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11 marzo 2020

Silvio Pellico - Le mie prigioni


Da alcuni anni mi ripromettevo di leggere integralmente questo libro. Ricordavo solo qualche brano in vecchie antologie scolastiche e poche frettolose notizie circa la biografia dell’autore. A gennaio, non so perché, ho sentito il bisogno di tornare a quelle pagine. In genere, quando vado verso qualcosa o qualcuno, passato gran tempo dal mio primo proposito, non è indifferente la ragione che mi spinge di nuovo a incontrarlo. Così, qualche settimana fa, ho avvertito che il libro di Pellico aveva finalmente da parlarmi.
Scriverne ora potrebbe suonare quasi beffardo, ma chi poteva presagire solo poche settimane fa la situazione che stiamo vivendo? Per prima cosa mi viene da pensare alle date, che un po’ mi ossessionano, dico la verità. Non sempre, ma ci sono dei momenti in cui sembrano portarci sprazzi del passato con toni più vividi, per correlazioni che forse son solo nella nostra testa ma che pure non riusciamo a ignorare del tutto. Così risalire a un evento è talvolta cercare le ragioni di un vissuto che riguarda noi o altri, almeno coltivare ipotesi di somiglianza, per così dire.
Silvio Pellico fu arrestato nell’ottobre del 1820. Nel suo rendiconto lascia talora spazio a strane coincidenze, pur non annoverate esplicitamente come tali, ma che registra in forma di episodi dai risvolti per certi aspetti premonitori. Intervengono è evidente lo stato psicologico del detenuto e la difficoltà di dominare le forti impressioni causate dall’arresto. Ricorda la piazzetta veneziana, nei pressi del palazzo del Doge, che un pover’uomo gli indicò quale luogo di sventura – mesi dopo Pellico e Maroncelli, suo compagno di prigionia, vi avrebbero ascoltato la sentenza.
Ma c’è anche l’attaccamento spontaneo, generoso e insperato, di molti: custodi, intendenti, civili che vivevano nei pressi delle prigioni e che lo incoraggiano rivolgendogli un saluto, furtive parole di affetto; immensa carità, lo scrive più volte, per un’anima stremata. Umano conforto che ritrova allo Spielberg nella persona del vecchio Schiller, il sorvegliante dai modi burberi ma di gran cuore, nelle guardie che lo accompagnano per l’ora d’aria, nei medici, nei cappellani. Proprio tale umanità gli permise di non recidere il filo sottile che lo legava alla vita, di non sconfortarsi oltre ogni limite, di reggere nel corpo e nello spirito, di superare le mancanze del cibo cattivo – non furono pochi i prigionieri italiani morti per malnutrizione – di vincere le malattie – stati febbrili, coliche, affezioni respiratorie che sovente lo affliggevano, contribuendo a demoralizzarlo.
La grandezza di questo memoriale sta nel raccontare i travagli del corpo, confinato in uno spazio angusto e svilito da ogni genere di tormento fisico e interiore, senza lamento, senza accuse postume. Lo scrittore si racconta, si mostra nei momenti più oscuri della caduta, a un passo dal cedere, ma ogni volta mette a fuoco, nella sofferenza, quei pochi eppure potentissimi elementi che gli permettono di sostenersi per uscire dal baratro. Perfino l’infermità di Maroncelli, che gli comporta la mutilazione di un arto, sopportata con coraggio, quasi sfidata, diviene un elemento che rafforza la complicità dei due condannati e li fa approdare a uno stato di quiete – non di pura rassegnazione – ma di calma nei confronti del mondo. Un libro scritto sulla pelle, in senso letterale.  
Al momento dell’arresto Silvio Pellico non era una figura così nota nel panorama culturale italiano. Eppure, quella notizia, riaccese l’attenzione sulla sua personalità e gli avvicinò tanti nelle ore complicate del processo e della condanna. Quello che era un mite e riservato autore di testi di teatro, uno dei quali, la Francesca da Rimini, giunto a un discreto successo popolare, l’attivista politico di cui poco si sapeva ma che a Milano frequentava i migliori elementi dell’aristocrazia illuminata e dell’intellettualità progressista italiana ed europea, conobbe, per un inquietante tiro del destino, proprio nelle sue ore peggiori, una specie di battesimo, un riconoscimento durevole, che alla liberazione si sarebbe accresciuto accompagnandolo per il resto della vita. Ne sono commovente testimonianza le folle che fanno da scorta al suo viaggio verso le carceri imperiali. Da quell’«immenso popolo» in preda al terrore, ma presente alla lettura pubblica della sentenza, dai paesani che salutavano il passaggio della carrozza e che le guardie facevano fatica a tenere lontani, agli amici che vengono a congedarsi. Struggente l’episodio degli attori di una compagnia teatrale che a Udine si travisano da inservienti e preparano la stanza dove Pellico e Maroncelli trascorreranno la notte prima di passare il confine. Uno sfiorarsi di mani, una stretta rubata lungo le scale, in silenzio, coi visi rivolti a terra per dissimulare i gesti e non farsi scoprire dalle guardie. Quanta poesia in ogni riga di questo episodio. Il contatto, negato per regolamento ai prigionieri, talvolta possibile grazie alla condiscendenza delle guardie, torna a più riprese, sprigionando una forza che si trasmette al lettore senza filtri retorici. Una sensazione che con immediatezza passa dal protagonista a chi ripercorre i fatti insieme a lui; potere irrefrenabile del gesto, l’umano che travalica la parola e di là dal linguaggio comunica tutto se stesso.
Nell’agosto del 1820 l’Austria aveva emanato un editto assai duro contro i reati politici, che contemplava la pena di morte per gli affiliati alla Carboneria. Chi incappava nella giustizia si aspettava allora il peggio. La polizia austriaca avrebbe comminato pene esemplari, per fiaccare l’adesione ai moti patriottici. Pellico lo sa e non teme tanto per se stesso, quanto per il dolore che ne avrebbero avuto i genitori una volta venuti a conoscenza della sua esposizione politica.
Il raffronto tra la pacifica condizione di intellettuale attivo nei circoli milanesi, fino all’anno che precede la sventura, e l’abbrutimento generato dalla prigionia, con l’angoscia che si addensa sui giorni trascorsi in cella, è uno dei centri radiali della narrazione. In questo spossante contrasto, la figura di Pellico è sul punto di spezzarsi. Eppure, quando ormai pare non potersi riprendere, trova energie nuove dentro di sé, riuscendo a risollevarsi. Il pensiero dei propri cari, la convinzione di non aver smarrito i principi guida della morale in ogni scelta compiuta, la consolazione della fede.            
Le memorie di quest’uomo minuto, la cui fisicità lo faceva apparire inerme ai disagi della reclusione, ma che aveva una forza nella propria mente, una disposizione caratteriale che gli hanno permesso di non sgretolarsi mai, di parare i colpi della sorte e volgere gli eventi alla propria salvezza, si sono mostrate un faro acceso nella tempesta. All’inizio dell’anno, quando ho ripreso in mano quest’opera, le sue parole sono giunte inaspettate, l’eco di un tempo trascorso che però a tratti mi pareva anche estremamente contiguo al mio. E poi, le immagini della sua vicissitudine affidate a una prosa così asciutta, incisiva, dove il resoconto di fatti monotoni e angoscianti – la lunga carcerazione in Moravia e prima ancora il fermo a Milano e le fasi dell’interrogatorio fino alla sentenza a Venezia – apre poeticissimi squarci che sorprendono il lettore proprio perché calati in un contesto ossessivo, di claustrofobica incertezza. Due righe bastano a circoscrivere un fatto, l’espressione di una persona, l’attimo di una giornata trascorsa nella più fosca disperazione in mezzo alla quale una voce cade improvvisa, recando sollievo al prigioniero.   
Quando si decise a divulgare la sua esperienza del carcere, era il 1832. La stesura iniziò nell’estate del 1831 e il manoscritto fu dato alle stampe dall’editore Bocca di Torino ai primi di novembre del 1832. L’opera ebbe un riscontro di pubblico immediato, non solo in Italia. Le traduzioni si moltiplicarono ovunque anche se ciò non significò un incremento dei guadagni da parte dell’autore – per contratto Pellico si vide corrisposte le sole 900 lire dovute alla consegna del libro. Anche questa una storia molto italiana, purtroppo. Entusiasmo e apprezzamenti arrivarono da tanti personaggi di spicco – Puškin lesse il libro pervaso da ammirata riverenza per colui che definì “il martire mansueto”, la nobiltà piemontese gli offrì la propria amicizia, Luigi Filippo di Francia lo richiese come precettore del suo ultimo figlio. Metternich invece nelle settimane di quel successo masticava amaro. Fu tentato inutilmente il sequestro censorio, vennero scritte due confutazioni da parte austriaca – una delle quali di pugno del governatore della Moravia – ma si decise di non pubblicarle, pervennero note di protesta ad alcuni governi, tra cui ovviamente la monarchia piemontese. Si provvide a un ritiro pro forma del volume che nei fatti continuò a circolare.
Nel turbamento con cui Silvio Pellico ripercorre i dieci anni di carcere, colpisce l’attenzione per tanti minimi dettagli che tuttavia s’impongono alla vista come preziosi intarsi. Dopo dieci anni la sua memoria è integra, nitida, non ha rimosso niente, non risparmia persone e circostanze. Il dolore per non aver potuto salutare un compagno, la pena per l’essere impedito dall’alleviare le sofferenze di qualcuno. Altra stupenda poesia: il vecchio Schiller che ormai malato si trascina in un piccolo cortiletto a leggere e riposare; la fine è vicina. Pellico lo intravede, lo segue qualche attimo con lo sguardo, vorrebbe sorreggerlo. Così l’Austria sfumerà in un’immagine rothiana fermata nel parco di Schönbrunn. Alla scarcerazione i prigionieri, accompagnati per Vienna affinché prendano atto della magnificenza dell’impero asburgico, passeggiano per le vie della residenza imperiale. D’improvviso «ne’ magnifici viali […] passò l’imperatore, ed il commissario ci fece ritirare, perché la vista delle nostre sparute persone non l’attristasse». 
Al dramma della prigione sottentrano quindi le limpide memorie dell’infanzia e della giovinezza, il caro parente che gli dà riparo a Lione, quando la bottega del padre a Torino inizia ad andar male, provvedendo alla sua educazione umanistica. Lo studio e la conoscenza di coltissimi amici a Milano, dove incrocia i nomi di punta che collaboravano al «Conciliatore» e dove lui stesso diviene precettore nella casa del conte Luigi Porro Lambertenghi.  
Nelle attuali dialettiche cui la politica e l’opinione pubblica attingono per rappresentarsi, appare chiaro come si faccia ricorso molto più frequentemente alla resistenza che al risorgimento. Non solo per una vicinanza generazionale, a mio avviso. La semplificazione del dibattito comporta una lettura più comoda e facilmente utilizzabile dei fatti relativi alla resistenza, laddove il risorgimento si configura come lotta nazionalista. Negli stessi racconti relativi alla resistenza gli elementi patriottici tendono a essere ridimensionati, sfumati in una guerra più grande e complessa in cui convivevano diverse istanze. E va bene, ma liberarsi dagli oppressori era liberare la patria. Nel Novecento come un secolo prima. Questo contenuto nazionalista ci si pone come un divieto, oggi. E divide fortemente gli intellettuali. Opere come Le mie prigioni e i tanti scritti prodotti da quella cultura resistente e congiunta nello sforzo di unire l’Italia, sono percepiti quasi come letteratura minore; dove ci sono i primi tasselli di una memoria collettiva, voltiamo le spalle, convinti che non si tratti di cose poi tanto importanti. Ma è l’ignoranza di quei testi, il fatto che ci si tiene a distanza dalle fonti, a non farci acquisire un giudizio storico schietto, che sappia guardare agli avvenimenti per ciò che realmente hanno prodotto. Peggio ancora, è questa ignoranza del fatto storico e dei suoi protagonisti che impedisce di ricordarci a noi stessi.
La decisione di scrivere l’autobiografia del decennio passato in carcere fu tutt’altro che semplice per Silvio Pellico. Era tornato in famiglia a Torino con molti problemi fisici. Impiegò più di due anni per riprendersi dalle artriti e dai problemi polmonari. Nei cosiddetti capitoli aggiunti parla delle difficoltà di ristabilirsi completamente e di come la madre, preoccupata, vegli di continuo sul suo stato di salute, perfino mentre dorme. C’è anche qui un momento di poesia assoluta. La prima notte di settembre del 1830, a casa, dopo un lungo viaggio affrontato tra febbri e timori che la liberazione venisse ritardata a causa dei moti occorsi in Francia alla fine di luglio. La madre si aggira per le stanze e vigila sul sonno del figlio, assicurandosi che stia bene. Questa scena, seguita subito dopo dal risveglio e dall’abbraccio tra i due, nel silenzio assoluto del mattino, placa di colpo tutte le angosce patite, i dolori, le asprezze di quei miseri anni di separazione. Simili doni che non pensava più di ricevere, permettono al prigioniero di riscattarsi, di rientrare a poco a poco nella propria vita.
Le polemiche sulla sua conversione in carcere, gli attacchi politici, anche veementi a mezzo stampa, di chi non aveva voluto comprendere il suo memoriale, non lo fiaccarono. Si tenne alla larga dalle contrapposizioni, lasciò che si esaurissero. L’essere tornato al centro dei propri affetti, l’aver lottato con dignità, la crescente risonanza pubblica bastarono al suo messaggio.     

(Di Claudia Ciardi)


* Le foto a corredo di questo articolo sono di Daniele Regis ©

La foto di copertina ritrae la tomba di Silvio Pellico al Cimitero Monumentale di Torino



Edizione consultata: 

Silvio Pellico, Le mie prigioni, a cura di Angelo Jacomuzzi, Mondadori, Milano 2012 [prima edizione 1986]

*molto valida per il ricco apparato di note provvisto dal curatore





 









 

Per i cosiddetti "capitoli aggiunti":

Edizioni Paoline, Bari 1951 




Iscrizione celebrativa della stesura di Le mie prigioni in Via Barbaroux a Torino, presso quella che fu labitazione di Silvio Pellico





Via Barbaroux - Torino

26 ottobre 2019

Luciano Canfora - Demagogia



Vocabolo di alterna fortuna, sbocciato nella classicità greca e poi affiorante nelle diatribe della moderna politologia, caricato di coloriture dialettiche diverse secondo i periodi storici e le conseguenti inclinazioni del pensiero, la sua portata è tutt’altro che minoritaria nell’orientare il concetto di democrazia. Il significato mutevole, nonché problematico, di una parola che reca in sé l’idea di popolo e quella del comando, di un potere da esercitarsi attraverso e sul popolo, viene esplorato in queste pagine dal grecista Luciano Canfora. Dal teatro antico a Tucidide, da Hobbes approdando alla rivoluzione francese e a Gramsci il volume analizza pregi e difetti del fare politica, di chi si propone come guida e interprete delle aspirazioni popolari, senza trascurare in tale confronto l’ingresso nell’orizzonte contemporaneo della massa.
Indicando semplicemente la funzione di amministratore delle cose pubbliche in un ruolo in vista, la prima attestazione si riscontra nei Cavalieri di Aristofane, commedia rappresentata nel 424 a. C., in cui Demo, personaggio chiave in cerca di riscatto, recupera la passata potenza come ai tempi di Temistocle e Aristide. E tuttavia è sintomatico che l’opera denunci la miserevole sorte della demagogia, in una sostanziale identificazione con l’attività politica, da appannaggio dei bene educati a strumento caduto nelle mani di persone ignoranti. Il “demagogein” non sarebbe quindi di per sé un disvalore, ma l’autore ne porge agli spettatori un ritratto impietoso, da cui emerge la bassezza dei mezzi quale dominante. A ciò si aggiunga il rilievo dato da diversi autori alla pratica della parola ingannevole, alla distorsione della retorica, strumento degradato a suscitare nel popolo oscure pulsioni e a trascinarlo sotto il loro effetto. Aristotele nella Costituzione di Atene ravvisa i segni dello scadimento della demagogia proprio nel modo trascurato e irrispettoso di rivolgersi all’assemblea. La fase discendente della classicità vede una critica radicale del discorso politico e in ciò il demagogo si pone come figura contesa, destinatario della stigma reciproca tra forze che si disputano il consenso.
Tali nozioni suscitano indifferenza nel mondo romano, che qui non prende a prestito il greco come invece avviene per buona parte della terminologia politica. Dopo un tempo piuttosto lungo in cui poco si riflette sull’essere demagogo, ne scorgiamo nuovamente le tracce nelle dissertazioni di Hobbes e Swift, per l’uno equivalente di oratore efficace, per l’altro di “leader in a popular state”, capo in una città democratica, citando gli exempla di Demostene e Cicerone. Anche in questo caso demagogia e tecnica della parola risultano elementi strettamente intrecciati.
In seguito alla Restaurazione si definiscono in blocco demagoghi i capi rivoluzionari con intento chiaramente denigratorio, inchiodandoli al ritratto di agitatori, tiranni e pericolosi sobillatori delle aspirazioni popolari. Viceversa, ancora una volta nel solco di quello scontro dialettico di cui si è già detto, la prosa giacobina taccia di demagogia i caporioni delle rivolte sanfediste. Alla voce «Démagogie» del «Grand Dictionnaire» firmata da Pierre Larousse (volume VI, 1870) si parla in senso puramente etimologico di “guida del popolo”, rilevando subito dopo la difficoltà del demagogo nel trasmettere al popolo il giusto indirizzo, subendone semmai il movimento piuttosto che imprimerlo; «a seguire con lo sguardo la breve carriera dei grandi cittadini che si posero alla testa della rivoluzione sembra di vedere dei fanciulli appesi a una locomotiva», scrive. Causa l’impressione suscitata dai fatti del maggio-giugno 1848, l’articolista paga pegno al conservatorismo del momento inquadrando la demagogia nell’eccesso di una fazione popolare: allora il resto del corpo civico impaurito invoca il despota, al tempo Luigi Bonaparte. È evidente come il concetto supponga la strumentalizzazione del popolo, soprattutto gli strati meno consapevoli.
Nel primi trent’anni del Novecento si assiste allo scontro aperto tra ideologie di destra e di sinistra reciprocamente impegnate ad accusarsi di ricorrere a pratiche di stampo demagogico: «una tale polivalenza della categoria così come la sua ritorsione in più direzioni meglio si intendono e meno sorprendono, se si considera che essa ha di mira soprattutto l’enucleazione e la denuncia di un modo di far politica piuttosto che una determinata politica», nota l’autore. Nello scenario attuale potremmo registrare un’ulteriore generalizzante sovrapposizione con il termine populista che ha accentrato attorno a sé il dibattito pubblico, di fatto infiltrando e contaminando in via trasversale lo spettro delle espressioni politiche.
Se è vero, come teorizzava Gramsci, che sussiste una “demagogia superiore” che «non considera le masse umane come strumento servile, buono per raggiungere i propri scopi e poi buttar via, ma tende a raggiungere fini politici organici di cui queste masse sono il necessario protagonista storico, se il capo svolge opera ‘costituente’ e costruttiva, che ne è oggi di tale processo virtuoso? Quali spazi può ancora occupare l’autentica rivendicazione popolare nell’ottundente neutralizzante scenario dei populismi e dei sovranismi che di queste aspirazioni si nutrono, salvo passarle in rassegna velocemente e non includerne la spinta organica finalizzata alla conquista di potere contrattuale? 
Certo, vi è uno stallo nel coinvolgimento di coloro che si trovano ai margini. Lesperienza di Carlo Levi, confinato nel Sud Italia durante il fascismo, la sua inappellabile denuncia delle masse esterne ed estranee alla corrente della storia, trascinate sì, ma non partecipi, non ha avuto seguito nel mondo che ha sostituito alla dittatura militare quella del mercato. La strada aperta dalla Resistenza, anziché essere occupata dal pieno risveglio di coloro che erano stati fino a quel punto i confinati della storia, anziché stimolare in costoro quel potere attoriale da secoli latitante dalle vicende del mondo, si è inaridito nell’incontro con una forma integrale di demagogia, quella della mercificazione. Così Luciano Canfora: «Qui si è compiuto il grande salto dalla demagogia rozza, primitiva, demiurgicamente e arcaicamente affidata al superuomo di tipo mussoliniano formato sulle pagine di Le Bon e fiducioso nelle proprie sperimentate capacità di fascinatore di masse, alla demagogia anonima e capillare, totalizzante proprio perché anonima».
In uno scenario complesso, dove si assiste alla crescita del divario, a un senso di frustrazione proporzionale alla coscienza di non essere rappresentati, la cosiddetta politica ‘alta’ o tradizionale che dir si voglia, si aggira incerta, per molti aspetti impotente. Nella deriva di società sempre più demagogiche, parallela all’indietreggiare di società a base ideologica, mentre le risorse scarseggiano parimenti alla volontà politica di governare le forze che minacciano la coesione sociale, per scongiurare l’esplosione di una violenza fuori controllo realisticamente paventata dallo studioso, è necessario un risveglio delle coscienze addormentate, la ripresa di quella dialettica organica e costituente che rimetta in moto il processo democratico e di emancipazione delle comunità che vi stanno alla base.          

(Di Claudia Ciardi)


Edizione consultata:

Luciano Canfora, Demagogia, Sellerio, 1993

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