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18 ottobre 2021

I cammini delle nuvole


Vaghe, diafane, minacciose, monumentali e sempre mutevoli. Misteriose indovine dei cieli, presaghe della tempesta, divine danzatrici notturne, anime sibilline oscillanti al respiro della pioggia, del sole e del vento.

(Di Claudia Ciardi)


* Nell'ambito del progetto "Elogio delle nuvole. Un'apoteosi dei paesaggi fluttuanti"

* Disegni realizzati nel settembre 2021


Nube espressionista



Giorni di grandi tempeste, giorni sublimi




Lembi di cielo I




Lembi di cielo IV




Cielo sul lungomare di Bordighera



Le Alpi Marittime al confine con la Francia


8 luglio 2021

Sacri Montes (II)

 
Le foglie sparse sul sentiero si animano e vagano a tratti come viandanti. Zone scure sulla montagna, altrove il sole. Dagli squarci del cielo sembra piovere un incantesimo che scioglie i contorni, sovverte le forme.
Si arriva all’improvviso accanto a certe piante, capita di sfiorarle cosicché si fanno conoscere all’aroma prima ancora che all’aspetto. Lo sguardo corre ovunque lungo le distese dei prati, fruga nel mistero delle ombre, attende chissà quale rivelazione al margine del bosco, finché si alza su alcune solitarie vette più volte ripetendo a se stesso: inviolate cime, lassù non si arriva.

 
(Di Claudia Ciardi)


Unalpe - Alta Val di Susa




Risalendo la Val di Susa




Monginevro - Il respiro della montagna oltremare




Attraversando la Val di Susa - Colori acquarellati su carta riciclata da un involucro

 

 
Splendore della Sacra




Nubi al tramonto di alzano sulla Sacra


4 marzo 2019

La danza delle montagne


Quando mi capita di leggere su una carta o in uno scritto i nomi di località e borgate dei monti di casa, scandendo quelle sillabe mentalmente e recitandole in silenzio quasi fossero una strofa imparata a memoria, non posso fare a meno di pensare ai loro rimandi letterari. Nomi come Vicopisano, Le Mandrie, Piticco, Romitorio, Novaia, Campo dei Lupi, Noce, strada dei cipressi e podere Purgatorio, Lugnano, zone Cocomero e Batillo, Caprona, Castelmaggiore, Tre Colli comportano indiscutibilmente un’evocazione poetica. Scendendo nella golena dell’Arno, all’altezza di San Sisto e poi ancora verso Badia vecchia, cattedrale primitiva scagliata come nudo sasso tra l’argine e i campi, s’incontra un paesaggio dimenticato, simile a certi sogni che vorrebbero indicarci qualcosa ma svaniscono prima di essersi rivelati del tutto. E la sera, quei rintocchi lontani che si alzano lungo i sentieri, frugando nella chioma dei cipressi che da cento o più anni fanno la guardia alle sepolture, quei suoni che visitano le poche case di abitati dai nomi strani, perfino più strani dei paesi sul monte (Piastroni, Montione, Pettori, Zambra), la voce lenta che viene da quelle pietre così capaci di un’armonia antica e dolce e piena di premura recano intatta a chi lo conosce l’immagine del luogo e a chi non lo conosce una visione tanto intensa da fargli pensare di esservi già stato.

I miei scatti, le mie camminate si lasciano orientare dalle Alpi Apuane che abbracciano la piana pisana nelle aree golenali. A destra i Monti Pisani, arrotondati e coperti di un verde cupo, quasi blu, che contende la scena all’azzurro violaceo delle Alpi. Quel verde che in primavera diviene luminoso, a tratti perfino squillante, quando i castagni mettono le foglie nuove. Qui l’intera corona dei monti sembra toccarsi, un nastro di cime e sontuose scale cromatiche che si snoda per tutte le campagne fino in Versilia. Qui il mio sguardo posa e riposa e tutto dentro me entra in risonanza.

(Di Claudia Ciardi)


*In queste fragili testimonianze affidate ai miei appunti, ai segni di qualche matita il pensiero va alla montagna ferita nel disastroso incendio di settembre e, purtroppo, in un altrettanto sciagurato rogo invernale appiccato accidentalmente da un vecchio contadino che si è messo a bruciare sterpaglie in un pomeriggio di vento molto forte. Fa male a guardarla la montagna, così, orfana del suo bosco, spogliata oltre ogni limite, se limite c'è al dolo e all'incuria.



La danza delle montagne (I) - Lapis e tutta mina - febbraio 2019



La danza delle montagne (II) - febbraio 2019

  

La Pania innevata dalla golena dell'Arno - Uno schizzo - febbraio 2019



La Pania innevata dalla golena dell'Arno - Lapis e sanguigne - febbraio 2019



La Pania innevata dalla golena dell'Arno - febbraio 2019



Le Alpi Apuane da Carrara - 19 febbraio 2019



La golena - Apuane e Monti Pisani - luglio 2018



Le Alpi Apuane dalla golena - luglio 2018



Le Alpi Apuane da Carrara - 19 febbraio 2019


*Foto di Claudia Ciardi ©

18 maggio 2018

Resistere, andare (L'Aquila-Paraloup)



Ovunque, quando mi ripetono i nomi delle montagne, per me è come una poesia letta ad alta voce. La decisione di salire lassù l’ho presa d’istinto non appena mi capitò di tornare in Abruzzo. Un po’ di presentazioni, qualche libro da distribuire, un bel viaggio dagli Appennini alla costa adriatica. Una via che potrei dire familiare, visto che dai miei vent’anni mi ha offerto con generosità tutta la sua poesia. L’Italia del centro-sud con la sua ruvidezza gentile, a misura d’uomo, i paesi guardiani arroccati sui monti nel loro arcaismo senza tempo, non ha mai smesso di attrarmi. Queste dorsali rugose, in apparenza severe eppure pronte a sguardi complici, sono capaci d’incanto come poche altre cose.
Era maggio, e dopo una mattinata di pioggia a tratti anche intensa arrivai a Sulmona, benedetta da un sole abbagliante. La bianca superficie dilavata di San Francesco, la linea metafisica dell’acquedotto romano e più sopra le montagne, dove per tutto il tempo della mia permanenza nuvole e vento si sono alternati sulle cime, gettando ombre tra misteriosi spiragli. Entrare in città, dopo una lunga passeggiata dalla stazione giù per il viale alberato, e posare gli occhi sui fianchi dell’Appennino lambiti dal tramonto. Sontuosamente scolpito in una primavera selvatica, un monumento incoronato dai campi e dalle poche tracce di neve non ancora dissolte in quota. Quelle striature vive, pulsanti come il dorso di un animale sconosciuto. E le voci nelle case mentre si preparava la cena, quasi risalite da un altro mondo, sorprese fra certi muri in rovina o in qualche sottoscala cadente, ma per il resto silenzio. Vento e silenzio ovunque a scandire un’antica lentezza. C’era un corteo di sbandieratori adolescenti quando sono arrivata. Il ritmo dei loro tamburi mi ha fatto da guida nei vicoli. A suo modo fu anche quello un segnale. Non so se sia stata una mia particolare disposizione d’animo in quei giorni ma ogni cosa, un incontro per strada, i miei vicini di tavolo a pranzo, il saluto di qualcuno avevano i toni di un insolito presagio. Infine, girando per consegnare i miei libri, mi son trovata davanti la porta della biblioteca comunale, chiusa: problemi di stabilità. Mi ricordai che qualcosa di simile era accaduto anche dalle mie parti, dopo il terremoto dell’Emilia. Una scossa arrivata di notte, il gelo nel corpo al pensiero che là vicino, senza sapere dove di preciso, ma vicino, era accaduto un fatto grave. Il sonno che alla fine ti riprende, per poi svegliarti di soprassalto in cerca di notizie. Anche da me chiusero la biblioteca, un edificio troppo antico cui quella scossa, nata a chilometri nelle viscere della terra, aveva inferto il colpo di grazia. Fa impressione quando a chiudere è un luogo che sta al centro della vita di una comunità. Ricordo pure come questa esperienza abbia maturato in me la consapevolezza di una fragilità dalla quale troppo spesso ci sentiamo svincolati.
Il terremoto, ferita aperta, continuava in Abruzzo a incombere sul vivere quotidiano. Davanti a quel portone sprangato, nella piazza deserta, ho sentito più forte il richiamo verso le montagne, per quel cuore di pietra che tanta distruzione ha dato ma pur sempre pulsante, origine di storia, fine e inizio, insolvibile legame.
Dunque, salii all’Aquila. A piedi, intendo, dopo essermi messa su un treno della mattina che mi ha portata sotto l’acropoli. Solo così, zaino in spalla, pochi libri con l’intento di lasciarli a qualcuno, un piccolo gesto per scambiare un po’ di solidarietà, esserci insomma. Perché solo così si tocca con mano ciò che è stato, il propagarsi di quell’attimo in un assordante allora e ora, ossessione del presente costretto a guardare indietro. Solo così, costeggiando la strada a passo lento, si incrocia lo sguardo coi memoriali, si scendono scale invase dai rampicanti, in punta di piedi, perlustrando vecchi giardini dove sorgono mute case. E vicino a una chiesa, sorretta da impalcature e puntelli, una cancellata sembrava indicare un biglietto, infilato lì di recente: un mese prima c’era stato l’anniversario e questo l’omaggio silenzioso dei vivi ai loro morti. Leggendo, guardando le fotografie appese ai muri, quasi col timore, indugiandovi troppo, di mancare di rispetto a qualcuno, si sente nella pelle cosa sia una perdita, il non esserci di chi una volta è stato lì e lì ha condiviso uno spazio e un tempo; poi all’improvviso, al suo posto, l’assenza.
Quando si posano i piedi in un paesaggio così devastato, che suscita ancor più sconcerto perché era città, con la sua affollata esistenza comunitaria, la sua sorte in bilico tra poesia urbana, ombre della storia e ansie moderne, questa sintesi a volte dissonante e allo stesso tempo necessaria per quanti fra quei tetti stanno, scomparsa infine da un momento all’altro, ecco quando capita di entrarci significa molto più che passare semplicemente in un luogo. È fissare uno specchio che rimanda a una consuetudine spezzata e a coloro che non vi prenderanno parte mai più. Una consapevolezza in lotta con un’accettazione violenta che implica violento dolore. Uno specchio su cui non si cammina in superficie ma dove ad ogni passo si scivola giù, corpo a corpo col vuoto di una rovina. E arginare fisicamente il nonsenso di questa devastazione significa scendere a patti con una forma di annientamento. Ma si può patteggiare con una cosa che ti sovrasta ed eccede di così tanto la misura dell’umano sopportabile? 
Sono salita all’Aquila in un giorno di nuvole e sole. Le braccia meccaniche delle gru si stendevano sopra le strade; masticato polvere, posato l’orecchio sul cuore dei cantieri. Otto anni dopo il terremoto, io che in Abruzzo c’ero anche in quei giorni. Sono discesa all’Aquila, forse è più giusto dire così, e ho pensato che son quasi passati dieci anni e sembra ieri. Camminato sullo specchio che mi ha fatto scendere dentro me stessa, ascesa e caduta, e sentire tutto daccapo, le pulsazioni della città fin nelle narici, gli umori, il calore dissolto, però sì, sotto quelle bende aver anche toccato, di nuovo, il risveglio di una vita.
 
Resistere, andare. Non so dire per quali traiettorie del destino qualche mese dopo mi son trovata ad attraversare le valli di Cuneo, i luoghi di «un paese ci vuole», l’epica struggente di Cesare Pavese che quei borghi ha cantato. L’invito a incontrare la gente della montagna, quella che lì ha vissuto, con le sue storie di resistenza e di attaccamento alle proprie radici, ruvide braccia ben piantate nella terra, assodate da stagioni tenaci, da un’idea schietta di appartenenza. Così sono andata, ad ascoltare non solo la storia di Paraloup ma anche di tutti gli altri che in quei giorni hanno disegnato la mappa, dai molti obliata, di una marginalità paesana, dalle Alpi agli Appennini. Lungo i tracciati di questa geografia dell’abbandono c’è il lavoro minuzioso di chi censisce senza pause il proprio territorio, di chi si fa narratore di genti e spazi dimenticati, di chi annota, scheda, fotografa ogni santo giorno perché sa che quegli atlanti sono un bene comune, uno strumento immersivo fra memoria e ricerca, una catalogazione che si annuncia paesaggio sentimentale.
La sera che ci siamo riuniti, in cerchio, come usava nelle vecchie cucine dei contadini davanti al fuoco, io, sì, ho seguito i discorsi di ognuno, me li ricordo anche abbastanza bene. Ma credo che una sola fosse la cosa su cui il resto faceva perno. Le mani della raccoglitrice di castagne seduta accanto a me. Mani forti e belle, con un filo di terra che correva tra unghie e falangi. Mi ricordava un compagno di classe che aveva la terra a Lari, nome gentile per frutteti e colline e antenati.
E poi ci son salita di nuovo a Paraloup, a piedi, zaino in spalla, un paio di bastoncini per non scivolare lungo il sentiero. Perché solo così puoi vedere quello che è un bosco d’inverno, un tempio consacrato ai suoi silenzi, strana vereconda creatura mentre compie la sua metamorfosi, come in attesa sul bordo di un sogno. Solo così attribuisci un senso ai tuoi passi perché hai il tempo di misurarli, di studiare il loro cadenzato oscillare sulla neve, perché è soltanto quando cammini lì che ti parlano con quella voce, risoluta e cedevole insieme. Lo spazio di quel sentiero è una strada che apri in te stesso, fuori e dentro il mondo che ti circonda, uno sconfinamento cui ti presti volentieri non tanto per la promessa di evasione che ti fa, quanto per la scoperta di ciò che non sospettavi esistesse di te intorno a te. Ogni orma non la imprimi solo nella neve, la disegni anche nella tua mente, ce la scrivi con un alfabeto solo tuo. Salire, discendere, salire di nuovo. Resistere, andare. È così che va.

(Di Claudia Ciardi)



 Paraloup, ottobre 2017



L'Aquila, maggio 2017



Sulmona, maggio 2017

Foto di Claudia Ciardi ©


24 marzo 2018

Dal taccuino giapponese (VII)


Gli schizzi realizzati in piedi immersa nei paesaggi di Capraia, l’isola-monte, nella sua calda estate, di vento forte a momenti. Seguendo antichi sentieri, in un luogo che è stato crocevia di storia e di storie.



Il Monte Campanile, detto la piramide, sulla strada vicinale del Semaforo – luglio 2017



Sul sentiero che porta al monte Campanile e all'Arpagna, con la Chiesa di San Nicola a destra sullo sfondo – luglio 2017



Il Monte Arpagna – agosto 2017



Tre cime a destra del Monte Arpagna – agosto 2017



Paesaggio dal porto – agosto 2017



Paesaggio dal porto – agosto 2017



Un quaderno di appunti tenuto durante il viaggio


In occasione del lancio del canale YouTube “margini e miraggi” collegato al blog, dedicato alla divulgazione di anteprime, eventi e ricerche, è stato diffuso il video Capraia. Una rivelazione, racconto per disegni e altre immagini della più selvaggia fra le isole dell’arcipelago toscano.  



Canale YouTube: margini e miraggi


16 aprile 2017

Dal taccuino giapponese (II)


Una serie di studi che prosegue la narrazione del “taccuino giapponese”.



Le Alpi Apuane da San Giuliano Terme e il grande alone bianco della sera sulle cime, 8 marzo 2017



Il grande alone bianco della sera sulle Apuane - San Giuliano Terme, 8 marzo 2017



Il Monte Pisanino (Apuane) da San Giuliano Terme, 8 marzo 2017



Le Alpi Apuane da San Giuliano Terme, 8 marzo 2017



Schizzo del Mirteto da San Giuliano Terme, 8 marzo 2017



Vicinanze di Bressanone, 30 marzo 2017



Le Alpi orientali innevate. In viaggio da Milano verso Mantova, 20 maggio 2016 



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