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26 ottobre 2019

Luciano Canfora - Demagogia



Vocabolo di alterna fortuna, sbocciato nella classicità greca e poi affiorante nelle diatribe della moderna politologia, caricato di coloriture dialettiche diverse secondo i periodi storici e le conseguenti inclinazioni del pensiero, la sua portata è tutt’altro che minoritaria nell’orientare il concetto di democrazia. Il significato mutevole, nonché problematico, di una parola che reca in sé l’idea di popolo e quella del comando, di un potere da esercitarsi attraverso e sul popolo, viene esplorato in queste pagine dal grecista Luciano Canfora. Dal teatro antico a Tucidide, da Hobbes approdando alla rivoluzione francese e a Gramsci il volume analizza pregi e difetti del fare politica, di chi si propone come guida e interprete delle aspirazioni popolari, senza trascurare in tale confronto l’ingresso nell’orizzonte contemporaneo della massa.
Indicando semplicemente la funzione di amministratore delle cose pubbliche in un ruolo in vista, la prima attestazione si riscontra nei Cavalieri di Aristofane, commedia rappresentata nel 424 a. C., in cui Demo, personaggio chiave in cerca di riscatto, recupera la passata potenza come ai tempi di Temistocle e Aristide. E tuttavia è sintomatico che l’opera denunci la miserevole sorte della demagogia, in una sostanziale identificazione con l’attività politica, da appannaggio dei bene educati a strumento caduto nelle mani di persone ignoranti. Il “demagogein” non sarebbe quindi di per sé un disvalore, ma l’autore ne porge agli spettatori un ritratto impietoso, da cui emerge la bassezza dei mezzi quale dominante. A ciò si aggiunga il rilievo dato da diversi autori alla pratica della parola ingannevole, alla distorsione della retorica, strumento degradato a suscitare nel popolo oscure pulsioni e a trascinarlo sotto il loro effetto. Aristotele nella Costituzione di Atene ravvisa i segni dello scadimento della demagogia proprio nel modo trascurato e irrispettoso di rivolgersi all’assemblea. La fase discendente della classicità vede una critica radicale del discorso politico e in ciò il demagogo si pone come figura contesa, destinatario della stigma reciproca tra forze che si disputano il consenso.
Tali nozioni suscitano indifferenza nel mondo romano, che qui non prende a prestito il greco come invece avviene per buona parte della terminologia politica. Dopo un tempo piuttosto lungo in cui poco si riflette sull’essere demagogo, ne scorgiamo nuovamente le tracce nelle dissertazioni di Hobbes e Swift, per l’uno equivalente di oratore efficace, per l’altro di “leader in a popular state”, capo in una città democratica, citando gli exempla di Demostene e Cicerone. Anche in questo caso demagogia e tecnica della parola risultano elementi strettamente intrecciati.
In seguito alla Restaurazione si definiscono in blocco demagoghi i capi rivoluzionari con intento chiaramente denigratorio, inchiodandoli al ritratto di agitatori, tiranni e pericolosi sobillatori delle aspirazioni popolari. Viceversa, ancora una volta nel solco di quello scontro dialettico di cui si è già detto, la prosa giacobina taccia di demagogia i caporioni delle rivolte sanfediste. Alla voce «Démagogie» del «Grand Dictionnaire» firmata da Pierre Larousse (volume VI, 1870) si parla in senso puramente etimologico di “guida del popolo”, rilevando subito dopo la difficoltà del demagogo nel trasmettere al popolo il giusto indirizzo, subendone semmai il movimento piuttosto che imprimerlo; «a seguire con lo sguardo la breve carriera dei grandi cittadini che si posero alla testa della rivoluzione sembra di vedere dei fanciulli appesi a una locomotiva», scrive. Causa l’impressione suscitata dai fatti del maggio-giugno 1848, l’articolista paga pegno al conservatorismo del momento inquadrando la demagogia nell’eccesso di una fazione popolare: allora il resto del corpo civico impaurito invoca il despota, al tempo Luigi Bonaparte. È evidente come il concetto supponga la strumentalizzazione del popolo, soprattutto gli strati meno consapevoli.
Nel primi trent’anni del Novecento si assiste allo scontro aperto tra ideologie di destra e di sinistra reciprocamente impegnate ad accusarsi di ricorrere a pratiche di stampo demagogico: «una tale polivalenza della categoria così come la sua ritorsione in più direzioni meglio si intendono e meno sorprendono, se si considera che essa ha di mira soprattutto l’enucleazione e la denuncia di un modo di far politica piuttosto che una determinata politica», nota l’autore. Nello scenario attuale potremmo registrare un’ulteriore generalizzante sovrapposizione con il termine populista che ha accentrato attorno a sé il dibattito pubblico, di fatto infiltrando e contaminando in via trasversale lo spettro delle espressioni politiche.
Se è vero, come teorizzava Gramsci, che sussiste una “demagogia superiore” che «non considera le masse umane come strumento servile, buono per raggiungere i propri scopi e poi buttar via, ma tende a raggiungere fini politici organici di cui queste masse sono il necessario protagonista storico, se il capo svolge opera ‘costituente’ e costruttiva, che ne è oggi di tale processo virtuoso? Quali spazi può ancora occupare l’autentica rivendicazione popolare nell’ottundente neutralizzante scenario dei populismi e dei sovranismi che di queste aspirazioni si nutrono, salvo passarle in rassegna velocemente e non includerne la spinta organica finalizzata alla conquista di potere contrattuale? 
Certo, vi è uno stallo nel coinvolgimento di coloro che si trovano ai margini. Lesperienza di Carlo Levi, confinato nel Sud Italia durante il fascismo, la sua inappellabile denuncia delle masse esterne ed estranee alla corrente della storia, trascinate sì, ma non partecipi, non ha avuto seguito nel mondo che ha sostituito alla dittatura militare quella del mercato. La strada aperta dalla Resistenza, anziché essere occupata dal pieno risveglio di coloro che erano stati fino a quel punto i confinati della storia, anziché stimolare in costoro quel potere attoriale da secoli latitante dalle vicende del mondo, si è inaridito nell’incontro con una forma integrale di demagogia, quella della mercificazione. Così Luciano Canfora: «Qui si è compiuto il grande salto dalla demagogia rozza, primitiva, demiurgicamente e arcaicamente affidata al superuomo di tipo mussoliniano formato sulle pagine di Le Bon e fiducioso nelle proprie sperimentate capacità di fascinatore di masse, alla demagogia anonima e capillare, totalizzante proprio perché anonima».
In uno scenario complesso, dove si assiste alla crescita del divario, a un senso di frustrazione proporzionale alla coscienza di non essere rappresentati, la cosiddetta politica ‘alta’ o tradizionale che dir si voglia, si aggira incerta, per molti aspetti impotente. Nella deriva di società sempre più demagogiche, parallela all’indietreggiare di società a base ideologica, mentre le risorse scarseggiano parimenti alla volontà politica di governare le forze che minacciano la coesione sociale, per scongiurare l’esplosione di una violenza fuori controllo realisticamente paventata dallo studioso, è necessario un risveglio delle coscienze addormentate, la ripresa di quella dialettica organica e costituente che rimetta in moto il processo democratico e di emancipazione delle comunità che vi stanno alla base.          

(Di Claudia Ciardi)


Edizione consultata:

Luciano Canfora, Demagogia, Sellerio, 1993

17 febbraio 2017

Dada 1916-2016



Hugo Ball al Cabaret Voltaire in costume di scena (1916)


La Fondazione Brescia Musei e il Santa Giulia proseguono il ciclo di grandi mostre inaugurato lo scorso anno con la rassegna sugli esordi di Marc Chagall in Russia. Giunto quasi alla sua conclusione, desidero spendere qualche parola su un evento di particolare interesse che ha inteso celebrare il centenario della nascita del dadaismo, immaginifico quanto frastagliato cantiere delle arti aperto in Svizzera nel febbraio 1916.
Si tratta di un’esposizione molto curata che riesce a incanalare buona parte delle performance dadaiste in un percorso tematico avvincente, senza smarrire un opportuno principio di coerenza, cosa che altrimenti renderebbe difficile seguire una vicenda culturale così variegata.
Il dadaismo infatti nasce da molti semi diversi, un amalgama di ingredienti geografici, etnici, storici che fanno massa critica nella libera e pacifica Zurigo, terra di esuli e rifugiati in un’Europa sventrata dalla prima guerra mondiale. Vi si ritrovarono artisti che desideravano proseguire la loro opera e studenti che volevano continuare l’università, più in generale e semplicemente uomini preoccupati di non andare sotto le armi, impegnati a preservare un’altra idea di mondo, in evidente collisione con le classi dirigenti dell’epoca.
In tal senso la fase pre-dadaista mostra molto bene i chimerici indirizzi, tra loro spesso diversi nella sostanza e negli esiti, che alimentano questo insolito fenomeno, destinato a far parlare di sé abbastanza a lungo, spartendosi poi in numerosi rivoli, dopo la conclusione di quello che si potrebbe definire il periodo più tempestoso e creativo, dalle serate al Cabaret Voltaire, nel ’16, all’immediato dopoguerra. Dai tardosimbolisti francesi, alle forme giovaniliste dell’espressionismo tedesco con cui la nuova avanguardia svizzera si confronta in maniera piuttosto serrata, alle ricerche strutturali su testo e immagine divulgate dall’avanguardia russa, fino all’idea di un’arte che superasse l’arte, elaborata da Marcel Duchamp a partire dal 1912.
La rottura dada fa perno sulla parola, discussa, rovesciata, sradicata, associata a forme d’arte visiva funzionali di volta in volta a metterla in crisi o a espanderne i limiti strutturali di significante e significato. Le esibizioni provocatorie e senza centro di Tristan Tzara (1896-1963), poeta rumeno tra i maggiori promotori del dadaismo, cui forse si deve anche l’aver coniato il nonsense “dada”, sono exempla del palinsesto che orienta tutta la rumorosa impalcatura di questo progetto. Ed esattamente la provocazione è un segno che non va mai smarrito, attraverso cui s’intende far passare un messaggio parallelo a quello abituale e innegabilmente brutale della realtà, una sorta di telecinesi del pensiero con cui, anche in una prospettiva di superamento delle vicissitudini della guerra, si potesse mettere a fuoco un’alternativa culturale e politica per l’essere umano. Il fatto che la corrente dadaista abbia iniziato a scorrere nel pieno del carnaio bellico, non è questione secondaria e denota l’esigenza di un’evasione dal mondo, una fuga, se però vogliamo dire fino in fondo, impegnata, una militanza trasversale che ha visto confluire le esigenze di tanti giovani nelle forme di un’immaginazione molto meno fine a se stessa di quanto si possa pensare a un primo sguardo in superficie.
La mostra è in massima parte incentrata sul rapporto tra la fucina originaria e il Sud delle Alpi, la frontiera italiana che pure attraverso il futurismo incontra e veicola “dada” nella penisola, dando vita ad affascinanti laboratori, come a Roma, o a quello se vogliamo un po’ inaspettato di Mantova, alla luce del carattere per certi versi appartato e perfino sonnacchioso della città. Ma c’è un aspetto ancora più inconsueto, non sufficientemente approfondito credo, che questa rassegna pone in risalto, ossia l’esperienza di “eremitaggio artistico” del Monte Verità, ad Ascona, nel Canton Ticino. Un gruppo cospicuo di ingegni e talenti, in cerca di un più genuino contatto con la natura, si ritirarono in una convivenza scandita da arte, misticismo e anarchia. Eredi della filosofia naturista fondata da Ida von Hofmann, è significativo che alcune delle personalità che qui si incontrarono, fossero le stesse che si ritrovarono a Zurigo ad animare, neppure un paio di anni dopo, le serate inaugurali della rivolta dada. Basti il nome di Hugo Ball, figura immortalata nella locandina della mostra e personaggio di spicco in questa vorticosa galassia, ma ancor più emblema della sua implosione. Qui si scorge, infatti, in controluce l’impronta di una dadaismo spirituale e mistico verso cui Ball tornerà convintamente proprio dopo la fine della Grande Guerra, abbracciando un ostinato e definitivo ritiro al monte, in condizione di solitudine. A questo proposito è interessante leggere la testimonianza dello scrittore svizzero Friedrich Glauser che frequentò Ball ad Ascona: « … una misura difensiva […] A cosa valevano la logica, la filosofia e l’etica contro l’influsso di quel macello che era diventata l’Europa? Era una bancarotta dello spirito. Ogni giorno se ne raccoglievano nuovi esempi […]. Era un tentativo di distruggere i mezzi di cui il materialismo si era appropriato per difendere il proprio mondo” (F. Glauser, Dada, Ascona e altri ricordi, Sellerio, 1991)».
Un risvolto affatto secondario, capace di illuminare le ragioni del movimento plasmato da Tzara, Arp, Richter e compagnia, attraverso le sue componenti più intimiste e forse perciò anche maggiormente rivelatrici.

(Di Claudia Ciardi)




Monte Verità, Ascona, Ritratto femminile. Archivio Fondazione Monte Verità 
      

Related links:



Avanguardia russa


Catalogo: Dada 1916. La nascita dellantiarte, Silvana Editoriale, 2016


* Le prese della mostra sono state autorizzate dal personale. Foto di Claudia Ciardi ©



Marianne Werefkin, Il cenciaiolo, 1917 


Paul Klee, La casa rossa, 1913



Linternazionale dadaista a Berlino


Fortunato Depero, Tamburo al teatro dei piccoli, 1918


Cartolina che informa delluscita del primo numero della rivista «Procellaria» a Mantova

11 giugno 2014

Luciano Canfora - 1914


«Quando si tratta di stati di coscienza collettivi, in particolare, lo studio sperimentale è praticamente inconcepibile. […] Ma ecco che in questi ultimi anni si è verificata una sorta di vasto esperimento naturale. Si ha il diritto, infatti, di considerare come tale la guerra europea: un immenso esperimento di psicologia sociale d’una ricchezza inaudita. Le nuove condizioni di vita, con un carattere così inusitato, con particolarità così caratteristiche, in cui tanti uomini si sono trovati all’improvviso gettati – la forza singolare dei sentimenti che agitarono i popoli e le armate – tutto questo sconvolgimento della vita sociale e, se si ha l’ardire di usare queste parole, questo ispessimento dei suoi tratti, come attraverso una lente potente, devono, pare, consentire all’osservatore di cogliere senza troppa fatica i legami essenziali fra i differenti fenomeni. Certo egli non può, come in un esperimento nel senso ordinario del termine, far variare egli stesso i fenomeni, per meglio conoscere i rapporti che li uniscono; cos’importa se sono i fatti stessi che mostrano queste variazioni, e con quale ampiezza! Ora, fra tutte le questioni di psicologia sociale che gli avvenimenti di questi ultimi tempi possono aiutare a delucidare, quelle che si ricollegano alla falsa notizia sono in primo piano. Le notizie false! Per quattro anni e più, ovunque, in tutti i paesi, al fronte come nelle retrovie, le si vide nascere e pullulare; esse turbavano gli animi talora sovreccitando e tal altra abbattendo gli ardori; la loro varietà, la loro bizzarria, la loro forza stupiscono ancora chiunque abbia buona memoria e si rammenti d’aver creduto».

Marc Bloch, Riflessioni di uno storico sulle false notizie della guerra 
(1921)




Libro uscito nel 2006, l’editore palermitano Sellerio ripropone in nuova veste, per il centenario della Grande Guerra, l’analisi dedicata da Luciano Canfora agli eventi confluiti in quella straordinaria e tragica deflagrazione che fu il 1914. Il titolo intende sollevare la questione dell’inganno delle cronologie con cui si suole enucleare la complessità delle trame storiche.
Il ’14 dunque, termine convenzionalmente epocale su cui si concentrarono molte aspettative e perciò anche violente rotture, è l’oggetto di questo scavo attorno all’anno, esposto in una prosa chiara e diretta, unita a un serrato excursus di fatti e fenomenologie, l’esistenza dei quali nelle società europee di fine Ottocento ha un peso enorme per i successivi sviluppi.  
In queste pagine trovano spazio elementi di politica interna ed estera dei paesi contendenti, incursioni nei relativi interessi coloniali, riflessioni di psicologia sociale applicate alle organizzazioni partitiche del continente e ai comportamenti dell’elettorato prima del conflitto.
Non sorprenderà che il tono accattivante utilizzato da Canfora ci faccia dimenticare di avere tra le mani un saggio e ci trasporti piuttosto nella ricca intelaiatura di un racconto. Aggiungo che se di gusto della lettura si può parlare, intendendo quel desiderio di riprendere in mano un libro appena si prospetti qualche momento libero, confesso di essere tornata a provarlo, dopo diverso tempo, proprio con quest’opera.
A dare avvio alla narrazione è l’interrogativo su come gli accadimenti vadano periodizzati, antico dilemma, che mai ha fatto dormire sonni tranquilli agli storici. Nel caso della collocazione della prima guerra mondiale sull’asse cronologico, l’autore innanzitutto seleziona un segmento alquanto esteso che va da Sedan (1870), con la lunga tregua che si instaura tra Germania e Francia, e arriva fino alla seconda guerra mondiale. E qui il lettore inizia a rendersi conto che dovrà abbandonare non poche delle convinzioni ereditate dallo studio scolastico. I quaranta anni della cosiddetta pace, seguita alla disfatta francese, sono assai più problematici di quanto si sia in genere portati a pensare. Molti attriti covano sotto le ceneri, i cui esiti più vistosi si collocano fuori dal continente, nella lotta per le colonie. Una spartizione in cui la Germania si inserirà più goffamente delle nazioni rivali, Inghilterra e Francia, sentendosi perciò chiamata a una crescente aggressività per raggiungere i propri obiettivi. In tale contesa anche l’Italia non starà a guardare, creando focolai di instabilità nel Mediterraneo che risulteranno fatali al mantenimento degli equilibri. La guerra è un brutto affare di interessi nazionali che vanno calpestandosi e ingarbugliandosi sempre più, e la sua lunga durata non sorprende, se si considera in che modo il vantaggio dei singoli Stati sia venuto ad anteporsi a una soluzione dei problemi collettivamente ragionata. Ma lo storico si spinge anche oltre, dimostrandoci che le cose non finirono nel ’18. Si può piuttosto affermare, tornando ai dubbi sulla periodizzazione dei quali dicevamo, che vi è stata un’unica guerra, di cui quelle che noi indichiamo come prima e seconda rappresentano due fasi. Del resto, i vent’anni che separano lo scoppio dei due conflitti sono caratterizzati da un difficile ritorno alla normalità, e gli atteggiamenti assunti ‘nel corso dell’emergenza’ sono solo parzialmente riassorbiti: autoritarismo e militarismo si insediano al governo, spalancando le porte a indirizzi conservatori e al rafforzamento delle ideologie nazionaliste. In Germania, simili lacerazioni sono ancor più visibili. La Repubblica di Weimar è uccisa sul nascere da una vera e propria congiura reazionaria in cui si ritrovano tutte le personalità più retrograde del paese. La debolezza economica, la frustrazione derivante dai debiti di guerra sotto il cui peso dilagava la disoccupazione, le falle aperte nel partito socialista che da prima della guerra non avrebbe più avuto l’occasione di riorganizzarsi quale forza in grado di mutare gli assetti in campo, hanno fatto il resto. Ma da queste problematiche era affetta l’intera Europa. Perciò lo studioso parla di un’unica grande crisi i cui prodromi erano già scritti assai prima dell’attentato di Sarajevo e le cui soluzioni tarderanno a venire, passando per un altro, per molti versi ancor più atroce, evento bellico. Istituisce allo scopo un interessante paragone con la lunghissima guerra peloponnesiaca che logorò la Grecia per trent’anni, innescandone un processo di decadenza che fu la premessa della conquista macedone. All’origine della guerra vi fu la rivalità tra Atene e Sparta, entrambe impegnate fin dagli inizi del V secolo a. C. a consolidare le rispettive zone di potere nell’Egeo. Saltata la pace del 446, con la quale Sparta si era disposta al riconoscimento della lega delio-attica, si creò una serie inarrestabile di circostanze. Si potrebbe definire questa storia una guerra imperialista ante litteram, dai risvolti non meno esiziali, pagata a caro prezzo in primo luogo da Atene, che assistette alla distruzione della propria flotta, insieme alle mura del porto, e all’imposizione di un governo di oligarchi particolarmente intransigente. Fine di una grande città ma anche della Grecia classica. Le rivalità interne infatti non si sopirono più. Tebe, da sempre insofferente all’alleanza con Sparta, che esercitava sulla città un forte controllo, all’indomani della fine della guerra del Peloponneso si industriò per la conquista della propria autonomia, riuscendo perfino a imporsi quale potenza egemone per un breve periodo (371-362 a.C.).
Questo secolo di grandi guerre interne all’antica Grecia, per quanto tali situazioni siano lontanissime e profondamente diverse dalle dinamiche della nostra contemporaneità, resta comunque un termine di paragone affascinante per capire l’evolversi e il degenerare dei rapporti tra élites dirigenziali, gruppi di pressione orbitanti intorno ai centri di potere e forze da essi schierate.
Tornando alla guerra scoppiata nel ’14, proprio alla perversione dei poteri in campo e alla mistificazione delle coscienze, Canfora dedica un’ampia parte della sua opera. Un ruolo rilevantissimo ebbero infatti le varie propagande interne impegnate a dipingere il nemico secondo clichés consolidati. Ne scaturì una libellistica di guerra, rozza e approssimata, che ha visto in grande spolvero ad esempio il tema dello scontro tra barbarie tedesca e civiltà latina. A ciò si aggiunga l’enorme e incontrollabile fabbrica delle false notizie di guerra, leggende nate al fronte, riprese e ingigantite dalla gente, che nel corso della Grande Guerra conobbero un’inaspettata fioritura, oggetto di un magistrale studio sull’immaginario collettivo da parte di Marc Bloch.
Nella bieca ed egoistica difesa del vantaggio nazionale, andò perso il vero interesse collettivo, la pace, che avrebbe salvato molto più di quanto era stato messo sul piatto dell’interventismo.
Quando il maresciallo Hindenburg nel ’17, in concomitanza con la spaccatura del partito socialista, divenne presidente del Vaterlandspartei, grande formazione reazionaria di massa, il cui statuto era il perseguimento ad ogni costo degli obiettivi di guerra annessionistici, la storia aveva già preso una piega che paleserà i suoi più foschi risvolti appena alcuni anni dopo. «La leggenda del colpo di pugnale», altro effetto propagandistico maturato dalla guerra, e che avrà non a caso tra i suoi assertori proprio lo stesso Hindenburg, ferirà a morte la fragile esperienza weimariana e con essa la speranza del vecchio continente di recuperare una normalità all’insegna di rinnovati poteri democratici e progressisti.

(Di Claudia Ciardi)


      Sfogliando il libro        

16 maggio 2014

Incontro con Klaus Wagenbach




Bettina Müller, Klaus Wagenbach, Ranieri Polese («Corriere della Sera») - foto di Claudia Ciardi 


Klaus Wagenbach l’ho conosciuto lo scorso novembre al Pisa Book Festival, di cui è stato il primo ospite nella giornata di apertura. E non si sarebbe potuto sperare in un officiante migliore, dal momento che il paese attorno a cui ruotava l’intera manifestazione era per l’appunto la Germania. Per quanto non sia una frequentatrice di fiere, tuttavia l’atmosfera più raccolta se così si può dire che la rassegna pisana offre, rispetto alla dispersione da grande magazzino di eventi molto più rumorosi, e la presenza di Wagenbach, col suo carico di anni e esperienze editoriali, non poche delle quali nate sul limite della barricata, sono stati elementi sufficienti per decidermi a una visita. L’incontro con quest’uomo esile, apparentemente fiaccato dall’età, timido – ma è solo un’impressione legata ai due minuti d’inizio, quando si schiarisce la voce per sintonizzarsi col pubblico – non ha tradito le aspettative.
La casa editrice di Wagenbach festeggia quest’anno mezzo secolo di pubblicazioni. Un bel traguardo su cui sta scritta la caparbietà del suo fondatore. Klaus parla un tedesco lento, la cadenza berlinese in lui si ammorbidisce, diviene quasi sommessa, ma senza togliere peso a ogni parola pronunciata. L’ironia, e qui invece il tratto del berlinese affiora con decisione, è il filo che tiene insieme tutto il suo intervento e avvince gli ascoltatori alla sua storia personale.
Wagenbach ha in sé tutte le caratteristiche del tipo sopra le righe. Non molto teutonico, anzi affatto. E di tedeschi disordinati, fuori dagli schemi, disponibili a scelte radicali a livello sociale e culturale, per quella che è l’Europa contemporanea, ce ne sarebbe estremo bisogno, come ama sottolineare a più riprese nel suo discorso. Il tema è meno folklorico di quanto possa apparire di primo acchito. Klaus gioca sul filo dei luoghi comuni che accompagnano il confronto tra Italia e Germania, perché esattamente prendendo le mosse da un discorso leggero, ma con implicazioni culturali di notevole portata, si riesce a stabilire una dialogante sintonia tra due popoli che, pur tra numerose incomprensioni, non sono mai stati indifferenti l’uno all’altro.
Già nel modo in cui approda in Italia a ventuno anni, molto si comprende della singolarità dell’uomo. È il 1951 e si mette a esplorare il paese in sella a una bicicletta. Si perde letteralmente tra le campagne senesi, paesaggio dell’anima verso il quale sente un’affinità che lo spinge a tornare e a cercarvi «un posto per scrivere e pensare»: lo trova nel paesino di Monte dove decide di investire la piccola eredità paterna di cui dispone. Da trent’anni, nei periodi che trascorre in Toscana, si serve della macchina da scrivere che ha portato con sé nel suo primo viaggio.
Wagenbach è una pietra rara – ma sarebbe più giusto definirlo una roccia per la resistenza che ha dimostrato alle intemperie attirate dal suo lavoro – nel panorama dell’editoria indipendente. Si diverte a raccontare che la maggior parte dei suoi interlocutori, nel corso degli anni, non ha mancato di chiedergli come sia sopravvissuto. In questa domanda sono condensati quasi tutti gli atteggiamenti grossolani dell’epoca in cui viviamo, oltre a un malcelato dispetto per la longevità editoriale di questo personaggio d’eccezione. Una “sopravvivenza”, parola che la voce di Wagenbach veste di compiaciuta sprezzatura, che la dice lunga sul carattere dell’uomo. Non scendere a compromessi, è ciò che ha animato sempre le sue scelte e orientato i progetti culturali dei quali si è fatto promotore. «Un editore tedesco con simpatie per l’Italia (e per il socialismo) non ha una vita tanto facile». Così si apre il suo volume di memorie, edito da Sellerio nel 2013, ed è sulla scia di questa riflessione che evoca alcuni episodi chiave del clima asfissiante e censorio in Germania e Italia durante la guerra fredda. Nel ’72 al funerale di Giangiacomo Feltrinelli gli editori presenti sono soltanto due: Einaudi e lui. Sono momenti tesi, durante i quali chi è politicamente schierato paga dazio. Ricorda come negli anni ’70 la televisione tedesca si sia risolta a buttare nel cestino la produzione dell’Antigone di Sofocle, perché considerata opera scomoda; lo scandalo della negata sepoltura al nemico politico rischiava di accendere ulteriori animosità in uno scenario già compromesso.
Lo stesso impegno con cui ha lottato per i suoi ideali Wagenbach lo ha profuso nella realizzazione dei suoi libri, facendo molte scelte controcorrente. Ad esempio si è impuntato su Giorgio Manganelli, pur cosciente che avrebbe ottenuto ricavi molto contenuti. Il primo libro dello scrittore era stato infatti pubblicato dall’amico Feltrinelli, con sole 700 copie vendute. Wagenbach non ha superato le 500. Tuttavia rifarebbe ogni passo che lo ha portato a oggi. A tale proposito manifesta volentieri un altro dei suoi formidabili insegnamenti: da una parte sta la tasca destra (il capitalismo) e dall’altra la sinistra (gli oggetti a perdere, ossia i libri belli); e qui nasce anche un meraviglioso gioco linguistico, possibile solo in tedesco, con la parola Verlust (“perdita”, ma che ha in sé anche il termine Lust, “passione”).
Studioso di letteratura italiana e della poetica kafkiana – proprio a Kafka ha dedicato diversi scritti e altrettante ricerche – Wagenbach è la migliore incarnazione di un’editoria che fa cultura, con rimessa di mezzi e con un profondo coinvolgimento della persona, un’editoria che scuote la testa davanti alle mode e ai commerci.
Si può capire benissimo, dunque, perché mi sia spinta a raggiungerlo al tavolo della conferenza. Ci siamo intesi subito, già mentre gli davo la mano. Avevo con me un po’ d’aria di Berlino, essendo da poco tornata dalla “nostra comune patria delle lettere”, e le mie due ultime traduzioni pubblicate con Via del Vento. Si è informato sulla casa editrice – il nome non lo ha lasciato indifferente – e neppure la città, Pistoia, da lui frequentata alcuni anni prima, nell’occasione di un dibattito sull’editoria. E mentre cerca di ricordare l’episodio, compie un gesto che mi lascia di stucco. Con l’immediatezza e la semplicità delle brave persone mi regala la sua copia del libro. Uno scambio di xenia, in perfetto stile antico. Subito dopo, anche per togliermi dall’imbarazzo del silenzio sceso sugli ospiti a caccia di autografo, ai quali non era sfuggita la cosa, dice: «Aiutami, così non devo portarmelo dietro».
Credo che incontrare Klaus Wagenbach, oggi, abbia un significato particolare, per l’umanità e i valori che è in grado di trasmettere. Sguardo preziosissimo il suo, che ci ricorda alcune buone pratiche cui sarebbe opportuno tornare, se al “fare” si vuole anche associare la serietà dell’impegno e di conseguenza il messaggio che una simile posizione porta con sé.

(Di Claudia Ciardi)


Segreto bleu (Tecnica Mista) - Blaues Geheimnis (Mischtechnik)
di Sergio Beragnoli
Haus Opherdicke, Dorfstr. 29, Holzwickede
Aus der Ausstellung/ Dalla mostra «Begegnung», «Incontro»


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