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8 novembre 2021

Liturgia dell'agrifoglio

 

Per la rubrica «Arboreto salvatico»

L’agrifoglio, nome scientifico ilex aquifolium, appartiene alla famiglia delle aquifoliaceae. È comunemente conosciuto anche con i nomi di pungitopo maggiore o alloro spinoso e si tratta di un arbusto spontaneo, con foglie di color verde scuro che possono presentare delle striature dal bianco al giallo. I suoi frutti sono delle bacche color rosso vivo, invece i fiori sono molto piccoli riuniti in mazzetti di color bianco o rosa chiaro.
Sempreverde, originario dell’Europa centro-occidentale, attecchisce fino a 2000 metri e in condizioni ambientali favorevoli assume portamento arboreo. La pianta giovane presenta foglie spinose, pungenti, aspetti destinati negli anni a modificarsi tanto che nella parte superiore dell’arbusto le foglie diventano di forma ovoidale, meno rigide. Un vero e proprio “sviluppo caratteriale”.

Ha proprietà antispasmodiche, febbrifughe e leggermente astringenti. Per lenire la tosse basta far bollire dieci grammi di foglie essiccate in mezzo litro d’acqua, per cinque minuti; si filtri e si bevano due tazze al giorno del decotto così ottenuto.

Nel linguaggio dei fiori e delle piante l’agrifoglio simboleggia l’eternità, l’aggressività, la  forza e la resistenza. Considerata da sempre una pianta magica, i rami in particolare venivano regalati dai romani ai novelli sposi come segno di buon augurio e gesto di benedizione per la nascente unione. Già Plinio il Vecchio consigliava di piantare l’agrifoglio vicino all’ingresso di casa per proteggere l’abitazione dai demoni. Nel mondo antico si riteneva infatti che le foglie pungenti potessero allontanare gli spiriti maligni, credenza che durerà fino al medioevo quando ancora si additava lagrifoglio come talismano contro i mali. Dal momento in cui nel passato la vita domestica si svolgeva principalmente nelle cucine, intorno al camino, si pensava che questo spazio fosse la porta di entrata e di uscita degli spiriti degli antenati. Anche per tale motivo gli architravi dei camini venivano ornati con ramoscelli di agrifoglio, mentre cappe e canne fumarie erano pulite con speciali scope “magiche” formate dalle fronde della pianta. I romani associavano l’agrifoglio a Saturno dio della rigenerazione, le cui feste, i Saturnalia, coincidevano con le celebrazioni solstiziali invernali. Dal 17 al 23 dicembre infatti si rigenerava il tempo sacro. Inoltre, in epoca imperiale a Roma si era diffuso un culto di origine orientale che celebrava il Sol Invictus, il sole mai vinto: il solstizio solare cade in una stagione di morte apparente, in cui la natura riposa e attende, ma reca in sé l’auspicio della rinascita. Dopo i cosiddetti giorni di stasi (si parla infatti di solstizio, o sosta) ecco che il sole riprende la sua risalita, raggiungendo il picco massimo intorno al 21 giugno, data che segna il solstizio d’estate. Nelle società arcaiche, la cui sopravvivenza era tanto legata ai ritmi stagionali, i cicli solari erano osservati con la massima attenzione. In inverno la produzione agricola era ferma, per la sussistenza era necessario fare affidamento alle scorte accantonate durante la bella stagione, sperando in una pronta rinascita. Nasce da qui anche la tradizione del ceppo di Natale. Nel tempo di vigilia ci si recava nei boschi in cerca di un tronco robusto, possibilmente appartenente a un sempreverde, e lo si portava nelle proprie case con molte cerimonie. L’accensione del ceppo (quindi ancora un rito del fuoco e della luce) avveniva la sera prima di Natale, mentre il ceppo continuava ad ardere e a consumarsi lentamente nei successivi dodici giorni, dal 25 dicembre al 6 gennaio. Un periodo che rappresentava un piccolo anno, dove ogni giorno corrispondeva a un mese, e il cui simbolo è una ruota, emblema appunto del disco solare. Il ceppo come archetipo, elemento magico e fiabesco nel quale confluiscono le forze cicliche dell’anno, le energie vitali della natura, affiora in tanti racconti e lo ritroviamo anche nel Pinocchio di Collodi, materia inanimata-animata da cui scaturisce un prodigioso burattino vivente.

In inverno il mondo vegetale è spoglio, il paesaggio appare desolato, dai colori spenti. Ma è proprio su questo sfondo che risaltano le piante sempreverdi. Perciò sono proprio simili piante gli emblemi dell’inverno: l’edera, le conifere, il vischio e l’agrifoglio. Con le sue foglie lucide e coriacee, di colore verde brillante, e le bacche rosse l’agrifoglio è forse la pianta che più si distingue nel contesto di un paesaggio invernale. Fiorisce in tarda primavera, con piccole infiorescenze bianche, e fruttifica in inverno. Nella lingua inglese è noto come holly (francese houx, tedesco Hülse) che alcuni vedrebbero connesso al termine holy, che significa “sacro”. Tuttavia, sembrerebbe più accettabile l’origine dalla stessa radice linguistica (in inglese hight, alto, acuto) che ha dato in latino la parola culmen (punta).

Tra i Druidi, sacerdoti dei Celti, era diffusa la convinzione che l’agrifoglio avesse il potere di proteggere l’uomo dai disagi causati dalle fredde notti invernali e che si riuscisse ad addomesticare qualsiasi animale selvatico toccandolo con un grosso ramo di agrifoglio.
Quando nel 1492 Cristoforo Colombo approdò in America anche nel nuovo continente trovò delle piante di agrifoglio, scoprendo che pure per i nativi molto preziose. Ne usavano le foglie per infondere coraggio durante le battaglie e come in Europa le piantavano nei pressi dei villaggi e delle loro abitazioni per difendersi dagli spiriti maligni. Ma la scoperta più sorprendente fu l’utilizzo che queste popolazioni facevano di foglie e alcune bacche per preparare un infuso che aveva il potere di dar loro forza, conosciuto ancora oggi come matè.
Penetrata anche nella tradizione letteraria, la lode dell’agrifoglio è alla base di alcuni canti festivi, intonati durante la ricorrenza natalizia soprattutto nei paesi di cultura anglosassone. Sono le versioni moderne tratte dall’antico
Contrasto dell’agrifoglio e dell’edera (The Contest of the Holly and the Ivy), in cui le due piante sono simboli di una contesa tra donne e uomini. In alcune zone dell’Irlanda sopravvive l’usanza di questo contrasto: a Natale si organizza una gara canora in cui le donne cantano i loro pregi e sminuiscono gli uomini, cui gli uomini rispondono coi loro pregi, canzonando le donne. La tenzone si risolve nel più pacifico dei modi, con l’augurale bacio sotto il vischio, altra pianta solstiziale cui si è precedentemente accennato. Un’antica versione del canto contiene questo ritornello:

Oh, the raising of the sun

and the running of the deer

the shining of the winter stars

as the longer days draw near

 

Il sorgere del sole

e la corsa del cervo,

il brillare delle stelle in inverno

mentre le giornate più lunghe stanno per giungere.

Qui si avverte il sostrato del rituale che segna il passaggio nell’inverno propiziando anche l’avvio del nuovo ciclo solare, da cui la tradizione prende origine.
La simbologia cristiana collega l’agrifoglio alla natività di Cristo. La leggenda narra di un pastorello che a Betlemme portò in dono al bambino appena nato una corona di rami di alloro. Vergognandosi, però, del suo regalo così povero si mise a piangere e Gesù, toccando il serto di alloro, la trasformò in un meravigliosa corona di agrifoglio, mutando le lacrime in splendide bacche rosse. La promessa del ritorno della luce nel mondo si associa al nuovo nato sotto la stella di Natale. Inoltre, l’umiltà dell’agrifoglio saluta il figlio di Dio nato tra i più umili, perché il divino portatore di riscatto nasce nella semplicità e di quella semplicità si adorna, per vincere la tracotanza dei forti. Più il potere diventa superbo, più il Dio, la scintilla generatrice del rovesciamento, si fa piccola, un bambino in una mangiatoia, vegliato da animali e pastori, festeggiato con doni frugali ma di grande valenza simbolica.
Pianta liturgica per eccellenza, l’agrifoglio attraversa dunque secoli e religioni, mettendo il sigillo su uno dei cicli di natura più potenti e misteriosi, al centro dei principali rituali coltivati da civiltà fra loro differenti e lontane.

(Di Claudia Ciardi)




8 ottobre 2021

«Da fiel mir Leben zu» - Il Tetrabiblos di Tolomeo

 
Contemplare gli astri, posare lo sguardo su un cielo stellato, spettacolo cui è ormai impossibile assistere nelle aree urbane ma perfino in molte zone montane, tanto ormai l’inquinamento luminoso ha fatalmente raggiunto luoghi e altitudini che si credevano incontaminati. Eppure, da anni sentiamo ripetere che è necessario limitare i consumi, che occorre attuare con serietà e decisione piani per il risparmio energetico, insomma i buoni propositi non mancherebbero se non che nei fatti le pratiche di vita di ognuno continuano a mostrarsi molto poco rinunciatarie. Perdere un’abitudine è un po’ come uscire da se stessi, provare a osservarsi da un punto di vista esterno e, dunque, pare fra le cose più insuperabili per un essere umano, anche se queste stesse abitudini lo conducono in situazioni di pericolo o peggio.
C’è un quadro di Jean-François Millet del 1851, Notte stellata (oggi alla Yale University Art Gallery), un’opera affascinante già intrisa di suggestioni simboliste. Il pittore si era ritirato due anni prima a Barbizon, vivendo quasi come un contadino insieme alla sua famiglia, tenendo solo pochissimi contatti con gli amici più vicini che avevano condiviso con lui le medesime scelte. In questa esperienza comunitaria, di ritiro dal mondo, di pacifica ma determinata opposizione ai ritmi e agli sradicamenti imposti dalla società industriale, arte e vita coincidono. Nel citato quadro di Millet appare chiara la conquista spirituale dei due anni passati a stretto contatto con la natura. Il dono di un simile stato emotivo si traduce in una genuinità davanti al paesaggio, in una bellezza così rarefatta e delicata che ci avvicina con immediatezza a quel sentire; questa notte fulgente e silenziosa è un tutt’uno con noi, la percepiamo fisicamente intorno e dentro di noi.
In letteratura l’invocazione al mistero e al fascino notturno è una delle metafore più longeve, centro radiale di memorie poetiche, segno di liberazione, uscita, ricongiungimento con le forze latenti dell’universo nella speranza di un rinnovamento, alla ricerca di armonia, di una verità altrimenti sfuggente da restituire alla propria condizione terrena. Il riveder le stelle che scandisce l’uscita dall’inferno dantesco, lo struggente richiamo alla notte nei sonetti di Michelangelo («O notte, o dolce tempo, benché nero,/ con pace ogn’opra sempr’al fin assalta/  ben vede e ben intende chi t’esalta…»), ancora una volta arte, poesia e vita strette in un nodo sentimentale – momento contemplativo, rifugio e posa dal lavoro diurno – il canto alle costellazioni come una singolare geografia dell’alto e del sé, la lontananza-vicinanza siderale in cui si corrispondono inquietudini, attese, moti del cuore.
L’Orsa maggiore, una delle formazioni celesti meglio riconoscibili a occhio nudo anche da chi non sia un astronomo di professione, suscita ad esempio le Ricordanze leopardiane. Quella visione innesca le incredibili strofe del grande canto covato nei mesi del soggiorno a Pisa e intonato durante il rientro a Recanati, quando la notte, i profumi del giardino paterno, le sagome scure dei cipressi trascinano alle sorgenti dell’infanzia. Da brividi.
E sempre una notte, mentre attraversavo l’Abruzzo, in un paesaggio a tratti somigliante a quello incoronato dai Sibillini («quel lontano mar, quei monti azzurri») così caro all’immaginario del poeta, salmodiai per tutto il tempo i suoi versi; come in un rito aborigeno – cantare sommessamente un luogo, cantare le persone che si attraversano insieme al luogo, cantarle a sé. E la notte ascoltava, tutto ascoltava…
Non è forse la poesia un divinare a momenti tra le energie dell’universo?
«Da fiel mir Leben zu», allora mi accadde la vita, allora mi venne incontro la vita, l’esperienza quasi mistica che si fa quando si entra nella propria terra primigenia (das Erstgeborene Land) raggiunta da Ingeborg Bachmann in una delle poesie cardine della sua Invocazione all’Orsa maggiore, la terra del sé, i viali odorosi vegliati dalla notte recanatese, lente cosmica nella liturgia di Giacomo Leopardi.
Questo fluire di eterne lontananze, cercate, accolte nella letteratura e nell’arte è l’oggetto di tante riflessioni a partire dal mondo antico, nonché un fuoco perpetuo acceso sul sentire umano. La classicista e ricercatrice Alessia Rovina ci suggerisce un testo davvero singolare, quasi sconosciuto perfino agli appassionati del mondo antico, il Tetrabiblos di Tolomeo, da cui muovere verso l’esplorazione dei cieli. Una fuga dalla pesantezza terrena così da tornarne “perturbati e commossi”, ispirati dai cicli astrali. Un contributo scritto con la fine padronanza culturale che contraddistingue la nostra giovane collaboratrice, la quale ci porta per mano fra dottissimi argomenti, suscitando in noi con spontanea levità il bisogno di immergerci nelle belle costellazioni che questi temi disegnano.

(Di Claudia Ciardi)


Scrigno di stelle infinite - Cupola del Mausoleo di Galla Placidia a Ravenna


*Galla Placidia è tra le più affascinanti figure femminili del mondo antico. Figlia di Teodosio I e nipote per parte di madre dell'imperatore Valentiniano I, rapita durante il sacco di Roma del 410 d. C., andò in sposa ad Ataulfo, successore di Alarico, re dei Goti.
L'unione a quanto sembra venne accettata da Galla senza resistenze né perché costretta, sebbene la sua posizione di ostaggio non le lasciasse molti margini di scelta. Le ricostruzioni propendono per un matrimonio d'amore, purtroppo non benedetto dal tempo. Nell'atto di Galla si legge una precisa volontà politica di congiungere le forze degli invasori integrandole all'ordinamento romano per pacificarle. Una statista visionaria che provò a rovesciare le sorti della storia. 


 
«Noi siamo figli delle stelle…»

di Alessia Rovina

Per la rubrica «L'Argonauta» 

 

Mi sono per molto tempo accostata all’astrologia con bonario scetticismo, ascoltando l’oroscopo con un’irrimediabile scissione interiore: da un lato con la finta indulgenza che si accorda a quelle manifestazioni folkloristiche che si ritengono divertenti e un po’ ridicole, ma che è sempre buona creanza ascoltare e lasciare che si manifestino in tutta la loro esuberanza, pur giudicandole interiormente come assurde, dall’altro con l’irrazionale pulsione di abbandonarmi alle volontà delle luci del cielo e dei pianeti, buone e cattive divinità che dai tempi antichi continuano a far riecheggiare i loro desideri tra le infinità del cosmo. D’altro canto, da studentessa devota alle lettere, nelle mie immedesimazioni in eventuali alter ego scientifici la mia invidia era rivolta agli studiosi di astronomia. Poter possedere i mezzi per leggere – e non arrivare necessariamente a possedere – ciò che di più misterioso sovrasta l’essere umano, lo coinvolge, lo attrae, lo terrorizza, è un richiamo davvero ancestrale. Queste esperienze sopra evocate possono essere, forse violentemente, definite nella nostra lingua da due termini che ben conosciamo: astrologia ed astronomia. Nella lingua d’uso, fantasia e scienza. Effettivamente, un po’ di violenza c’è nel nostro discorrere… Ma non è affatto così per i termini da cui il nostro italiano scaturisce. Come sempre accade nelle evoluzioni contemporanee delle nostre lingue, è doveroso riportarci all’etimologia primigenia, così da percepire con chiarezza quale sentire abitasse nelle menti e nei cuori del passato. Astrologia ed astronomia, com’è noto anche oggi, condividono in parte il medesimo oggetto di studio, reso dal primo elemento, astro, dal greco τὸ ἄστρον; proprio in virtù di questa comunanza, anticamente i termini si equivalevano. L’ ἀστρολογεῖν e l’ἀστρονομεῖν erano in origine verbi che designavano concordemente lo studio delle stelle. Questa attività era così connaturata nell’uomo da essere condivisa da ogni cultura e popolo: che dire della grande sapienza astronomica del Vicino Oriente antico, tra cui si annoverano i Sumeri, i Babilonesi, che nelle fonti classiche vengono uniti ad un’altra popolazione semitica, i Caldei, così versati nell’arte astronomica da divenire sinonimo stesso di “studiosi delle stelle”, * (1) scopritori di alcuni importanti fenomeni spaziali. L’estremo Oriente, poi, non guardava dubbioso la volta celeste: gli astronomi di corte dell’imperatore della Cina affrontavano con metodologia scientifica lo studio delle stelle e dei moti dei pianeti, così come le popolazioni dell’America del Sud, come i Maya, appassionati cultori della materia celeste, così evoluti nelle loro indagini da aver edificato templi-osservatorio, i quali riuscirono ad elaborare cronologie ed almanacchi di un’esattezza strabiliante, a scopo politico e religioso, oltre ad essere stati esperti studiosi del pianeta Venere, i cui cicli regolavano la vita della popolazione. Dunque, almeno fino ad un certo punto dell’antichità, lo studio dei fenomeni celesti era, pur nel suo rigore, senza difficoltà connesso a simbologie religiose e magiche, evidentemente a buona ragione: la volta celeste, così lontana ed intrigante, non poteva non racchiudere in sé una serie di significati soprannaturali. Nell’Occidente però, ad un certo punto la situazione inizia a scricchiolare. Lo studio delle stelle e dei pianeti, in quella branca che si concentrava sull’influsso che queste realtà fisiche esercitano sull’uomo e sulla realtà a lui propria, riscoperto a Roma dopo l’assoggettamento dell’Oriente, inizia ad essere oggetto di restrizioni e divieti. Proliferavano, senza filtri di alcun genere, prontuari di quella che oggi definiremmo astrologia volta all’elaborazione di oroscopi e compendi di predizioni astrologiche, compilati spesse volte da autentici ciarlatani, pronti ad approfittare - ieri come oggi - di quel bisogno tutto umano di prevedere. In questa grande confusione, in cui ciascuno poteva farsi sacerdote del futuro, i nervi, pure dei potenti, erano comprensibilmente a fior di pelle: la superstizione rese, in epoca augustea, necessaria una regolamentazione dei pronostici astrologici, che in alcuni casi contemplò persino la pena capitale.
Il grande caos che regnava impose una distinzione anche nel mondo della speculazione/ricerca filosofica. Già nel II secolo d.C. il filosofo scettico Sesto Empirico operò una separazione tra la genetliaca – arte importata dai Caldei che stabiliva una συμπάθεια tra le cose della terra e del cielo, in un legame strettissimo ed ineluttabile in cui ogni avvenimento terrestre era causato da particolari influenze astrali – e la scienza astrologica e matematica che si serviva di particolari calcoli per prevedere – ritorna questa fondamentale necessità umana – le manifestazioni meteorologiche. Ma un importante passo è compiuto da uno studioso divenuto poi giustamente celebre: Claudio Tolomeo. Pioniere, in un momento in cui la materia astrologica era pericolosamente alla mercé di autori acritici ed impostori, di una trattazione originale ed organica in cui la paccottiglia di fantasie  riguardanti l’astrologia viene spogliata del suo alone di prodigiosa infallibilità, esposta nelle Previsioni Astrologiche, conosciute come Tetrabiblos data la suddivisione in quattro libri.
Tolomeo conduce questa voluminosa indagine con la maggiore acribia possibile,* (2) conferendo dignità di studio all’astrologia ed alle previsioni astrologiche proprio perché ricondotte con decisione nell’alveo della scienza astronomica, la μαθηματική, la quale grazie alla sua esattezza e al suo basarsi su calcoli e formule ben definite – oltre che concentrarsi su fenomeni certi, universali e verificabili –  riesce a corroborare l’elaborazione delle diverse previsioni che, ora sì, potranno riguardare i temi natali dei soggetti e delle popolazioni, senza le riserve che giustamente si porrebbero dinnanzi ad un astrologo farlocco! Naturalmente, un grande studioso come Tolomeo non può lasciarsi abbindolare dalla chimera dell’infallibilità della previsione: egli avverte l’interlocutore nel Libro I dell’impossibilità di generare un pronostico inconfutabile a causa di alcune importanti opposizioni. Anzitutto la congerie di variabili e dettagli che si concentra nel momento in cui si compiono previsioni per l’essere umano è tale da scoraggiare ogni netta presa di posizione, sia a causa dell’ambiente, che costantemente esercita la propria influenza, sia a causa di ogni possibile ostacolo che si può frapporre tra il disegno planetario e la sua effettiva attuazione terrestre.* (3) Ad ogni modo, lo studioso rileva comunque la straordinaria utilità scientifica ed umana connessa all’elaborazione di previsioni astrologiche: non bisogna infatti pretendere conoscenze inaccessibili all’uomo, ma bisogna amare e studiare tutto quanto ci è concesso del cielo e delle sue meraviglie, sapendosi accontentare delle risposte che può dare ai travagli umani, pure se talvolta il pronostico può risultare errato – e sicuramente accadrà, come Tolomeo ha razionalmente sentenziato (Tetr., I, 2, 20); inoltre, non è opportuno accanirsi contro la scienza astrologica solo per le menzogne di qualche arrogante impostore, ma anzi, grazie alla guida offerta dall’esattezza dell’astronomia, occorre proseguire nello studio dei pronostici in connessione ai vari aspetti della natura umana, in quanto secondo l’Autore è tanto utile per l’essere umano poter essere sufficientemente preparato a quanto il futuro avrà da offrirgli, sia in quegli aspetti che da Tolomeo vengono ritenuti inevitabili e tendenzialmente spiacevoli – un po’ di ironia viene provata dal lettore contemporaneo nel momento in cui l’autore elenca i differenti modi in cui la morte può sopraggiungere in base al tema natale (Tetr., IV, 9) –  sia in quegli avvenimenti in cui l’uomo ha possibilità di intervenire per modificare il corso della propria vita, esemplando i suoi movimenti e le sue decisioni sul proprio tema natale, in accordo così con le sue più profonde caratteristiche e necessità, stabilite ab origine dai transiti celesti, in una imitazione terrena dell’armonia che risuona nel magnifico Universo.
Il merito di Tolomeo, nel panorama del II secolo d. C., è notevolissimo: aver spogliato l’astrologia delle sovrastrutture religiose, esoteriche e magiche che sin dalla sua nascita l’avevano caratterizzata, affiancandola ad un metodo scientifico e verificabile improntato alla concretezza e ad una sorprendente lucidità, che traspare anche nelle pagine più originali del suo Tetrabiblos.
Cari compagni di viaggio, nell’antichità ogni navigatore degno di rispetto iniziava e proseguiva il proprio viaggio scrutando scrupolosamente la volta celeste, ricavando da essa i termini e le rotte, tracciando con i lumi il proprio cammino. È proprio con questo percorso nelle molteplici relazioni che gli uomini antichi intrattennero con gli astri che anche noi cerchiamo, oggi, di scoprire la nuova rotta che abbiamo dinnanzi.

(Di Alessia Rovina, classicista, studiosa di teatro, ricercatrice)


Note:


(1) Sono particolarmente affascinanti i frammenti che ci sono pervenuti dei cosiddetti oracoli caldaici, rivelazioni sapienziali attribuite, tra gli altri, al profeta iranico Zoroastro, i cui scopi erano l’iniziazione ai culti solari e alla pratica della teurgia, da cui l’attribuzione generalmente condivisa a Giuliano il Teurgo.

(2) D’altro canto non bisogna dimenticare la grandiosità della sua opera più nota, la Syntaxis mathematica, conosciuta con il nome di Almagesto, calco dal titolo greco dei traduttori arabi medievali, a cui dobbiamo la nostra più grande gratitudine per aver permesso la copiatura e la diffusione su larga scala dell’opera, la quale raccolse entusiasti seguaci proprio tra gli studiosi islamici a partire dal IX secolo, oltre che tra gli Europei, i quali esemplarono le loro conoscenze astronomiche proprio sul cosiddetto modello tolemaico.

(3) A tal riguardo Tolomeo distingue decisamente tra influssi planetari potenti che causano effetti ineluttabili, quali calamità naturali ed epidemie, e disegni celesti più deboli e decisamente individuali, per i quali è possibile un intervento umano in grado di modificare il corso degli eventi.

 

Edizione consultata:

Claudio Tolomeo, Le previsioni astrologiche (Tetrabiblos), a cura di Simonetta Feraboli, Milano, Fondazione Lorenzo Valla, 1995



Jean-François Millet del 1851, Notte stellata

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