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24 agosto 2022

Il colore dell'antico

 


Un leone ricolorato che rasenta il Kitsch. È un leone di Loutraki, che senza sapere da dove venga e cosa sia, si direbbe uscito da un fotogramma hollywoodiano sull’Egitto dei faraoni. O piuttosto che collocarsi nellantica Grecia sembrerebbe essere più a suo agio accanto a una chimera o tra le pagine di un bestiario medioevale. Forse un po’ eccessivo ma se vogliamo d’effetto, non c’è dubbio. Abituati a vedere l’antico come un film in bianco e nero, la scoperta del colore su questi resti di civiltà, per noi sostanzialmente acromatica, può essere destabilizzante e perfino inaccettabile. Essendo le statue e i templi (greci e le loro copie romane) giunti fino a noi privi della loro colorazione, siamo stati indotti a pensare che le opere d’arte e d’architettura nel mondo classico ne fossero totalmente sprovviste. Anche grandi storici dell’arte la pensavano così. Johann Winckelmann nel Settecento stabilì i canoni della bellezza ideale individuandoli proprio nelle statue greche decolorate dal tempo. Nulla di più lontano dalla realtà.
Nella mia adolescenza, prima ancora di andare al liceo, mi sono capitati due libri importanti sulla Grecia, importanti per me, in quanto hanno senz’altro contribuito alla nascita di una philìa verso un mondo di cui non sospettavo l’esistenza, un tesoro sepolto che mi folgorò, sensazione che ancora dura. Uno fu il librino tascabile della traduzione dei lirici greci fatta da Quasimodo – e qui ne ho parlato introducendo un bell’intervento della classicista Alessia Rovina – l’altro, un manuale per ragazzi sugli aspetti salienti della civiltà ellenica, con una porzione rilevante del testo dedicata all’arte e splendide riproduzioni dell’Eretteo colorato, di frontoni dalle luminose tonalità, di statue con panneggi e capigliature variopinte.
L’esercizio di ricostruzione della policromia sui manufatti antichi sprigiona non solo un certo fascino estetico e psicologico ma è senz’altro utile a restituirci un’immagine più veritiera di ciò che i nostri predecessori vedevano intorno a loro. Da anni i ricercatori del British Museum di Londra e della Glittoteca di Monaco di Baviera rielaborano al computer le immagini delle statue basandosi sulle tracce di colore rinvenute, con grande insoddisfazione dei più “conservatori”. L’analisi chimica ha rivelato che i colori più gettonati nell
antichità erano rosso, giallo, azzurro e bianco, più le gradazioni derivate dalla loro unione. Nonostante l’azione del tempo, restando allo spazio ellenico, numerose tracce sono state rinvenute sul frontone dell’antico tempio di Afaia a Egina, sulla Kore con peplo o Peplophoros, e sui leoni di Loutraki, di cui si diceva all’inizio. In scia a tali ricerche è in corso al Met di New York la mostra «Chroma» che presenta una serie di ricostruzioni a colori di sculture antiche del Prof. Dr. V. Brinkmann, capo del dipartimento di antichità presso la Collezione di sculture Liebieghaus, e del Dr. U. Koch-Brinkmann, da anni impegnati in questi studi, soprattutto sulla statuaria. Presentate insieme a opere originali greche e romane che riproducono soggetti simili, le ricostruzioni sono l’esito di una serie di raffronti e analisi, tra cui l’imaging 3D. Una materia che può aprire nuove vie anche nell’indagine sui testi, stimolando nuove interpretazioni e ragionamenti sulla parola, terreno complesso, perché ad esempio la definizione greca del colore rimane spesso sfuggente, di sicuro lontana dai criteri con cui le lingue moderne “osservano”.
Ricordo per la mia tesi di aver passato in rassegna diversi aspetti del colore dal lessico – con un’ampia ricognizione per l’appunto sui lessici antichi – alle teorie cromatiche. Mi capitò anche un libro sulla funzione mitologica e rituale del colore fra gli antichi greci, una densa e utilissima monografia dell’istituto di Rustavi (la prima edizione in georgiano – esperienza di lettura davvero eccentrica! – poi per fortuna recuperata in inglese). Nel mondo greco una delle dimensioni che intervengono a definire il colore è quella emotiva e per noi lettori dell’oggi – fra l’altro così bersagliati e saturati dalle immagini (come non pensare all’analisi benjaminiana) è piuttosto arduo comprendere l’uso di un certo aggettivo o sostantivo in riferimento alle sfumature di un oggetto. Ci è difficile, più difficile che in altri ambiti, raggiungere quel grado di straniamento così da riuscire a pensare in modo diverso; siamo troppo, fin troppo calati nell’incantesimo accecante della grafica, nel gorgo pubblicitario (e quando Benjamin scriveva si era solo all’inizio del grande stordimento luminoso). E in ragione di ciò, anche le ricostruzioni del colore sull’arte classica potrebbero talvolta risentire di sovrabbondanze e abbagli tutti nostri; quegli effetti un po’ vicini al Kitsch che si sono richiamati con una certa ironia ad incipit.
Ma tornando alle lingue antiche, non sono pochi i casi di assoluta incertezza per chi traduce, sebbene in linea di massima uno dei principi basilari per cui si orienta l’idea greca del colore, oltre alla sfera sentimentale, è la luminosità. Altrettanto interessante è una vistosa differenza tra la gamma cromatica greco-romana e quella orientale. A Oriente – poi si potrebbe lungamente discutere sull’orientalismo della Grecia, sulle sue infiltrazioni asiatiche, perché di fatto l’Asia Minore era luogo conteso e patria di sorprendenti ibridazioni – l’azzurro, il blu erano molto diffusi, dotati di alto valore simbolico, per lo più legati alla sfera del sacro.
A titolo d’esempio la Porta di Ishtar, oggi al Pergamon Museum di Berlino; il suo rivestimento è interamente in mattoni smaltati di blu. Oppure, sul versante della cultura egizia, la maschera di Tutankhamon o gli scarabei. Per quanto riguarda la Mesopotamia la presenza del blu dipende dal fatto che questa regione si trovasse lungo le vie commerciali che portavano i lapislazzuli dall’Afghanistan verso l’occidente. Erano gli stessi mercanti mesopotamici a gestire questo commercio, come ci è noto da documenti paleoassiri datati all’inizio del II millennio a.C. I lapislazzuli erano costosi, dunque appannaggio dei regnanti: gli oggetti d’arte che presentano un rivestimento in smalto blu o incrostazioni di pietre dello stesso colore fanno parte del corredo di tombe reali o principesche. Ciò vale anche per l’antico Egitto, dove i faraoni scambiavano l’oro con le pietre preziose in arrivo da oriente.
Per le città greche e la repubblica romana delle origini usare il blu prodotto dai lapislazzuli sarebbe stato una spesa eccessiva e anche quando l’impero romano fu abbastanza ricco da importare senza difficoltà pietre preziose, questo commercio non vi attecchì. In età arcaica per i greci e i romani il blu era stato un colore difficile da reperire e questo fu uno dei motivi fondamentali per cui anche la parola stessa con cui riferirsi alla sua gamma cromatica tende a sfuggire al vocabolario. La presenza più o meno affermata di un colore, la capacità di produrlo con facilità e dunque di identificarlo con chiarezza, ebbe infatti una grossa influenza sul lessico.
Una storia affascinante e ancora da esplorare in molte delle sue declinazioni, che non si ferma allo studio delle opere d’arte ma coinvolge gli usi della lingua, le manifestazioni cultuali, i processi di stratificazione dell’immaginario collettivo, le sensibilità dei singoli artisti, letterati, pensatori, in un’osmosi estremamente ampia, che presuppone altrettanta versatilità negli osservatori-lettori.

(Di Claudia Ciardi)

 




Ricostruzione di un tempio greco con Gorgone sul frontone

 

Urna con tracce di colore - Museo lapidario Maffeiano - Verona
Foto di Claudia Ciardi ©


24 marzo 2022

Lirici greci

 
1994, tredici anni. Da una cassettina dei libri vedo spuntare un quadrato tascabile di un colore a cui non potevo resistere. Questa acquamarina psichedelica che faceva sembrare il libro uno strano incrocio fra un manga e un pezzetto di porcellana, altro non era che ledizione dei lirici greci tradotti da Salvatore Quasimodo, apparsi nei “miti poesia” della Mondadori. Un tassello delle piccole collane economiche che hanno fatto la storia editoriale negli anni Novanta, insieme ai cento pagine-mille lire della Newton Compton (le tre cantiche di Dante montate in un formato geniale che le rendeva comodamente leggibili e a portata di mano).
Visto che per me il colore è un elemento decisionale importante, feci subito mia questa bizzarra creaturina. Il colore era già una promessa di ogni bene. E infatti il volumetto quadrato di Quasimodo con copertina celeste e dorata mi sorprese come un fulmine a ciel sereno. In senso positivo. Un fulmine iniziatico. Verso dopo verso approdavo alla mia prima Grecia tutta adolescenziale, una cosa da Sturm und Drang ma più esplosiva e forse un po’ più “svenevole”, come dice la nostra Alessia Rovina nel suo contributo, mettendoci in guardia da letture esagerate e sovrabbondanti.
E però, a quell’età va anche bene così. Il classicista in erba si costruisce la sua patria con molta fantasia e in quelle architetture che sono l’emanazione del mito, anzi sono il mito stesso, si sente proprio a suo agio, non vorrebbe scambiarle per nulla di più oggettivo. Se poi il primo incontro è coi poeti, allora la mitologia della parola entrerà nella mente del giovane e gli resterà sempre, qualsiasi lingua legga, qualsiasi studio affronti in futuro. Ovunque e comunque gli resterà quel soffio, quasi un primitivo incantesimo che sarà per lui misura di tutto il resto.
Nel suo puntuale e raffinato articolo Alessia Rovina ci spiega l’attrazione fatale che da sempre la lirica greca esercita rispetto ad altri elementi dell’antico. Una sorta di irresistibile rabdomanzia capace di accendere trasversalmente gli immaginari. Sarà anche perché la frammentarietà con cui il suo corpo ci si offre, riconduce a una dimensione ermetica novecentesca, per così dire familiare. La grecità è bella anche per questo, per le ombre che non si afferrano, per quelle presenze perdute che pure si intuiscono e che, talvolta, sentiamo vicinissime, anche nella loro assenza. È ancora il lavorio dell’immaginazione che desidera colmare la lacuna ma che al contempo impara ad amarla così. Ce lo spiega molto bene la nostra autrice quando parla di «serena accettazione che va a curare le inevitabili mancanze», che comporta «la necessità non ridondante di tornare, sempre e comunque, a studiare, di nuovo. Talvolta, da capo». Ecco il senso dello studio dell’antico e del percorrere le orme elleniche in particolare. Perché la costante matematica phi, armonia e archè (ἀρχή) delle cose, non è solo in tutta l’arte greca ma anche in ogni sillaba della sua lingua, in ogni respiro della sua inarrivabile poesia.
Ed è proprio ciò in cui consiste la nostra proporzione aurea, quella che ci guida a cogliere la correlazione tra i fenomeni. La mia di sicuro mi è venuta dalle mani di queste immortali cadenze, oltre che dai monumenti della città in cui ho avuto la sfacciata fortuna di nascere – dove non considero un caso l’aver incontrato alcuni dei maggiori maestri della cultura greca – due poli attrattivi potentissimi, accumulatori cosmici di energia e bellezza.

(Di Claudia Ciardi)



  Di pianto, beffa e celebrazione - Il multiforme volto della lirica arcaica

Di Alessia Rovina
Per la rubrica «L’Argonauta»

Il panorama letterario della Grecità di ieri è, come sappiamo e come mai ci stancheremo di ripetere, immenso. Ed immensa parte è quella che resta a noi sconosciuta, arto mutilo e chissà quanto valido. Di sicuro, preziosissimo, proprio come ogni sussurro che qualsiasi civiltà antica ci fa dono di restituire. Potrebbe sembrare un cliché per i non addetti ai lavori, e rischia di diventare una banalità per chi in questo patrimonio vive immerso, talvolta sopraffatto dalla mole della ricerca e della fatica, ma è davvero bene non scordarsi che il mondo greco ci ha lasciato in eredità un patrimonio caratterizzato da una varietas tale da andare ad intercettare una quantità straordinaria di informazioni e conoscenze, che necessitano di precisione chirurgica per una ricostruzione che sia il più possibile coerente, contestualizzata e responsabile. Ma anche, mi permetto di aggiungere sulla scorta dei Maestri che ho la fortuna di ascoltare quotidianamente in Università, di una buona dose di serena accettazione, che va a curare le inevitabili mancanze, le frammentarietà e quell’irresistibile, piccolo scarto ermeneutico che resta, sempre e comunque, tra noi ed ogni opera di ciascun passato prodotta da qualsiasi cultura, indipendentemente dalla bibliografia prodotta, e che costituisce quel seducente fascino che ci richiede continuamente di tornare e ritornare a scrutare le orme del nostro ieri. Questo è dunque l’invito ed il significato di fondo: la necessità non ridondante di tornare, sempre e comunque, a studiare, di nuovo. Talvolta, da capo.
Non sfugge da questa mia considerazione iniziale il panorama che la tradizione ci riporta sotto il nome di lirica, definita poi nella prassi scolastica come lirica greca arcaica. Una denominazione davvero vaga e ampia, la quale va ad abbracciare non solo un numero considerevole di autori, ma anche una copia di caratteristiche metriche, stilistiche e compositive che giustifica i successivi tentativi di raggruppamento contemporaneo secondo le categorie di genere ed esecuzione. Ecco così che i moderni manuali di storia della letteratura greca ci consegnano una suddivisione tra poeti giambici ed elegiaci e melici monodici e corali.
La prassi filologica alessandrina, d’altro canto, concepiva all’interno del vario magma di autori definiti come λυρικοί, [NOTA 1] una suddivisone monografica per singolo poeta a sua volta distribuita in differenti libri [NOTA 2] che raccoglievano i componimenti giunti.
La lirica arcaica vede la sua nascita in un momento particolare e di transizione umana, sociale, politica e culturale. La stagione dei grandi cicli epici arcaici, troneggiati dall’insuperabile eccellenza costituita da Omero [NOTA 3], prodotto della cultura e dell’organizzazione sociopolitica propria del momento conosciuto come Dark Ages, viene affiancata dalla lirica, che, pur avendo conosciuto manifestazioni preletterarie, si sviluppa come espressione di una grecità che conosce l’organizzazione in πόλεις all’interno delle quali, tra l’VIII ed il VI secolo, si consumano aspre lotte per il potere, profonde rivoluzioni politiche e grandi spostamenti di masse umane. I nuovi cantori sono gli esponenti delle classi sociali più in vista, impegnati nella lotta per l’espansione o per il dominio, conoscitori della lancia e dei doni delle Muse [NOTA 4]. Di nuovo, cantori saranno aristocratici in lotta per la propria supremazia in un’accesissima guerriglia tra consorterie, o altolocate istruttrici di giovani fanciulle. Infine, i poeti saranno artisti di corti, al servizio di tiranni che diverranno i nuovi finanziatori e committenti dei versi poetici. Le tematiche trattate sono le più varie e sono indubbiamente influenzate dal genere scelto. Se l’elegia conoscerà una inclinazione sapienziale, esortativa o mitico-narrativa non esente dal gusto per la γνώμη, il giambo avrà come oggetto principale l’invettiva, l’irrisione di determinati individui e classi sociali, la burla dotta. E così la lirica corale, irrimediabilmente collegata all’occasione compositiva, come ad esempio gli agoni sportivi, i giochi olimpici, oppure i momenti topici della vita di una giovane, come le nozze.
La collocazione temporale in cui questi versi vennero alla luce e soprattutto la nuova facies assunta decretò, oltre ad un’immensa fortuna della lirica greca e la garanzia di una eco che giunge sino a noi, anche qualche sventura, dovuta soprattutto a difficoltà ermeneutiche, filologiche e critiche.
Anzitutto, lo stato dei testi e dei testimoni (diretti ed indiretti) che trasmettono a noi questi componimenti sono spesso mutili e parziali, cosicché la frammentarietà è spesso un ineludibile caveat con il quale il filologo deve fare i conti. Tuttavia, nel mentre che si mantiene come faro il rispetto del testo che si ha dinnanzi, non sono impossibili stravolgimenti o soccorsi che intervengono da nuove fortunose scoperte, specialmente papiracee: destarono scalpore, tra gli altri, rinvenimenti come il P. Oxy. 4708, portatore di un ampio brano elegiaco di Archiloco – conosciuto come L’elegia di Telefo – in grado di ridimensionare la nostra concezione dello stile poetico del πρῶτος εὑρετής del giambo, oppure la pubblicazione del P. Mil. Vogl. VIII 309, frammento di un’antologia contenente un consistente numero di epigrammi di Posidippo di Pella, del quale pure si aveva una conoscenza limitata. Che dire poi di pubblicazioni fondamentali come quelle di alcuni commentari alcaici in grado di restituirci nuove soluzioni – e inevitabilmente nuovi crucci! – come nel caso di P. Oxy. 3711, o ancora, per tornare al Pario, il rinvenimento dei frammenti papiracei di P. Oxy. VI 854 in grado di integrare il fr. 4 W.2 Guai infine a passare sotto silenzio i papiri che la critica conosce come “la nuova Saffo” – P. Köln 21351 – e “la nuovissima Saffo” – P. Saffo Obbink: di nuovo, integrazioni ed inevitabili nuove sfide. Pur non escludendo alcuna possibilità di rivalsa della tradizione, lo stato dei testi e dei testimoni pone sempre cautele che non vanno assolutamente ignorate, e sempre più in questa ottica sta lavorando la filologia contemporanea. [NOTA 5]
In secondo luogo, una innovazione che costituisce una grande complicazione è la presenza della menzione di un io poetico o io lirico. Sovente, questo parlare in prima persona, rivolgendo inviti, dispensando sentenze o ricordando determinate esperienze, ha creato numerosi fraintendimenti già tra gli antichi. Un procedimento assolutamente in uso presso questi nostri predecessori era la redazione di biografie e/o commenti di determinate figure politiche e letterarie, e per questi ultimi spesso le notizie erano attinte direttamente dalle opere poetiche secondo un procedimento autoschediastico, di modo che ciò che ne scaturivano erano tradizioni fiabesche, ingiuriose e in alcuni punti assolutamente non fededegne. Coloro che ne pagavano le spese erano i cantori e le cantrici che si vedevano o innalzati a livelli sovrumani o, più spesso, abbassati a livelli popolareschi e volgari. Due casi, anche solo sommariamente, mi sentirei in dovere di citare, dato l’inevitabile stupore in grado di generare e la eco avuta, in grado di risuonare sino a pochi decenni fa.
Il primo è il fr. 5 W.2 di Archiloco. Si tratta di un turning point all’interno della produzione arcaica. L’elegia si apre con la menzione quanto mai generica di un Saio che si gloria di uno scudo ellenico ritrovato presso un cespuglio, un’arma che apprendiamo essere di bellezza e precisione mitica, ma che ha conosciuto un altro possessore: il poeta stesso. Egli si ritrovò costretto ad abbandonare l’ingombrante oggetto contro il suo volere per avere in cambio un altro bene: salvare la propria vita. Di fronte a questa impegnativa scelta/bilancio/paragone, che cosa può importare di quello scudo? Alla malora! Il poeta se ne potrà benissimo procurare un altro, parimenti valido e bello, magari in un’altra occasione bellica.
Ora, quanto ad un nostro contemporaneo parrebbe una scelta più che mai ragionevole e assennata, non mancò di scandalizzare gli antichi, destinando Archiloco ad una dura condanna della quale si vedono i primi segni di assoluzione dall’accusa di vigliaccheria nell’Ottocento, ad opera dello Schneidewin.
Entrando nel dettaglio di questa elegia notiamo che la tradizione testuale è interessata, in fase imperiale e tardo-antica, da notevole discordia. La difformità delle lezioni presentate nella citazione del frammento da parte dei testimoni antichi va da risolvibili varianti grammaticali ad aggiunte sicuramente comprensibili e che restituiscono un senso compiuto, ma che sono irrisolvibili glosse, spiegazioni aggiuntive e scivolamenti lemmatici in cui gli autori hanno spesso profuso le proprie opinioni, nella maggior parte dei casi mai troppo lusinghiere nei confronti del Pario che si rende colpevole di un disonore: l’abbandono delle armi, presumibilmente lasciate per agevolare la fuga dal campo di battaglia. Il giudizio nato in antico dalla lettura di questo frammento fu di pressoché unanime sdegno e causa della nomea di Archiloco di vile e codardo, forse motivo all’origine di una tradizione sicuramente particolare e davanti alla quale giova sospendere il giudizio, riferitaci da Plutarco, la quale riporterebbe di una condanna del poeta da parte di Sparta a causa del comportamento disonorevole da questi mantenuto in battaglia, quando è ben nota la rigorosa etica marziale professata dalla polis laconica [NOTA 6]. La situazione non è agevolata nemmeno dalla citazione da parte di Aristofane all’interno di una serrata sticomitia di gusto squisitamente letterario, nella quale di nuovo l’abbandono dello scudo viene ascritto alla vergogna provocata ai genitori [NOTA 7]. Non tutte le letture però vengono per nuocere. Originale, in particolare, fu l’interpretazione che la tradizione neoplatonica dette del frammento in questione. Olimpiodoro, Proclo, Elia e lo Pseudo-Elia difatti lodarono Archiloco interpretando il getto dello scudo come l’atto di liberazione dal fardello del corpo che imprigiona l’anima.
Il nostro Archiloco non è stato il solo sventurato, in questa lotta della tradizione testuale di ieri e di oggi. Un altro collega, giambografo, fu oggetto di malintesi sino al secolo scorso, e solo un’attentissima rilettura critica e scientifica, portata avanti peraltro con vigore anche dall’illustre filologo italiano Enzo Degani, riuscì gradualmente a riportare la lente d’ingrandimento sulle sue qualità poetiche nonché sulla sua indiscutibile abilità letteraria e la raffinatezza lessicale. Parliamo di Ipponatte, non il disperato straccione e pitocco che parte della critica ha tratteggiato.
La lirica greca ha da sempre un ruolo estremamente rilevante all’interno del dibattito scientifico, e senza dubbio è uno degli aspetti delle lettere classiche che più si presta all’apprezzamento unanime e, proprio per questo, presta il fianco ad atteggiamenti acritici e talvolta pure svenevoli. Tuttavia, crediamo fermamente che la continua ricerca e il costante lavoro per la migliore ricostruzione dei contesti compositivi e la lettura critica di questi cantori antichi nulla tolgano al loro indiscutibile fascino, ma anzi continuino ad accompagnarci in quella che comunque sarà sempre una relazione in grado di suscitare pianto, scherno e magnificenza, oltre che inevitabili riflessioni sui significati che questi versi trasmettono a ciascuno di noi.

(Di Alessia Rovina, classicista, ricercatrice, studiosa di teatro)

 

Note e suggerimenti bibliografici a cura di Alessia Rovina:

Nota 1: Si tratta del noto “canone dei nove lirici”, compilato in accordo con la costituzione del restante Canone alessandrino ad opera dei filologi e dei grammatici della Biblioteca di Alessandria all’altezza del III sec. a.C. Esso comprendeva Alceo, Saffo, Anacreonte, Alcmane, Stesicoro, Ibico, Simonide, Bacchilide, Pindaro. Non mancavano naturalmente i canoni anche per gli altri generi poetici.

Nota 2: Con il termine “libri” qui si designa naturalmente la prassi editoriale che divideva le opere, non il supporto cartaceo rilegato che ora conosciamo sotto questo nome. La trascrizione delle edizioni in età alessandrina avveniva su rotoli papiracei.

Nota 3: La produzione letteraria da sempre straordinaria e giunta sotto il nome di Omero costituisce l’immancabile modello stilistico ed espressivo di ogni stagione della grecità, dall’età antica alla contemporaneità, passando per i secoli dell’Impero Bizantino che non hanno certo cessato l’attività ermeneutica e filologica sui due grandi poemi mitici. Iliade ed Odissea non sfuggivano all’erudita penna dei patriarchi e dei monaci.

Nota 4: Arch., fr. 1 W.²

Nota 5: La filologia è disciplina assolutamente delicata. Nonostante ciò, essa è sotto la guida di coloro che la praticano, e con gli anni mutano inevitabilmente gli indirizzi di lavoro. Se nell’Ottocento non mancava una spesso eccessiva smania di intervento sul testo, ora si predilige una linea più rispettosa e cauta.

Nota 6: Plut., Inst. Lac. 34, 239b.

Nota 7: Ar., Pax, 1298-1301. Si noti come mai l’operazione aristofanea del riuso letterario sia scevra da raffinatezza stilistica e conoscenza dotta.

* Esistono assai numerose monografie ed antologie sui lirici greci, sia in versione tascabile ed economica sia in edizione critica. Per l’una e per l’altra categoria ottime sono le edizioni della BUR e i volumi editi dalla Fondazione Lorenzo Valla.


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