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28 giugno 2021

In cammino con la storia


Il significato primario di storia è narrazione. Dunque, nella parola è il rimando all’atto di raccontare, di esporre degli avvenimenti, conservandoli in uno spazio di maggiore o minore vicinanza alla realtà.
Ecateo di Mileto, Erodoto di Alicarnasso, Tucidide di Atene sono i fondatori della storiografia, non a caso in quella irripetibile culla delle arti che è stata la cultura greca antica. A partire dai primi narratori, singolari personalità di viandanti e collezionisti di testimonianze, scrittori, geografi e antropologi per i quali la conoscenza dei fenomeni e il loro depositarsi nell’edificio della memoria passava da una ricognizione attraverso luoghi e caratteri, il dibattito sul punto di vista da adottare, sulla maggiore o minore obiettività di colui che si dà il compito di raccogliere e catalogare non ha mai conosciuto posa. Un filo tenace unisce i tre grandi nomi alle origini del racconto storiografico, perché in ognuno si ritrovano questi aspetti, in ognuno ridefiniti secondo rapporti di forza diversi eppure compresenti. E da ciascuno di questi sguardi gettati
sull’affollarsi degli eventi si ricava un’immagine della vita che lo storico cerca di ordinare, di condurre nell’alveo di una comprensione razionale cosicché la metafisica del tempo ricada sul nostro presente nei tratti di un’idea appena più organica.
C’è dunque qualcosa di vero nell’affermazione “historia magistra vitae”, che in taluni suscita insofferenza, se come non manca di ricordarci Leonardo Sciascia «anche il luogo comune è, per quanto ripugnante all’intelligenza, una forma della verità  cui all’altro estremo, specularmente, corrisponde il paradosso: forma della verità cui l’intelligenza arride». L’appassionante rilettura della guerra del Peloponneso firmata dallo storico Jules Isaac nel suo celebre saggio-romanzo Gli oligarchi dove sulla narrazione antica si allungano le ombre della seconda guerra mondiale, si muove magnificamente fra le increspature di una simile dicotomia.
E c’è da chiedersi cosa cercasse Shelley nell’idillio del Valdarno, ai piedi di una cascata dove amava bagnarsi nudo, prediligendo proprio la lettura di Erodoto, quasi che quelle pagine meglio gli facessero compenetrare la beatitudine del luogo. Così ce lo descrive Hofmannsthal nei suoi appunti, un fermo immagine in cui la sacralità dell’antico saluta l’apparizione della poesia, il prodigio di un romanticismo pagano iscritto nella saggezza del passato e nell’eterna presenza della natura. Che per il grande poeta la scelta del libro in cui specchiarsi nei giorni del suo avventuroso pellegrinaggio interiore cada proprio sulle Storie di Erodoto, non è un dettaglio da sorvolare. Questo indizio è semmai la via per scendere in un’anima, per fluire nei battiti di una vita che in quei giorni celebrava in sé armonia e bellezza.
Come ci spiega Alessia Rovina nel suo intervento, rileggere i maestri antichi e Tucidide in particolare significa porsi in ascolto di una tradizione altissima, fondatrice del nostro stesso modo di vedere il mondo e di coglierne gli sviluppi, ma è anche aprirsi alla possibilità d’immaginarlo, di vincere insidie e sfide, tanto più in questa fase così complessa, per molti aspetti contraddittoria, che pure schiude già i cammini ai quali altre narrazioni saranno destinate.

(Di Claudia Ciardi)      


  

Erma MANN - Erodoto/Tucidide
Museo Archeologico di Napoli

*copertina proposta da Alessia Rovina


Tucidide, compagno eloquente

Di
Alessia Rovina

Per la rubrica «L’Argonauta»

 

Quando frequentavo il liceo scoprii una pellicola per me divenuta poi classica, talvolta argomento unico di conversazione per rispondere alle insistenze di chi si ostinava ad etichettare come “non convenzionali” i miei studi. Era Il paziente inglese, trasposizione filmica del 1996 dell’omonimo romanzo di Michael Ondaatje, vincitore di 9 premi Oscar e numerosi altri riconoscimenti, dovuti non solo alle interpretazioni di grandissimi attori come Ralph Fiennes e Juliette Binoche, ma anche al procedere poetico di fotogrammi e sentimenti, in un presente doloroso che continua a declinarsi al passato. La mia commozione era rivolta al protagonista, il conte László Almásy. Attraversare un deserto, ascoltare e far proprie leggende e tradizioni di luoghi senza geografia, ammalarsi dell’incapacità di amare, accettare, sempre e comunque, di lasciarsi penetrare e purificare dall’unico vero e tenace compagno sempre fedelmente riposto nella bisaccia: Erodoto. Sono proprio le Ἱστορίαι narrate dal pater historiae  di Alicarnasso a curare l’animo dell’aviatore, sia quando è pervaso dall’ossessione per una passione struggente sia quando si avvicina al morire. Erodoto, compagno inseparabile.
Ecco, sin dall’antichità il nome di Erodoto era immancabilmente associato a quello di un altro illustre storico, Tucidide, come ben dimostra la doppia erma del II secolo d. C. conservata al MANN. Rivalità, compenetrazione, differenza di stili, favole che si scontrano con calcoli più razionali, di tutte queste elucubrazioni moderne una sola cosa resta: entrambe queste menti ci insegnano a guardare con occhi differenti l’agire umano nel corso storico. La mia personalissima scelta di trattare in questa sede di Tucidide scaturisce sia dalla passione che mi lega alla vicenda della Guerra del Peloponneso –   momento che, come ogni battaglia, crea immancabili cesure, ma che in questa situazione produsse una crepa estremamente significativa nel mondo antico – sia dalla necessità, in questo attimo tanto confuso e tanto… Turbolento, di avere una modalità di lettura del presente, una sorta di bussola, in un Viaggio che percorriamo e in cui troppo semplice è smarrirsi. È noto che uno dei grandi meriti intellettuali dell’autore della nostra più completa fonte della Guerra del Peloponneso sino al 411 a. C. risieda nella penetrazione dell’ἀληθεστάτη πρόφασις , la “ragione più vera” che portò al conflitto, presentato come sostanzialmente inevitabile non solo per il timore spartano, ma anche per la via di sproporzionalità – vocabolo desueto ma che rende bene l’idea – imboccata da Atene. La patria del nostro, pur talvolta ammantata di quella regale munificenza a cui le fonti ci hanno adusati, non è immune dalla lettura profonda che lo storico opera, sviscerando lungo la trattazione l’epopea e l’autodistruzione del vero e proprio Impero. Da potenza leader nella sconfitta del nemico Persiano, da fulgida culla della più alta cultura e del più fine pensiero che saranno capaci di scardinare, ammaliare e conquistare quasi tutte le genti d’Oriente e d’Occidente, a πόλις tiranna, pronta al massacro ed alla punizione dinnanzi a rifiuti pur minimi, dinnanzi ad ogni segno di indipendenza. Infine, scellerata ed affamata potenza in preda alla furente estasi della conquista, vittima in ultima istanza della stessa ostinata ricerca di gloria che l’aveva portata al vertice. Uno è sempre stato il grande interrogativo: per quale ragione Atene perse il conflitto? L’analisi à rebours di Tucidide identifica come errore massimo sostanzialmente un evento: la spedizione in Sicilia del 415 a. C., la cui capitale importanza viene resa anche in un utilizzo verbale tutto peculiare all’interno della narrazione storiografica. È difatti proprio in relazione a questa decisione che Tucidide spende una parola per lui rarissima, ἔρως, stante ad indicare una scelleratezza, una follia irrazionale che guida il consesso Ateniese nel compimento di questa impresa, tutto generato dalla fame insensata di conquiste e potere e dalla cieca convinzione che ogni impresa compiuta sarebbe stata destinata al successo.
Nel caotico vorticare di opinioni, nell’affanno della ripresa, nello sguardo che aggira gli ostacoli per proiettarsi già al di là verso obiettivi sempre più elevati ed inarrivabili, una sempre eterna scossa ci può venire dalla grande storiografia antica, anche in virtù dei cruciali avvenimenti in corso, certa crepa e cesura nel corso internazionale e personale, e sicuramente può venire da Tucidide, con quella veritiera concezione della natura umana sempre uguale a se stessa, il cui unico giovamento può essere la costante e lucida disamina del presente, e del passato.


(Di Alessia Rovina, classicista e studiosa di teatro)

2 febbraio 2019

Walter Benjamin - Strada a senso unico


«Rilievo. Si è in compagnia della donna che si ama, si conversa con lei. Poi, settimane o mesi più tardi, quando si è lontani, ci si ricorda qual era stato il tema della conversazione. E ora il motivo se ne sta lì banale, crudo, senza profondità, e ci si rende conto che solo lei, curvandovisi sopra per amore, con la sua ombra l’aveva protetto da noi, così che in tutte le pieghe e in tutti gli anfratti il pensiero palpitava come un rilievo. Se siamo soli, come ora, esso s’appiattisce esponendosi, senza ombra né conforto, alla luce della nostra conoscenza».

Walter Benjamin, Strada a senso unico (Einbahnstrasse), a cura di Giulio Schiavoni, Einaudi, 2006.

A piedi lungo le vie della città, una prosa di viaggio bizantina e labirintica, oscillante tra sogno e critica sociale. Un grido d’allarme che si esprime in forma di frammenti, dove la lingua e il pensiero appaiono volutamente destrutturati, perché il lettore abbia coscienza piena del disorientamento in cui è immerso. Poco prima che accada l’irreparabile, questa è l’ultima passeggiata che Walter Benjamin compie, ripercorrendo le latitudini del suo immaginario e i segnali che lo hanno guidato, inquieto viandante, a dorso di una strada a senso unico.

Così scrivevo in un mio pezzo del 2011. Questa raccolta di prose benjaminiane, che già al tempo della loro pubblicazione con Ernst Rowohlt nel 1928 venne felicemente ribattezzata “bazar filosofico”, ha esercitato un fascino durevole sulle espressioni della mia scrittura e i modi del suo comunicarsi. Dedito alla “kleine Form”, quell’incantevole bonsai letterario fine ottocentesco fiorito ai bordi della nascente metropoli, Benjamin ne fece uno spazio per l’incontro di suggestioni memoriali e urgenze poetiche, di cui l’Infanzia berlinese rappresenta un altro capolavoro giocato sull’intreccio dei generi e la compresenza oracolare, bifronte di un allegorico passato-presente.
La sua strada a senso unico la percorse negli anni Venti, quando l’inflazione tedesca aveva cominciato a dar segni di forte squilibrio, avvitandosi in una crisi interna senza tregua. Un viaggio tra le rovine tedesche del primo dopoguerra, dal quale l’autore risalì spossato, toccando con mano gli egoismi di una media borghesia impoverita, che si vedeva quotidianamente scivolare in un’inaccettabile arretratezza, costretta a intaccare le proprie rendite di posizione. Ma erano anche gli anni di una crisi profonda nella vita stessa dell’osservatore. Emarginato dall’università, poteva contare solo su fonti di guadagno precarie garantite dalla collaborazione con alcune riviste. Eppure, si trattava ancora della Germania weimariana, quella che gli intellettuali come Benjamin si sforzarono di difendere prima del baratro. Certo, non fu un quadro politico concorde, mai lo fu quell’esperimento in nessun anno della sua breve esistenza, brutalmente appesantito dai debiti di guerra e dal venir meno della coesione sociale. Lamentava anche questo il grande scrittore berlinese, che guardava con rassegnazione all’autoreferenzialità delle cerchie accademiche e sentiva fortemente su di sé la disillusione nei confronti dell’intellighenzia privilegiata.
Così, i Denkbilder qui raccolti, le immagini di pensiero destinate a fluire nel suo onirico labirinto dandogli forma, non si occupano di discettare sulla Hochkultur, la cultura alta, pseudo impegnata, dove le aderenze di potere finiscono per soffocare la genuinità del dibattito. Vanno piuttosto in cerca di quelle poetiche minime, di quelle effimere architetture del quotidiano in cui si accendono lampi di verità: scantinati, baracconi, fiere, giostre, bambini, robivecchi e poi oggetti o anche solo nomi capaci ancora di sprigionare un po’ di calore e bellezza. Frammenti brevissimi titolano “lampada ad arco”, “loggia”, “garofano selvatico”, “asfodelo”.
È un’opera di sopravvivenza questa Strada a senso unico, una scialuppa nella tempesta sulla fine della quale tuttavia l’autore non si fa illusioni né vuole venderne ai suoi lettori. Piuttosto metterli sullavviso circa i tranelli di una cultura dell’alto, consolidata, che finge d’impegnarsi in battaglie d’avanguardia salvo poi sfilarsi o tradire le più elementari regole della solidarietà e della morale comune. C’è tanto di questa riflessione benjaminiana anche nell’oggi e tanto di un’appropriazione indebita di uno studioso che ebbe un rapporto conflittuale, complicato con i suoi contemporanei che pochi spazi gli concessero ben prima dell’ascesa nazionalsocialista. Tant’è. Anche oggi, tra noi, c’è chi firma petizioni solidali e poi non ha il minimo ritegno a mancare di rispetto al suo prossimo e a quel suo prossimo fa sistematicamente del male, utilizzando, come ha fatto notare Borges in molte sue pagine che ci dimentichiamo di rileggere, metodi fascisti e se vogliamo dire più in generale, autoritari, vestendo panni di democraticissimo. L’odierna apologetica indirizzata al mondo antico parla di Atene come il modello di una democrazia senza macchia, aperta agli stranieri, forte in mare e in terra, non violenta. Eppure per divenire la potenza che fu Atene praticò lo schiavismo, non si fece scrupolo di perpetrare eccidi ai danni dei coloni ribelli, commise errori strategici clamorosi, cadde nella tirannide e nell’oligarchia, e infine venne sconfitta da Sparta. La democrazia non è uno strumento neutrale, non è una forma priva di sentimento o d’interpretazione politica. Si partecipa alla democrazia e la misura della sua solidità sta proprio nell’ampiezza della partecipazione e nei modi in cui gli atteggiamenti e i bisogni di chi vi prende parte si traducono all’interno degli apparati governativi. Non possono delle fazioni, in maniera apodittica, rivendicare la democrazia per sé e non lo possono neppure i cosiddetti detentori della cultura. Quando tra l’altro questi stessi intellettuali hanno disponibili molteplici canali per esprimersi, non possono dire d’essere perseguitati né parlare di democrazia sotto scacco. Faccio notare che gli antifascisti del ’20 e del ’30 furono confinati e poi andarono per la maggior parte esuli. Attraversarono ogni genere di difficoltà, vissero nella paura e tra non poche privazioni. Non si scherzi con la memoria di queste cose, non si confonda l’impegno civico di queste persone con chi ora fa salotto e si appropria della storia in modo strumentale.
Anche oggi la battaglia per il potere macina vite, aspettative, mostra un volto efferato danzando sulle macerie di ideologie che già tanto danno hanno recato nel recente passato. Ma ancora ci si barrica dietro e dentro quelle ideologie visto che in gioco c’è una futuribile prospettiva di potere la quale, se venisse a mancare del tutto, rischierebbe seriamente di generare altri equilibri. E allora, anziché sviluppare un dibattito serio e anziché scontrarsi su terreni scelti e ad armi pari, si tira di sponda o ci si sottrae, perché è più comodo così, altrimenti bisognerebbe argomentare le proprie posizioni col pericolo di dover giustificare un privilegio che non ha più ragione d’essere in quanto ha perso le sue longeve basi di consenso.
Perché dunque tanto accanimento? Potere, potere, potere. Quando i rapporti di forza cambiano, chi prima godeva di favori si assottiglia fino a dissolvere. Ma fa di tutto per continuare a mostrarsi ben saldo. Potere, potere, potere. Ecco perché, dunque, tanto accanimento. 

(Di Claudia Ciardi)



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Berliner Spreepark

11 giugno 2014

Luciano Canfora - 1914


«Quando si tratta di stati di coscienza collettivi, in particolare, lo studio sperimentale è praticamente inconcepibile. […] Ma ecco che in questi ultimi anni si è verificata una sorta di vasto esperimento naturale. Si ha il diritto, infatti, di considerare come tale la guerra europea: un immenso esperimento di psicologia sociale d’una ricchezza inaudita. Le nuove condizioni di vita, con un carattere così inusitato, con particolarità così caratteristiche, in cui tanti uomini si sono trovati all’improvviso gettati – la forza singolare dei sentimenti che agitarono i popoli e le armate – tutto questo sconvolgimento della vita sociale e, se si ha l’ardire di usare queste parole, questo ispessimento dei suoi tratti, come attraverso una lente potente, devono, pare, consentire all’osservatore di cogliere senza troppa fatica i legami essenziali fra i differenti fenomeni. Certo egli non può, come in un esperimento nel senso ordinario del termine, far variare egli stesso i fenomeni, per meglio conoscere i rapporti che li uniscono; cos’importa se sono i fatti stessi che mostrano queste variazioni, e con quale ampiezza! Ora, fra tutte le questioni di psicologia sociale che gli avvenimenti di questi ultimi tempi possono aiutare a delucidare, quelle che si ricollegano alla falsa notizia sono in primo piano. Le notizie false! Per quattro anni e più, ovunque, in tutti i paesi, al fronte come nelle retrovie, le si vide nascere e pullulare; esse turbavano gli animi talora sovreccitando e tal altra abbattendo gli ardori; la loro varietà, la loro bizzarria, la loro forza stupiscono ancora chiunque abbia buona memoria e si rammenti d’aver creduto».

Marc Bloch, Riflessioni di uno storico sulle false notizie della guerra 
(1921)




Libro uscito nel 2006, l’editore palermitano Sellerio ripropone in nuova veste, per il centenario della Grande Guerra, l’analisi dedicata da Luciano Canfora agli eventi confluiti in quella straordinaria e tragica deflagrazione che fu il 1914. Il titolo intende sollevare la questione dell’inganno delle cronologie con cui si suole enucleare la complessità delle trame storiche.
Il ’14 dunque, termine convenzionalmente epocale su cui si concentrarono molte aspettative e perciò anche violente rotture, è l’oggetto di questo scavo attorno all’anno, esposto in una prosa chiara e diretta, unita a un serrato excursus di fatti e fenomenologie, l’esistenza dei quali nelle società europee di fine Ottocento ha un peso enorme per i successivi sviluppi.  
In queste pagine trovano spazio elementi di politica interna ed estera dei paesi contendenti, incursioni nei relativi interessi coloniali, riflessioni di psicologia sociale applicate alle organizzazioni partitiche del continente e ai comportamenti dell’elettorato prima del conflitto.
Non sorprenderà che il tono accattivante utilizzato da Canfora ci faccia dimenticare di avere tra le mani un saggio e ci trasporti piuttosto nella ricca intelaiatura di un racconto. Aggiungo che se di gusto della lettura si può parlare, intendendo quel desiderio di riprendere in mano un libro appena si prospetti qualche momento libero, confesso di essere tornata a provarlo, dopo diverso tempo, proprio con quest’opera.
A dare avvio alla narrazione è l’interrogativo su come gli accadimenti vadano periodizzati, antico dilemma, che mai ha fatto dormire sonni tranquilli agli storici. Nel caso della collocazione della prima guerra mondiale sull’asse cronologico, l’autore innanzitutto seleziona un segmento alquanto esteso che va da Sedan (1870), con la lunga tregua che si instaura tra Germania e Francia, e arriva fino alla seconda guerra mondiale. E qui il lettore inizia a rendersi conto che dovrà abbandonare non poche delle convinzioni ereditate dallo studio scolastico. I quaranta anni della cosiddetta pace, seguita alla disfatta francese, sono assai più problematici di quanto si sia in genere portati a pensare. Molti attriti covano sotto le ceneri, i cui esiti più vistosi si collocano fuori dal continente, nella lotta per le colonie. Una spartizione in cui la Germania si inserirà più goffamente delle nazioni rivali, Inghilterra e Francia, sentendosi perciò chiamata a una crescente aggressività per raggiungere i propri obiettivi. In tale contesa anche l’Italia non starà a guardare, creando focolai di instabilità nel Mediterraneo che risulteranno fatali al mantenimento degli equilibri. La guerra è un brutto affare di interessi nazionali che vanno calpestandosi e ingarbugliandosi sempre più, e la sua lunga durata non sorprende, se si considera in che modo il vantaggio dei singoli Stati sia venuto ad anteporsi a una soluzione dei problemi collettivamente ragionata. Ma lo storico si spinge anche oltre, dimostrandoci che le cose non finirono nel ’18. Si può piuttosto affermare, tornando ai dubbi sulla periodizzazione dei quali dicevamo, che vi è stata un’unica guerra, di cui quelle che noi indichiamo come prima e seconda rappresentano due fasi. Del resto, i vent’anni che separano lo scoppio dei due conflitti sono caratterizzati da un difficile ritorno alla normalità, e gli atteggiamenti assunti ‘nel corso dell’emergenza’ sono solo parzialmente riassorbiti: autoritarismo e militarismo si insediano al governo, spalancando le porte a indirizzi conservatori e al rafforzamento delle ideologie nazionaliste. In Germania, simili lacerazioni sono ancor più visibili. La Repubblica di Weimar è uccisa sul nascere da una vera e propria congiura reazionaria in cui si ritrovano tutte le personalità più retrograde del paese. La debolezza economica, la frustrazione derivante dai debiti di guerra sotto il cui peso dilagava la disoccupazione, le falle aperte nel partito socialista che da prima della guerra non avrebbe più avuto l’occasione di riorganizzarsi quale forza in grado di mutare gli assetti in campo, hanno fatto il resto. Ma da queste problematiche era affetta l’intera Europa. Perciò lo studioso parla di un’unica grande crisi i cui prodromi erano già scritti assai prima dell’attentato di Sarajevo e le cui soluzioni tarderanno a venire, passando per un altro, per molti versi ancor più atroce, evento bellico. Istituisce allo scopo un interessante paragone con la lunghissima guerra peloponnesiaca che logorò la Grecia per trent’anni, innescandone un processo di decadenza che fu la premessa della conquista macedone. All’origine della guerra vi fu la rivalità tra Atene e Sparta, entrambe impegnate fin dagli inizi del V secolo a. C. a consolidare le rispettive zone di potere nell’Egeo. Saltata la pace del 446, con la quale Sparta si era disposta al riconoscimento della lega delio-attica, si creò una serie inarrestabile di circostanze. Si potrebbe definire questa storia una guerra imperialista ante litteram, dai risvolti non meno esiziali, pagata a caro prezzo in primo luogo da Atene, che assistette alla distruzione della propria flotta, insieme alle mura del porto, e all’imposizione di un governo di oligarchi particolarmente intransigente. Fine di una grande città ma anche della Grecia classica. Le rivalità interne infatti non si sopirono più. Tebe, da sempre insofferente all’alleanza con Sparta, che esercitava sulla città un forte controllo, all’indomani della fine della guerra del Peloponneso si industriò per la conquista della propria autonomia, riuscendo perfino a imporsi quale potenza egemone per un breve periodo (371-362 a.C.).
Questo secolo di grandi guerre interne all’antica Grecia, per quanto tali situazioni siano lontanissime e profondamente diverse dalle dinamiche della nostra contemporaneità, resta comunque un termine di paragone affascinante per capire l’evolversi e il degenerare dei rapporti tra élites dirigenziali, gruppi di pressione orbitanti intorno ai centri di potere e forze da essi schierate.
Tornando alla guerra scoppiata nel ’14, proprio alla perversione dei poteri in campo e alla mistificazione delle coscienze, Canfora dedica un’ampia parte della sua opera. Un ruolo rilevantissimo ebbero infatti le varie propagande interne impegnate a dipingere il nemico secondo clichés consolidati. Ne scaturì una libellistica di guerra, rozza e approssimata, che ha visto in grande spolvero ad esempio il tema dello scontro tra barbarie tedesca e civiltà latina. A ciò si aggiunga l’enorme e incontrollabile fabbrica delle false notizie di guerra, leggende nate al fronte, riprese e ingigantite dalla gente, che nel corso della Grande Guerra conobbero un’inaspettata fioritura, oggetto di un magistrale studio sull’immaginario collettivo da parte di Marc Bloch.
Nella bieca ed egoistica difesa del vantaggio nazionale, andò perso il vero interesse collettivo, la pace, che avrebbe salvato molto più di quanto era stato messo sul piatto dell’interventismo.
Quando il maresciallo Hindenburg nel ’17, in concomitanza con la spaccatura del partito socialista, divenne presidente del Vaterlandspartei, grande formazione reazionaria di massa, il cui statuto era il perseguimento ad ogni costo degli obiettivi di guerra annessionistici, la storia aveva già preso una piega che paleserà i suoi più foschi risvolti appena alcuni anni dopo. «La leggenda del colpo di pugnale», altro effetto propagandistico maturato dalla guerra, e che avrà non a caso tra i suoi assertori proprio lo stesso Hindenburg, ferirà a morte la fragile esperienza weimariana e con essa la speranza del vecchio continente di recuperare una normalità all’insegna di rinnovati poteri democratici e progressisti.

(Di Claudia Ciardi)


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