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31 gennaio 2021

Declinazioni di solitudine (Eschilo)


Tre tragici per altrettante dissertazioni sul senso della solitudine. Quella ostinata e drammaticamente scossa dallo stordimento che agita Serse nei Persiani di Eschilo, l’altra disperata e sospesa di Filottete su cui pende il verdetto altrui, declinata nell’omonima tragedia sofoclea, infine l’isolamento annientante di Eracle, esplorato da Euripide, il poeta per eccellenza della vastitudo animi (espressione che in latino rimanda a lande desolate ma pure alla straordinaria grandezza); e pensiamo anche al suo Oreste braccato dalle Erinni, solo di fronte all’empietà del matricidio, così dolorosamente sconvolto per il proprio delitto che lo allontana dagli uomini e scava il suo corpo, sprofondandolo in un’estrema consunzione.
Un viaggio sentimentale che unisce l’inquietudine di Ulisse alla Wanderung romantica, che l’essere umano nei millenni non ha smesso di praticare fra aspirazione a partire e bisogno di fermarsi, talora osservando un radicale ritiro dal mondo. Asceti, eremiti, indovini, poeti, ma in qualche caso anche consiglieri politici e imperatori – Marco Aurelio fondò la sua grandezza su un esercizio umile e paziente del potere, fuggendo le lusinghe mondane, aggrappandosi piuttosto all’integrità morale che gli infondeva lo stoicismo. In una simile equilibrata mediazione tra contatto umano e colloquio con se stesso scoprì la possibilità di sopravvivere alle bassezze cortigiane, tanto che il suo mandato imperiale ne ebbe un indiscusso prestigio.
I Persiani sono la più antica tragedia greca superstite. Messi in scena nel 472 a. C., pochi anni dopo la battaglia di Salamina, facevano parte di una tetralogia comprendente anche un Fineo, sulla liberazione per mano degli Argonauti dell’omonimo personaggio del mito accecato dalle Arpie.
Nei Persiani il coro eschileo, formato dagli anziani reggenti della corte di Susa, che fin dalla parodo si dice perplesso per un’impresa temeraria, insieme agli altri presagi della disfatta persiana, sono elementi che conferiscono al racconto un’inedita tensione in un crescendo di sconcerto che pervade i protagonisti.
La riflessione che qui introduciamo, nella difficoltà presente di comprendere quanto sta accadendo e che quindi ci impedisce di tornare a noi stessi con la forza e la lucidità necessarie, prova a offrire delle chiavi di lettura senza pessimismi né giudizi sommari. Questa dunque la proposta di Alessia Rovina che vuole così omaggiare i grandi del teatro classico greco traendo uno spunto per sondare una condizione complessa che l’essere umano attraversa nelle differenti circostanze del vivere. Ringraziandola per il suo intenso e articolato contributo, le lasciamo la parola.

(Di Claudia Ciardi)

Praefatio
Di
Alessia Rovina

Se dovessi compilare un personale lessico di questo cruciale e sempre più sfocato momento umano e storico, non potrei prescindere da alcuni lemmi fondamentali. Accanto ai primi vocaboli, emersi nella contingenza delle prime restrizioni – nella mia Mantova arrivate con largo anticipo – come informatica, finestra, sbigottimento, e a quelli che immediatamente sono seguiti nel frasario di ciascuno – come: paura, lontananza, morte; ma anche: immaginazione, impegno, ricostruzione – devo e voglio conferire un ruolo di indiscussa importanza ad una parola in particolare, quella che per me più precipuamente connota questo frangente: solitudine. Dovrei essere più precisa: la parola che a mio parere connota l’esistenza umana, in particolar modo questi strani anni tra postmodernismo e distopia, la cui concretezza si è più che mai dolorosamente imposta con l’avanzare di un’emergenza sulle tante, quella sanitaria, che senza distinzione affligge il mondo, e pertanto non è più identificabile nel totem di una sfortuna che colpisce solo alcuni predestinati alla sofferenza.
La solitudine, costante spauracchio per l’essere umano, non a caso il cucciolo del regno animale che per più tempo ha bisogno delle cure materne, condizione aborrita e pure misteriosamente seducente, spesso propizia per l’attuarsi di quella cura morale che sperimenta, prima dell’armonia, le ferite del rivolgersi solo a se stessi.
D’altro canto, molteplici sono i volti di questa compagna: esiste una solitudine ricercata più o meno consapevolmente con volontà autolesionista e distruttrice, una solitudine causata dall’impossibilità altrui di comprendere, una solitudine causata dall’inganno e dal tradimento, non solo estrinsechi, ma talvolta anche intrinsechi: il tradimento della propria indole può causare effetti tremendamente annichilenti. Esiste poi una solitudine universale, in cui si constata l’impossibilità dell’autosufficienza umana, come accade alla Saffo del frammento 168b Voigt, che nel notturno tramonto della Luna e delle Pleiadi trova la sua incompletezza affettiva – rimane insuperata la resa lirica di Salvatore Quasimodo del verso finale: «e io nel mio letto resto sola»; ed esiste una solitudine convintamente ricercata in quanto condizione di massima comunione con il  divino – forme di eremitismo sono note sin dall’antichità sia per le religioni d’Oriente che per i monoteismi del Mediterraneo. Infine, esiste una solitudine spietata e ancor poco trattata, per quanto in espansione tra i giovanissimi, destinata a diventare oggetto di indagine alla luce della recente necessità d’isolamento: il fenomeno hikikomori. Ebbene, un lemma, tantissime sfumature, che abbiamo deciso di sondare in tre contributi attraverso la genialità e la pregnanza dei tre grandi d’Atene – Eschilo, Sofocle ed Euripide – dedicandoci monograficamente ad altrettanti personaggi drammatici, ciascuno espressione di una diversa sfumatura di quella stessa solitudine che ciascuno di noi, in modi differenti, sperimenta.
Il nostro viaggio tra i meandri della psiche Antica e Moderna è animato dalla convinzione che ogni status emotivo ed affettivo meriti ascolto – come magistralmente hanno compreso i cantori che incontreremo – e in particolar modo in questo momento, in cui si presenta a noi un grandissimo rischio, o una grandissima opportunità: dimenticarci che siamo creature umane, o ricordarcene drasticamente.
Buon Viaggio!


Un giorno d’inverno – Fotografia di Alessia Rovina ©

 
Declinazioni di solitudine I: Serse

(I Persiani – Eschilo)

Di Alessia Rovina
Per la rubrica «L’Argonauta»

È al 472 a.C. che risale la più antica opera teatrale a noi pervenuta. Luogo della première è il grandioso Teatro di Dioniso di Atene, quel fulcro culturale dell’Occidente da cui si irradieranno i capolavori dei Maestri della tragedia e della commedia, nonché delle massime espressioni artistiche e poetiche di sempre. Eppure, questa pietra angolare della tragedia rappresenta da subito una grande sorpresa. Luogo della finzione teatrale non è la Grecia, bensì il centro del potere orientale: Susa, il luogo simbolo di quella oscura popolazione divenuta per l’Occidente emblema di perfidia, mollezza, lascivia e malvagità: i Persiani. E proprio la tragedia omonima di Eschilo, Πέρσαι, Persiani, vede il suo intreccio dipanarsi tra le stanze sfarzose della reggia Achemenide, in cui si interrogano e si disperano gli attanti: il Coro degli uomini Persiani, la regina Atossa, l’ombra di Dario il Grande, tutti legati nel loro agire da un unico oggetto: il giovane sovrano Serse. Prima di scendere più in profondità nel nostro personaggio eletto, non sfuggano a noi due fondamentali considerazioni: anzitutto la datazione. I Persiani vengono rappresentati circa sette anni dopo la definitiva sconfitta dell’impero persiano da parte dell’Ellade – conosciamo bene gli effetti straordinari che questa vittoria provocò da un punto di vista ideologico-culturale. Secondo poi, la totalità degli attanti è rappresentata, appunto, dai Persiani stessi. Eschilo riesce a costruire un’opera teatrale completamente focalizzata dal punto di vista del nemico, raccontando con magnifico eloquio la disperazione dei genitori del giovane Serse, i quali in un dialogo quanto mai significativo tratteggiano la cieca volontà che spinge l’uomo alla distruzione, nel momento in cui dimentica di dover sottostare a leggi universali ed imperscrutabili: soggetto del loro lamento è proprio il figlio, Serse.
Serse, il giovane erede di Dario il Grande, è all’unanimità indicato come perfetto exemplum storico di tracotanza, e le tappe che lo portano al peccato di ὕβρις – il più grave nell’orizzonte greco – sono delineate con precisione dallo «storico delle Guerre Persiane», vale a dire Erodoto. All’interno del libro VII delle sue Storie ha luogo un lungo focus sul fronte dei Persiani, occupati nello stabilire la successione di Dario in un Egitto ribelle. Designato che fu Serse, in quanto nipote di Ciro, lo storico riporta, a partire da VII, 5, la cronaca della perversa discesa di Serse stesso verso il peccato, iniziata con la suadente e strategica piaggeria di Mardonio, e a cui il giovane neo sovrano non saprà e non vorrà opporre resistenza, inebriato com’è dalla possibilità di regnare su ogni popolazione – Mardonio, seducendo e lusingando Serse, gli dirà che la Grecia e l’Europa non son degne di alcun padrone, «se non il Grande Re» (Erodoto, Storie, VII, 5). L’esaltazione inizia a pervadere il giovane sovrano, e arriva a livelli di invasata magniloquenza nel momento in cui espone all’assemblea, in un entusiastico crescendo, il suo intento di muovere contro la Grecia (Storie, VII, 9-10). Allarmato dal pericoloso azzardo del giovane regnante suo zio Artabano formula una risposta ponderata, volta a riportare il buonsenso nell’animo di Serse, argomentando la prudenza con le evidenze date dalla Storia – il popolo persiano conosceva già bene la tempra dei Greci: «Evita il rischio di un tale pericolo, quando non ve n’è alcuna necessità, ascoltami: […] con l’attesa ed il tempo le cose si fanno più trasparenti, anche se ora non pare così.» (Storie, VII, 10). La saggezza di Artabano, lontana dall’essere una manifestazione di vigliaccheria, è poi corroborata dall’evocazione del grande topos ellenico: la gelosia divina – φθόνος θεῶν – che non lascia scampo a chi mediti pensieri di superbia nel proprio cuore.
La preoccupazione familiare che emerge nel racconto erodoteo riecheggia nel dialogo tra la regina Atossa, assalita dall’angoscia come gli altri genitori che apprendono la triste sorte toccata ai valenti figli in terra straniera (Eschilo, Persiani, v. 245), e l’ombra del defunto marito e sovrano, Dario, il quale ebbe personalmente dolorosa esperienza dell’«indomabile» popolo greco (v. 242). La regina esprime la propria invidia per il marito, poiché a lui venne risparmiato di vedere la sciagura abbattutasi sul popolo persiano presso Atene, e allo stupore di Dario, il quale domanda chi mai dei propri figli abbia potuto condurre l’esercito fin là, Atossa significativamente replica: «θούριος Ξέρξες, κενώσας πᾶσαν ἠπείρου πλάκα» – «È stato il focoso Serse: ha svuotato tutte le plaghe del continente!» (v. 718). Dario, domandando lungo quale via siano giunti i soldati sul continente, riceve l’agghiacciante risposta: «Con dei macchinari [scil. Serse] aggiogò lo stretto di Elle, per crearsi un passaggio», e così il defunto re si lascia andare al lamento: «È arrivato a questo? Ha incatenato il potente Bosforo? […] Un demone grande davvero deve averlo toccato, per farlo delirare in questo modo!» (vv. 722/725). Ecco il perno su cui si incardina l’apice della follia e dell’aggressiva superbia di Serse: egli ha voluto prevalere con il suo orgoglio sulla natura dello stretto, aggiogando la materia sacra con l’artificiale ponte di barche, in aperta blasfemia con l’imposizione del limite che la divinità olimpica pone all’uomo. Non si fa attendere la sciagura, e la punizione all’orgoglio e all’ostinazione di Serse sono tremendi, amplificati in quanto con sempre maggior pervicacia egli ha voluto perseguire la via della distruzione di sé e dei suoi compagni, tanto che egli, il giovane sovrano umiliato e ferito, farà il proprio ingresso sulla scena solo al termine dell’azione drammatica (v. 908), subendo le accuse del Coro, in quanto irresponsabile esaltato che ha portato ad una assurda morte i suoi uomini, mostrando tutto il doloroso effetto della propria superbia: egli è solo.
Così, lacerato dall’assurdità di una follia che solo ora riesce a vedere nitidamente nel suo nascere e nel suo innalzarsi, umiliato nel corpo e nello spirito, rimane l’evidenza della sua solitudine. E Serse non ha che la forza di piangere.

(Di Alessia Rovina, classicista, studiosa di teatro,
account twitter:
@rovina_alessia
22/01/2021) 

10 febbraio 2017

La serie dei 'Mirteti'


Ci sono luoghi che acquistano una valenza simbolica e affettiva in modo del tutto inaspettato. La frequentazione del paesino di Mirteto sui Monti Pisani, verso la fine dei miei vent’anni, ha tracciato un’orma durevole che ancora oggi preme alle svolte del mio immaginario, non soltanto poetico. Per me il Mirteto, antico insediamento di monaci eremiti devoti alla Madonna della neve, adesso in completo abbandono, si può definire, alla luce di un percorso creativo non troppo lineare magari, ma forse anche per questo autentico, uno dei centri della mia iniziazione.

(Di Claudia Ciardi)



Paesino abbandonato di Mirteto sui Monti Pisani e passaggio di nubi - nei dintorni di S. Giuliano Terme, 10 agosto 2014



Il Mirteto dall’acquedotto mediceo - ombre sulla montagna, agosto 2014 


Il Mirteto dall’acquedotto mediceo, agosto 2014


Il Mirteto in ombra (vicinanze di S. Giuliano Terme), 26 maggio 2015


Il Mirteto ‘rovesciato’, agosto 2014 (Disegno nel recto del foglio, poi girato, seguendo i trapassi in blu sul verso)


La grande ombra sul Mirteto dalla ferrovia, 15 luglio 2016


Il Mirteto e un’altra cuspide innevata sullo sfondo - zona Cisanello, 14 gennaio 2017


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Dal taccuino giapponese

Disegni  


19 giugno 2016

Mario Curnis e Simone Moro - In cordata


Tramonto sulle Orobie

Ognuno ha dentro di sé le sue montagne. L’immagine è meno scontata di quanto sembri. Anche senza arrampicare, ciascuno di noi nel corso della vita raccoglie delle sfide, coltiva sogni cercando di realizzarli. E questo è un po’ affrontare una scalata, anche se fisicamente non si va in vetta. Il che si presta anche a un’altra metafora, quella del mancato raggiungimento della meta. Bello è il viaggio, lo abbiamo imparato navigando con Ulisse. A volte si fa naufragio, altre ci si distanzia così tanto dall’obiettivo che crediamo di esserci smarriti. Eppure in nessun modo perdiamo qualcosa. Dai pericoli, che l’etimo latino ci dice sono prove, dal confronto con luoghi e persone lontani dai nostri spazi abituali s’impara sempre, scoprendo aspetti di noi che non conoscevamo o che magari avevamo messo in soffitta.
In queste settimane ho letto i due più bei libri sull’alpinismo che credo siano stati scritti in Italia nell’ultimo biennio: Il fuoco e il gelo di Enrico Camanni, edito da Laterza, che avevo iniziato a sfogliare sui tavoli del San Marco a Trieste, subito dopo averlo scovato nella libreria del caffè, e In cordata, scritto a quattro mani da Mario Curnis e Simone Moro, inaspettato regalo di qualche tempo fa.
Camanni ripercorre quella parte di storia alpina attraversata dalla mattanza della prima guerra mondiale, che se da un lato inaugura la fase moderna dell’esplorazione di montagna, celebrando il gesto atletico di coloro che osarono spingersi alla conquista dell’impossibile, dall’altro resta segnata in maniera indelebile dalla tragicità epica dell’evento. Quei giovanissimi, costretti a tenere la posizione su un fronte che aveva del surreale, dove ci si poteva perfino dimenticare del nemico, esattamente come gli uomini della Fortezza Bastiani nel Deserto dei Tartari, furono protagonisti di imprese gigantesche per forza fisica, adattamento, resistenza. Allorché il terreno di scontro s’infiammava, volendo sopravvivere, servivano il doppio dei nervi saldi e una fortuna sfacciata. L’autore ricostruisce numerosi di questi episodi, affiancandoli alle biografie dei loro silenziosi protagonisti, al centro di alcune tra le pagine più sconvolgenti con cui si inaugura il Novecento e forse, senza la preziosa ricognizione di Camanni, anche misconosciute. Sopra i tremila si tirava a campare, ogni tanto si sparava, più spesso si moriva.
E poi ci sono le descrizioni dell’ambiente d’alta quota, autentici frammenti di poesia che la mano del giornalista cuce attorno ai fatti alternando plasticità a leggerezza minimale. Se Camanni stempera i registri dello storico ambientalista con altri più evidentemente letterari, a rifilare le narrazioni di Curnis e Moro pensa Angelo Ponta, già curatore dei volumi di Walter Bonatti, per un effetto del tutto simile. I ritmi serrati della cronaca incrociano cadenze a tratti più distese, addirittura assorte in un purismo descrittivo che la montagna coi suoi silenzi e il colpo d’occhio abbacinante dilata all’inverosimile. A essere sincera, mi sono decisa a leggere questi libri, non tanto per acquisire informazioni tecniche su come si porta a termine una scalata, ma con il proposito di trarvi quello spirito di avventura che ognuno di noi dovrebbe portare con sé, sempre, al di là che faccia cose estreme o meno. E qui si torna alla riflessione iniziale. Affrontare la quotidianità somiglia per certi versi ad aprire una via in parete. Se non riesci, il problema è tuo, non ci hai creduto abbastanza, non te lo sentivi quel tanto da spingerti su. Ma c’è anche un’altra considerazione, non meno rilevante, che accomuna questi due volumi. Chi si racconta prende le mosse da un’analisi della nostra epoca, affrettata, spesso avventata ma nel senso più deleterio del termine, senza slancio, semmai smaniosa di dimostrare a se stessa qualcosa per occultare le proprie sconvenienti, aride solitudini. Quando si vedono salire in baita giovani coppie arrivate lì non a piedi ma in Suv, il cui unico argomento di conversazione è lefficienza o meno del navigatore, e che guardano di continuo l’orologio perché di andare per sentieri non se ne parla nemmeno, al massimo si sta lì un paio d’ore a bere il birrozzo, lamentarsi della crisi economica, e poi si torna giù col quattro per quattro, perché la sera c’è la partita da guardare incastrati tra divano e televisione, si capisce che qualcosa nella cultura dei singoli ha fatto cortocircuito. Si dà meno importanza all’idea conviviale dello stare insieme, il tempo dedicato allo svago è percepito come perso, quasi un furto ai danni della martellante tabella di marcia che ci vuole sempre al pezzo; la condivisione delle proprie esperienze suscita imbarazzo, in molti casi perché queste semplicemente non sussistono – parlo dei più giovani che hanno carenze simili non solo per ragioni anagrafiche ma più ancora per pigrizia mentale. Gli autori non ne parlano con intento moralista, e tuttavia facendo entrare nel loro discorso temi di questo tipo, creano nel lettore l’esigenza di porsi delle domande.  
Prima che storie di montagna sono, dunque, storie di vita. Perché legarsi e salire insegnano a essere uomini, cosa che Mario Curnis, quasi con disarmante ovvietà, non fa che ripetere nelle sue memorie, avendo assunto questa convinzione a pietra angolare della propria esistenza. E, dico la verità, il libro sulla cordata di due grandi che hanno saputo cementare un’amicizia umana e sportiva su cui in pochi avrebbero scommesso, data la differenza generazionale, l’avevo desiderato più che altro per stringere tra le mani una testimonianza di Curnis, la leggenda. Senza nulla togliere a Simone Moro, ero curiosa di sentire cosa avesse da dire un signore vecchio stampo, che non ha voluto fare dell’alpinismo un affare. Devo ammettere, però, che nel corso della lettura Simone mi ha piacevolmente spiazzata. La sua voce si amalgama alla perfezione con quella di Curnis. Entrambi si completano in un modo che permette a chi legge di percepire tutto il loro affiatamento. Di Simone ho apprezzato moltissimo l’umiltà con cui racconta di essersi avvicinato alla montagna, restando umile anche dopo, quando ha raggiunto il successo, avviandosi con sicurezza verso il professionismo. Un riconoscimento che tuttavia stentava, anche a causa di malignità gratuite sulle quali Simone nel narrare il suo percorso non indugia, e basterebbe già questo a renderlo grande. Eppure, di nuovo, ci sprona alla riflessione. Ci si chiede come mai il parere – bisognerebbe dire pregiudizio – di certi soggetti che si sono fatti un nome più che per meriti personali per politica, e in tempi lontani, quando le cose anche politicamente si organizzavano in modo assai diverso, sia in grado di gettare un influsso così negativo sugli inizi di una persona, ritardandola, mettendola in cattiva luce, emarginandola, quando il giochino della provocazione con cui la si sarebbe voluta fiaccare ha ormai esaurito le batterie. Una cosa che purtroppo non vale soltanto nell’alpinismo, anzi; quello delle diffide, dei quartierini, delle contrade l’une contro l’altre armate è un malcostume molto esteso in Italia.
Di Mario Curnis si resta affascinati dalla coerenza, l’onestà, la schiettezza. Un grande uomo, prima che uno dei più forti alpinisti di tutti i tempi. Volontà da vendere, severa, intransigente anche verso se stesso. Ma la tempra di Mario, quella che gli ha permesso di arrivare dove è arrivato, sta proprio tutta qui. Se chi sfoglia i suoi ricordi non può trattenersi da dire “però peccato, uno con un talento così, rovinarsi per via del carattere”, ecco se uno deve fare un commento di questo tipo, lasci perdere la storia di Mario, che col calcolo e le furberie non c’entra nulla. Non vada neppure avanti, lo rispetti e basta. Davanti a un uomo che a sessantatré anni sfida e raggiunge tre vette da settemila metri nell’ex Unione Sovietica (spedizione Snow Leopard del 1999), l’anno dopo si cimenta nella traversata delle Orobie, e a sessantasei anni conquista finalmente l’Everest, salendo senza ossigeno e in un tempo record sulla montagna che gli era stata ingiustamente negata per ruggini personali con Guido Monzino, l’organizzatore della missione del ’73, insomma davanti a un gigante è preferibile restare in silenzio. Merito di Simone Moro è averci creduto, aver superato una volta di più i pregiudizi di chi, scuotendo la testa, scommetteva sul fallimento di quelle avventure a causa dell’età avanzata di Mario. Ma quando uno ha un fisico fuori dal comune, e una mente in grado di dirgli con lucidità quando è il caso di spingere e quando di rinunciare, hai voglia a prendere in giro. In base alla mia opinione da profana, visto che in montagna mi limito all’escursionismo, dove però me la sono cavata finora molto bene essendo una camminatrice infaticabile a dispetto del mio fisico minuto, l’avventura che mi ha colpito in maggior misura è stata proprio quella sulle Orobie, le cento montagne, un filamento roccioso che corre lungo tutta la bergamasca. Nel settembre del 2000, Simone e Mario, due funamboli a un passo dal cielo, hanno completato il percorso in tredici giorni, prima volta nella storia dell’alpinismo. Mi auguro che abbiano voglia di tornare a scriverne qualcosa, perché trovo che questa traversata abbia una specificità poetica tutta sua, una danza di eremiti di rara bellezza, che poter ripercorrere nei suoi movimenti insieme a chi l’ha eseguita sarebbe un dono incredibile.
L’altra immagine, di cui sono grata a Simone per avercela consegnata, è quella di Mario compagno di tenda di Andrei Molotov durante lo Snow Leopard del ’99. Per quanto non potessero intendersi, essendo l’italiano la sola lingua di riferimento di Mario, ma un italiano che abusa volentieri del bergamasco, ebbene i due la sera in tenda avevano una “conversazione”, tanto che si sentivano esplodere in continue risate. E la loro piena sintonia proseguiva poi nel lavoro giornaliero di scalata. Simili schegge di poesia meritano il rischio, la fatica e i sacrifici che la scelta di andare in parete comportano.
Ma a proposito di sacrifici, questa è anche una storia di donne. Le compagne altrettanto straordinarie di questi avventurieri chiosano il racconto con due memorie molto intense. Chi rimane a casa ha quasi più coraggio di chi parte. Le donne qui sanno essere pazienti, non far pesare troppo le loro preoccupazioni, insomma sanno aspettare, un’altra cosa che la femmina tecnologica, ultra emancipata, ma alla fin fine invece solo soccombente agli stereotipi che ha continuato a farsi appiccicare addosso, non è proprio in grado di concedersi. Il tempo dell’attesa. E con questo non intendo lo stare ferme a casa, finché l’uomo si decide a tornare – la donna dovrebbe però capire che non può lanciarsi sempre all’inseguimento, ognuno bisogna che abbia i suoi spazi; mi riferisco appunto alla capacità femminile di crearsi degli interessi propri, non dipendenti dal partner né tantomeno cuciti sulla sua persona. Non è facile, però l’affiatamento di una coppia passa anche e soprattutto da queste cose. Oltre che da un po’ meno tentennamenti maschili, certo. Questioni che sembrano elementari, e tuttavia al giorno d’oggi ci sfuggono in maniera clamorosa. Di nuovo, l’alpinismo è scuola di vita.
Il temperamento deciso, la grande forza di carattere che traspare dalla scrittura di Barbara Zwerger, moglie di Moro, dice moltissimo sulla capacità di essere moglie di un personaggio che sta sotto i riflettori senza però concedere nulla di quelli che sono gli spazi privati, senza svendersi insomma agli opportunismi del marketing. Lo stesso vale anche per Rosanna Giudici, la moglie di Curnis, la quale anzi è stata costretta ad affrontare certe situazioni aggrappandosi veramente alla sua sola tenacia che, è chiaro, ha trovato appigli sempre nuovi nell’amore per Mario. La foto della coppia immortalata in gioventù sulla cima della Presolana è secondo me emblematica. Lì Mario, molti anni dopo, supererà una fase difficile, il fallimento della propria ditta di costruzioni, una delle tante brutte storie di questa crisi fabbricata a tavolino, e la malattia, che in maniera non casuale si è manifestata in concomitanza di quello che per lui, abituato a ispirarsi a valori precisi, è stato un raggiro da vigliacchi. Insomma è un po’ come se sulla Presolana fosse cominciato tutto, e quindi non poteva accadere altrove che Mario riprendesse lentamente a vivere.  
Per quanto mi riguarda non provo simpatia per le persone che non sono disposte a rischiare nulla di se stesse. E questo non significa buttarsi a capofitto in cose estreme, tutt’altro. Mi riferisco a scelte, a volte un po’ radicali, che bisognerebbe avere il coraggio di fare, anche a costo di perdere per strada qualche certezza; che poi è solo illusione nostra quella di portarci le certezze nel taschino.
Nel caso delle donne tale contraddizione purtroppo si esaspera terribilmente. Indietro sul cammino dell’indipendenza, ma io preferisco chiamarla consapevolezza di sé, perché indipendenza non vuol dire nulla o quasi, sono, siamo ancora prigioniere di troppi schemi e paure. Così si finisce per interpretare molto male sia il ruolo di ragazze in carriera, sia quello di angeli del focolare. Dai discorsi di Rosanna e Barbara, che con semplicità hanno tirato a diritto senza impantanarsi in tanti ridicoli dilemmi femminili, traspare con evidenza imbarazzante proprio questo insegnamento.
Lo definirei un libro pulito, nel senso della chiarezza dei messaggi e per il fatto che i due narratori appunto giocano pulito. Non si raccontano per le loro imprese ma si tengono sempre qualche passo indietro. Eppure, se Simone Moro si mettesse a elencare tutti i suoi primati, ne avrebbe di pagine da riempire. Qui, invece, sono gli uomini a venirti incontro, con le loro debolezze, i loro fallimenti e le rinunce, tante, che però in alcuni casi hanno contribuito a risparmiare vite umane, compresa la propria. Senza strafare sono andati avanti nel rispetto della montagna, che sente con che spirito vai e decide se lasciarti salire. Perché, come dice Mario Curnis, l’uomo che sale è lo stesso che scende, non ha fatto nulla di più e nulla di meno, è sempre lui. A cambiare è il bagaglio delle sue esperienze, l’arricchimento interiore che può trarne, ma se pensa di essere diventato qualcuno solo perché è arrivato in vetta, non ha capito nulla.


(Di Claudia Ciardi)


Mario Curnis, Simone Moro
In cordata. Storia di un'amicizia tra due generazioni da zero a ottomila metri
a cura di Angelo Ponta,
Rizzoli, 2016  


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Recensione di Amedeo Anelli su «Il cittadino di Lodi», 2 giugno 2016





Luigi Mascheroni per i venticinque anni di Via del Vento edizioni, «Il Giornale», 29 maggio 2016





1 maggio 2014

Edvard Munch - 150



Vale senz’altro la pena spendere qualche parola sulla mostra di Edvard Munch (1863-1944), allestita a Palazzo Ducale a Genova per il 150° anniversario della nascita del pittore, che chiude i battenti proprio in questi giorni. Quello presentato è un Munch meno conosciuto e per certi versi inedito. È l’artista disegnatore, geniale creatore di incisioni, nelle quali si scorgono prove altissime di molti dei soggetti rappresentati su tela. L’intera sua produzione ammonta a 1789 opere censite. L’opera grafica, per lo più eclissata dalla forza dei dipinti, costituisce un grande bacino di idee nel quale Munch ha elaborato non pochi temi che alimentano il suo percorso artistico. Viceversa, da alcune tele ha in molti casi ricavato delle serie grafiche che gli hanno permesso di esplorare un identico soggetto, mettendone a fuoco possibilità e varianti. Questo modo di lavorare si nota ad esempio in Chiaro di luna, tela del 1893, e nelle omonime xilografie degli anni successivi. Restio a separarsi dalle sue tele – e comunque bisogna attendere il primo decennio del Novecento perché si celebri il vero e proprio riconoscimento della sua arte – è per lo più la vendita delle litografie a procurargli i proventi necessari al suo mantenimento. 
Tra il 1903 e il 1907 Munch si divide tra Berlino e Parigi, partecipando a tutti i maggiori eventi artistici delle due capitali europee. Nel 1908 è costretto al ricovero in un ospedale di Copenahgen per disturbi nervosi; dimesso l’anno seguente, inizia a meditare di ritirarsi in patria. A partire dal 1916, anno dell’acquisto della tenuta di Ekely, vicino Oslo, Munch si costruisce un eremitaggio, per poter vivere immerso nella natura e circondato dalle proprie tele. Non accettava visite, con due sole eccezioni per uno spedizioniere e il pittore danese Pola Gauguin. Quasi tutti i locali della casa erano occupati da materiali di lavoro, compreso il famoso fienile, privo di copertura, nel quale i dipinti giacevano esposti alle intemperie e dove l’artista stesso era solito intrattenersi con le caviglie affondate nella neve. Questa consuetudine naïf di mischiare letteralmente i suoi lavori agli elementi naturali, un procedimento che lui amava definire “cura da cavallo”, era stato inaugurato per la prima volta durante gli inverni trascorsi a Berlino dal 1892 al 1896. Stando a quel che Munch dichiarava al riguardo, il suo intento era verificare la resistenza del colore e allo stesso tempo stabilire un legame tra opera e ambiente: ne scaturisce una esposizione, ai nostri occhi del tutto bizzarra e inconsulta, di tele letteralmente appese ai rami degli alberi, trasportate sulla sabbia dei fiordi, posate sulle chiome dei cespugli, abbandonate a paesaggi innevati.  
Il pregio della rassegna genovese è mostrarci, da un punto di vista meno noto, i centri radiali dell’originalità pittorica di Munch, a partire dai suoi primi passi nell’ambiente artistico di Kristiania (Oslo). Il padre avrebbe voluto che frequentasse la Scuola tecnica ma dal novembre 1880, sotto l’influsso della zia materna, appassionata di disegno, e dei paesaggisti di Oslo, matura definitivamente la decisione di diventare pittore. Nell’autunno del 1882, prende in affitto, insieme a altri sei studenti di arte, uno studio in viale Karl-Johan, la strada più bella del centro cittadino. Inizia a cimentarsi in vedute urbane, nature morte, scorci paesaggistici: questi esordi sono di grande pregio e vi si intravedono motivi che torneranno nell’opera più tarda. Emblematici gli oli su cartone del Giardino con casa rossa, apparentemente incentrati su un idillio campestre, ma a ben guardare turbati da un’atmosfera che getta sull’osservatore un senso di disagio e impotenza: la casa, collocata sullo sfondo, sembra farsi largo a fatica tra la vegetazione; il giardino è incolto, alberi e piante tentacolari si tendono verso le architetture in un abbraccio soffocante. La ‘casa rossa’, struttura attorno alla quale si addensano inquietudini e visioni interiori, e soprattutto l’utilizzo in tal segno della campitura rossa, cuore vivo e martellante dentro il quadro, si impongono come motivi che avranno la loro piena celebrazione in La vite rossa (1898) e in La casa rossa (1926-1930). Nella prima tela, la vite è un tutt’uno con la facciata, di cui lascia fuori soltanto le finestre: la pianta, che non pare affatto una pianta, ma una enorme macchia di colore che occupa il centro del quadro, leviga e sovverte la nostra percezione della casa come universo rassicurante e pare un’emanazione dei pensieri del volto ritratto in primo piano. Nella seconda, la casa rossa è ancora una volta in posizione arretrata. Le pennellate sono più veloci, perfino abbozzate, tetto e facciata paiono quasi schiacciarsi l’una sull’altra e i colori formano un continuum cromatico con il terreno e il tronco del grande albero che occupa la destra del quadro e pare sul punto di inglobare l’intera la rappresentazione. Il debito con la pittura di Paul Gauguin è evidente. Come lui, Munch pensava che la natura non fosse il punto d’arrivo ma un mezzo attraverso cui esprimersi.
Il passaggio di Munch a Berlino non è indolore né privo di conseguenze per le sorti della pittura. L’artista norvegese è entrato nella storia dell’arte per aver gettato i semi dell’espressionismo e proprio la trasferta nella metropoli tedesca, con tutto il clamore che suscita, mette una seria ipoteca sull’affermarsi della nuova avanguardia. Il 5 novembre 1892 si inaugura al Verein Bildender Künstler di Berlino una mostra personale di Munch con 55 dipinti. L’esposizione causa una levata di scudi da parte della critica più ortodossa che giudica il pittore un “imbrattatele”, suscitando l’immediata reazione delle autorità, le quali decidono la chiusura della mostra il 12 novembre. Il “caso Munch”, esploso nel giro di una settimana, porta il pittore alla fama. Da allora la sua ascesa non conoscerà più battute d’arresto. Nel frattempo, dietro impulso di Max Liebermann, ben 65 artisti “moderni” protestano contro la Große Berliner Kunstausstellung che aveva rifiutato i quadri di Walter Leistikow (amico di Munch che nel 1902 gli dedica una litografia in cui lo ritrae con la moglie). Per solidarietà nei confronti del collega si risolvono ad abbandonare l’Accademia statale, dando vita alla cosiddetta Secessione di Berlino. Tra i suoi esponenti ricordiamo Lovis Corinth, Max Klinger, Oskar Kokoschka, Käthe Kollwitz, Walter Leistikow e lo stesso Edvard Munch. Il gruppo esporrà a Berlino, Dresda, Düsseldorf, Monaco, Copenhagen, Breslavia e continuerà a essere vitale fino ai primi anni del Novecento.
Durante il soggiorno berlinese Munch frequenta la birreria-circolo letterario «Zum Schwarzen Ferkel», luogo d’incontro di scrittori e critici favorevoli alla proposta delle avanguardie. L’influsso esercitato da Munch in Germania sarà durevole quanto dirompente. Nell’aprile del 1902,  presenta per la prima volta il Fregio della vita alla quinta mostra della Secessione. L'evento suscita vivo interesse, soprattutto tra i giovani pittori del Nord Europa. In questo stesso periodo si procura una macchina fotografica e inizia a farsi autoscatti, tutti sovraesposti, duplicando nelle immagini scattate il suo stile pittorico fluido e trasfigurante. Intanto la relazione con la sua storica modella, Tulla Larsen, termina in modo drammatico. La donna vorrebbe essere sposata per creare una famiglia ma lui fugge il matrimonio come una condizione limitante del suo percorso artistico. L’ennesima discussione sull’argomento sfocia in una lite violenta e Munch si ferisce alla mano sinistra con un colpo di pistola. Verso la fine dell’autunno, a causa di un problema alla vista, raggiunge l’oculista e amico Max Linde a Lubecca. Costui gli commissiona una serie di ritratti dei suoi familiari. Munch realizza così i disegni e le acqueforti che costituiscono il Portfolio Linde.
E qui tocchiamo uno dei vertici della mostra di Genova. Le acqueforti dei Linde sono delle pietre rare e preziosissime all’interno della produzione munchiana. Di fronte alle consuetudini familiari l'artista non si muove fino in fondo a proprio agio, e anche nei ritratti il disegno lascia spazio a ombre ed è rivelatore delle ansie che circondano la vita domestica. Un esempio particolarmente significativo è La madre e il bambino che piange. Ma ancor più è all’aperto, nel parco di villa Linde che l’artista lascia correre la sua immaginazione. Il giardino si popola di enormi piante dall’aspetto lugubre e fantastico. Ne scaturiscono scenari inconsueti e notturni sognanti come nel magnifico Giardino di notte. Nel portfolio non c’è praticamente spazio per la serenità ed è un fatto che, subito dopo la partenza dai Linde, Munch lavori alle scene di Spettri, opera teatrale di Henrik Ibsen composta nel 1881.
Più o meno in questo stesso torno di anni l’artista si dedica a incisioni che per la scelta dei soggetti e per le modalità con cui vengono realizzate comportano un rovesciamento degli schemi rappresentativi tradizionali. La litografia Dopo la festa (1898-’99), mette al centro una comitiva i cui membri hanno l’aria di coboldi stretti tra un gendarme e un’ombra che non lascia scampo. Una simile atmosfera di oppressione la si può leggere sui volti di Il pescatore e sua figlia (acquaforte del 1902) e Il tavolo da roulette (1903).
A parere di chi scrive il bilancio dell’evento genovese è dunque estremamente positivo perché ha il merito di aver raccolto un patrimonio di opere disseminate per lo più in collezioni private e perciò misconosciute al largo pubblico. Un percorso stimolante in grado di suscitare numerose riflessioni e anche qualche utile ripensamento sulla creatività del grande artista norvegese.

(Di Claudia Ciardi)


Vite rossa
Catalogo:

Edvard Munch – Palazzo Ducale, Genova, 2013-2014, Gruppo 24 Ore Cultura

In questo blog:

«Nato il 14 luglio 1892, secondo di sette figli, a Baumgarten, sobborgo agricolo di Vienna. Il padre Ernst, d'origine boema, era un orafo. La madre Anna Finster, viennese di modeste origini, sognava di “calcare il palcoscenico” come cantante lirica. Aveva due fratelli artisti: Ernst pittore e Georg orafo, al quale si devono molte cornici di metallo di suoi dipinti. Klimt è stato l’spiratore e il fondatore della Secessione viennese, istanza di quel modernismo europeo che ebbe tra i suoi protagonisti di spicco personaggi come Jan Toorop, Fernand Khnopff, Koloman Moser, e soprattutto l’amico di tante avventure intellettuali e progettuali, Josef Hoffmann».

«Estate 1882. Carl e Felicie Bernstein ritornano a Berlino da Parigi con un gruppo di opere pittoriche di impressionisti. I Bernstein, emigrati nella metropoli tedesca dalla Russia, avevano acquistato tele di Manet, Monet, Sisley e Pissarro. Questi lavori formano il cuore della prima collezione di arte impressionista a Berlino. La casa dei Bernstein era il luogo di un salone settimanale, frequentato da artisti quali Adolph Menzel, Max Klinger e Max Liebermann, e da storici e critici come Theodor Mommsen e Georg Brandes. Un anno più tardi, nell’ottobre 1883, l’ampio pubblico ebbe l’opportunità di vedere queste pitture, essendo incluse in un’esposizione di impressionisti alla Galerie Fritz Gurlitt di Berlino».

«Come Alan Watts già preconizzava nel suo celebre scritto sul taoismo (La Via dell’acqua che scorre, Ubaldini, 1977), in Cina la dimestichezza con il linguaggio e le pratiche del progresso avrebbe quasi definitivamente sradicato la familiarità con gli antichi saperi. Sono pensieri simili a quelli espressi da Gao Xingjian che ho avuto il piacere di sentir parlare e conoscere qualche anno fa, poco dopo aver letto il suo capolavoro sulla Cina ‘perduta’, La montagna dell’anima, toccante pellegrinaggio di un ‘uomo senza qualità’ che nel corso della propria odissea orientale riflette sulle devastazioni del capitalismo».


Da sinistra: Elsa Glaser, Jappe Nilssen, Albert Kollmann, Christian Gierloff e Edvard Munch a Kristiania (Oslo) nel 1913

9 ottobre 2013

Valerio Gelli - La poesia del disegno





Valerio Gelli, Siepe d’alberi, 1987, matita su carta, 48x66 cm.©


 «Il ponte Pachiao (Pachiao significa ‘il ponte Pa’) era il luogo dove chiunque se lo potesse permettere veniva a salutare gli amici e i colleghi che partivano verso oriente. Nel corso dei secoli divenne noto come il ‘Ponte dell’addio’: il luogo più famoso nella Cina antica per separarsi e lo scenario di migliaia di poesie sui salici.

Fino ai tempi moderni, i loro fiori pendenti fiancheggiavano entrambe le rive del fiume Pa per vari chilometri in entrambe le direzioni. A tarda primavera, la peluria dei fiori invadeva l’aria come neve, dando luogo a un’altra delle otto meraviglie dello Shensi. In cinese, la parola per indicare ‘salice’ è omofona di ‘stare’, e coloro che restavano recidevano un fiore per donarlo a chi partiva».

Da La Via al Cielo. Incontri con eremiti cinesi, Red Pine, Ubaldini, 2013


O Bäüme Lebens, o wann winterlich?
Wir sind nicht einig. Sind nicht wie die Zugvögel
verständigt. Überlholt und spät,
so drängen wir und plötzlich Winden auf
und fallen ein auf teilnahmslosen Teich.
Blühn und verdorrn ist uns zugleich bewußt.
Und irgendwo geht Löwen noch und wissen,
solang sie herrlich sind, von keiner Ohnmacht.

Und aber, wo wir Eines meinen, ganz,
ist schon des andern Aufwand fühlbar. Feindschaft
ist uns das Nächste. Treten Liebende
nicht immerfort an Ränder, eins im andern,
die sich versprachen Weite, Jagd und Heimat.
Da wird für eines Augenblickes Zeichnung
ein Grund von Gegenteil bereitet, mühsam,
daß wir sie sähen; denn man ist sehr deutlich
mit uns. Wir kennen den Kontur
des Fühlens nicht: nur, was ihn formt von außen.
Wer saß nicht bang vor seines Herzens Vorhang?
Der schlug sich auf: die Szenerie war Abschied.


Oh alberi di vita, oh quando invernali?
Non siamo unanimi. Non siamo,
come gli uccelli migratori, avvertiti.
Superati e tardi ci accompagniamo ai venti
d’improvviso e caliamo su stagni indifferenti.
Fiorire e guastarsi noi li sappiamo insieme.
E in qualche parte vagano ancora leoni
e non sanno, finché sovrani, di nessuna impotenza.

Noi però, dove intendiamo un intero, del tutto,
si avverte già il dispendio dell’altro. Ostilità
è a noi la più vicina. Non giungono sempre gli amanti
ai confini l’uno nell’altro, mentre
si eran ripromessi pianure, caccia e patria.
Per il disegno di un istante, là
si prepara un fondo contrario, a fatica,
perché noi lo vediamo; si è molto chiari, infatti,
con noi. Non conosciamo il contorno
del sentire; soltanto ciò che da fuori lo forma.
Chi non sedeva pauroso davanti al sipario
del suo cuore? Si aprì: lo scenario era addio.


Rainer Maria Rilke, Die vierte ElegieQuarta elegia
Duineser ElegienElegie duinesi
(incipit)
Traduzione di Jutta Leskien e Michele Ranchetti

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La prima volta che gli ho fatto visita, nel 2011, alla casa-studio di Via S. Pietro, ricordo di avergli chiesto della sua iniziazione. È una curiosità che ho sempre avuto quella di scoprire quale momento, quale circostanza, se un incontro, un dolore, un sogno abbia contribuito a far nascere in un artista la consapevolezza di se stesso.



Vecchio caminetto con terrecotte nella casa-studio 
(Foto di Claudia Ciardi ©)

L’esperienza di Gelli mi ha particolarmente colpita perché il manifestarsi della passione per l’arte si intreccia alla catastrofe della guerra, e questa drammatica sovrapposizione ha creato, un giorno, un evento che io ho avuto il piacere di farmi raccontare dall’artista e che voglio trascrivere qui dalla monografia che le edizioni di Via del Vento gli hanno dedicato:

«È all’età di undici anni, esattamente il 24 ottobre del ’43, a seguito del primo bombardamento aereo alleato su Pistoia, che risale l’episodio che in qualche misura indirizzerà la predilezione del giovanissimo Valerio verso la vocazione artistica. Tra i numerosi edifici che vengono rasi al suolo, vi è l’abitazione dell’ingegner Banti, direttore delle Forze idrauliche (l’attuale ENEL) di Pistoia che fortunosamente assieme alla famiglia non si trova in casa. I giorni successivi al bombardamento alcuni operai delle Forze Idrauliche, coordinati da Emilio Coppini, nonno materno di Valerio e dipendente stimato dell’ingegnere, scavano tra le macerie dell’edificio alla ricerca di mobili ed oggetti che possano essere riconsegnati al proprietario. L’unica cosa recuperata e miracolosamente integra è il libro La novella di Giotto, scritto da Giuseppe Fanciulli, illustrato con moltissime foto Alinari in bianco e nero delle opere del pittore fiorentino e pubblicato nel ’40 dalla Casa Editrice Hoepli. Quando Emilio Coppini porta il volume al suo proprietario, questi che nelle sue frequenti visite nella casa dell’amico operaio delle Fornaci aveva avuto modo di osservare il piccolo Valerio intento a disegnare, dispone che il libro venga regalato al ragazzo. Il volume rappresenterà una sorta di Vangelo per il giovane, che attraverso questi testi e quelle immagini, può iniziare a tracciare una linea ben precisa nel suo destino. Il libro, per come è articolato e per la necessaria descrizione di figure ‘altre’ rispetto a quella del soggetto principe, tra cui San Francesco, Dante, Giovanni Pisano, dischiude orizzonti vasti e stimolanti per il giovane. Sprofondarsi nella lettura di quel testo sarà un forte analgesico all’angoscia causata nel ragazzo dall’assurdità della guerra, che i cupi boati sempre più frequenti gli ricordano esser cosa reale, ed arbitraria nel suo rastrellamento di vite innocenti. Con il libro aperto nelle mani, seduto sull’argine del Diècine, affiderà i suoi pensieri alla foglia che scorre lentamente sull’acqua e che li porterà idealmente, attraverso la Brana, l’Ombrone e l’Arno a lambire le sale degli Uffizi, dove tante delle opere che compaiono solide e mute su quel libro, rivivono nei loro colori lo splendore del genio irripetibile che le ha generate» (Fabrizio Zollo, cenni biografici in Valerio Gelli. L'uomo e l'artista, Via del Vento edizioni).


Valerio Gelli, Il nido devastato, 2009 ©


Questo episodio ha il sapore dell’apologo taoista in cui il sorgere reciproco di azioni contrarie non ha carattere oppositivo ma comporta un equilibrio. Nel racconto di Gelli il dono che ha orientato la sua vita affiora letteralmente dalle macerie e dalla distruzione; dove tutto sembra perduto resiste una radice destinata al nuovo bene. 
Una storia simile non poteva che appartenere a una personalità come quella di Gelli. L’uomo è all’apparenza schivo, la casa disadorna e sincera come il sorriso di un eremita. Tutto è accogliente, gli oggetti cullano un’intimità e una saggezza antica che quasi rassicurano, e i gesti e la voce dell’artista sembrano dipingere qualcosa nell’aria.
La sensazione di pace solitaria e raccolta si avverte già all’entrata. Scendendo per Via S. Pietro, lasciandosi alle spalle un vecchio muro che morbide cime d’alberi superano di qualche metro, oltrepassando la bianca facciata della basilica, lieve come un panno di lino steso al sole, si arriva a una porta dietro la quale facilmente s’immagina un orto, il rifugio di una qualche innocenza che da molto non capitava d’incontrare. 
Un salice spiove sereno da una casa confinante, mite guardiano incaricato di salutare il visitatore in attesa sulla soglia. Un paio di file di mattonelle in cotto ci scortano allo studio, lambito dall’aroma della menta vicina. Nella gentilezza di questo giardino cresce una forma rara di poesia arcaica che prosegue dentro la casa. Lo studio prende luce da una finestra che attrae all’interno la grazia delle piante, e quando si parla con Valerio è come se il tremolio delle foglie e il verde arabesco dei loro occhi disegnassero altrettante presenze vive nella stanza. Sul tavolo, in un angolo, c’è sempre qualche nuova creatura frutto di questa calda levigatezza che si aggira ovunque. I suoi disegni a matita morbida sono quasi apparizioni di un mondo protetto perfino dal passaggio del tempo, dove tutto si conserva ineffabile, viene da dire incontaminato, dove le forme cadono estatiche sul foglio e nella creta, senza rivestirsi di maniere né essere gravate da concetti.
C’è solo un puro gioco di immagini che rimanda all’infanzia, a certi ritmi meravigliosi di filastrocche e indovinelli che una volta cantati non si dimenticano più.

(Di Claudia Ciardi)     

                           
Lo scultore Valerio Gelli nel luglio 2009 (Foto di Fabrizio Zollo ©) 





Da Valerio Gelli – Disegni
(Siliano Simoncini)

«In effetti opere come quelle dedicate al tema del Bosco, degli Alberi (entrambi degli anni ’80) e, in particolare, quelli che visualizzano la descrizione di un sogno narrata dal grande architetto Giovanni Michelucci (estimatore e amico di Valerio Gelli) e titolati La capanna dell’angelo (2001/2003), sono esempi di una unicità singolare nel lavoro di Valerio perché egli ha avuto il coraggio di azzerare il proprio linguaggio grafico precedente per intraprendere un’avventura del tutto nuova; avventura che lo porterà a realizzare disegni le cui radici stilistiche possono essere fatte risalire a quelle dei disegni post-impressionisti di Seurat e a quelli simbolisti di Redon. Nasce allora una grafica pulviscolare, dall’atmosfera magica e malinconica, che non porta più l’artista a esplorare la consistenza dello spazio e o la definizione della forma, ma lo induce a confrontarsi con il profondo dell’espressività interiorizzabile, con il “sentimento” del tempo».

[…]
                                                            
«Venendo agli ultimi disegni, quelli indicati dalla rappresentazione de Il nido, disegni realizzati dopo un lungo periodo di inattività del nostro artista a causa di una grave malattia, li possiamo pensare, anche a causa di questa brutta vicissitudine, come momenti di una rinascita, del profondo desiderio di voler dare forma a un’idea, a un sentimento che si è confrontato con il fine ultimo della vita e adesso vuole germogliare di nuovo».           
       


Porta della cantina nella casa-studio
di Valerio Gelli (Foto di Claudia Ciardi ©)




«Il sogno della capanna dell’angelo di Giovanni Michelucci rimanda a una  poetica della semplicità, a un bi-sogno di meditazione e ascesi realizzabile attraverso la costruzione di uno spazio raccolto, costruito con materiali poveri, senza fare violenza alla natura, contrariamente a tutto quanto accade nella società contemporanea avvelenata da desideri di segno opposto».

[…]



Giovanni Michelucci:
«Fatto sta che ho sognato la cosa più elementare che possa sognare un uomo: una capanna in un bosco.
Una capanna con la porta ‘a bocca di lupo’, una povera capanna, una dimora provvisoria, il cui aspetto evocava l’infanzia, i ricordi ancestrali, gli odori e gli umori del muschio, del pane appena cotto, del formaggio.
Ricordi forse di una realtà irrecuperabile se non nel sogno. Tanto è vero che, avvicinandomi, la capanna, invece di ingrandirsi, rimpiccioliva sempre più. Un luogo talmente piccolo da considerarsi inabitabile. Ma d’un tratto ho intravisto all’interno l’ala di un angelo: una presenza angelica. E nessun luogo è povero o di poco conto se è abitato da un angelo! 

Allora da questo sogno, apparentemente regressivo, mi è parso di comprendere visivamente una realtà elementare eppure ricca di implicazioni: che non sono i luoghi che devono cambiare, ma le persone che li abitano. Una verità che Giotto aveva capito benissimo.
Tanto è vero che in molte delle sue opere gli spazi raffigurati sono angusti rispetto all’azione che vi si svolge. La stessa ala dell’angelo che io ho sognato somiglia a quella che attraversa la piccola finestra nell’edicola dell’Annunciazione a Sant’Anna, nella Cappella degli Scrovegni a Padova.
Uno spazio è sempre povero, quando è privo di capacità di relazioni, ed è sempre bello, quando è generativo di incontri, di possibilità sinora inesplorate.
È questa forse la felicità dell’architetto».


Valerio Gelli, Il nido al vento, 2009 ©







Per approfondire l’arte di Valerio Gelli/ Books on Valerio Gelli:

Valerio Gelli, Disegni. Sessanta anni di disegno 1949-2009, testi di Alfio Del Serra, Siliano Simoncini, Cristiana Bossi, ottobre 2009 – edizioni del Circolo Aziendale Breda

Valerio Gelli. L’uomo e l’artista, AA.VV. (Paolo Beneforti, Luigi Russo Papotto, Alessandro Sarteschi, Fabrizio Zollo), a cura di Fabrizio Zollo, volume n. 12, coll. Le Streghe, Via del Vento edizioni, dicembre 2009


Su Pistoia e i suoi artisti si veda anche:  

Pistoia in parole. Passeggiate con gli scrittori in città e dintorni, a cura di Alba Andreini, introduzione di Roberto Carifi, edizioni ETS, 2012
E il post correlato in questo blog: Il cielo sopra Pistoia

«Pistoia la colta» di Anna Li Vigni su «Il Sole 24 ore», 11 –  8 –  2013


Riproduzione dell'articolo, «Il Sole 24 ore» 2013 © 

30 settembre 2013

Storie di eremiti


Red Pine (Bill Porter), La Via al Cielo. Incontri con eremiti cinesi
Ubaldini, 2013

Titolo originale:
Road to heaven. Encounters with Chinese Hermits
Counterpoint, Berkeley, 1993


Cover ©
Ubaldini di Roma offre quest'anno ai lettori italiani un affascinante libro sulla Cina. Saggio storico, politico e antropologico, il resoconto dell’americano Red Pine (pseudonimo di Bill Porter) approfondisce una materia poco nota al pubblico occidentale, ma forse di questi tempi non troppo popolare neppure presso quello orientale.

Come Alan Watts già preconizzava nel suo celebre scritto sul taoismo (La Via dell’acqua che scorre, Ubaldini, 1977), in Cina la dimestichezza con il linguaggio e le pratiche del progresso avrebbe quasi definitivamente sradicato la familiarità con gli antichi saperi. Sono pensieri simili a quelli espressi da Gao Xingjian che ho avuto il piacere di sentir parlare e conoscere qualche anno fa, poco dopo aver letto il suo capolavoro sulla Cina ‘perduta’, La montagna dell’anima, toccante pellegrinaggio di un ‘uomo senza qualità’ che nel corso della propria odissea orientale riflette sulle devastazioni del capitalismo.

Partito da Taiwan nei giorni delle agitazioni studentesche culminate nel massacro di Tienanmen, insieme al fotografo e compagno di avventure Steven Johnson, Pine raggiunge il Chungnan, l’ultima dimora degli eremiti. Figure chiave nella società cinese, custodi di saperi millenari, gli eremiti sono stati di volta in volta allontanati dal potere ufficiale e chiamati ad affiancarlo. Pine ci riporta alle origini di questa storia e precisamente nel sito neolitico di Panpo, a est di Sian, abitato fin dal quinto millennio a. C. e dove sono stati rinvenuti resti importanti di culture sciamaniche. Alla comparsa dell’urbanizzazione e della stratificazione sociale lo sciamanesimo entrò in crisi e la sua eredità venne gradualmente assorbita da uomini e donne che contestavano la burocrazia della corte e l’esercizio politico privo di virtù. Presso i cinesi gli eremiti hanno sempre goduto di una particolare venerazione in quanto depositari di quel passato spirituale che ha continuato a restare vivo anche in seguito all’avvento della civiltà.

«Quando gli imperatori, i re, i capi dei clan e i capofila della cultura arcaica cinese avevano bisogno di entrare in contatto con le forze naturali, con gli dèi oltre le mura cittadine e all’interno del cuore umano, essi si rivolgevano agli eremiti. Gli eremiti potevano parlare al cielo. Ne conoscevano i segni, ne parlavano il linguaggio. Gli eremiti erano sciamani e indovini, erboristi e medici, adepti dell’occulto e del manifesto. Il loro mondo era ben più vasto di quello circoscritto dalle mura della città. Distaccati dai valori imposti dal capriccio o dalla consuetudine, gli eremiti erano restati parte integrante della società cinese per la loro fedeltà ai valori più antichi della propria cultura».

Talora il potere si è rivolto a questi saggi per trarne consiglio, ritenendo che l’insegnamento taoista fosse l’unico in grado di ispirare il buon governo, e anche, caso affatto raro, per convincerli a interrompere il loro volontario esilio in mezzo alle montagne e a tornare in città nelle vesti di cortigiani, ministri o eredi del regno. La storia degli eremiti diviene dunque una straordinaria allegoria dell’opportunità di conciliare le opposte esigenze di isolamento e impegno pubblico, un dibattito che nella cultura cinese si è sempre rivelato estremamente vivace. Non sorprende quindi che la descrizione di questi tipi affascinanti di maghi, poeti, guaritori e profeti si accompagni a un dettagliato resoconto di storia delle dinastie imperiali e coevi sviluppi del pensiero taoista e buddhista. Durante la sua esplorazione dell’Huashan (Montagna Fiore) Red Pine ripercorre le orme dei primi maestri che qui si ritirarono e la misteriosa sacralità che da millenni circonda i loro romitori, nascondigli impervi destinati a restare inviolati, da cui osservare con distacco i rovesci delle epoche.

«Lo Huashan ebbe lo speciale potere di attrarre venerazione. La sua forma era unica fra le montagne. E scalarla richiedeva grande coraggio e grande desiderio, desiderio non della carne ma dello spirito. Perché lo Huashan fu uno dei primi centri spirituali della Cina, un luogo dove gli sciamani venivano in cerca di visioni».

La camminata di Pine registra i diversi ‘umori’ della montagna, dalla profanazione di numerosi santuari a opera delle Guardie Rosse alle preoccupazioni dei monaci che, nelle maggiori aperture concesse dal governo alla religione, leggono solo l’attaccamento a un utile economico: riempire i templi di visitatori. Mentre Pine stende i suoi appunti di viaggio, in molti santuari si procede infatti a lavori di restauro e ricostruzione. L’opera di ripristino comprende anche le capanne degli eremiti, la maggior parte abbandonate durante la Rivoluzione Culturale. Ma per tutti gli adepti sia delle pratiche taoiste che buddhiste, le quali proprio sui monti Chungnan si erano notevolmente estese, raggiungendo un pari livello di profondità ed elevazione, il pericolo incombente consiste nella dipendenza dai fondi governativi. Ricevere sostegni dal governo significa condannare a morte l’identità spirituale dei templi, semplicemente perché ogni sussidio genera un obbligo verso i programmi di Stato, che prevedono la riconversione dei siti in attrattive turistiche.

Nel ricordare le impressioni del buddhista Kao Ho-nien che visitò questi luoghi nel 1904, parlando della loro serenità e solitudine, Pine si interroga, alla fine dello stesso secolo, su quanto sia rimasto dell’atmosfera catturata da quell’attento pellegrino. Viene anche da chiederci, a distanza di altri vent’anni dal diario di Pine, cosa resti dei volti gentili e sorridenti che fanno capolino da queste pagine e se la situazione sull’Huashan come in altri luoghi di culto sia migliorata o soffra le conseguenze di sempre più radicali atteggiamenti consumistici. Grazie alla preziosa testimonianza di diversi monaci, raccolta per via, Pine ridisegna una geografia ‘sepolta’ dalla quale affiorano pressoché intatti racconti, tradizioni e sembianze. Alle vette del Chungnan, definito dagli antichi “l’avo di tutte le montagne”, appartengono esploratori che si sono spinti fino all’India, sfidando pericoli e poteri avversi, festeggiati al loro ritorno come eroi dagli imperatori cinesi; religiosi che, mettendo in gioco la propria vita, hanno difeso i templi dalle distruzioni delle Guardie Rosse; miti custodi impegnati nel salvataggio di un patrimonio culturale millenario insidiato da un nemico ancor più temibile della Rivoluzione Culturale, il materialismo. I maestri ottuagenari incontrati da Pine, scacciati dai loro eremitaggi sulle montagne a metà degli anni Cinquanta, manifestano non di rado una certa rassegnazione per l’aridità dei tempi e anche un senso che non è esagerato definire di sconforto riguardo il destino delle loro più segrete esperienze. Le storie di questi asceti rappresentano l’estremo presidio di una volontà diversa, orientata a valori alternativi e contrastanti rispetto all’agonismo, ai condizionamenti dettati dai desideri e dalla pratica del potere. Perciò, al di fuori del contesto cinese, le biografie degli eremiti divengono il segno di una necessità, probabilmente innata negli uomini, di agire lontano dal clamore, di saper essere interpreti e attori della società anche, e soprattutto, prendendo le distanze dai suoi insanabili conflitti. E forse, l’unica possibilità di esprimere un punto di vista in grado di incidere nel profondo e rovesciare i troppi pregiudizi che inibiscono l’azione, viene proprio, paradossalmente ma neppure così tanto, da chi più ha coltivato i semi dell’immobilità e della solitudine.

(Di Claudia Ciardi)

Anche su sololibri.net:
Red Pine, La Via al Cielo


* Foto di Claudia Ciardi © prese autorizzate dal personale della mostra



Testa maschile in bronzo della dinastia Shang (1600-1046 a. C.) 
Fossa sacrificale, sito di Sanxingdui, prov. Sichuan
Roma - Mostra di Palazzo Venezia, 2013 ©



Testa maschile in bronzo con maschera a lamina d’oro - dinastia Shang
Roma - Mostra di Palazzo Venezia, 2013 ©



La Montagna dell'anima di Gao Xingjian.
In copertina una sua illustrazione: Il volo della notte



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