Visualizzazione post con etichetta stoicismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta stoicismo. Mostra tutti i post

24 aprile 2021

Declinazioni di solitudine (Euripide)


Eroe simbolo della grecità, Eracle è tuttavia un personaggio di difficile caratterizzazione tragica, tanto che la sua figura resta principalmente associata ai drammi satireschi. Euripide, lo scrittore che più ha dato voce alle tensioni psicologiche e alle lacerazioni del thumòs (θυμός, spirito), ha avuto il coraggio di celebrarlo nel suo umano annientamento. La tragedia che ne scaturì, rappresentata nel 423 a. C.
– anche se la data non è certa fece molto scalpore per la crudezza con cui veniva messo sotto gli occhi degli spettatori lo sprofondare di un’esistenza dalla fulgida gloria tratta dalle proprie imprese alla solitudine disperata che vede nel darsi la morte l’unico esito possibile. L’autore greco innovò anche la struttura mitica, rovesciandola. La follia che colse Eracle, così da spingerlo a uccidere la moglie e i propri figli – un’empietà così grande che perfino Lyssa, istigata da Era, avrebbe voluto opporsi al comando divino – si colloca alla fine delle fatiche e non come atto cui segue l’espiazione attraverso le avventurose gesta. Cè forse in questa tessitura un riflesso anche politico. Atene, gloriosa capitale ellenica, nel massimo della sua potenza economica, si è gettata da quasi un decennio in una guerra destinata a dissolvere il suo primato. Nel 430 a. C., appena iniziato il conflitto, una pestilenza aveva aggiunto debolezza e lutti a una situazione che non prometteva nulla di buono. Gli aristocratici, per lo più contrari allapertura verso lesterno promossa dai commerci marittimi, pretendevano un imprecisato ritorno ai valori tradizionali; si fecero perciò promotori di una lotta interna senza quartiere, cercando di favorire con ogni mezzo la vittoria del nemico. Questo efferato dilaniarsi entro la pòlis la forza che si trasforma in debolezza – con ogni probabilità contribuisce a suggerire a Euripide la sventura eraclea. Il forte cade perché questi sono i piani di una volontà superiore, e la sua sconfitta è così soffocante, così insopportabile che lunico esito sarebbe morire.         
Dunque, il celebre drammaturgo ha letteralmente riplasmato il patrimonio tradizionale, investendo se stesso del ruolo di iniziatore del ritratto tragico di Eracle nonché di una profonda riflessione su come chi appaia nel massimo del proprio fulgore, quasi della propria invincibilità, possa essere all’improvviso travolto. Nella vicenda di Eracle infatti la violenza muta repentinamente di segno direzionandosi contro colui che fino a quel momento l’ha praticata con successo, mai pensando di soccombere.
Stando a quel che ci è stato tramandato, sui connotati di tale vicenda mitica così riscritti non interverranno altri fino a Seneca che lo farà in un periodo della storia imperiale romana in cui la circolazione delle teorie epicuree e stoiche aveva riacceso l’interesse sul tema del suicidio e dell’amicizia quale rimedio alla sofferenza. Il rovesciamento che distrugge la vita di Eracle trova nell’umana comprensione il suo riscatto, la cura capace di lenire il pianto, la via di una salvezza che l’eroe, pur in preda alla più fosca disperazione, sceglie di percorrere.
A conclusione di questo excursus sulla tragedia greca, ideato dalla classicista Alessia Rovina che ha contribuito a farci osservare gli eventi di questi mesi complessi invitando a sostenerci all’immensa architettura del teatro antico, l’autrice offre un’articolata lettura dell’intreccio euripideo, proponendo delle preziose chiavi d’interpretazione per una riscoperta del testo.     

(Di Claudia Ciardi)

 


 Chiaroscuro - Fotografia di Alessia Rovina ©

  
Declinazioni di solitudine III - Eracle ed Anfitrione

Per la rubrica «L’Argonauta»

Di Alessia Rovina

 
Tebe è una città destinata alla dannazione. Il principio estremamente diffuso nella cultura greca – e non solo, basti pensare a certi luoghi della letteratura ebraica preesilica – dell’ereditarietà della colpa non lascia scampo agli sventurati regnanti: per una maledizione scagliata dal dio Ares contro Cadmo una dinastia di sciagurati è condannata al disfacimento e all’annientamento, spesso dopo illusori successi
si consideri l’estasi tirannica di Penteo, o la soluzione dell’enigma della sfinge da parte di Edipo in un protrarsi dell’oscura ed antica macchia.
Il mito di Eracle vanta una fama abbacinante. La misura dell’eroe, ieri come oggi, si fonda prevalentemente su di lui, archetipo culturale condiviso con la civiltà etrusca e fenicia, oltre che sumerica ed ebraica. Forza taurina datagli dalla sua natura semidivina
il padre è Zeus, che giacque con la bellissima Alcmena con un inganno formidabile bellezza sfavillante, coraggio prodigioso. Eppure, anche un astro come lui, che parrebbe predestinato alla gloria senza troppi sforzi, una volta calato nella dimensione dell’immanenza, è marchiato da una grande costante: la prova. “Le Fatiche di Ercole” sono un modo di dire mutuato dalla realtà mitica che lo vede protagonista di dodici prove sovrumane impostegli da Euristeo per volere divino. Il novero di queste lo porta lontanissimo da Tebe, città maledetta che medita nuovo sangue, patria della moglie Megara, luogo dell’azione di  un  dramma geniale ed annichilente composto da Euripide, con il quale concluderemo la rassegna di ascolto della solitudine.
Euripide rielabora la materia erculea discostandosi dalla vulgata a noi cognita. Anzitutto, viene sovvertita l’usuale collocazione cronologica delle Fatiche; secondariamente, viene modificato radicalmente il ruolo e lo spessore del padre mortale, Anfitrione. Infine, Eracle non è ritratto in alcuna impresa di valore. Qui, ragionare dell’eroe per antonomasia è un esercizio volto all’uomo: ben prima del suo arrivo in scena inizia la degradazione della figura di Eracle, nel momento in cui il tiranno Lico insinua dubbi sulla effettiva realizzazione delle fatiche (v. 151 ss.): nessuno l’ha visto all’opera, nessuno era presente, nessuno può raccontarle dall’esterno, dotato della prova dell’ὄψις, già compresa come requisito necessario per l’attendibilità delle parole umane. È dunque probabile che la menzogna ammanti Eracle, e che un grande disonore si profili sul genitore Anfitrione, sulla moglie, ma soprattutto sulla sua stirpe, i tre figlioletti che attendono un padre partito verso le fatiche quando erano ancora infanti.
Un altro bersaglio è però mira della disgustosa vanità di Lico: Anfitrione. Un vecchio tra vecchi – il coro è formato dagli anziani di Tebe – il cui attaccamento alla vita ed alla speranza è guardato come ammattimento persino dalla giovane e bellissima nuora Megara, ma che si dimostrerà un personaggio straordinariamente importante e senza tempo, in questo roteare di destini inquieti e sempre in bilico tra l’esistenza e la morte. Anfitrione, padre adottivo di Eracle, esalta con la sua mitezza il dono di aver condiviso la moglie Alcmena con il sovrano olimpico, Zeus, protettore di tutta la sua stirpe. È davvero incredibile constatare come poi sia lui stesso ad imboccare la via dell’aperta blasfemia, demistificando ed annientando la presunta onnipotenza dell’Olimpio, addirittura riducendolo ad un mentecatto, molto al di sotto delle possibilità dell’uomo stesso. Un dio che non è apprezzabile quanto Anfitrione, in materia paterna: quasi un monito alla differenza rappresentata dalla biologia e dalla cura costante.
Anfitrione è a tutti gli effetti un padre: amorevole, arreso ad ogni evidenza desolante quanto all’evidenza affettiva. «Figliolo! Figlio mio infatti tu sei, pur in tutto il male!» (v. 1113), davvero sconcertante che un uomo sia così capace di dilatare il proprio cuore, l’unico da cui venga un sentimento di compassione autentica e tangibile, giacché le figure divine dominanti sono una messaggera malvagia tanto quanto la sua perfida mittente, Era, motore di una inspiegabile vendetta, che trascende ogni eventuale contesa umana, e una figura tremenda e alla fine anch’essa assetata di sangue, Lyssa
a questo proposito vorrei davvero segnalare la resa teatrale di Emma Dante al Teatro Greco di Siracusa del 2018, al centro di aspre polemiche quanto di euforici elogi: nell’audacia sottesa alla sua scelta artistica vi sono momenti veramente eccezionali, tra cui sicuramente figura la resa estetica di Iris e Lyssa, inquietanti donne guerriere dalle braccia smodatamente lunghe e dai movimenti a dir poco angoscianti, perfette burattinaie che tolgono il respiro con il loro agire inconsulto e disumano.
Disumano, però, è l’aggettivo che meglio caratterizza anche Eracle nel nucleo drammatico. Un validissimo contributo di Antonietta Provenza del 2010 indaga la «bestializzazione» subita da Eracle nel dramma euripideo, tramutandosi nella vittima che Era dal principio aveva destinato, in una geniale quanto problematica καταστροφή del sacrificio rituale. Eracle è carnefice, nel suo uccidere moglie e figli, ma in realtà è vittima. Finalmente Era riesce a compiere il suo disegno malato, sottraendo all’immolato ogni briciolo di dignità, ormai reso simile a toro scatenato, autore della sua stessa rovina. Questa tragedia fa scaturire nel lettore contemporaneo un disagio enorme, come è proprio della realtà tragica greca.
Eracle arriva trionfante, acclamato per le Fatiche, Eracle viene spietatamente reso solo. Il paradigma della follia, dell’infanticidio, dell’uxoricidio, rendono Eracle un reietto. Lui, fulgido semidio, è solo. Solo, infine, assuefatto al dolore a cui si dice «radicato» (v. 1395), tenacemente aggrappato all’orrore che lo ha posseduto durante il raptus folle. Anche Eracle, proprio come l’Aiace sofocleo, miseramente legato ad una colonna, immobilizzato e col capo coperto
paradigma tipicamente greco di impurità da celare medita il suicidio. L’onta abbattutasi su di lui è davvero imponente. Eppure, a dissuaderlo con forza, ad irrompere nel quadro in cui disperazione paterna e filiale stanno subendo l’ondata di dolore, è una conoscenza cara ed inaspettata: Teseo, mitico fondatore d’Atene, che Eracle aveva poc’anzi condotto fuori dall’Ade. Teseo è il rappresentante non solo del nume ateniese dinnanzi alla barbarie, ma è anche simbolo virile della vita precedente di Eracle: con questa forza quasi omerica scopre il volto per soffrire con l’amico a cui più è legato, ma è con la nuova forza della parola che trascina l’annichilito Eracle verso il ritorno alla vita, lontano dalla scelta di morire: molto più valoroso è vivere sopportando l’agonia. Molto interessante dal punto di vista socio-culturale è la modalità in cui viene convalidato il ritorno nel consorzio umano – e non più bestiale – di Eracle: il diventare πολίτης, cittadino, tra l’altro non di una polis qualunque, bensì della munifica Atene.
Accanto però allo sforzo di ritorno alla vita a cui Teseo costringe Eracle
in questa tragedia più che mai lontano dal pragmatismo eroico, abitatore di un luogo che nessuno condivide si profila un’altra solitudine, molto più particolare, non protagonista eppure impossibile da ignorare. Anfitrione, unico a poter piangere da incontaminato i cadaveri dei nipoti e della nuora, che con il suo enigmatico e straziante «πότ’ ἐλθών;» (v. 1420) prospetta davanti a sé un’ulteriore e più complessa mancanza: quella del figlio, che per un attimo di follia divina ha visto sgretolarsi tutto, soprattutto la sua identità. Per questo, l’atmosfera che avvolge il finale dell’Eracle è sospesa, ambigua. Non vivida, non oscura. Non di redenzione, non di condanna. Ha il sapore delle ferite che hanno un percorso di cicatrizzazione complesso, nascosto, mai lineare, ed i colori lievemente foschi dei mattini primaverili, in cui la nascita dei germogli combacia con le crepe e le spaccature del terreno, come scriveva il geniale T. S. Eliot. Quella dell’Eracle è una terra desolata in cui le solitudini vengono momentaneamente adombrate da re risorti e da vecchi tebani, ma in cui sostanzialmente i vuoti permangono, e sono i veri protagonisti di queste penombre a dover fronteggiare la difficoltà, talvolta, di essere umani.

 
Quis hic locus, quae regio, quae mundi plaga?

Seneca, Hercules furens, v. 1138


(Di Alessia Rovina, classicista, studiosa di teatro)



Si veda anche:

Declinazioni di solitudine (Eschilo)

Declinazioni di solitudine (Sofocle)


31 gennaio 2021

Declinazioni di solitudine (Eschilo)


Tre tragici per altrettante dissertazioni sul senso della solitudine. Quella ostinata e drammaticamente scossa dallo stordimento che agita Serse nei Persiani di Eschilo, l’altra disperata e sospesa di Filottete su cui pende il verdetto altrui, declinata nell’omonima tragedia sofoclea, infine l’isolamento annientante di Eracle, esplorato da Euripide, il poeta per eccellenza della vastitudo animi (espressione che in latino rimanda a lande desolate ma pure alla straordinaria grandezza); e pensiamo anche al suo Oreste braccato dalle Erinni, solo di fronte all’empietà del matricidio, così dolorosamente sconvolto per il proprio delitto che lo allontana dagli uomini e scava il suo corpo, sprofondandolo in un’estrema consunzione.
Un viaggio sentimentale che unisce l’inquietudine di Ulisse alla Wanderung romantica, che l’essere umano nei millenni non ha smesso di praticare fra aspirazione a partire e bisogno di fermarsi, talora osservando un radicale ritiro dal mondo. Asceti, eremiti, indovini, poeti, ma in qualche caso anche consiglieri politici e imperatori – Marco Aurelio fondò la sua grandezza su un esercizio umile e paziente del potere, fuggendo le lusinghe mondane, aggrappandosi piuttosto all’integrità morale che gli infondeva lo stoicismo. In una simile equilibrata mediazione tra contatto umano e colloquio con se stesso scoprì la possibilità di sopravvivere alle bassezze cortigiane, tanto che il suo mandato imperiale ne ebbe un indiscusso prestigio.
I Persiani sono la più antica tragedia greca superstite. Messi in scena nel 472 a. C., pochi anni dopo la battaglia di Salamina, facevano parte di una tetralogia comprendente anche un Fineo, sulla liberazione per mano degli Argonauti dell’omonimo personaggio del mito accecato dalle Arpie.
Nei Persiani il coro eschileo, formato dagli anziani reggenti della corte di Susa, che fin dalla parodo si dice perplesso per un’impresa temeraria, insieme agli altri presagi della disfatta persiana, sono elementi che conferiscono al racconto un’inedita tensione in un crescendo di sconcerto che pervade i protagonisti.
La riflessione che qui introduciamo, nella difficoltà presente di comprendere quanto sta accadendo e che quindi ci impedisce di tornare a noi stessi con la forza e la lucidità necessarie, prova a offrire delle chiavi di lettura senza pessimismi né giudizi sommari. Questa dunque la proposta di Alessia Rovina che vuole così omaggiare i grandi del teatro classico greco traendo uno spunto per sondare una condizione complessa che l’essere umano attraversa nelle differenti circostanze del vivere. Ringraziandola per il suo intenso e articolato contributo, le lasciamo la parola.

(Di Claudia Ciardi)

Praefatio
Di
Alessia Rovina

Se dovessi compilare un personale lessico di questo cruciale e sempre più sfocato momento umano e storico, non potrei prescindere da alcuni lemmi fondamentali. Accanto ai primi vocaboli, emersi nella contingenza delle prime restrizioni – nella mia Mantova arrivate con largo anticipo – come informatica, finestra, sbigottimento, e a quelli che immediatamente sono seguiti nel frasario di ciascuno – come: paura, lontananza, morte; ma anche: immaginazione, impegno, ricostruzione – devo e voglio conferire un ruolo di indiscussa importanza ad una parola in particolare, quella che per me più precipuamente connota questo frangente: solitudine. Dovrei essere più precisa: la parola che a mio parere connota l’esistenza umana, in particolar modo questi strani anni tra postmodernismo e distopia, la cui concretezza si è più che mai dolorosamente imposta con l’avanzare di un’emergenza sulle tante, quella sanitaria, che senza distinzione affligge il mondo, e pertanto non è più identificabile nel totem di una sfortuna che colpisce solo alcuni predestinati alla sofferenza.
La solitudine, costante spauracchio per l’essere umano, non a caso il cucciolo del regno animale che per più tempo ha bisogno delle cure materne, condizione aborrita e pure misteriosamente seducente, spesso propizia per l’attuarsi di quella cura morale che sperimenta, prima dell’armonia, le ferite del rivolgersi solo a se stessi.
D’altro canto, molteplici sono i volti di questa compagna: esiste una solitudine ricercata più o meno consapevolmente con volontà autolesionista e distruttrice, una solitudine causata dall’impossibilità altrui di comprendere, una solitudine causata dall’inganno e dal tradimento, non solo estrinsechi, ma talvolta anche intrinsechi: il tradimento della propria indole può causare effetti tremendamente annichilenti. Esiste poi una solitudine universale, in cui si constata l’impossibilità dell’autosufficienza umana, come accade alla Saffo del frammento 168b Voigt, che nel notturno tramonto della Luna e delle Pleiadi trova la sua incompletezza affettiva – rimane insuperata la resa lirica di Salvatore Quasimodo del verso finale: «e io nel mio letto resto sola»; ed esiste una solitudine convintamente ricercata in quanto condizione di massima comunione con il  divino – forme di eremitismo sono note sin dall’antichità sia per le religioni d’Oriente che per i monoteismi del Mediterraneo. Infine, esiste una solitudine spietata e ancor poco trattata, per quanto in espansione tra i giovanissimi, destinata a diventare oggetto di indagine alla luce della recente necessità d’isolamento: il fenomeno hikikomori. Ebbene, un lemma, tantissime sfumature, che abbiamo deciso di sondare in tre contributi attraverso la genialità e la pregnanza dei tre grandi d’Atene – Eschilo, Sofocle ed Euripide – dedicandoci monograficamente ad altrettanti personaggi drammatici, ciascuno espressione di una diversa sfumatura di quella stessa solitudine che ciascuno di noi, in modi differenti, sperimenta.
Il nostro viaggio tra i meandri della psiche Antica e Moderna è animato dalla convinzione che ogni status emotivo ed affettivo meriti ascolto – come magistralmente hanno compreso i cantori che incontreremo – e in particolar modo in questo momento, in cui si presenta a noi un grandissimo rischio, o una grandissima opportunità: dimenticarci che siamo creature umane, o ricordarcene drasticamente.
Buon Viaggio!


Un giorno d’inverno – Fotografia di Alessia Rovina ©

 
Declinazioni di solitudine I: Serse

(I Persiani – Eschilo)

Di Alessia Rovina
Per la rubrica «L’Argonauta»

È al 472 a.C. che risale la più antica opera teatrale a noi pervenuta. Luogo della première è il grandioso Teatro di Dioniso di Atene, quel fulcro culturale dell’Occidente da cui si irradieranno i capolavori dei Maestri della tragedia e della commedia, nonché delle massime espressioni artistiche e poetiche di sempre. Eppure, questa pietra angolare della tragedia rappresenta da subito una grande sorpresa. Luogo della finzione teatrale non è la Grecia, bensì il centro del potere orientale: Susa, il luogo simbolo di quella oscura popolazione divenuta per l’Occidente emblema di perfidia, mollezza, lascivia e malvagità: i Persiani. E proprio la tragedia omonima di Eschilo, Πέρσαι, Persiani, vede il suo intreccio dipanarsi tra le stanze sfarzose della reggia Achemenide, in cui si interrogano e si disperano gli attanti: il Coro degli uomini Persiani, la regina Atossa, l’ombra di Dario il Grande, tutti legati nel loro agire da un unico oggetto: il giovane sovrano Serse. Prima di scendere più in profondità nel nostro personaggio eletto, non sfuggano a noi due fondamentali considerazioni: anzitutto la datazione. I Persiani vengono rappresentati circa sette anni dopo la definitiva sconfitta dell’impero persiano da parte dell’Ellade – conosciamo bene gli effetti straordinari che questa vittoria provocò da un punto di vista ideologico-culturale. Secondo poi, la totalità degli attanti è rappresentata, appunto, dai Persiani stessi. Eschilo riesce a costruire un’opera teatrale completamente focalizzata dal punto di vista del nemico, raccontando con magnifico eloquio la disperazione dei genitori del giovane Serse, i quali in un dialogo quanto mai significativo tratteggiano la cieca volontà che spinge l’uomo alla distruzione, nel momento in cui dimentica di dover sottostare a leggi universali ed imperscrutabili: soggetto del loro lamento è proprio il figlio, Serse.
Serse, il giovane erede di Dario il Grande, è all’unanimità indicato come perfetto exemplum storico di tracotanza, e le tappe che lo portano al peccato di ὕβρις – il più grave nell’orizzonte greco – sono delineate con precisione dallo «storico delle Guerre Persiane», vale a dire Erodoto. All’interno del libro VII delle sue Storie ha luogo un lungo focus sul fronte dei Persiani, occupati nello stabilire la successione di Dario in un Egitto ribelle. Designato che fu Serse, in quanto nipote di Ciro, lo storico riporta, a partire da VII, 5, la cronaca della perversa discesa di Serse stesso verso il peccato, iniziata con la suadente e strategica piaggeria di Mardonio, e a cui il giovane neo sovrano non saprà e non vorrà opporre resistenza, inebriato com’è dalla possibilità di regnare su ogni popolazione – Mardonio, seducendo e lusingando Serse, gli dirà che la Grecia e l’Europa non son degne di alcun padrone, «se non il Grande Re» (Erodoto, Storie, VII, 5). L’esaltazione inizia a pervadere il giovane sovrano, e arriva a livelli di invasata magniloquenza nel momento in cui espone all’assemblea, in un entusiastico crescendo, il suo intento di muovere contro la Grecia (Storie, VII, 9-10). Allarmato dal pericoloso azzardo del giovane regnante suo zio Artabano formula una risposta ponderata, volta a riportare il buonsenso nell’animo di Serse, argomentando la prudenza con le evidenze date dalla Storia – il popolo persiano conosceva già bene la tempra dei Greci: «Evita il rischio di un tale pericolo, quando non ve n’è alcuna necessità, ascoltami: […] con l’attesa ed il tempo le cose si fanno più trasparenti, anche se ora non pare così.» (Storie, VII, 10). La saggezza di Artabano, lontana dall’essere una manifestazione di vigliaccheria, è poi corroborata dall’evocazione del grande topos ellenico: la gelosia divina – φθόνος θεῶν – che non lascia scampo a chi mediti pensieri di superbia nel proprio cuore.
La preoccupazione familiare che emerge nel racconto erodoteo riecheggia nel dialogo tra la regina Atossa, assalita dall’angoscia come gli altri genitori che apprendono la triste sorte toccata ai valenti figli in terra straniera (Eschilo, Persiani, v. 245), e l’ombra del defunto marito e sovrano, Dario, il quale ebbe personalmente dolorosa esperienza dell’«indomabile» popolo greco (v. 242). La regina esprime la propria invidia per il marito, poiché a lui venne risparmiato di vedere la sciagura abbattutasi sul popolo persiano presso Atene, e allo stupore di Dario, il quale domanda chi mai dei propri figli abbia potuto condurre l’esercito fin là, Atossa significativamente replica: «θούριος Ξέρξες, κενώσας πᾶσαν ἠπείρου πλάκα» – «È stato il focoso Serse: ha svuotato tutte le plaghe del continente!» (v. 718). Dario, domandando lungo quale via siano giunti i soldati sul continente, riceve l’agghiacciante risposta: «Con dei macchinari [scil. Serse] aggiogò lo stretto di Elle, per crearsi un passaggio», e così il defunto re si lascia andare al lamento: «È arrivato a questo? Ha incatenato il potente Bosforo? […] Un demone grande davvero deve averlo toccato, per farlo delirare in questo modo!» (vv. 722/725). Ecco il perno su cui si incardina l’apice della follia e dell’aggressiva superbia di Serse: egli ha voluto prevalere con il suo orgoglio sulla natura dello stretto, aggiogando la materia sacra con l’artificiale ponte di barche, in aperta blasfemia con l’imposizione del limite che la divinità olimpica pone all’uomo. Non si fa attendere la sciagura, e la punizione all’orgoglio e all’ostinazione di Serse sono tremendi, amplificati in quanto con sempre maggior pervicacia egli ha voluto perseguire la via della distruzione di sé e dei suoi compagni, tanto che egli, il giovane sovrano umiliato e ferito, farà il proprio ingresso sulla scena solo al termine dell’azione drammatica (v. 908), subendo le accuse del Coro, in quanto irresponsabile esaltato che ha portato ad una assurda morte i suoi uomini, mostrando tutto il doloroso effetto della propria superbia: egli è solo.
Così, lacerato dall’assurdità di una follia che solo ora riesce a vedere nitidamente nel suo nascere e nel suo innalzarsi, umiliato nel corpo e nello spirito, rimane l’evidenza della sua solitudine. E Serse non ha che la forza di piangere.

(Di Alessia Rovina, classicista, studiosa di teatro,
account twitter:
@rovina_alessia
22/01/2021) 

Powered By Blogger

Claudia Ciardi autrice (LinkedIn)

Claudia Ciardi autrice (Tumblr)

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...