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2 febbraio 2019

Walter Benjamin - Strada a senso unico


«Rilievo. Si è in compagnia della donna che si ama, si conversa con lei. Poi, settimane o mesi più tardi, quando si è lontani, ci si ricorda qual era stato il tema della conversazione. E ora il motivo se ne sta lì banale, crudo, senza profondità, e ci si rende conto che solo lei, curvandovisi sopra per amore, con la sua ombra l’aveva protetto da noi, così che in tutte le pieghe e in tutti gli anfratti il pensiero palpitava come un rilievo. Se siamo soli, come ora, esso s’appiattisce esponendosi, senza ombra né conforto, alla luce della nostra conoscenza».

Walter Benjamin, Strada a senso unico (Einbahnstrasse), a cura di Giulio Schiavoni, Einaudi, 2006.

A piedi lungo le vie della città, una prosa di viaggio bizantina e labirintica, oscillante tra sogno e critica sociale. Un grido d’allarme che si esprime in forma di frammenti, dove la lingua e il pensiero appaiono volutamente destrutturati, perché il lettore abbia coscienza piena del disorientamento in cui è immerso. Poco prima che accada l’irreparabile, questa è l’ultima passeggiata che Walter Benjamin compie, ripercorrendo le latitudini del suo immaginario e i segnali che lo hanno guidato, inquieto viandante, a dorso di una strada a senso unico.

Così scrivevo in un mio pezzo del 2011. Questa raccolta di prose benjaminiane, che già al tempo della loro pubblicazione con Ernst Rowohlt nel 1928 venne felicemente ribattezzata “bazar filosofico”, ha esercitato un fascino durevole sulle espressioni della mia scrittura e i modi del suo comunicarsi. Dedito alla “kleine Form”, quell’incantevole bonsai letterario fine ottocentesco fiorito ai bordi della nascente metropoli, Benjamin ne fece uno spazio per l’incontro di suggestioni memoriali e urgenze poetiche, di cui l’Infanzia berlinese rappresenta un altro capolavoro giocato sull’intreccio dei generi e la compresenza oracolare, bifronte di un allegorico passato-presente.
La sua strada a senso unico la percorse negli anni Venti, quando l’inflazione tedesca aveva cominciato a dar segni di forte squilibrio, avvitandosi in una crisi interna senza tregua. Un viaggio tra le rovine tedesche del primo dopoguerra, dal quale l’autore risalì spossato, toccando con mano gli egoismi di una media borghesia impoverita, che si vedeva quotidianamente scivolare in un’inaccettabile arretratezza, costretta a intaccare le proprie rendite di posizione. Ma erano anche gli anni di una crisi profonda nella vita stessa dell’osservatore. Emarginato dall’università, poteva contare solo su fonti di guadagno precarie garantite dalla collaborazione con alcune riviste. Eppure, si trattava ancora della Germania weimariana, quella che gli intellettuali come Benjamin si sforzarono di difendere prima del baratro. Certo, non fu un quadro politico concorde, mai lo fu quell’esperimento in nessun anno della sua breve esistenza, brutalmente appesantito dai debiti di guerra e dal venir meno della coesione sociale. Lamentava anche questo il grande scrittore berlinese, che guardava con rassegnazione all’autoreferenzialità delle cerchie accademiche e sentiva fortemente su di sé la disillusione nei confronti dell’intellighenzia privilegiata.
Così, i Denkbilder qui raccolti, le immagini di pensiero destinate a fluire nel suo onirico labirinto dandogli forma, non si occupano di discettare sulla Hochkultur, la cultura alta, pseudo impegnata, dove le aderenze di potere finiscono per soffocare la genuinità del dibattito. Vanno piuttosto in cerca di quelle poetiche minime, di quelle effimere architetture del quotidiano in cui si accendono lampi di verità: scantinati, baracconi, fiere, giostre, bambini, robivecchi e poi oggetti o anche solo nomi capaci ancora di sprigionare un po’ di calore e bellezza. Frammenti brevissimi titolano “lampada ad arco”, “loggia”, “garofano selvatico”, “asfodelo”.
È un’opera di sopravvivenza questa Strada a senso unico, una scialuppa nella tempesta sulla fine della quale tuttavia l’autore non si fa illusioni né vuole venderne ai suoi lettori. Piuttosto metterli sullavviso circa i tranelli di una cultura dell’alto, consolidata, che finge d’impegnarsi in battaglie d’avanguardia salvo poi sfilarsi o tradire le più elementari regole della solidarietà e della morale comune. C’è tanto di questa riflessione benjaminiana anche nell’oggi e tanto di un’appropriazione indebita di uno studioso che ebbe un rapporto conflittuale, complicato con i suoi contemporanei che pochi spazi gli concessero ben prima dell’ascesa nazionalsocialista. Tant’è. Anche oggi, tra noi, c’è chi firma petizioni solidali e poi non ha il minimo ritegno a mancare di rispetto al suo prossimo e a quel suo prossimo fa sistematicamente del male, utilizzando, come ha fatto notare Borges in molte sue pagine che ci dimentichiamo di rileggere, metodi fascisti e se vogliamo dire più in generale, autoritari, vestendo panni di democraticissimo. L’odierna apologetica indirizzata al mondo antico parla di Atene come il modello di una democrazia senza macchia, aperta agli stranieri, forte in mare e in terra, non violenta. Eppure per divenire la potenza che fu Atene praticò lo schiavismo, non si fece scrupolo di perpetrare eccidi ai danni dei coloni ribelli, commise errori strategici clamorosi, cadde nella tirannide e nell’oligarchia, e infine venne sconfitta da Sparta. La democrazia non è uno strumento neutrale, non è una forma priva di sentimento o d’interpretazione politica. Si partecipa alla democrazia e la misura della sua solidità sta proprio nell’ampiezza della partecipazione e nei modi in cui gli atteggiamenti e i bisogni di chi vi prende parte si traducono all’interno degli apparati governativi. Non possono delle fazioni, in maniera apodittica, rivendicare la democrazia per sé e non lo possono neppure i cosiddetti detentori della cultura. Quando tra l’altro questi stessi intellettuali hanno disponibili molteplici canali per esprimersi, non possono dire d’essere perseguitati né parlare di democrazia sotto scacco. Faccio notare che gli antifascisti del ’20 e del ’30 furono confinati e poi andarono per la maggior parte esuli. Attraversarono ogni genere di difficoltà, vissero nella paura e tra non poche privazioni. Non si scherzi con la memoria di queste cose, non si confonda l’impegno civico di queste persone con chi ora fa salotto e si appropria della storia in modo strumentale.
Anche oggi la battaglia per il potere macina vite, aspettative, mostra un volto efferato danzando sulle macerie di ideologie che già tanto danno hanno recato nel recente passato. Ma ancora ci si barrica dietro e dentro quelle ideologie visto che in gioco c’è una futuribile prospettiva di potere la quale, se venisse a mancare del tutto, rischierebbe seriamente di generare altri equilibri. E allora, anziché sviluppare un dibattito serio e anziché scontrarsi su terreni scelti e ad armi pari, si tira di sponda o ci si sottrae, perché è più comodo così, altrimenti bisognerebbe argomentare le proprie posizioni col pericolo di dover giustificare un privilegio che non ha più ragione d’essere in quanto ha perso le sue longeve basi di consenso.
Perché dunque tanto accanimento? Potere, potere, potere. Quando i rapporti di forza cambiano, chi prima godeva di favori si assottiglia fino a dissolvere. Ma fa di tutto per continuare a mostrarsi ben saldo. Potere, potere, potere. Ecco perché, dunque, tanto accanimento. 

(Di Claudia Ciardi)



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Berliner Spreepark

1 febbraio 2018

Le nuove frontiere della pittura





Che buona parte delle proposte artistiche contemporanee si sia indirizzata a una rimessa in discussione formale, e in larga parte iperconcettuale, delle avanguardie storiche è un dato acquisito. Mi torna in mente una mostra poco pubblicizzata di qualche anno fa a Palazzo Sozzifanti (Pistoia), assai esemplificativa per questi temi, in cui vennero esposte alcune tra le opere di maggiore richiamo nell’ambito della piccola scultura da Fortunato Depero a Beverly Pepper, una carrellata densissima tra avanguardia e postavanguardia. Ricordo con chiarezza la sensazione di una ripetitività, che rasentava il fastidio, il tono autoreferenziale di un esercizio volutamente ostentato, non appena usciti dagli spazi delle avanguardie storiche, con un picco nelle espressioni prodotte tra i Settanta e gli Ottanta. Messaggio: è già stato detto tutto, non resta che la citazione della citazione. Da dopo la metà del Novecento s’impone una sorta di logaritmo dell’arte in base astratta, capace di dare risultati simili se non uguali. Ora, la mia suona forse come una semplificazione eccessiva, ma credo non sia esagerato ravvisare in molte di queste opere una pratica fine a se stessa, lontana se non antitetica alle istanze di rottura delle prime avanguardie.  
Discorso ad ampio raggio che coinvolge non solo le arti plastiche ma latamente ogni manifestazione creativa, e in particolare la letteratura, con cui l’avanguardia pittorica del primo Novecento ha stretto un dialogo serrato, tra contaminazioni, prese di distanza e ricongiungimenti. Si consideri, ad esempio, l’espressionismo, nato in pittura e quindi approdato alla poesia. Quando nelle sue proposte letterarie può dirsi già esaurito – più o meno intorno al 1920 – persiste la sua vitalità artistica, almeno per un altro quinquennio, sebbene anche qui con evidente esaurimento della sua carica iniziale.
Dagli anni Quaranta ha inizio quel processo di invecchiamento dell’avanguardia innescato dal capillare afflusso della cultura americana nell’Europa uscita dalla seconda guerra mondiale. Dal vecchio continente la modernità si trasferisce oltreoceano e diviene postmodernità, oggetto di studio, materia d’archivio sviscerata dalla critica, voce addomesticata a cui torna a guardare proprio quella borghesia elitaria, scossa un ventennio prima dall’irruzione dei suoi figli più indisciplinati e geniali sul palcoscenico delle arti. Scrive Alfonso Berardinelli nel saggio Poesia non poesia, dedicato agli sconfinamenti e alle declinazioni del moderno: «La continuità si era interrotta. Non si poteva credere di continuare esperienze primo-novecentesche. Sarebbero state comunque  trapiantate e riusate accademicamente, in un contesto ormai mutato nel quale il “pubblico borghese” classico, scandalizzato e oltraggiato dalle avanguardie storiche, era stato addestrato dalla critica e si era trasformato  nel pubblico neoborghese avanzato e consenziente che considerava la trasgressione avanguardistica come il primo comandamento culturale. L’avanguardia si insegnava nelle accademie. E questo ha determinato negli anni Sessanta la nascita di quella postmodernità matura che trasferiva lo shock moderno in un aldilà pacificato». Dunque, si è ripetutamente spacciato per contestazione ciò che in realtà nasceva in seno al mare tranquillitatis di élites politicamente e culturalmente promosse dal sistema; e questo spiega anche perché molte delle opere scaturite in tale contesto non hanno aggiunto nulla al nostro senso critico né hanno saputo spingere verso una qualche forma di rinnovamento. Una promessa mancata – e non poteva essere altrimenti – in quanto stravolta all’origine dalla sua filiazione: il nuovo conservatorismo politico non poteva produrre un’arte nuova.
In tutto ciò il figurativo è rimasto un mondo a parte, un cenacolo di pochi e per altrettanti nostalgici, confinato in una sorta di limbo delle arti e tacciato di mancanza di originalità.
Il curatore di Le nuove frontiere della pittura, allestita alla Fondazione Stelline (Milano), Demetrio Paparoni, nella sua articolata presentazione della mostra insiste su un doppio binario politico, analizzando la rinascita figurativa da un lato come una risposta culturale alta allo spaesamento globale, che ha sovvertito l’idea tradizionale di spazio-tempo, perlomeno così com’era veicolata in occidente. Dall’altro isolandone l’autentico gesto di ribellione alle chiusure critiche, dettate da una contrapposizione ideologica esasperata perdurante fino a prima della caduta del muro di Berlino. La postavanguardia a rilettura americana implicava un accantonamento del figurativo quale puro esercizio ornamentale svincolato dagli orientamenti di potere. «In sostanza, quella parte della critica ideologizzata attiva sulla scena degli anni Settanta e Ottanta», scrive Demetrio Paparoni, «ha fatto muro contro la pittura figurativa perché convinta che cambiare la struttura del linguaggio equivalesse a portare avanti una sorta di rivoluzione politica».
E su tale fronte è di estremo interesse osservare come negli stessi Stati Uniti non sia venuta meno una corrente figurativa che nell’ultimo trentennio ha mantenuto un suo vitalismo, ancora una volta influenzando ex contrario le tendenze dell’arte, stavolta in concomitanza con esiti similari in altre parti del mondo, soprattutto asiatico. Inka Essenhigh, Dana Schutz e gli italiani Alessandro Pessoli e Nicola Verlato, americani d’adozione, nomi che non a caso trovano spazio nella rassegna milanese, sono esempi di quello che potremmo definire un antiavanguardismo militante.
L’intreccio con la grafica e la fotografia nella trentina di tele in grande formato esposte al Palazzo delle Stelline è palese. Nel caso degli artisti del sud-est asiatico (sono esposti Li Songsong, Liu Xiandong, Nguyen Thai Tuan, Natee Utarit, Wang Guangyi, Yue Minjun, Zhang Huan) si aggiunga la riflessione del fatto storico – il recente passato coloniale, la guerra – riletto e calato nell’attualità attraverso volute distonie, quando non si tratta di aperti contrasti tesi a generare stalli e interruzioni nel fatto narrato. Tutto è compenetrante e vivo ma anche sfuggente, sempre ai limiti dell’incomprensione: giocare a sovrapporre memorie e immaginazione, momenti del reale e dell’irreale, sogni e storia è un modo comune per ammonirci sulle sirene del nostro tempo. Ma anche per lasciarci la massima libertà di movimento nel percorrere le nuove coordinate disegnate dall’epoca globale, consapevoli che l’impostazione narrativa stessa non può non risentire del cambiamento.
E proprio la presenza per certi versi deformante ma anche imprescindibile della grafica alla base di queste creazioni denota come la pittura figurativa, data per morta più e più volte, sappia ancora autoprodursi in una sfera rappresentativa indipendente, autonoma e capace di raccontare il mondo da un punto di vista originale e, soprattutto, attraente per chi vi si affaccia.


Catalogo:

Le nuove frontiere della pittura,
a cura di Demetrio Paparoni,
16 novembre 2017 - 25 febbraio 2018, Fondazione Stelline, Milano,
Edizioni Skira


Ultimi giorni per visitare Dentro Caravaggio, la mostra che vede presenti a Palazzo Reale (Milano) più di venti capolavori di Michelangelo Merisi detto il Caravaggio (1571-1610).
Iniziativa di ampissima risonanza, grazie all’approfondita introspezione nel modus operandi dell’artista milanese. Evento basato su un progetto di divulgazione multimediale in linea con le più recenti tendenze negli allestimenti espositivi. Le tecnologie ormai sempre più sofisticate al servizio della cosiddetta diagnostica artistica permettono di catturare le fasi di realizzazione di un’opera, analizzando al dettaglio il lavoro compiuto dal pittore in ognuna delle sue parti. Si entra, dunque, nel laboratorio caravaggesco come mai prima era stato possibile. Strati di pittura, sfondi, riposizionamento dei soggetti vengono ora svelati al largo pubblico.
Caravaggio può essere considerato il padre della fotografia in pittura. Quelle che ci regala nei suoi dipinti sono vere e proprie istantanee. L’uscita dal manierismo ne fa un innovatore assoluto e per certi versi “precognitivo”, discorso che va ben al di là delle tecniche da lui messe a punto nel suo percorso artistico. Per quanto possano sembrare mondi lontani, le frontiere della pittura, rassegna che porta per la prima volta in Italia più di trenta opere di arte figurativa contemporanea da tutto il mondo, e Caravaggio hanno un filo conduttore. Il figurativo dalla modernità in avanti non ha mai smesso di innovarsi e innovare. La pittura ha “inventato” la fotografia e quando la fotografia l’ha data per morta ha dimostrato di saper restare sul campo senza pericolo di essere superata.


(Di Claudia Ciardi)





17 novembre 2015

Un caffè con Weber


Vincent van Gogh, Vecchio seduto, (1890) olio su tela, Otterlo, Kroller-Muller Museum

Era il 2006, un anno importante sul piano personale, per alcuni incontri che si materializzarono nella mia vita, quasi fossero stati preparati e rafforzati da certe letture in cui mi addentrai allora in circostanze assolutamente casuali. Mi riferisco alla saggistica antropologica e alla poesia americana. L’antropologia innescò un lento processo di apertura verso l’esterno, cosa che l’esperienza universitaria aveva offerto in dosi carentissime, e inaugurò una fase di rimozione di quelli che nella sfera culturale si potrebbero definire freni inibitori. Espressione questa che forse suscita qualche perplessità, ma non saprei trovarne una più appropriata ripensando dopo tanto tempo a come la pluriennale ligia attenzione da parte mia a programmi e studi troppo poco discussi nel divenire delle cose, avesse stemperato una certa vivacità critica, o meglio, l’avesse messa al bando sul nascere. E qui ebbe inizio anche una singolare rottura, che purtroppo non trovò altro sbocco se non in una definitiva presa di distanza. Il chiuso delle aule aveva un volto piuttosto compiaciuto, non vi era alcuna drammatizzazione al riguardo, il corpo accademico rattrappiva ingessato e contrapposto da presunte distrofie ideologiche o da semplice disinteresse verso un progetto comune. Siccome l’obiezione sarebbe riuscita a manifestarsi solo dopo aver intrapreso dei giri molto larghi e sempre trascinandosi dietro lo spettro del fraintendimento, fu abbastanza naturale arretrare. Chiaramente nella totale indifferenza, ci sarebbe stato da sorprendersi del contrario. 
In parallelo, la poesia americana che cominciai a divorare allora, da Ezra Pound a Lawrence Ferlinghetti, gustati in piena beatitudine, nel rigetto istintivo di biografi e commentatori, mi aiutò a traghettare l’ormai appesantito bagaglio dei classici verso altre direzioni. Si può dire che sul piano letterario avvenne ciò che aveva insidiato, ribaltandolo, il mio sguardo sulla realtà. Era bastato entrare in una stanza e aprire una finestra per respirare un po’ d’aria fresca, gesti in apparenza banali ma non così tanto se qualcuno con una scusa o con un’altra ci tiene lontano dalla porta. L’ingenuità in cui mi dibattevo era tuttavia colossale. Non si tocca un personaggio ingombrante come Pound, pensando di campare solo dei suoi versi. Quello che io davo per scontato, non lo era per altri. Mi trascinai mio malgrado in una strana situazione, dove un interesse del tutto spontaneo per un poeta veniva stiracchiato e quindi platealmente tradito. Bisognava intanto capire chi fosse costei che parlava del poeta fascista. Una simpatizzante o un’innocua da palleggiare perché una bandiera fosse portata davanti a un’altra? Due aspetti che avrebbero potuto tranquillamente coesistere, sulla cui convivenza si faceva anzi un grande affidamento. Il bello però doveva ancora venire. La questione ebraica. Nel dubbio che fossi un’antisemita, l’indagine proseguì. Poiché avevo frequentazioni tedesche, pur non facendo parte di nessun empireo universitario, a che titolo soggiornavo in Germania, non avendo una borsa di studio né figurando il mio nome in nessuna zona franca nepotista? Credo di aver fatto un pieno di luoghi comuni come mai in nessun’altra stagione della mia vita. Per fortuna, quando questo controllo kafkiano mostrò il suo profilo dozzinale e abborracciato, i doni della poesia si erano già consolidati in me, e la seccatura in cui ero incappata non li poté disperdere. Fu come se stessi guadando un fiume in piena notte. Mentre qualcuno aspettava nel punto in cui mi ero immersa, pensando che sarei presto tornata indietro, i miei piedi poggiavano già su un fondale sicuro. E non se ne parlò più, com’era prevedibile, com’è sempre quando le cose cominciano mancando di autenticità, e su una forzatura così evidente pretenderebbero di accampare anche qualche diritto. 
Estate di nove anni fa, dunque. Con l’insospettabile immediatezza di un’alchimia tutto bruciò in me a una velocità vertiginosa. A un tale processo contribuì molto l’amicizia e il dialogo con una cerchia bizzarra e tutto sommato eterogenea per età e inclinazioni che mi spronò a andare fino in fondo a quel ripensamento. La rivolta interiore insomma abbracciò felicemente i suoi complici. 
Ma c’è un episodio che ricordo in particolare, fra le lunghe chiacchierate dell’anno in cui meglio mi sono conosciuta. Avvenne con uno studente fuori corso, ignoro chi me l’avesse presentato né come ci ritrovammo soli a un tavolino a parlare e parlare. Passarono due ore forse più e sembrava che ci fossimo appena seduti. A un tratto, confessò: «Io comunque mollo, ho bisogno di un lavoro. Non so neppure se lo troverò. Con questa roba non vado da nessuna parte. Qui siamo rimasti a Weber, te lo propinano come una Bibbia, e dopo sembra che non sia esistito altro. Siamo fermi al primo dopoguerra, quando va bene».
Fu una dichiarazione d’intenti abbastanza brusca e diceva tutto. Era anche molto più avanti di me. Se io avevo un’insofferenza generica verso alcune forme della ritualità accademica che mi sembravano indisponibili alla comunicazione e all’incontro, lui si era posto il problema di un’utilità reale, una ricaduta concreta di quello che era materia di studio. Fino a allora non avevo pensato di mettere in discussione, diciamo così, la sostanza del modello. Pur espressa in modo un po’ approssimato, la sua indignazione fotografava la comunità studentesca, nel suo intero o quasi, come un recipiente cui era destinato molto poco di quello che si sarebbe dovuto sapere, e quel poco era esposto a diverse storture se non proprio stravolto. Per lui, l’aver avuto coscienza di una cosa simile, bastava e avanzava a farlo desistere dal proseguire.
Qualche settimana dopo scrissi un articolo su questi temi, un articolo asciutto, direi maturo, che tuttora rivendica a pieno titolo l’attualità dell’argomento sollevato davanti a quel caffè, senza rivelare direi nessuna giovanile sfasatura, o se anche fosse, la si percepisce molto in sordina. Ecco perché mi sorprende non poco chi mi legge adesso, quando, inciampando in qualcosa che magari non gradisce su basi ideologiche, sposta il proprio fastidio su una mia presunta attitudine a imbarcarmi, a soggiacere a aspetti un po’ troppo ruvidi per una personalità femminile, a invischiarmi nella polemica – molto poco femminile anche questo – tutte cose che, volendo essere obiettivi, si sono sempre date, fin dal primo momento in cui ho cominciato a scrivere, e non mi pare abbiano corroborato nulla di eccessivamente indigesto.
Alcuni, quando leggono qualcosa senza aver prima allentato i lacci che legano la loro sensibilità, pregiudizi che condizionano irrimediabilmente il loro rapporto con l’altro, di cui credono di conoscere il carattere, tendono a scambiare un atteggiamento critico per una morbosa assiduità nel non essere in pace con se stessi. Quando dicono “arrabbiato” intendono “poverino”, mentre la rabbia è un sentimento pure molto nobile, quando è ragionato rifiuto di cose ingiuste e superficiali che attentano a un dibattito, al confronto di posizioni differenti, estromesse per impedirne l’integrazione, e non ha perciò nulla a che spartire con il pregiudizio borghese.   
E vengo a quanto ha sorretto fin qui il mio ragionare. L’incomunicabilità. Le lacerazioni che attraversano il nostro mondo, quello in cui comprensibilmente rivendichiamo di voler stare tranquilli, un mondo che nulla potrà impedire vada nella direzione della pace, della cultura e della convivenza proficua tra esseri umani, non solo in occidente ma ovunque, le tragedie che scuotono quelle che un attimo prima pensavamo fossero per noi delle indiscutibili certezze, uscire, incontrarsi, visitare un museo, sono figlie di una incomunicabilità di fondo. Siamo divisi, violentemente contrapposti anche a casa nostra. Il divario sociale scava solchi spaventosi. Disoccupazione, sacche di esclusi, diseredati, gente per cui l’opportunità di un riscatto dovrebbe essere contemplata al pari di coloro che quell’opportunità riescono a coglierla assai precocemente nella propria vita. Non possiamo ignorare che tutto questo ci indebolisca e ci esponga. La scuola, l’università devono essere strutture formative vere, comunità condivise e frequentate dai cittadini, anche dopo che il ciclo di studi di ognuno si sia concluso. Io vedo, invece, un occidente sempre più frantumato, colmo di livore, di deliri revanscisti degli uni contro gli altri, in preda a falsi ideologismi, a atteggiamenti di sconvolgente incongruenza qualsiasi siano i problemi che ci pungolano a cercare delle soluzioni. È chiaramente una guerra, strisciante, brutale come solo una guerra può esserlo, una rappresentazione bellica in astratto, perché si annida in una mentalità, quella occidentale odierna, che non vuole riconoscersi anche nelle sue debolezze. Non ci sarebbe nulla di male, anzi, ne usciremmo rafforzati. E il terrore non troverebbe più dove ingaggiare la propria battaglia.

(Di Claudia Ciardi)

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