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19 maggio 2020

I gesti e le parole del congedo


Separarsi tocca a ogni generazione. Si procede insieme per un pezzo del viaggio e poi chi prima, chi dopo, si ferma. Non lo vedremo più, non sarà più una voce in mezzo a noi. Già, la lingua, questo incantesimo tutto umano che in ognuno prende accenti e sfumature diverse. Viva finché c’è una comunità vivente che se la tramanda e la plasma dentro di sé, nell’uso dei secoli mutandola, infondendole nuove e insolite cadenze. E quella che impariamo dai nostri cari è per noi un’iniziazione a un mare simbolico da cui sempre misureremo altre rotte nelle stagioni a seguire.
Era il duemiladiciassette quando venne annunciata la morte di una delle persone più longeve d’Italia, aveva centodiciassette anni (singolare la ricorrenza del numero), si chiamava Emma Morano, piemontese, l’ultima nata nell’Ottocento. Questo fatto mi portò a riflettere su come non solo una vita ma il rumore, l’immaginazione, il sentire di un’intera epoca si fossero richiusi su quella persona. Ne ho scritto così tra le pagine della mia Profanazione (capitolo Due novembre): «Nel mondo antico si attribuiva alla longevità carattere sacro. Ha forse a che fare con quest’idea la resistenza di una persona che quasi abbia saputo eludere il tempo. C’è un che di mistico in tutto ciò, perché si tratta di un corpo ribelle alle imposizioni organiche, che porta con sé la presenza d’altri, il loro esser stati insieme nella medesima dimestichezza. Un corpo di così tanti sguardi e di insondabili appartenenze, di molte tracce e d’innumerabili respiri che si avvicina al segreto dell’essere, di cui si può dire che arrivi a lambire la sostanza».
In queste poche settimane, nel silenzio e senza un addio, se ne sono andati in tanti. Un’intera memoria vivente si è posata sull’ultima sponda dell’esistenza, all’improvviso, ed ha raggiunto l’altra riva.  Questa morte affrettata, una morte quasi in incognito, ci ha ferito, sopraffatto. Le voci e gli sguardi che si sono spenti senza un addio ci hanno scavato intorno un vuoto disarmante. Perché abbiamo mancato l’attimo, il gesto, il calore rituale del congedo.
Proseguendo le sue argonautiche, Alessia Rovina ci offre un’intensa considerazione per navigare in queste acque scure senza smarrirci, per ritrovare anche in una tale insidiosa corrente l’appiglio sicuro della parola che lenisce.   

(Di Claudia Ciardi)



Alfredo Oliva Delgado, Paesaggio

 
Addio, Arrivederci
Di
Alessia Rovina
Per la rubrica «L’Argonauta»

Circa un mese addietro abbiamo iniziato un viaggio virtuale, intraprendendo una nostra personale Argonautica. Un tragitto particolare viste le contingenze attuali, alle quali comunque ci siamo voluti richiamare, in un momento che più che mai ci ha insegnato il valore della speranza, del dolore, della fragilità e dell’incertezza. È quanto provarono i nostri Argonauti, quei cinquanta fanciulli prosperi, forti, talentuosi, che si unirono a Giasone nella prima impresa eroica della Storia dell’Uomo. Speravano, per vincere con la speranza la paura di un viaggio di cui non sapevano nulla. Come la Vita. E la speranza di riuscire a conquistare il proprio autentico valore sarà in grado di far affrontare loro dignitosamente anche la morte. Ma ci torneremo su. In questo momento storico più che mai, siamo chiamati dal Governo, dal Buonsenso, dal Desiderio, a partire per un vero e proprio viaggio. Pregno di pericoli che solo parzialmente siamo in grado di affrontare nonostante i passi avanti negli ambiti medici e tecnologici. Ma anche un viaggio fondamentale per ciascuno di noi, toccato da affetti strappati, da progetti da riqualificare, da economie che minacciano di metterci in ginocchio. Un viaggio incerto più che mai, in piena regola, che ci viene imposto. Ma, prima di questa fase 2, nome che ha ben poco di poetico rimandando piuttosto a una sorta di snodo tecnico, cosa è successo alle nostre spalle? Quali sciagure emotive ci hanno colpiti? In questo mondo mi viene spontaneo constatare che noi siamo prima di tutto figli e nipoti. Veniamo da una discendenza, di cui ci siamo prepotentemente accorti proprio durante l’imperversare di questo mal-Anno. Le Residenze per Anziani, le Case di Riposo, nomi anestetici per descrivere una realtà di distanza dai cari, ma comunque necessaria, visti i ritmi frenetici a cui siamo sottoposti, e che tolgono sempre più tempo alla Cura dell’altro, sono diventati piccoli fronti di una guerra persa in partenza, in cui gli anziani sono caduti come mosche, lontani dagli occhi di chi li avrebbe voluti servire fino all’ultimo. Indifesi, incapaci di poter lottare, in una condizione di inferiorità fisica. Abbiamo perso Genitori, e abbiamo perso Nonni, e alla banchina d’imbarco sulla nave che porta il nostro nome per questo nuovo imprevedibile viaggio, non c’è nessuna mano amorevole ad accarezzarci e a sistemarci il bavero, prima di salutarci da eterni bambini. Così fanno i genitori: si prendono cura di noi per una Vita, e ad un certo punto, siamo noi figli a dover curare loro, nel debito non richiesto più bello e toccante. E il loro, è il sacrificio maggiore. Lo sa Alcimede, l’anziana mamma di Giasone, che non sopporta il dolore di veder partire il proprio figlio per un’impresa dalla quale potrebbe non tornare – non è affatto uno scherzo essere il primo navigante della Storia! – e inizia a piangere «al modo di una fanciulla» (Ap. Rh., I, v. 269). Le lacrime di un’anziana, che la rendono immediatamente indifesa, e suscitano lo strazio della cittadina, che a lei si unisce, e la piange come infelice, poiché non saranno le mani del figlio a prendersi cura di lei e a darle sepoltura “con le sue mani care”. Alcimede stessa, in uno dei più struggenti passi familiari della letteratura, piangendo, urla che sarà «abbandonata dentro le stanze vuote». Lei che dall’educare il figlio unico ed amatissimo ha già ricevuto il più bel dono del mondo, ora sarà condannata alla sua assenza. (Ap. Rh., I, vv. 281-291). Commovente. A gemere, senza consolazione delle cure future, è anche il padre, Esone, in preda alle lacrime ed all’impotenza, poiché «costretto a letto dall’odiosa vecchiaia, coperto» (v. 264). Un’immagine tragicamente simile a quei fotogrammi ospedalieri che i notiziari ci hanno continuamente proposto in queste settimane. Una visione dell’anzianità non come età della saggezza, età della maturità d’intelletto, età della raggiunta virtù, come invece la dipingevano, in linea con la loro cultura marziale, le alte personalità Romane, di cui si fa portavoce Cicerone nel suo Cato Maior de senectute, dissertazione del longevo Catone il Censore il quale dipinge l’anzianità come l’età della verità, lontana dalle bassezze morali e fisiche che invece la caratterizzavano nella Commedia Antica – il vecchio voluttuoso, uno dei bersagli prediletti di Plauto, ma che d’altronde era già oggetto di scherno per Aristofane, con il vecchio Filocleone ossessionato dai processi (Le Vespe) e il vecchio credulone Strepsiade delle Nuvole. E anzi, Catone si ripropone di confutare gli aspri versi di Cecilio Stazio, che recitano: tum equidem in senecta hoc deputo miserrimum,/ sentire ea aetate eumpse esse odiosum alteri, «e poi penso che sia questa la disgrazia peggiore quando si è vecchi: accorgersi che a quelletà si è di peso agli altri» (Ephesio, vv. 28-29). La visione più umana ed emotiva delle Argonautiche, riecheggiata poi dallo storico ritratto dell’amorevole Enea che porta sulle spalle l’affaticato padre Anchise, richiamata nella contemporaneità dall’opera teatrale Il padre, di Florian Zeller, che noi conosciamo per la meravigliosa interpretazione di Alessandro Haber – un anziano affetto da una grave forma di Alzheimer, curato dall’adorata figlia sino alla fine – corrisponde più che mai al significato che reca con sé la radice indoeuropea jar, da cui deriva il vocabolo greco con cui si designa la vecchiaia, γῆρας (ghêras): “giungere in avanti nel tempo”, sfociando poi in γέρας (ghéras), ovvero privilegio. La ricompensa del crescere, come il grano, altro derivato di questa eloquente radice, ricevendo il privilegio della Cura dei figli. Non sappiamo come sarà questo Viaggio che ci attende… Ma, pronti a salpare dalla nostra piccola banchina, ci auguriamo di poter lenire queste ferite profonde, affidandole alle parole eterne di personaggi antichi, custodi di tutte le nostre lacrime.

(Di Alessia Rovina, classicista e appassionata di teatro – Mantova, 16 maggio 2020
account twitter: @rovina_alessia)

26 ottobre 2019

Luciano Canfora - Demagogia



Vocabolo di alterna fortuna, sbocciato nella classicità greca e poi affiorante nelle diatribe della moderna politologia, caricato di coloriture dialettiche diverse secondo i periodi storici e le conseguenti inclinazioni del pensiero, la sua portata è tutt’altro che minoritaria nell’orientare il concetto di democrazia. Il significato mutevole, nonché problematico, di una parola che reca in sé l’idea di popolo e quella del comando, di un potere da esercitarsi attraverso e sul popolo, viene esplorato in queste pagine dal grecista Luciano Canfora. Dal teatro antico a Tucidide, da Hobbes approdando alla rivoluzione francese e a Gramsci il volume analizza pregi e difetti del fare politica, di chi si propone come guida e interprete delle aspirazioni popolari, senza trascurare in tale confronto l’ingresso nell’orizzonte contemporaneo della massa.
Indicando semplicemente la funzione di amministratore delle cose pubbliche in un ruolo in vista, la prima attestazione si riscontra nei Cavalieri di Aristofane, commedia rappresentata nel 424 a. C., in cui Demo, personaggio chiave in cerca di riscatto, recupera la passata potenza come ai tempi di Temistocle e Aristide. E tuttavia è sintomatico che l’opera denunci la miserevole sorte della demagogia, in una sostanziale identificazione con l’attività politica, da appannaggio dei bene educati a strumento caduto nelle mani di persone ignoranti. Il “demagogein” non sarebbe quindi di per sé un disvalore, ma l’autore ne porge agli spettatori un ritratto impietoso, da cui emerge la bassezza dei mezzi quale dominante. A ciò si aggiunga il rilievo dato da diversi autori alla pratica della parola ingannevole, alla distorsione della retorica, strumento degradato a suscitare nel popolo oscure pulsioni e a trascinarlo sotto il loro effetto. Aristotele nella Costituzione di Atene ravvisa i segni dello scadimento della demagogia proprio nel modo trascurato e irrispettoso di rivolgersi all’assemblea. La fase discendente della classicità vede una critica radicale del discorso politico e in ciò il demagogo si pone come figura contesa, destinatario della stigma reciproca tra forze che si disputano il consenso.
Tali nozioni suscitano indifferenza nel mondo romano, che qui non prende a prestito il greco come invece avviene per buona parte della terminologia politica. Dopo un tempo piuttosto lungo in cui poco si riflette sull’essere demagogo, ne scorgiamo nuovamente le tracce nelle dissertazioni di Hobbes e Swift, per l’uno equivalente di oratore efficace, per l’altro di “leader in a popular state”, capo in una città democratica, citando gli exempla di Demostene e Cicerone. Anche in questo caso demagogia e tecnica della parola risultano elementi strettamente intrecciati.
In seguito alla Restaurazione si definiscono in blocco demagoghi i capi rivoluzionari con intento chiaramente denigratorio, inchiodandoli al ritratto di agitatori, tiranni e pericolosi sobillatori delle aspirazioni popolari. Viceversa, ancora una volta nel solco di quello scontro dialettico di cui si è già detto, la prosa giacobina taccia di demagogia i caporioni delle rivolte sanfediste. Alla voce «Démagogie» del «Grand Dictionnaire» firmata da Pierre Larousse (volume VI, 1870) si parla in senso puramente etimologico di “guida del popolo”, rilevando subito dopo la difficoltà del demagogo nel trasmettere al popolo il giusto indirizzo, subendone semmai il movimento piuttosto che imprimerlo; «a seguire con lo sguardo la breve carriera dei grandi cittadini che si posero alla testa della rivoluzione sembra di vedere dei fanciulli appesi a una locomotiva», scrive. Causa l’impressione suscitata dai fatti del maggio-giugno 1848, l’articolista paga pegno al conservatorismo del momento inquadrando la demagogia nell’eccesso di una fazione popolare: allora il resto del corpo civico impaurito invoca il despota, al tempo Luigi Bonaparte. È evidente come il concetto supponga la strumentalizzazione del popolo, soprattutto gli strati meno consapevoli.
Nel primi trent’anni del Novecento si assiste allo scontro aperto tra ideologie di destra e di sinistra reciprocamente impegnate ad accusarsi di ricorrere a pratiche di stampo demagogico: «una tale polivalenza della categoria così come la sua ritorsione in più direzioni meglio si intendono e meno sorprendono, se si considera che essa ha di mira soprattutto l’enucleazione e la denuncia di un modo di far politica piuttosto che una determinata politica», nota l’autore. Nello scenario attuale potremmo registrare un’ulteriore generalizzante sovrapposizione con il termine populista che ha accentrato attorno a sé il dibattito pubblico, di fatto infiltrando e contaminando in via trasversale lo spettro delle espressioni politiche.
Se è vero, come teorizzava Gramsci, che sussiste una “demagogia superiore” che «non considera le masse umane come strumento servile, buono per raggiungere i propri scopi e poi buttar via, ma tende a raggiungere fini politici organici di cui queste masse sono il necessario protagonista storico, se il capo svolge opera ‘costituente’ e costruttiva, che ne è oggi di tale processo virtuoso? Quali spazi può ancora occupare l’autentica rivendicazione popolare nell’ottundente neutralizzante scenario dei populismi e dei sovranismi che di queste aspirazioni si nutrono, salvo passarle in rassegna velocemente e non includerne la spinta organica finalizzata alla conquista di potere contrattuale? 
Certo, vi è uno stallo nel coinvolgimento di coloro che si trovano ai margini. Lesperienza di Carlo Levi, confinato nel Sud Italia durante il fascismo, la sua inappellabile denuncia delle masse esterne ed estranee alla corrente della storia, trascinate sì, ma non partecipi, non ha avuto seguito nel mondo che ha sostituito alla dittatura militare quella del mercato. La strada aperta dalla Resistenza, anziché essere occupata dal pieno risveglio di coloro che erano stati fino a quel punto i confinati della storia, anziché stimolare in costoro quel potere attoriale da secoli latitante dalle vicende del mondo, si è inaridito nell’incontro con una forma integrale di demagogia, quella della mercificazione. Così Luciano Canfora: «Qui si è compiuto il grande salto dalla demagogia rozza, primitiva, demiurgicamente e arcaicamente affidata al superuomo di tipo mussoliniano formato sulle pagine di Le Bon e fiducioso nelle proprie sperimentate capacità di fascinatore di masse, alla demagogia anonima e capillare, totalizzante proprio perché anonima».
In uno scenario complesso, dove si assiste alla crescita del divario, a un senso di frustrazione proporzionale alla coscienza di non essere rappresentati, la cosiddetta politica ‘alta’ o tradizionale che dir si voglia, si aggira incerta, per molti aspetti impotente. Nella deriva di società sempre più demagogiche, parallela all’indietreggiare di società a base ideologica, mentre le risorse scarseggiano parimenti alla volontà politica di governare le forze che minacciano la coesione sociale, per scongiurare l’esplosione di una violenza fuori controllo realisticamente paventata dallo studioso, è necessario un risveglio delle coscienze addormentate, la ripresa di quella dialettica organica e costituente che rimetta in moto il processo democratico e di emancipazione delle comunità che vi stanno alla base.          

(Di Claudia Ciardi)


Edizione consultata:

Luciano Canfora, Demagogia, Sellerio, 1993

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