza diffusa delle atmosfere e dedicando il tempo ai sogni, proteggendoli e coltivandoli al di là dell’indifferenza dei tempi. Spirito romantico, nel caldo e ammantato colore della speranza, lo spirito poetico giunge ad una meta riservata, privata, lontana dai clamori del mondo, adagiando l’atemporaneità dei valori affettivi, proiettando nel cuore di un destino che pulsa e batte gli attimi della vita, scandita dal torpore e dalla compiacente indolenza assopita di chi sa vivere altrove, altre vie, altri destini. L’energia espressiva ed ospitale delle parole accompagna la delicatezza dell’appartenenza, con la generosità della contemplazione per i frutti che la poesia dona, cinge il legame con l’evocazione dei sentimenti, stringendo l’alleanza con la bellezza di ogni destinazione umana.

 
(Di Rita Bompadre – Centro di Lettura “Arturo Piatti”)

* Testi scelti da Rita Bompadre


Mattino.
Nella sacralità del silenzio
odo il canto
della figlia del giardiniere
un’onda di mistero
mi commuove.

O dolce, ridente Saffo

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Nuovo gennaio.
Spoglio il gelso –
monaco fedele al voto –
la verità oltre la parola
esige il medesimo linguaggio
spoglio

Foglie parole
ammucchiate
agli angoli del cortile

Come transita in fretta
la luce nell’ombra

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Parola è il volto
presenza che si auto-nega
sino a non mostrarsi più
e spingerci
laddove il dolore
è conoscenza
la voce un passo
tra possibile e impossibile

Mostrare il volto
le cose
il loro –
osceno

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L’inizio della pioggia
accorda il giorno
con la pelle tesa delle foglie
Rifuggono i merli e i
passeri venuti a beccare
le briciole sul balcone

Matura la luce
allo stesso ritmo secolare
della pioggia
tutto è pace e desiderio
prima che il mondo si risvegli

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Un nuovo alfabeto
oltre l’egoismo
l’oscuramento
la corruzione

Aleph e Ghimel

fedeltà e primavera

una nuova voce
con cui
manomettere
il nome d’ogni cosa
riconoscere
la sacralità del silenzio
davanti al muro del Mistero


Da Roberto Concu, Fedeltà del gelso, AnimaMundi Edizioni, 2020

14 gennaio 2021

Johann J. Bachofen – Il popolo licio

 


Erano in molti, anche tra gli amici più stretti, ad additarlo come l’orso di Basilea per il carattere scontroso e fiero che manifestava non a caso nella natura indipendente della sua ricerca. Critico con i più celebrati maestri dello storicismo da Niebhur a Mommsen e inviso ai filologi formati alla scuola di Wilamowitz, la sua posizione accademica fu sempre in bilico per non dire apertamente osteggiata. Johann Jakob Bachofen (1815-1887), magnifico esponente di un colto patriziato svizzero, uomo che usò la propria fortuna economica per una vita di studio e scrittura fuori dagli schemi, nonostante il carattere non facile e l’indipendenza perseguita e sempre rivendicata nel proprio metodo ha avvicinato la migliore intellighenzia tedesca che durante l’Ottocento lasciò un’impronta fondativa e indelebile nell’ambito della conoscenza del mondo antico. Può considerarsi uno dei primi ingegni chiamati ad accrescere l’albero della cosiddetta storia delle mentalità, sui diversi fronti dell’approfondimento storico, antropologico e letterario, che nel Novecento troverà coltivatori eccellenti, da Marc Bloch a Carlo Ginzburg, da Jules Isaac a Ernesto De Martino e Carlo Levi. Il tema all’apparenza astruso, inafferrabile, lontano della monografia sul popolo licio ne fa in realtà unopera estremamente toccante sul tentativo di restituire un volto, una sostanza spirituale a cose che ci sembrano inghiottite dal continuo avvicendarsi degli eventi, livellate per sempre dalla storia. Perché dunque leggere adesso un saggio che ci pare così specialistico, settoriale, incentrato su un luogo che fatichiamo a collocare nello spazio e nel tempo? Cos’ha da dirci oggi un simile libro, a noi che distrattamente posiamo lo sguardo sull’antico come su una città abbandonata, le cui vestigia che pure un tempo hanno vissuto ci appaiono solo come cose morte, immobili, avvolte nel silenzio dei millenni? E questo immobilismo, questo silenzio ci mette ancor più in disagio nella misura in cui la nostra esistenza si aggira frenetica, irrisolta, distaccata dalle autentiche fonti di un sentire che desolatamente ignoriamo. Bachofen, animo ottocentesco immerso nella temperie del romanticismo, sa che quei centri della liturgia e infine, della poesia umana, non possono essere trascurati e li investe del ruolo di oracolo ultimo e necessario alle sue ricognizioni. Nel caso dei Licii, come in altre ricerche, si tratta dunque «d’individuare un popolo nel movimento e nella verità della vita». Certo, man mano che si attinge ai substrati più distanti e perciò labili della nostra storia, diventa anche più arduo cogliere il soffio di questo spirito vitale. Eppure l’erudito di Basilea segna un cammino che per quanto non solo ai suoi tempi, ma forse ancor più adesso, abbia fatto storcere il naso a chi prova insofferenza per le forme comparative evidenziando limiti indubbi circa l’enfasi riservata a una polarità strutturale nella lettura dei fenomeni umani, si pone con un respiro proprio. In tale messa a fuoco vengono in sottotraccia apporti e attriti trasmessi dalla cerchia di studiosi con i quali fu in contatto. Dal giovane Nietzsche, incrociato per l’appunto nella nativa Basilea, a Savigny, il caro maestro propugnatore del Volksgeist (lo spirito del popolo), a Burckhardt, il geniale storico e mitologo, l’amico di una vita.
In questa monografia la Licia assurge a una sorta di patria perduta che psicologicamente in ciò che per convenzione definiamo progredire umano, ovvero il suo ingresso nella modernità, incarna il trauma della scomparsa delle madri. La madre è in senso lato la componente femminile, la carica ctonia, conservatrice, protettiva della vita, nume tutelare della società, del suo ordinamento, e quindi della durata dei suoi caratteri attraverso le epoche. Nel vaglio delle testimonianze – sepolture, monumenti, iscrizioni votive, miti – la Licia, secondo i nessi stabiliti da Bachofen, ha espresso una compagine resiliente e longeva nel quadro della culture antiche, in particolare rispetto alle limitrofe realtà dell’Asia Minore, nella misura in cui ha traghettato senza cesure l’essenza matriarcale, ginaicocratica entro gli stadi successivi della propria organizzazione. E dove poteva trarre questi elementi se non volgendosi alle pratiche religiose, alle ombre delle necropoli che lo studioso qui ci descrive con toccante partecipazione, nel tipico spirito dell’intellettuale romantico che si aggira ritualmente tra le rovine del passato, restando in ascolto?


Aperta una breve parentesi sulla fortuna geografica della Licia, terra di mare e di montagna, che per la maestà degli impervi paesaggi dell’interno e la radice schietta dei montanari sentiva affine alla sua Svizzera, Bachofen si concentra sulle testimonianze dell’arte funebre e quindi sui riflessi cultuali che questo popolo d’oriente indecifrabile solo a un’occhiata frettolosa avrebbe proiettato nei miti e nelle proprie scelte politiche e d’azione. Un modus operandi destinato a gettare un influsso duraturo, se Fernand Braudel inaugurerà il suo saggio monumentale sulle civiltà del Mediterraneo in un tono che tanto ci ricorda questo incipit: «Tutto concorre, attraverso lo spazio e il tempo, a far sorgere una storia al rallentatore, rivelatrice di valori permanenti. La geografia, in questo gioco, non è più un fine a sé e diventa un mezzo. Essa aiuta a ritrovare le realtà strutturali più lente, a organizzare una messa in prospettiva secondo la linea di fuga della più lunga durata» [Da Civiltà e imperi del Mediterraneo – Parte prima – L’ambiente; capitolo I, Le penisole: montagne, altipiani, pianure]. Dalla scelta di inquadrare un popolo in questo campo lungo, ossia a partire dalle condizioni ambientali, il nostro mirabile antichista procede quindi lungo il corso dei residui costumi, delle tradizioni ancora leggibili, degli spartiti rituali che nei secoli hanno scandito lesistenza dei Licii. Il deposito delle già dette mentalità, valga ancor più per gli antichi che il tempo ha trascinato così lungi da noi, non può pertanto che trovarsi in maggior nei superstiti lacerti della sfera devozionale. Il sacro con le sue stratificazioni e metamorfosi è quantomai rivelatore. Nel metodo di Bachofen ciò assurge a perno centrale delle sue trattazioni, si pensi per esempio ad opere ugualmente fondanti quali il Saggio sulla simbologia delle tombe antiche (1859), La dottrina dell’immortalità nella teologia orfica (1867) e larticolo sulle Lampade sepolcrali romane.
Così, con la presente opera, ci addentriamo negli strati più arcaici dell’orfismo d’origine tracia e nella sua penetrazione asiatica, particolarmente in terra licia, assistiamo allo sviluppo di una visione consolatrice e affatto lugubre dell’aldilà. I passi omerici del VI e XVI libro, peraltro fra i più alti dell’Iliade, riservati agli eroi della Licia, rispettivamente Glauco e Sarpedonte, incarnerebbero alla perfezione ideali, religiosità, spirito di questo popolo. In Glauco la melanconia espressa nella commovente similitudine del cadere delle foglie come le stirpi mortali, un rassegnato atto di fede privo di angoscia sulla finitezza umana e la caducità del vivere. In Sarpedonte un’immagine di morte violenta – il corpo scempiato nella battaglia – che tuttavia viene mitigata dalla visione salvifica di Apollo il quale, se non può opporsi alla legge del destino, risana le ferite mortali in preparazione di un’altra vita non terrena. È questa luce nella fatalità della fine, questa malinconica attesa che non si dispera a costituire il nucleo del carattere licio, la sua resilienza al passaggio del tempo. E secondo Bachofen ciò sarebbe da attribuire a un perdurare della componente femminile mai estromessa da quella maschile ma mediata, inclusa, lasciata germogliare come sostrato irrinunciabile del vivere, l’antica forma su cui gli usi si sarebbero originariamente plasmati per poi mutarsi nel segno di una coerente continguità. Per questo nella società licia la componente celeste uranica apollinea più tarda coesisterebbe senza traumi con i resti della matrice demetriaca. Ciò sarebbe secondo lo studioso svizzero alla base delle virtù di questo popolo, della conservazione nel tempo dei propri caratteri, insomma di una indiscussa devozione alla propria identità.
Infine, un breve appunto a chiusura. Questo saggio che vide la luce nel 1862, fu per la prima volta dato alle stampe in Italia nel 1944. Per questo articolo ho sfogliato l’edizione originale e leggere in quarta di copertina “Finito di stampare nelle Officine Grafiche Fratelli Stianti, Sancasciano Val di Pesa (Firenze), marzo 1944” mi ha sollecitato una riflessione ulteriore. Mentre ancora la guerra imperversava, qualcuno continuava a tradurre, a tenere accesa la lucerna della cultura. E non solo. Si scelse proprio in quell’anno di offrire in traduzione italiana uno scritto di Bachofen, autore sino a quel momento non leggibile nella nostra lingua. Ma non si scelse il monumentale Mutterrecht, bensì questo agile volumetto che poteva stare in una tasca e recare a chi avesse avuto la fortuna di procurarselo un messaggio di resistenza, pace, riscatto. L’austera e serena fierezza dei Licii attraverso le parole di un uomo che un secolo prima, poco meno, vi aveva visto un barlume di quello stesso spirito romantico che intorno a lui andava irrimediabilmente sgretolandosi, alcuni decenni dopo veniva in soccorso a chi si angosciava tra le macerie della guerra. La storia che c’è nella circolazione dei libri talvolta non è secondaria al loro contenuto. In alcune situazioni accende di luce nuova le ragioni che furono alla base della loro scrittura. Ebbene sì, è questa un’opera che rassicura e che cura. 


(Di Claudia Ciardi)

 

Edizione consultata:

Johann Jakob Bachofen, Il popolo licio, traduzione di Eugenio Giovannetti, collana “La Meridiana”, Sansoni, 1944




Si veda anche:

Germania e orientalismo

L'antropologia letteraria di Carlo Levi

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