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24 marzo 2022

Lirici greci

 
1994, tredici anni. Da una cassettina dei libri vedo spuntare un quadrato tascabile di un colore a cui non potevo resistere. Questa acquamarina psichedelica che faceva sembrare il libro uno strano incrocio fra un manga e un pezzetto di porcellana, altro non era che ledizione dei lirici greci tradotti da Salvatore Quasimodo, apparsi nei “miti poesia” della Mondadori. Un tassello delle piccole collane economiche che hanno fatto la storia editoriale negli anni Novanta, insieme ai cento pagine-mille lire della Newton Compton (le tre cantiche di Dante montate in un formato geniale che le rendeva comodamente leggibili e a portata di mano).
Visto che per me il colore è un elemento decisionale importante, feci subito mia questa bizzarra creaturina. Il colore era già una promessa di ogni bene. E infatti il volumetto quadrato di Quasimodo con copertina celeste e dorata mi sorprese come un fulmine a ciel sereno. In senso positivo. Un fulmine iniziatico. Verso dopo verso approdavo alla mia prima Grecia tutta adolescenziale, una cosa da Sturm und Drang ma più esplosiva e forse un po’ più “svenevole”, come dice la nostra Alessia Rovina nel suo contributo, mettendoci in guardia da letture esagerate e sovrabbondanti.
E però, a quell’età va anche bene così. Il classicista in erba si costruisce la sua patria con molta fantasia e in quelle architetture che sono l’emanazione del mito, anzi sono il mito stesso, si sente proprio a suo agio, non vorrebbe scambiarle per nulla di più oggettivo. Se poi il primo incontro è coi poeti, allora la mitologia della parola entrerà nella mente del giovane e gli resterà sempre, qualsiasi lingua legga, qualsiasi studio affronti in futuro. Ovunque e comunque gli resterà quel soffio, quasi un primitivo incantesimo che sarà per lui misura di tutto il resto.
Nel suo puntuale e raffinato articolo Alessia Rovina ci spiega l’attrazione fatale che da sempre la lirica greca esercita rispetto ad altri elementi dell’antico. Una sorta di irresistibile rabdomanzia capace di accendere trasversalmente gli immaginari. Sarà anche perché la frammentarietà con cui il suo corpo ci si offre, riconduce a una dimensione ermetica novecentesca, per così dire familiare. La grecità è bella anche per questo, per le ombre che non si afferrano, per quelle presenze perdute che pure si intuiscono e che, talvolta, sentiamo vicinissime, anche nella loro assenza. È ancora il lavorio dell’immaginazione che desidera colmare la lacuna ma che al contempo impara ad amarla così. Ce lo spiega molto bene la nostra autrice quando parla di «serena accettazione che va a curare le inevitabili mancanze», che comporta «la necessità non ridondante di tornare, sempre e comunque, a studiare, di nuovo. Talvolta, da capo». Ecco il senso dello studio dell’antico e del percorrere le orme elleniche in particolare. Perché la costante matematica phi, armonia e archè (ἀρχή) delle cose, non è solo in tutta l’arte greca ma anche in ogni sillaba della sua lingua, in ogni respiro della sua inarrivabile poesia.
Ed è proprio ciò in cui consiste la nostra proporzione aurea, quella che ci guida a cogliere la correlazione tra i fenomeni. La mia di sicuro mi è venuta dalle mani di queste immortali cadenze, oltre che dai monumenti della città in cui ho avuto la sfacciata fortuna di nascere – dove non considero un caso l’aver incontrato alcuni dei maggiori maestri della cultura greca – due poli attrattivi potentissimi, accumulatori cosmici di energia e bellezza.

(Di Claudia Ciardi)



  Di pianto, beffa e celebrazione - Il multiforme volto della lirica arcaica

Di Alessia Rovina
Per la rubrica «L’Argonauta»

Il panorama letterario della Grecità di ieri è, come sappiamo e come mai ci stancheremo di ripetere, immenso. Ed immensa parte è quella che resta a noi sconosciuta, arto mutilo e chissà quanto valido. Di sicuro, preziosissimo, proprio come ogni sussurro che qualsiasi civiltà antica ci fa dono di restituire. Potrebbe sembrare un cliché per i non addetti ai lavori, e rischia di diventare una banalità per chi in questo patrimonio vive immerso, talvolta sopraffatto dalla mole della ricerca e della fatica, ma è davvero bene non scordarsi che il mondo greco ci ha lasciato in eredità un patrimonio caratterizzato da una varietas tale da andare ad intercettare una quantità straordinaria di informazioni e conoscenze, che necessitano di precisione chirurgica per una ricostruzione che sia il più possibile coerente, contestualizzata e responsabile. Ma anche, mi permetto di aggiungere sulla scorta dei Maestri che ho la fortuna di ascoltare quotidianamente in Università, di una buona dose di serena accettazione, che va a curare le inevitabili mancanze, le frammentarietà e quell’irresistibile, piccolo scarto ermeneutico che resta, sempre e comunque, tra noi ed ogni opera di ciascun passato prodotta da qualsiasi cultura, indipendentemente dalla bibliografia prodotta, e che costituisce quel seducente fascino che ci richiede continuamente di tornare e ritornare a scrutare le orme del nostro ieri. Questo è dunque l’invito ed il significato di fondo: la necessità non ridondante di tornare, sempre e comunque, a studiare, di nuovo. Talvolta, da capo.
Non sfugge da questa mia considerazione iniziale il panorama che la tradizione ci riporta sotto il nome di lirica, definita poi nella prassi scolastica come lirica greca arcaica. Una denominazione davvero vaga e ampia, la quale va ad abbracciare non solo un numero considerevole di autori, ma anche una copia di caratteristiche metriche, stilistiche e compositive che giustifica i successivi tentativi di raggruppamento contemporaneo secondo le categorie di genere ed esecuzione. Ecco così che i moderni manuali di storia della letteratura greca ci consegnano una suddivisione tra poeti giambici ed elegiaci e melici monodici e corali.
La prassi filologica alessandrina, d’altro canto, concepiva all’interno del vario magma di autori definiti come λυρικοί, [NOTA 1] una suddivisone monografica per singolo poeta a sua volta distribuita in differenti libri [NOTA 2] che raccoglievano i componimenti giunti.
La lirica arcaica vede la sua nascita in un momento particolare e di transizione umana, sociale, politica e culturale. La stagione dei grandi cicli epici arcaici, troneggiati dall’insuperabile eccellenza costituita da Omero [NOTA 3], prodotto della cultura e dell’organizzazione sociopolitica propria del momento conosciuto come Dark Ages, viene affiancata dalla lirica, che, pur avendo conosciuto manifestazioni preletterarie, si sviluppa come espressione di una grecità che conosce l’organizzazione in πόλεις all’interno delle quali, tra l’VIII ed il VI secolo, si consumano aspre lotte per il potere, profonde rivoluzioni politiche e grandi spostamenti di masse umane. I nuovi cantori sono gli esponenti delle classi sociali più in vista, impegnati nella lotta per l’espansione o per il dominio, conoscitori della lancia e dei doni delle Muse [NOTA 4]. Di nuovo, cantori saranno aristocratici in lotta per la propria supremazia in un’accesissima guerriglia tra consorterie, o altolocate istruttrici di giovani fanciulle. Infine, i poeti saranno artisti di corti, al servizio di tiranni che diverranno i nuovi finanziatori e committenti dei versi poetici. Le tematiche trattate sono le più varie e sono indubbiamente influenzate dal genere scelto. Se l’elegia conoscerà una inclinazione sapienziale, esortativa o mitico-narrativa non esente dal gusto per la γνώμη, il giambo avrà come oggetto principale l’invettiva, l’irrisione di determinati individui e classi sociali, la burla dotta. E così la lirica corale, irrimediabilmente collegata all’occasione compositiva, come ad esempio gli agoni sportivi, i giochi olimpici, oppure i momenti topici della vita di una giovane, come le nozze.
La collocazione temporale in cui questi versi vennero alla luce e soprattutto la nuova facies assunta decretò, oltre ad un’immensa fortuna della lirica greca e la garanzia di una eco che giunge sino a noi, anche qualche sventura, dovuta soprattutto a difficoltà ermeneutiche, filologiche e critiche.
Anzitutto, lo stato dei testi e dei testimoni (diretti ed indiretti) che trasmettono a noi questi componimenti sono spesso mutili e parziali, cosicché la frammentarietà è spesso un ineludibile caveat con il quale il filologo deve fare i conti. Tuttavia, nel mentre che si mantiene come faro il rispetto del testo che si ha dinnanzi, non sono impossibili stravolgimenti o soccorsi che intervengono da nuove fortunose scoperte, specialmente papiracee: destarono scalpore, tra gli altri, rinvenimenti come il P. Oxy. 4708, portatore di un ampio brano elegiaco di Archiloco – conosciuto come L’elegia di Telefo – in grado di ridimensionare la nostra concezione dello stile poetico del πρῶτος εὑρετής del giambo, oppure la pubblicazione del P. Mil. Vogl. VIII 309, frammento di un’antologia contenente un consistente numero di epigrammi di Posidippo di Pella, del quale pure si aveva una conoscenza limitata. Che dire poi di pubblicazioni fondamentali come quelle di alcuni commentari alcaici in grado di restituirci nuove soluzioni – e inevitabilmente nuovi crucci! – come nel caso di P. Oxy. 3711, o ancora, per tornare al Pario, il rinvenimento dei frammenti papiracei di P. Oxy. VI 854 in grado di integrare il fr. 4 W.2 Guai infine a passare sotto silenzio i papiri che la critica conosce come “la nuova Saffo” – P. Köln 21351 – e “la nuovissima Saffo” – P. Saffo Obbink: di nuovo, integrazioni ed inevitabili nuove sfide. Pur non escludendo alcuna possibilità di rivalsa della tradizione, lo stato dei testi e dei testimoni pone sempre cautele che non vanno assolutamente ignorate, e sempre più in questa ottica sta lavorando la filologia contemporanea. [NOTA 5]
In secondo luogo, una innovazione che costituisce una grande complicazione è la presenza della menzione di un io poetico o io lirico. Sovente, questo parlare in prima persona, rivolgendo inviti, dispensando sentenze o ricordando determinate esperienze, ha creato numerosi fraintendimenti già tra gli antichi. Un procedimento assolutamente in uso presso questi nostri predecessori era la redazione di biografie e/o commenti di determinate figure politiche e letterarie, e per questi ultimi spesso le notizie erano attinte direttamente dalle opere poetiche secondo un procedimento autoschediastico, di modo che ciò che ne scaturivano erano tradizioni fiabesche, ingiuriose e in alcuni punti assolutamente non fededegne. Coloro che ne pagavano le spese erano i cantori e le cantrici che si vedevano o innalzati a livelli sovrumani o, più spesso, abbassati a livelli popolareschi e volgari. Due casi, anche solo sommariamente, mi sentirei in dovere di citare, dato l’inevitabile stupore in grado di generare e la eco avuta, in grado di risuonare sino a pochi decenni fa.
Il primo è il fr. 5 W.2 di Archiloco. Si tratta di un turning point all’interno della produzione arcaica. L’elegia si apre con la menzione quanto mai generica di un Saio che si gloria di uno scudo ellenico ritrovato presso un cespuglio, un’arma che apprendiamo essere di bellezza e precisione mitica, ma che ha conosciuto un altro possessore: il poeta stesso. Egli si ritrovò costretto ad abbandonare l’ingombrante oggetto contro il suo volere per avere in cambio un altro bene: salvare la propria vita. Di fronte a questa impegnativa scelta/bilancio/paragone, che cosa può importare di quello scudo? Alla malora! Il poeta se ne potrà benissimo procurare un altro, parimenti valido e bello, magari in un’altra occasione bellica.
Ora, quanto ad un nostro contemporaneo parrebbe una scelta più che mai ragionevole e assennata, non mancò di scandalizzare gli antichi, destinando Archiloco ad una dura condanna della quale si vedono i primi segni di assoluzione dall’accusa di vigliaccheria nell’Ottocento, ad opera dello Schneidewin.
Entrando nel dettaglio di questa elegia notiamo che la tradizione testuale è interessata, in fase imperiale e tardo-antica, da notevole discordia. La difformità delle lezioni presentate nella citazione del frammento da parte dei testimoni antichi va da risolvibili varianti grammaticali ad aggiunte sicuramente comprensibili e che restituiscono un senso compiuto, ma che sono irrisolvibili glosse, spiegazioni aggiuntive e scivolamenti lemmatici in cui gli autori hanno spesso profuso le proprie opinioni, nella maggior parte dei casi mai troppo lusinghiere nei confronti del Pario che si rende colpevole di un disonore: l’abbandono delle armi, presumibilmente lasciate per agevolare la fuga dal campo di battaglia. Il giudizio nato in antico dalla lettura di questo frammento fu di pressoché unanime sdegno e causa della nomea di Archiloco di vile e codardo, forse motivo all’origine di una tradizione sicuramente particolare e davanti alla quale giova sospendere il giudizio, riferitaci da Plutarco, la quale riporterebbe di una condanna del poeta da parte di Sparta a causa del comportamento disonorevole da questi mantenuto in battaglia, quando è ben nota la rigorosa etica marziale professata dalla polis laconica [NOTA 6]. La situazione non è agevolata nemmeno dalla citazione da parte di Aristofane all’interno di una serrata sticomitia di gusto squisitamente letterario, nella quale di nuovo l’abbandono dello scudo viene ascritto alla vergogna provocata ai genitori [NOTA 7]. Non tutte le letture però vengono per nuocere. Originale, in particolare, fu l’interpretazione che la tradizione neoplatonica dette del frammento in questione. Olimpiodoro, Proclo, Elia e lo Pseudo-Elia difatti lodarono Archiloco interpretando il getto dello scudo come l’atto di liberazione dal fardello del corpo che imprigiona l’anima.
Il nostro Archiloco non è stato il solo sventurato, in questa lotta della tradizione testuale di ieri e di oggi. Un altro collega, giambografo, fu oggetto di malintesi sino al secolo scorso, e solo un’attentissima rilettura critica e scientifica, portata avanti peraltro con vigore anche dall’illustre filologo italiano Enzo Degani, riuscì gradualmente a riportare la lente d’ingrandimento sulle sue qualità poetiche nonché sulla sua indiscutibile abilità letteraria e la raffinatezza lessicale. Parliamo di Ipponatte, non il disperato straccione e pitocco che parte della critica ha tratteggiato.
La lirica greca ha da sempre un ruolo estremamente rilevante all’interno del dibattito scientifico, e senza dubbio è uno degli aspetti delle lettere classiche che più si presta all’apprezzamento unanime e, proprio per questo, presta il fianco ad atteggiamenti acritici e talvolta pure svenevoli. Tuttavia, crediamo fermamente che la continua ricerca e il costante lavoro per la migliore ricostruzione dei contesti compositivi e la lettura critica di questi cantori antichi nulla tolgano al loro indiscutibile fascino, ma anzi continuino ad accompagnarci in quella che comunque sarà sempre una relazione in grado di suscitare pianto, scherno e magnificenza, oltre che inevitabili riflessioni sui significati che questi versi trasmettono a ciascuno di noi.

(Di Alessia Rovina, classicista, ricercatrice, studiosa di teatro)

 

Note e suggerimenti bibliografici a cura di Alessia Rovina:

Nota 1: Si tratta del noto “canone dei nove lirici”, compilato in accordo con la costituzione del restante Canone alessandrino ad opera dei filologi e dei grammatici della Biblioteca di Alessandria all’altezza del III sec. a.C. Esso comprendeva Alceo, Saffo, Anacreonte, Alcmane, Stesicoro, Ibico, Simonide, Bacchilide, Pindaro. Non mancavano naturalmente i canoni anche per gli altri generi poetici.

Nota 2: Con il termine “libri” qui si designa naturalmente la prassi editoriale che divideva le opere, non il supporto cartaceo rilegato che ora conosciamo sotto questo nome. La trascrizione delle edizioni in età alessandrina avveniva su rotoli papiracei.

Nota 3: La produzione letteraria da sempre straordinaria e giunta sotto il nome di Omero costituisce l’immancabile modello stilistico ed espressivo di ogni stagione della grecità, dall’età antica alla contemporaneità, passando per i secoli dell’Impero Bizantino che non hanno certo cessato l’attività ermeneutica e filologica sui due grandi poemi mitici. Iliade ed Odissea non sfuggivano all’erudita penna dei patriarchi e dei monaci.

Nota 4: Arch., fr. 1 W.²

Nota 5: La filologia è disciplina assolutamente delicata. Nonostante ciò, essa è sotto la guida di coloro che la praticano, e con gli anni mutano inevitabilmente gli indirizzi di lavoro. Se nell’Ottocento non mancava una spesso eccessiva smania di intervento sul testo, ora si predilige una linea più rispettosa e cauta.

Nota 6: Plut., Inst. Lac. 34, 239b.

Nota 7: Ar., Pax, 1298-1301. Si noti come mai l’operazione aristofanea del riuso letterario sia scevra da raffinatezza stilistica e conoscenza dotta.

* Esistono assai numerose monografie ed antologie sui lirici greci, sia in versione tascabile ed economica sia in edizione critica. Per l’una e per l’altra categoria ottime sono le edizioni della BUR e i volumi editi dalla Fondazione Lorenzo Valla.


31 gennaio 2021

Declinazioni di solitudine (Eschilo)


Tre tragici per altrettante dissertazioni sul senso della solitudine. Quella ostinata e drammaticamente scossa dallo stordimento che agita Serse nei Persiani di Eschilo, l’altra disperata e sospesa di Filottete su cui pende il verdetto altrui, declinata nell’omonima tragedia sofoclea, infine l’isolamento annientante di Eracle, esplorato da Euripide, il poeta per eccellenza della vastitudo animi (espressione che in latino rimanda a lande desolate ma pure alla straordinaria grandezza); e pensiamo anche al suo Oreste braccato dalle Erinni, solo di fronte all’empietà del matricidio, così dolorosamente sconvolto per il proprio delitto che lo allontana dagli uomini e scava il suo corpo, sprofondandolo in un’estrema consunzione.
Un viaggio sentimentale che unisce l’inquietudine di Ulisse alla Wanderung romantica, che l’essere umano nei millenni non ha smesso di praticare fra aspirazione a partire e bisogno di fermarsi, talora osservando un radicale ritiro dal mondo. Asceti, eremiti, indovini, poeti, ma in qualche caso anche consiglieri politici e imperatori – Marco Aurelio fondò la sua grandezza su un esercizio umile e paziente del potere, fuggendo le lusinghe mondane, aggrappandosi piuttosto all’integrità morale che gli infondeva lo stoicismo. In una simile equilibrata mediazione tra contatto umano e colloquio con se stesso scoprì la possibilità di sopravvivere alle bassezze cortigiane, tanto che il suo mandato imperiale ne ebbe un indiscusso prestigio.
I Persiani sono la più antica tragedia greca superstite. Messi in scena nel 472 a. C., pochi anni dopo la battaglia di Salamina, facevano parte di una tetralogia comprendente anche un Fineo, sulla liberazione per mano degli Argonauti dell’omonimo personaggio del mito accecato dalle Arpie.
Nei Persiani il coro eschileo, formato dagli anziani reggenti della corte di Susa, che fin dalla parodo si dice perplesso per un’impresa temeraria, insieme agli altri presagi della disfatta persiana, sono elementi che conferiscono al racconto un’inedita tensione in un crescendo di sconcerto che pervade i protagonisti.
La riflessione che qui introduciamo, nella difficoltà presente di comprendere quanto sta accadendo e che quindi ci impedisce di tornare a noi stessi con la forza e la lucidità necessarie, prova a offrire delle chiavi di lettura senza pessimismi né giudizi sommari. Questa dunque la proposta di Alessia Rovina che vuole così omaggiare i grandi del teatro classico greco traendo uno spunto per sondare una condizione complessa che l’essere umano attraversa nelle differenti circostanze del vivere. Ringraziandola per il suo intenso e articolato contributo, le lasciamo la parola.

(Di Claudia Ciardi)

Praefatio
Di
Alessia Rovina

Se dovessi compilare un personale lessico di questo cruciale e sempre più sfocato momento umano e storico, non potrei prescindere da alcuni lemmi fondamentali. Accanto ai primi vocaboli, emersi nella contingenza delle prime restrizioni – nella mia Mantova arrivate con largo anticipo – come informatica, finestra, sbigottimento, e a quelli che immediatamente sono seguiti nel frasario di ciascuno – come: paura, lontananza, morte; ma anche: immaginazione, impegno, ricostruzione – devo e voglio conferire un ruolo di indiscussa importanza ad una parola in particolare, quella che per me più precipuamente connota questo frangente: solitudine. Dovrei essere più precisa: la parola che a mio parere connota l’esistenza umana, in particolar modo questi strani anni tra postmodernismo e distopia, la cui concretezza si è più che mai dolorosamente imposta con l’avanzare di un’emergenza sulle tante, quella sanitaria, che senza distinzione affligge il mondo, e pertanto non è più identificabile nel totem di una sfortuna che colpisce solo alcuni predestinati alla sofferenza.
La solitudine, costante spauracchio per l’essere umano, non a caso il cucciolo del regno animale che per più tempo ha bisogno delle cure materne, condizione aborrita e pure misteriosamente seducente, spesso propizia per l’attuarsi di quella cura morale che sperimenta, prima dell’armonia, le ferite del rivolgersi solo a se stessi.
D’altro canto, molteplici sono i volti di questa compagna: esiste una solitudine ricercata più o meno consapevolmente con volontà autolesionista e distruttrice, una solitudine causata dall’impossibilità altrui di comprendere, una solitudine causata dall’inganno e dal tradimento, non solo estrinsechi, ma talvolta anche intrinsechi: il tradimento della propria indole può causare effetti tremendamente annichilenti. Esiste poi una solitudine universale, in cui si constata l’impossibilità dell’autosufficienza umana, come accade alla Saffo del frammento 168b Voigt, che nel notturno tramonto della Luna e delle Pleiadi trova la sua incompletezza affettiva – rimane insuperata la resa lirica di Salvatore Quasimodo del verso finale: «e io nel mio letto resto sola»; ed esiste una solitudine convintamente ricercata in quanto condizione di massima comunione con il  divino – forme di eremitismo sono note sin dall’antichità sia per le religioni d’Oriente che per i monoteismi del Mediterraneo. Infine, esiste una solitudine spietata e ancor poco trattata, per quanto in espansione tra i giovanissimi, destinata a diventare oggetto di indagine alla luce della recente necessità d’isolamento: il fenomeno hikikomori. Ebbene, un lemma, tantissime sfumature, che abbiamo deciso di sondare in tre contributi attraverso la genialità e la pregnanza dei tre grandi d’Atene – Eschilo, Sofocle ed Euripide – dedicandoci monograficamente ad altrettanti personaggi drammatici, ciascuno espressione di una diversa sfumatura di quella stessa solitudine che ciascuno di noi, in modi differenti, sperimenta.
Il nostro viaggio tra i meandri della psiche Antica e Moderna è animato dalla convinzione che ogni status emotivo ed affettivo meriti ascolto – come magistralmente hanno compreso i cantori che incontreremo – e in particolar modo in questo momento, in cui si presenta a noi un grandissimo rischio, o una grandissima opportunità: dimenticarci che siamo creature umane, o ricordarcene drasticamente.
Buon Viaggio!


Un giorno d’inverno – Fotografia di Alessia Rovina ©

 
Declinazioni di solitudine I: Serse

(I Persiani – Eschilo)

Di Alessia Rovina
Per la rubrica «L’Argonauta»

È al 472 a.C. che risale la più antica opera teatrale a noi pervenuta. Luogo della première è il grandioso Teatro di Dioniso di Atene, quel fulcro culturale dell’Occidente da cui si irradieranno i capolavori dei Maestri della tragedia e della commedia, nonché delle massime espressioni artistiche e poetiche di sempre. Eppure, questa pietra angolare della tragedia rappresenta da subito una grande sorpresa. Luogo della finzione teatrale non è la Grecia, bensì il centro del potere orientale: Susa, il luogo simbolo di quella oscura popolazione divenuta per l’Occidente emblema di perfidia, mollezza, lascivia e malvagità: i Persiani. E proprio la tragedia omonima di Eschilo, Πέρσαι, Persiani, vede il suo intreccio dipanarsi tra le stanze sfarzose della reggia Achemenide, in cui si interrogano e si disperano gli attanti: il Coro degli uomini Persiani, la regina Atossa, l’ombra di Dario il Grande, tutti legati nel loro agire da un unico oggetto: il giovane sovrano Serse. Prima di scendere più in profondità nel nostro personaggio eletto, non sfuggano a noi due fondamentali considerazioni: anzitutto la datazione. I Persiani vengono rappresentati circa sette anni dopo la definitiva sconfitta dell’impero persiano da parte dell’Ellade – conosciamo bene gli effetti straordinari che questa vittoria provocò da un punto di vista ideologico-culturale. Secondo poi, la totalità degli attanti è rappresentata, appunto, dai Persiani stessi. Eschilo riesce a costruire un’opera teatrale completamente focalizzata dal punto di vista del nemico, raccontando con magnifico eloquio la disperazione dei genitori del giovane Serse, i quali in un dialogo quanto mai significativo tratteggiano la cieca volontà che spinge l’uomo alla distruzione, nel momento in cui dimentica di dover sottostare a leggi universali ed imperscrutabili: soggetto del loro lamento è proprio il figlio, Serse.
Serse, il giovane erede di Dario il Grande, è all’unanimità indicato come perfetto exemplum storico di tracotanza, e le tappe che lo portano al peccato di ὕβρις – il più grave nell’orizzonte greco – sono delineate con precisione dallo «storico delle Guerre Persiane», vale a dire Erodoto. All’interno del libro VII delle sue Storie ha luogo un lungo focus sul fronte dei Persiani, occupati nello stabilire la successione di Dario in un Egitto ribelle. Designato che fu Serse, in quanto nipote di Ciro, lo storico riporta, a partire da VII, 5, la cronaca della perversa discesa di Serse stesso verso il peccato, iniziata con la suadente e strategica piaggeria di Mardonio, e a cui il giovane neo sovrano non saprà e non vorrà opporre resistenza, inebriato com’è dalla possibilità di regnare su ogni popolazione – Mardonio, seducendo e lusingando Serse, gli dirà che la Grecia e l’Europa non son degne di alcun padrone, «se non il Grande Re» (Erodoto, Storie, VII, 5). L’esaltazione inizia a pervadere il giovane sovrano, e arriva a livelli di invasata magniloquenza nel momento in cui espone all’assemblea, in un entusiastico crescendo, il suo intento di muovere contro la Grecia (Storie, VII, 9-10). Allarmato dal pericoloso azzardo del giovane regnante suo zio Artabano formula una risposta ponderata, volta a riportare il buonsenso nell’animo di Serse, argomentando la prudenza con le evidenze date dalla Storia – il popolo persiano conosceva già bene la tempra dei Greci: «Evita il rischio di un tale pericolo, quando non ve n’è alcuna necessità, ascoltami: […] con l’attesa ed il tempo le cose si fanno più trasparenti, anche se ora non pare così.» (Storie, VII, 10). La saggezza di Artabano, lontana dall’essere una manifestazione di vigliaccheria, è poi corroborata dall’evocazione del grande topos ellenico: la gelosia divina – φθόνος θεῶν – che non lascia scampo a chi mediti pensieri di superbia nel proprio cuore.
La preoccupazione familiare che emerge nel racconto erodoteo riecheggia nel dialogo tra la regina Atossa, assalita dall’angoscia come gli altri genitori che apprendono la triste sorte toccata ai valenti figli in terra straniera (Eschilo, Persiani, v. 245), e l’ombra del defunto marito e sovrano, Dario, il quale ebbe personalmente dolorosa esperienza dell’«indomabile» popolo greco (v. 242). La regina esprime la propria invidia per il marito, poiché a lui venne risparmiato di vedere la sciagura abbattutasi sul popolo persiano presso Atene, e allo stupore di Dario, il quale domanda chi mai dei propri figli abbia potuto condurre l’esercito fin là, Atossa significativamente replica: «θούριος Ξέρξες, κενώσας πᾶσαν ἠπείρου πλάκα» – «È stato il focoso Serse: ha svuotato tutte le plaghe del continente!» (v. 718). Dario, domandando lungo quale via siano giunti i soldati sul continente, riceve l’agghiacciante risposta: «Con dei macchinari [scil. Serse] aggiogò lo stretto di Elle, per crearsi un passaggio», e così il defunto re si lascia andare al lamento: «È arrivato a questo? Ha incatenato il potente Bosforo? […] Un demone grande davvero deve averlo toccato, per farlo delirare in questo modo!» (vv. 722/725). Ecco il perno su cui si incardina l’apice della follia e dell’aggressiva superbia di Serse: egli ha voluto prevalere con il suo orgoglio sulla natura dello stretto, aggiogando la materia sacra con l’artificiale ponte di barche, in aperta blasfemia con l’imposizione del limite che la divinità olimpica pone all’uomo. Non si fa attendere la sciagura, e la punizione all’orgoglio e all’ostinazione di Serse sono tremendi, amplificati in quanto con sempre maggior pervicacia egli ha voluto perseguire la via della distruzione di sé e dei suoi compagni, tanto che egli, il giovane sovrano umiliato e ferito, farà il proprio ingresso sulla scena solo al termine dell’azione drammatica (v. 908), subendo le accuse del Coro, in quanto irresponsabile esaltato che ha portato ad una assurda morte i suoi uomini, mostrando tutto il doloroso effetto della propria superbia: egli è solo.
Così, lacerato dall’assurdità di una follia che solo ora riesce a vedere nitidamente nel suo nascere e nel suo innalzarsi, umiliato nel corpo e nello spirito, rimane l’evidenza della sua solitudine. E Serse non ha che la forza di piangere.

(Di Alessia Rovina, classicista, studiosa di teatro,
account twitter:
@rovina_alessia
22/01/2021) 

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