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2 febbraio 2019
Walter Benjamin - Strada a senso unico
19 gennaio 2016
Follia ragionante
Una
pisana, una nobildonna o forse solo un’eccentrica con una sbalorditiva
attitudine al racconto, venne ricoverata alle Ville Sbertoli di Pistoia, noto
manicomio cittadino, per un caso di follia ragionante. È codesta affezione una
psicosi paranoide contrassegnata da delirio lucido in cui il patrimonio
intellettivo del paziente si mantiene integro. In pratica la signora aveva la
parlantina sciolta, e per una pulsione che la dominava fin dalla gioventù
inventava di sana pianta delle storie, associando con cinica abilità gli
elementi più improbabili, tanto per vedere l’effetto che facevano. E
completamente assorbita da questa occupazione, tormentava qualsiasi malcapitato
incrociasse la sua strada. Ma presto il passatempo divenne crudele, millantava,
sproloquiava, insomma un’astiosità di fondo volse al peggio i sintomi di un
semplice esaurimento che sulle prime non si pensava sfociasse in complicanze.
Questioni pendenti di eredità e accordi matrimoniali saltati, causa il
pervicace disimpegno degli interessati, aggravarono la signora che quindi
abbracciò il delirio con fatale naturalezza, quasi fosse un amico per
innumerevoli anni atteso sulla panchina di un giardinetto. Presumibilmente lo
stesso del ricovero in cui era alloggiata. E in effetti per il modo in cui il
corteggiatore si era presentato, non poteva dirsi proprio un tipo comune. Fin
dal primo appuntamento quel farfallino per traverso e i capelli arruffati, di
chi non sappia pur con tutte le forze della volontà abbandonarsi al sonno dei
mortali, avrebbe allarmato anche il carattere meno sospettoso di questo mondo.
Ma la signora, no, lo prese sul serio e a differenza degli altri pretendenti si
trovò subito un accordo. Non poté più fare a meno di quei due occhi spiritati,
che riteneva irradiassero su di lei ogni grazia, e anche quel suo gesticolare
nervoso, come di uno che voglia pescar pesci nella nebbia, gli fu caro
quant’altri mai. Nel tipico slancio da donna innamorata, che forse è a sua
volta un piccolo delirio, cui abbandonarsi figura però tra le ragioni migliori
del vivere, se lo prese a modello; non erano trascorse neppure un paio di
settimane dal felice incontro che quella febbre dello sguardo era passata in
lei, e anche i suoi atteggiamenti ora abdicavano alla femminilità per volgersi
a un’insolita, si potrebbe dire perentoria, concitazione. L’indemoniato spense
nella sua dolce metà ogni residua scintilla di un’esistenza normale, e in gran
fretta si celebrò un rito assai più impegnativo, che andava al di là del
riconoscimento terreno sancito dal matrimonio. Del resto, eravamo in presenza
di un’unione di anime. Ma le due entità invece di stare in un nocciolo, come si
è soliti affermare, erano piuttosto l’una dentro l’altra. Il demone occupava
letteralmente il cuore della signora e lo inveleniva pian piano. Credendo lei
essere chiamata alla prova del suo sentimento, si vedeva in obbligo di dare
continue dimostrazioni della propria fedeltà coniugale e, nella fattispecie,
spirituale; pertanto qualsiasi cosa gli suggerisse il malandrino, lo realizzava
con devota alacrità.
I
dispetti si moltiplicarono, non risparmiando nessuno del reparto, neppure quei
pazienti affetti da catatonia acuta con cui dichiarava rapporti amichevoli,
visto che non contraddicevano mai le sue storie. Se ne stavano lì, come seduti
su una nuvola, lo sguardo immobile rivolto alla medesima macchia di umido sulla
parete del refettorio, e lei avrebbe potuto declamare un intero ciclo di poemi
senza che si sollevasse neppure un sopracciglio. Una volta, era di pomeriggio,
fuori pioveva a dirotto e nessuno degli ospiti poteva lasciare la Casa per fare
una passeggiatina all’aperto. Quale favorevole circostanza per dare un pubblico
saggio delle sue doti narrative. Con un salto fulmineo, a dispetto degli anni e
di un robusto accumulo adiposo che le inguainava i fianchi – ma i matti si sa
sono capacissimi di cotali guizzi – saltò su una sedia, attaccando col suo
cavallo di battaglia. Che il padre, uomo di oscuri natali, era stato un grande
viaggiatore e un giorno conobbe la principessa di Beonia, regno del tropico
degli Ossigoti, ed eludendo la guardia di palazzo e l’ottavo senso di un eunuco
che aveva dodici paia di orecchie e altrettante d’occhi, dunque in grado di
discernere quel che accadeva a miglia e miglia di distanza, si trattasse anche
di un brusio fuor di palazzo, sedusse l’infanta. Già al terzo incontro fu
concepita la nostra narratrice, ma siccome durante la gestazione la mamma
ricevette il morso di un aspide tra i più venefici di quell’ignoto continente,
i dotti di corte dissero che per salvarla era necessario asportare il mignolo
del piede del padre. Orrore, costui non era dunque il principe di Bonzo?
Proprio no, piuttosto quel gretto filibustiere di cui tutto si ignorava. E poi,
sommo oltraggio alla corte, con quale inganno si era introdotto nelle segrete
stanze? A rimetterci barba e capelli per primo fu l’eunuco, visto che altro non
gli si poteva chiedere, avendolo già sacrificato da tempo. Considerato che le
cose volgevano al peggio, quella notte il suo valido papà scappò insieme
all’amata. L’eunuco ridotto in ceppi si accorse del piano ma nulla poté. I suoi
rantoli furono attribuiti all’opera del barbiere. Insomma lei era nobile per
diritto d’un mignolo e chi metteva in discussione questa storiella se la
sarebbe vista con quel tale di Bonzo o con l’impostore o chi per loro.
La
signora dal sangue blu e dalla burrascosa fantasia che dentro vi scorreva,
prese fiato. Ma giusto un attimo, non avessero a pensare che le sue deliranti
capacità mostravano segni di guarigione. Avrebbe voluto quindi dedicarsi alla
seconda parte del suo cimento, e tuttavia l’imponderabile che è sempre in
agguato, rivelando un singolare fiuto per il genere delle stramberie, si inserì
nel corso degli eventi. Sarà stato che del temporale non si udiva ormai più
nulla e che i degenti mostravano segni di impazienza, sarà bastata quell’infima
variazione di luce – la cartella clinica della signora parlava chiaramente di
marcata fotosensibilità – o l’accenno di uno sbadiglio, accompagnato da una
rumorosità giunta come eccessiva all’udito ipersensibile di una psicotica,
fatto sta che la fiaba non venne in alcun modo proseguita. L’espressione della
narratrice subì una terribile metamorfosi, livida e affilata come un’arpia si
raccolse tutta in se stessa con l’intento di sferrare chissà quale attacco. La
sua voce, che fino ad allora aveva conservato un’innocua monotonia, piombò
addosso all’imbelle uditorio peggio di un turbine. E quali sconcezze pronunciò.
O se preferite, quali non profferì nelle allucinate battute di quella crisi.
Nessuno fu risparmiato. Né fu l’unico episodio di quel tenore.
Qualcuno
dei catatonici, a essere sinceri, mostrò anche segni di risveglio. Forse quella
foga mai sperimentata prima li disarcionò dal loro torpore. E da un simile
punto di vista, quel delirio si sarebbe dovuto semmai benedire. Ma nulla, le
regole sono regole anche dentro un manicomio. Si decise perciò il ricovero in
isolamento. Qui ebbe inizio l’attività più inquietante della nostra amica.
Il
demonietto che aveva determinato l’oscuro coagulo nella mente della
malcapitata, continuò a lavorare di cesello. Quando si rendeva necessaria una
visita per accertarsi delle condizioni della paziente, la nostra eroina metteva
in campo tutto il suo genio malato per confondere, sviare, turlupinare
l’esaminatore. Aveva un ascendente, lo sapeva bene, e il suo mentore non
perdeva occasione per rammentarglielo. Non si faceva problemi a usarlo nel modo
più miserevole. Con limpide argomentazioni, che non sarebbero sfigurate in
bocca a un principe del foro, si divertiva a evidenziare come ognuna delle frasi
pronunciate dal dottore di turno si prestasse a un’interpretazione ambigua, a
tratti ridicola, e non poggiasse su alcuna base logica. La solidità di quelle
clausole, peraltro indecorosamente approssimate, e qui non mancava neanche di
dare lezioni di stile, non era più solida della follia che le veniva
attribuita. Ribatteva punto per punto, con ostentato rigorismo, finché il
dottore svilito chiedeva l’aiuto di un collega e tutto ricominciava daccapo. Ma
perché restasse una traccia tangibile delle sue ragioni, dopo averci pensato su
diverse nottate, si risolse a infrangere il regolamento. E siccome tutto quello
su cui s’incaponiva lo otteneva senza difficoltà, tanta era l’energia che
impiegava nell’esasperare le sue vittime, eccola di nuovo all’opera. Stavolta
era in gioco quasi il tradimento dello sposo, sebbene per una giusta causa. Con
diverse moine e lamentele, alternate a promesse di non meglio precisati favori
carnali, manipolò un anziano inserviente d’indole abbastanza eccitabile quanto
fedele, il quale mosso a compassione le regalò carta e penna, oggetti
severamente vietati nei casi di esaurimento e psicosi.
Ora
poteva finalmente denunciare l’ingiustizia del mondo, che è la vera follia, il
vero scandalo dei tempi e che senza provvedere a se stesso, tormenta dei
poverini, innocenti al paragone di un’onta così spropositata.
La
storia di F. R. allietò non molto tempo fa un pranzo tra amici in quel di
Pistoia e ricordo benissimo come l’ironia dei miei commensali non mi dette
tregua per un pezzo. A loro dire manifestavo con il caso spudorate affinità.
Prima di tutto l’origine, e la comunanza del luogo di nascita si sa è di per sé
un elemento contaminante. Ciò vale anche per il posto che in un certo periodo
della nostra esistenza ci troviamo a frequentare. Insomma il fatto che per un
lustro o giù di lì mi sia accaduto a intervalli di tempo di aggirarmi per le
vie comunali di Pistoia, ha contribuito a oliare il sospetto. I presenti
avevano bell’e celebrato nel tumulto altrettanto instabile delle loro teste le
nozze spirituali tra me e la povera matta di questa storiella. Restando ai
sacramenti, i luoghi ci avevano in certo modo battezzate, così anch’io
presentavo quei sintomi polemici, biliosi, irriverenti, destinati
all’inevitabile mortificazione della mia femminilità. E questo per regio
decreto del pubblico maschile che, è risaputo, sulle questioni dell’altro
sesso inclina facilmente al radicalismo. Non era neppure un caso che si fosse
venuti a conoscenza del fatto proprio nel corso del nostro pranzo. Che a
qualcuno fosse balenata l’idea di aprire quel tomo di cronache manicomiali, da
tempo immemore abbandonato in un angolo della panca su cui sedevamo, era di per
sé la conferma di una comune ascendenza che aspettava un pretesto per
palesarsi.
Se
sollecitati nella giusta misura, gli uomini riescono a eccitare le loro facoltà
con maggior successo di una chiromante. Anche qui, nulla di nuovo. Perdonate la
divagazione. È che da tempo avrei desiderato anch’io un atto di difesa contro le
accuse di follia che mi son sentita muovere e che ho sentito muovere a tanti,
dimostrando in maniera irrefutabile la perenne infermità della razza umana e la
natura contagiosa dei loro difetti che alcuni pretendono di attribuire ad
altri, essendo invece patrimonio collettivo.
(Di Claudia Ciardi, gennaio 2016)
*Insieme ai precedenti qui pubblicati, Risus abundat!, Guglielmo II e la tenzone dei coboldi, Taboga, questo pezzo fa parte di una galleria di prose di andamento polemista e totemico, un’irregolare riflessione sul vivere, liberamente ispirata ad Einbahnstraße di Walter Benjamin.
9 novembre 2015
Taboga
28 aprile 2014
Strade
Gli scantinati in cui guardavo erano parte dei regni della mia infanzia. Mi donavano le mie prime vertigini, e quando mi lasciavano, non raramente avevo nostalgia di provarle ancora. Capitava così un’altra passeggiata nella via meravigliosa, io stringevo leggermente il corpo a quello di mia madre e facevo domande incomprensibili sulle aperture che bucavano la strada, come altrettanti sentieri che si sarebbero potuti esplorare; l’eco di questa curiosità dura ancora dentro di me.
E mi ricordo anche certe bottegucce di artigiani che lavoravano vicino al fiume, silenziosi occupanti di fondi ai piedi dei palazzi storici, risparmiati alla fredda imponenza dei piani superiori. C’era un orologiaio col pizzetto caprino, una banderuola arruffata sulla scheggia del mento, la pelle scura e rugosa e una lente cerchiata di nero perennemente attaccata all’occhio. Quando arrivava qualcuno le sue mani subito si slanciavano verso il sacchetto che il cliente aveva con sé, mani piccole, bianche e scattanti che con soccorrevole determinazione estraevano l’oggetto bisognoso di cure. Si avvicinava il bottone metallico all’orecchio, dopo averlo ritualmente scosso tra due dita, e per un attimo restava in ascolto, come il medico ascolta il cuore di un paziente. Se il caso era ritenuto grave, allora si poteva vedere un fremito attraversare il corpo dell’anziano, poco prima di emettere la diagnosi. Se invece era di immediata soluzione, armeggiava per qualche momento con pinzette, forcine, soluzioni lubrificanti, spennellava, lucidava, caricava finché la cassa ticchettante faceva ritorno spensierata nella sua custodia. Ogni tanto in vetrina comparivano delle pendole e tutto il vano era improvvisamente soggiogato dal sinistro beccheggiare di quelle arche resuscitate.
Poco più avanti, il negozio di vernici teneva a bella mostra il catalogo sopra il bancone, la proprietaria lo sfogliava con professionale lentezza, facendone schioccare le pagine, mentre io m’incantavo a ogni rettangolo di colore che per qualche attimo fluttuava nell’aria. Sui barattoli era disegnato un cigno, la mia fantasia lo trasportava in placidi laghetti e giardini proibiti, ma non so perché mi faceva anche ricordare di un povero pavone con la coda spelacchiata, un animale che sotto il peso dei suoi incalcolabili anni si trascinava in un cortile a pochi metri dall’idillio fatato.
Amavo gli angusti quadrati offerti dall’incontro dei vicoli, amavo le storie che vi si raccoglievano come pellegrini intorno a un altare, aspettavo con avidità di sentire il rumore dei portoni spinti sui cardini, per inventare le mie storie. In città questi spazi li chiamano chiostre, ma gli adorati popolani che m’insegnarono la parola adesso non ci sono più; dalla mia infanzia queste sillabe mi si sono strette al collo come il più caro degli abbracci, e se ora mi visitasse una delle voci da cui ascoltavo quella lingua per me straordinaria la riconoscerei senza indugio fra centinaia. Negli angoli delle strade si aprivano antri, dove prendevano campo suppellettili, arnesi, imballaggi, stoffe, mondi prodigiosi legati alle improbabili esistenze che li possedevano. E quando da Battellino si tostava il caffè, l’aroma si spandeva in tutti i vicoli, restandoci per una buona mezz’ora; dalle mie finestre allora vedevo carovane e attendamenti e carichi di spezie, e la bottega diveniva un favoloso suq in mezzo alla città.
Ma più di chiunque altro, inconfessabilmente, tutti aspettavamo una donna vestita di lana nera, il corpo appesantito, le mani tozze, mani da lavorante; così conciata, nella lunga gonna, coi capelli mossi e corvini in dispetto all’età, avrebbe anche potuto essere una zingara o un’indovina. A ogni autunno la caldarrostaia piazzava il robusto paiolo sotto i loggiati, attizzava la brace e girava, girava, incrociando in quel gesto lo sguardo dei passanti che cuoceva là dentro come una luna di pasta messa a lievitare. Anno dopo anno a me sembrava che la vecchia mestasse insieme ai suoi frutti meravigliosi anche un po’ della mia vita, qualcosa di me scivolava via, si ribellava e subito svaniva, al pari delle braci sollevate in aria dai capricci del vento.
Le strade ora indossano panni diversi ma in realtà sono irrimediabilmente invecchiate. Se torno a visitarle quasi non le riconosco. Qui, come altrove, hanno lavorato di compasso e squadra, tagli e rifiniture che raggelano, il dialetto non suona più come una volta nelle bocche dei nuovi bottegai, pochi, ordinati abitatori di locali alla moda. Anche i vicoli sono vuoti. Appartengo all’ultima generazione di ragazzi che ha saputo giocare, ridere a crepapelle, battersi, correre tra queste pietre, quando ancora se ne stavano al loro posto rotte e magnifiche. Il nostro nascondino copriva tutto il quartiere, il fiato ci mancava, sudavamo, urlavamo, cantavamo sguaiati e di tanto in tanto una mamma avanzava a grandi falcate per riprendersi il figlio, e ci gridava l’irripetibile perché lo avevamo portato sulla cattiva strada. Tutti prima o poi abbiamo rimediato una brutta caduta, ma ci si rialzava sempre fieri e più alti di qualche spanna. E quel senso di assoluta paura e appagamento quando strisciavo a terra per intrufolarmi in un magazzino abbandonato, mi è stato fedele compagno in anni assai più seri e atrocemente uguali. Dopo metri e metri fatti gattonando al buio, col terrore di essere scoperti, sbucavamo nel cortile di un palazzo, allora le nostre mani sporche e doloranti si cercavano, tremavamo frastornati, ubriachi per l’impresa e restavamo così, in silenzio, a cavalcioni di un tempo eterno.
13 luglio 2013
Pausa-Pause
Cari amici riprenderemo a scrivere il prossimo settembre. Grazie a tutti.
Liebe Freundinnen und Freunde werden wir wieder schreiben im kommenden September. Vielen Dank an alle.
Dear friends, we will resume writing in September. Thanks to all.
..........Wir treffen uns in Berlin!




