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24 agosto 2018

Una dimora per gli spiriti


Se Hokusai ha dedicato alla lunga ritrattistica del Monte Fuji una delle celebrazioni più alte, la sua opera si inserisce in un cammino di arti costellato da capolavori, dal lontano passato al Novecento. Nel moderno il vedutismo alla Hokusai è un inevitabile caposaldo, ma accanto al suo influsso germogliano i caratteri interpretativi di diversi artisti successivi – il più notevole da annoverare è forse Hasui Kawase – a segnare la vitalità profonda nella pittura giapponese di questo fiume sotterraneo e leggendario la cui corrente non ha mai smesso di lambire il sogno della montagna incantata.
Così recitano i versi di un poeta dell’VIII secolo: «Da quando il cielo fu separato dalla Terra, orgoglioso, nobile, divino, troneggiava il monte Fuji». Stando alle numerose pratiche dello Shintō, la religione locale che pone la natura e i suoi ritmi al centro del proprio culto, il Fuji è la dimora degli spiriti, dèi ancestrali della montagna discendenti dalla coppia che originariamente, secondo la mitologia, ha creato l’arcipelago del Giappone.
A partire dal Seicento, in epoca Edo, sotto lo shogunato Tokugawa (1603 – 1868), si sviluppò un movimento detto Fujiko nel quale gruppi di pellegrini scalavano il monte sacro come segno di devozione. Hokusai stesso li ritrae in un suggestivo bianco e nero, in fila con i caratteristici copricapi da viaggio, nella famosa tavola numero cinque delle Cento vedute del Monte Fuji. Non sorprenderà, dunque, che la montagna che poggia sul cuore dell’immaginario giapponese, non smetta di ispirare e di essere il soggetto creativo d’elezione con cui ogni artista desideri cimentarsi.


(Di Claudia Ciardi)




Pittura su rotolo in seta e tessuto - con firma e sigillo 'Kansetsu' 観雪 - "Monte Fuji", dettaglio del cratere - Giappone - ca. 1910-20 



Classico rotolo kakejiku in carta e seta dipinto a mano raffigurante paesaggio di montagna con vista sul monte Fuji. Vintage anni Quaranta in scatola originale di legno paulonia. 



Yoshiko Moon, Pittura Sumi-e del Fuji 



Yokoyama Taikan, Monte Fuji (1940), Adachi Museum of Art



Yokoyama Taikan, Lo spirito divino del Monte Fuji (1952), inchiostro e colori su seta, Yamatane Museum of Art



Hasui Kawase, Vista del Monte Fuji dal fiume (1932)



Hasui Kawase, Il Monte Fuji dal lago Shoji - Anni Trenta



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31 luglio 2018

Czeslaw Milosz - La testimonianza della poesia



Di origini lituane, Czeslaw Milosz (1911-2004) ha scritto e si è sempre espresso in polacco, la lingua del paese che durante la sua infanzia comandava sul Baltico, in senso politico e culturale. Il saggio La testimonianza della poesia raccoglie le lezioni tenute all’università di Harvard, in questo caso in lingua inglese, all’indomani del Nobel per la letteratura ricevuto nel 1980. Si tratta di una serie di riflessioni che incrociano le fasi salienti della storia europea tra le due guerre mondiali cui si lega il destino stesso della poesia, pendolo meraviglioso oscillante su gorghi e naufragi.
È anche l’occasione per l’autore di tornare alle radici, della propria lingua, dei suoi cantori, del dissidio oriente-occidente, fatto di distanze ma pure di travasi, dal classicismo al rinascimento, alla cultura francese ottocentesca adottata dall’aristocrazia russa. In questa lunga esplorazione per epoche, luoghi e nomi della frontiera mitteleuropea affacciata a oriente, Milosz rileva la frattura che attraversa il poeta del Novecento in rapporto alla comunità umana. A differenza del romanticismo, quando il legame era ancora forte, l’avvento dell’idea di progresso nella seconda metà del secolo, sostenuto dall’ottimismo fideistico nelle scienze e, di contro, responsabile di un arretramento dell’immaginazione, soccombente alla misura razionale che riempie ogni spazio del vivere, generatrice di una coppia di opposti spartita fra esattezza e sogno, causa il distacco definitivo della poesia dalla cosiddetta grande anima popolare. Il poeta non sente più come una necessità la rappresentazione di un’esperienza condivisa, il suo intento non è più portare alla luce qualcosa in grado di entrare in sintonia coi suoi simili, ma dilegua, si chiude in un individualismo autoreferenziale e malato. Crede infatti – agisca per protesta o per convinzione elitaria – che l’arte debba parlare da sé, svincolata da un mondo che si è fatto fosco, violento e indecifrabile. Un secessus mundi in piena regola nella vana speranza che  allontanarsi equivalga a salvarsi.
Milosz ci spiega che è questa una fuga effimera, riflesso peraltro di un rapporto con la cultura che è divenuto troppo funzionale, freddamente e meccanicamente, ai dettami della società. Fin dai programmi scolastici si assiste a un incasellamento delle attitudini del bambino, cui si sommano le aspettative degli adulti, che spesso soffocano le sue reali potenzialità con effetti deleteri per tutti, se di nuovo vogliamo pensare in chiave collettiva e non solipsistica. Un avvocato che voleva esser falegname, e magari mettere su una ditta, insomma fare l’artigiano, può darsi che sia diventato ugualmente un bravo professionista come può essere di no. In quel caso affronterà tante frustrazioni, che peraltro non gioveranno a tutti coloro che avranno a che fare con lui. E questo esempio non va interpretato nel senso della tipica dicotomia attività d’intelletto o manuali, perché anzi nella società sempre più complessa in cui ci troviamo son cose ormai destinate a intersecarsi in modo crescente. Va assunto nel suo portato psicologico. Sterminare una sensibilità e costringerla in un’altra direzione non è un atto privo di conseguenze.
È così che Milosz ci ricorda il potere dell’immaginazione, non misurabile secondo regole scientifiche, ma forza creatrice immanente al tutto, sostanza millenaria dell’avventura umana che non può essere imbrigliata, ignorata né ridotta a un esercizio solitario di pochi. Perché questa corrente immaginifica e per certi versi visionaria scorra è infatti necessario tenere l’orecchio attaccato alla terra e a quelli che ci camminano. Non è un caso che all’inizio della dissertazione parli di una credenza popolare. Da giovane uccise una serpe d’acqua, animale depositario di una sacralità unanimemente riconosciuta dalle sue parti, e ammette di essersi trascinato per molto tempo il senso di colpa originato dall’aver tradito un culto pagano, cui riconosce una capacità di condizionarlo in profondo, perfino più dell’educazione cattolica, che pure è stata preminente nella sua vita. Ciò serve a dimostrare la stratificazione che compone i nostri immaginari e dunque quella potenza mai completamente enunciabile che nutre il dettato poetico.
La storia europea del primo Novecento, che particolarmente per la Polonia e i paesi che da lei dipendono irrompe sotto l’aspetto di un regno di rovine e annientamento, diviene un banco di prova per i letterati, spinti dal bisogno di restituire un significato a una realtà in fuga, attorta e quasi astratta in conseguenza del suo sconfinato sovvertimento. Si tratta di elaborare l’esperienza, una dura impronunciabile esperienza, e un’intera generazione di poeti e scrittori polacchi fa proprio questo, non senza mettere in discussione la cultura occidentale e le sue strutture, ritenute responsabili di aver generato il catastrofico inganno che ha preso le sembianze della guerra.
Nella letteratura la poesia soprattutto, per una capacità quasi divinatoria che ne è elemento sostanziale, ha il compito di farsi ponte e allo stesso tempo gettare uno sguardo al di là, non chiudersi in se stessa ma indicare altre sponde, dare un segnale di vita, anche nella distruzione. «Lo stato della poesia in una determinata epoca può dunque testimoniare il dinamismo o il prosciugamento delle sorgenti vitali di una civiltà. […] L’atto poetico cambia a seconda di quanta realtà la coscienza del poeta abbraccia come sfondo. Nel nostro secolo lo sfondo è dato, secondo me, dalla fragilità di tutto ciò che chiamiamo civiltà o cultura. Quello che ci circonda, qui, ora, non è più garantito. Potrebbe scomparire: e l’uomo costruirebbe la poesia con i resti rinvenuti tra le rovine».
Messaggio di perseveranza e fedeltà al grande sogno umano, a patto che non venga meno la sensazione di condividere le sorti di un organismo unico e di abbandonarsi al suo respiro colmo di tutte le epoche del mondo.   

(Di Claudia Ciardi)


Edizione:

Czeslaw Milosz, La testimonianza della poesia. Sei lezioni sulle vulnerabilità del Novecento, a cura di Andrea Ceccherelli, Adelphi, 2013


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Francofonia - Sokurov

Poeti russi oggi (a cura di Annelisa Alleva)


28 ottobre 2014

Intervista a Fabrizio Casari


Fabrizio Casari dirige la testata di informazione online «altrenotizie.org». Giornalista di professione, si occupa principalmente di analisi politica internazionale. Con alcuni colleghi, insieme ai quali ha condiviso esperienze di lavoro sia sulla carta stampata che sul web, ha deciso di fondare un suo spazio, in cui raccontare la notizia in una versione non allineata rispetto ai grandi media. 
Così si legge in un passo tratto dalla presentazione del sito:  
«Il conflitto d'interessi si è risolto con la fine del conflitto e la crescita degli interessi. L'informazione, che dovrebbe controllare, è completamente controllata. È ridotta ad un container di pubblicità ed il governo della famiglia garantisce che l'una e l'altra restino nelle solite mani. In questo panorama rovesciato, in questa generale ipertrofia del nulla, alcuni tentano di dire quello che pensano e di fare quello che dicono».
Ha accettato di parlare con noi di informazione e di Europa, commentando la crescente insofferenza tra governanti e governati, campanello d’allarme sullo stato di salute della democrazia in questo inizio di secolo. Il suo intervento tiene a battesimo la sezione riservata dal nostro blog alle interviste e gliene siamo grati.




In una fase che somma i dati sulla recessione economica a una desolante sterilità del dibattito politico, che cosa significa informare in Italia da una posizione non allineata con i grandi media?

Le due cose sono intimamente legate. La definitiva conquista della politica da parte del sistema finanziario, sia dal punto di vista ideologico con l’assunzione acritica dei postulati dell’ultramonetarismo e delle sue logiche, sia con l’ingaggio diretto - vero e proprio - degli uomini chiave nei posti strategici, ha reso inevitabilmente il dibattito politico tappezzeria allo stato puro. La morte delle ideologie ha comportato la morte delle idee in generale. L’idea stessa della discussione politica, di soluzioni diverse per la crisi socio-economica, prodotto di culture alternative e della prefigurazione di modelli di società diversi, è stata espunta. La dialettica politica, all’oggi, rappresenta un elemento di disturbo ed un potenziale bacino di pericolo per la gestione del consenso. Il mercato della circolazione delle idee, così come lo avevamo concepito durante il Novecento, risulta insopportabile per un modello che, proprio per la sua natura escludente e per la sua articolazione politica in un regime confessionale,  vive solo a condizione della morte del pensiero.

Uno degli elementi su cui si è incardinato il pensiero unico riguarda proprio il controllo militare del mercato della circolazione delle idee. In questo senso il controllo dei media è stato un tassello strategico, al pari di quanto lo sia stato – e tuttora lo sia – il dispositivo finanziario, quello politico e militare ai fini del controllo all’interno e del dominio all’esterno da parte di un modello che è del tutto obsoleto e non più in grado di sviluppare storia in forma progressiva. Un sistema di potere transnazionale che per arginare il suo declino ha bisogno di riaffermare con la forza idee, progetti ed interessi altrimenti difficili da veicolare.

Il controllo dei media ha rappresentato il fulcro di questa ambizione. La fine dell’editoria pura, come un tempo la si chiamava, ha consegnato la proprietà dei media a squali vestiti da tycoon e ad una pattuglia di miliardari che hanno sentito il bisogno di rovesciare il tavolo. Mentre infatti fino alla fine del Novecento gli editori intendevano conquistarsi uno spazio nella società per affermare i loro interessi, condizionare le scelte della politica ed assumere un ruolo di rilievo pubblico, oggi sono piuttosto impegnati a rilanciare voce ed interessi del blocco di potere di cui essi stessi sono parte. Se il 22% del pianeta consuma il 78% delle risorse, il racconto di una democrazia assediata dal terrore è l'unica arma di distrazione di massa possibile affinché quel 78 non chieda il conto al 22.

Sta riprendendo forza la battaglia sull’uscita dall’euro ma nessuno, per ora, sembra intenzionato a spendere qualche parola sull’eventuale dopo euro. Propaganda o volontà vera di svegliare i cittadini (e l’Europa) su un tema caldo?

L’uscita dall’euro può sembrare una soluzione viabile solo ai teorici dell’ottuso, tra i quali Salvini e Grillo. L’euro è, come tutte le monete, uno strumento, non una politica economica. Uscirne rappresenterebbe una tragedia finanziaria senza precedenti, dal momento che la quotazione di una moneta è internazionale e la lira, come la dracma o la peseta sarebbero quotate alla stregua di pezzi di metallo, dato lo stato di salute delle rispettive economie e, in particolare, la dimensione delle riserve in divisa, il rapporto tra deficit e PIL dei rispettivi paesi e la dimensione industriale e finanziaria esposta sull’estero. Dunque bisognerebbe dire che, come minimo, il valore dei depositi dei nostri conti correnti si ridurrebbe del 50-60%. Ma chi lo dice?

Cosa non va in questa Europa? Il progetto comunitario rischia concretamente il naufragio?

Non si può confondere l’idea dell’Europa unita con quella della moneta unica, che solo dovrebbe essere lo strumento monetario di politiche economiche. L’idea di una Europa unita, nacque in primo luogo per contenere all’interno di una responsabilità condivisa e continentale lo strapotere tedesco, per evitare che dopo l’impero di Prussia e il Terzo Reich arrivasse in pochi decenni anche il quarto. Il Manifesto di Ventotene, redatto da Altiero Spinelli, era però non solo questo: raffigurava una Europa a dimensione continentale come terza via tra il capitalismo statunitense e il socialismo reale; pur incardinando il Vecchio Continente all’interno della sfera occidentale e capitalista, il riferimento economico preciso era al Modello Renano, diverso in forma e sostanza dal modello della reaganomics (monetarismo ereditato da Milton Friedman e dai suoi Chicago Boys) che faceva riferimento a Keynes e che riteneva la struttura del welfare state l’elemento regolatore degli squilibri sociali.

Di quel disegno, che oggi sembrerebbe onirico ma che invece al tempo altro non era se non l’eredità della cultura socialdemocratica europea di Mitterrand, Willy Brandt, Olof Palme e Bruno Kreisky, si sono perse le tracce dopo che il turbo monetarismo ultraliberista ha assunto la totale egemonia nelle discipline economiche. Più che uscire dall’euro, quindi, si dovrebbe affrontare il tema del riequilibrio economico dell’Europa, le sue scelte di politica finanziaria e la quota di sovranità che deve o non deve essere ceduta. Allo stesso tempo appare risibile, francamente, che un paese che produce il PIL della Basilicata possa dettare regole e sanzioni a Francia o Italia.

Dunque andrebbero cancellati gli accordi di Maastricht e ricostruita una politica comune europea che veda l’economia, il commercio, la politica estera e la difesa come elementi comuni. Last, but no least, stabilire se l’impero americano, giunto in una fase di declino conclamata, ormai autentico ostacolo ad una idea equilibrata di governance globale, debba esercitare ancora la leadership sull’Occidente, ottenendo così il mantenimento del ruolo dell’Europa sottoposto agli interessi USA (vedi Ttip o embargo alla Russia); o se, invece, gli interessi europei, palesemente divergenti sul piano strategico, debbano trovare una loro rappresentazione politica nell’indipendenza da Washington sotto il profilo economico, politico e militare.

Da professionista dell’informazione, e soprattutto da cittadino, cosa la preoccupa maggiormente nell’incomunicabilità tra amministratori e amministrati? Quale lettura si sente di dare a un fenomeno sempre più esteso?

L’incomunicabilità è figlia della crisi della rappresentanza. La rappresentanza esiste solo per i grandi interessi, mentre per il mondo del lavoro nell'odierna società di massa, alle prese con le difficoltà del vivere, tale strumento fondamentale di espressione e partecipazione risulta cancellato. Da qui la fine della credibilità per una categoria, come i politici, che fanno della loro riperpetuazione ciclica l’Alfa e l’Omega della politica. Se il ceto politico diventa la forma della politica, è perché il censo si è sostituito al protagonismo delle larghe masse.

Le tre grandi scuole di pensiero del “secolo breve” - socialismo, pensiero cattolico e liberalismo - non sono più rappresentate sul piano culturale. I partiti che ne erano stati la diretta espressione sono diventati dei supermercati del consenso, dove le cose comprano la gente. Ma mentre le ultime due ideologie vivono nella carne degli interessi dominanti, della prima si sono perse le tracce, sepolta probabilmente sotto il Muro di Berlino. In realtà, la caduta del Muro doveva essere la data di nascita di un socialismo del terzo millennio, il primo giorno quindi di una storia tutta da costruire; ma l’incapacità di leggere e interpretare i grandi mutamenti sociali intervenuti a seguito della maledetta globalizzazione dei mercati, si sono sommati ad una generale incapacità di proiettare le idealità nell’area del possibile e dell’auspicabile, così che non già gli ideali della Rivoluzione bolscevica, ma quelli (molto più attuali e giusti) della Rivoluzione francese, sono diventati concetti da carta dei baci perugina.

L’egemonia economica e mediatica del capitalismo, che proprio mentre è diventato unipolarismo ha messo a nudo la sua natura escludente e non includente, ha completato l’opera, rendendo il pensiero alternativo una sorta di involucro di sovversione e appropriandosi dei concetti affascinanti che - dall’illuminismo fino alla rivoluzione cubana, dalla vittoria contro il nazifascismo fino alla decolonizzazione - avevano sedotto miliardi di persone. In una generale fiera del paradosso, i termini come Libertà, Uguaglianza, Fraternità, sono stati sequestrati nel generale silenzio dalla destra che, in Italia come in ogni parte del mondo, li ha sempre combattuti. Se persino la sfera della comunicazione alternativa, come lo furono i volantini negli anni ’60 e ’70 sono diventati la comunicazione a terra del BTC (business to consumer) e le forme di ribellione estetica sono diventate moda, si può osservare come nulla sia stato lasciato al caso.

Fare bastian contrario, mentre il governo prova a blindare il suo operato al ritmo di un annuncio al giorno, rischia di essere una posizione impopolare, specialmente se la politica gioca al rilancio promettendo moneta sonante. Perché, secondo lei, è necessario togliere la maschera a troppo facili sponsor?

Perché denudare il re è sempre un piacere inenarrabile. Perché continuo a pensare che il giornalismo sia il cane da guardia del potere, che per riprodursi ha bisogno della menzogna o anche solo dell’opacità. La trasparenza, prima ancora che i codici che lo stesso sistema ‘democratico’ si è dato, risultano ormai insopportabili per le esigenze di controllo sociale ed incompatibili con la cultura elitaria che sottintende la differenza tra governo e comando. Porre domande scomode, rifiutare l’arruolamento nelle file dell’ossequio, rivolgere dubbi impertinenti, non accettare le verità prefabbricate, è il senso unico della professione di informare. Tenere la schiena dritta è fondamentale per vivere controvento e costruire la sana prevalenza della passione nella vita che scandisce i minuti che ci si mettono a disposizione su questa terra, c’impone di non piegare la testa, non chiudere gli occhi e le orecchie. Avvertire delle menzogne che il potere diffonde, tenere viva la capacità di critica, saper esercitare la nobile arte del rifiuto, mi pare un buon modo di spendere il nostro credito.

(Intervista di Claudia Ciardi)

13 luglio 2013

Pausa-Pause




«Il XX secolo, più proteiforme e sfaccetato, forse, di qualunque altro, cambia aspetto a seconda del punto di osservazione, incluso quello geografico. Il mio angolo d'Europa, a seguito degli eventi straordinari e letali che lì si sono verificati, paragonabili a una serie di devastanti terremoti, consente una prospettiva peculiare. Chiunque venga da là guarda alla poesia del nostro secolo in modo leggermente diverso rispetto alla maggior parte dei miei ascoltatori, in quanto vede in essa un testimone di una grande trasformazione che l'umanità sta vivendo, e a cui la poesia stessa partecipa».

Czeslaw Milosz





Cari amici riprenderemo a scrivere il prossimo settembre. Grazie a tutti.


Liebe Freundinnen und Freunde werden wir wieder schreiben im kommenden September. Vielen Dank an alle.


Dear friends, we will resume writing in September. Thanks to all.


..........Wir treffen uns in Berlin!



11 aprile 2013

Andrzej Wajda - Katyn

Il massacro di Katyn


Andrzej Wajda
Per sottrarre dall’oblio la vicenda che va sotto il nome di Katyn, lunedì 15 aprile 2013, alle 20,30, a Povo di Trento (ex Centro civico, Via Salè 1) viene proiettato il film di Andrzej Wajda. Introduce Fernando Orlandi.
L’ingresso è gratuito.
Katyn è stato uno dei crimini più efferati del Novecento, ma è anche una delle vicende paradigmatiche del secolo scorso: l’assassinio, nella primavera del 1940, di oltre 22.000 ufficiali e sottufficiali dell’esercito polacco. Erano prigionieri di guerra dell’URSS e vennero “liquidati” per ordine della più alta dirigenza del partito comunista. La vicenda servì a Stalin anche per rompere con il governo polacco in esilio a Londra e nel dopoguerra l’Unione Sovietica intraprese una delle più vaste campagne di disinformazione per occultare il crimine commesso, cercando di farne ricadere la colpa sui nazisti. Nella Polonia comunista, fino al 1989, di Katyn era proibito parlare.
Nell’ottobre 1992 l’allora presidente russo Boris Eltsin fece consegnare al governo di Varsavia i documenti che testimoniavano la decisione e la colpevolezza della dirigenza sovietica. Poteva aprirsi una pagina nuova nei rapporti fra Polonia e Russia, ma purtroppo le cose sono cambiate a Mosca e un vento di segno contrario spira dal Cremlino, impegnato in una riscrittura della storia del Ventesimo secolo.

Questa pagina terribile del Novecento è stata narrata in un film dal grande regista Andrzej Wajda, mentre la ricostruzione della vicenda storica la si può leggere in Pulizia di classe di Victor Zaslavsky (Il Mulino).

Katyn, di Wajda, è un film scomodo. Senza cedere all’odio, narra una pagina terribile della storia della sua Polonia. Il film è passato troppo velocemente nelle sale cinematografiche italiane; un vero peccato perché rappresenta uno straordinario contributo al recupero di quella “memoria storica” cui tante volte ci si richiama.
(di Fernando Orlandi per lo CSSEO, Centro Studi sulla storia dell'Europa orientale)


13 febbraio 2013

Espressionismo in Toscana – ‘Expressionismus’ in Tuscany


Alfiero Cappellini,
Pittura come necessità,
Via del Vento edizioni,
Collana Le Streghe,
dicembre 2012,
4,00 

ISBN 978-88-6226-070-1

«La generazione di artisti che ha iniziato ad esprimersi in Italia nella seconda metà degli anni Venti ha dovuto fare i conti con i forti condizionamenti che la situazione politica, sociale, culturale, andava determinando dopo la felice stagione delle ‘avanguardie storiche’, futurismo e metafisica, che hanno segnato in modo indiscusso la storia dell’arte del Novecento, non solo nazionale. Gran sacerdote e propagatore, specie in Toscana, del clima di restaurazione in arte ritenuto necessario a smorzare la temperie di avanguardie, fu Ardengo Soffici che, forte della credibilità conquistata all’inizio del secolo per aver fatto conoscere in Italia la nuova pittura francese, Cézanne, Picasso, il cubismo, e dopo aver avversato il futurismo per poi abbracciarlo lui stesso, si faceva allora fautore, a partire dal 1918- ’19 del ritorno ad una figurazione d’impianto tradizionale. Questo soprattutto in opposizione alle esperienze d’avanguardia di matrice espressionista che si stavano diffondendo nel nord Europa, ritenendo lui inconciliabili e antitetiche quelle che secondo la sua semplificazione erano le due fondamentali correnti dell’arte europea: quella italiana, di matrice greco-romana e mediterranea, e la gotica, di matrice nordica».

[…]

«Cappellini, pur avendo preso atto dell’Insegnamento di Soffici (testo che scrive su «Il Ferruccio» del 3/ 2/ 1934), di fatto inseguiva invece la sua modernità nel tentativo di rinnovare il linguaggio soprattutto nella tematica del paesaggio con una pittura d’impronta sostanzialmente espressionista, esiti a cui perverrà in forma più evidente a partire dal 1945».

[…]

«L’espressionismo di Cappellini, così distante dal ‘realismo magico’ di Agostini e Bugiani, non è comunque approdato alle estreme conseguenze di una ricerca, che pure ha avuto esiti altri e anche molti discepoli. Tra questi il grande astrattista Fernando Melani che nel 1945, attratto dalla personalità dell’amico Alfiero, decise di dare una svolta alla sua vita dedicandosi esclusivamente all’arte: i moltissimi quadri ‘cappelliniani’ dipinti in quei pochi anni gli serviranno però solo per impadronirsi dei mezzi pittorici, poi distruggerà tutte quelle opere per incamminarsi in un sentiero completamente astratto. Le lunghe e accese discussioni tra i due sulla teoria dell’arte non li mossero dalle loro posizioni, e il tempo che mancherà al Cappellini, prima con la malattia poi per il definitivo congedo, gli impediranno, se mai ne avesse avuto la convinzione profonda, di seguire il discepolo nella strada che questi, come un monaco, risolutamente aveva già imboccato».

Fabrizio Zollo


                                                                      *****

«Il ritratto è una poesia a rime obbligate e l’artista di genio ha sempre bisogno di andare oltre gli obblighi.
L’artista – quello vero – che arriva a creare opere di bellezza che resteranno testimonianze luminose attraverso i secoli, è un eterno tormentato. Dico eterno perché questa razza di artisti, si perpetua, rinascendo ad ogni generazione. È un eterno tormentato poiché l’ideale da raggiungere è sempre superiore a ciò che si realizza. Ad ogni opera compiuta il suo spirito resterà insoddisfatto dandogli sgomento e sofferenza; e questo fino alla sua morte o fino all’indebolimento delle sue facoltà creative».

[…]

«Dire oggi che un lavoro di un buon artista moderno può reggere al confronto di un lavoro di un buon artista antico è per alcuni una eresia. Ciò deriva dal fatto che costoro più che guardare al valore intrinseco del lavoro, guardano l’esteriore e l’esteriore confrontano. Ma è necessario capire, ormai una volta per sempre, che l’esteriore nel senso in cui viene guardato da questi – diciamo così profani – non ha nessuna importanza. Non conta se la tecnica da statica che era è diventata mossa, se il quadro da finito e curato in tutti i particolari è diventato affrettato e vivo. Quello che conta è saper comprendere se le espressioni e le ragioni prime dell’arte son risolte nel quadro o nella statua, nella musica, nell’architettura e nella poesia. Se le ragioni prime vi sono, saranno quelle che faranno l’opera d’arte; al contrario inutile che vi sia esteriorità perfetta anche superiore a quella degli antichi maestri. Partire da un presupposto tecnico del tutto contrario da quello da cui partivano gli antichi, non impedisce a coloro che realmente sono artisti, di arrivare a conclusioni dello stesso valore».

[…]

«…fino ad allora avevo preso conoscenza, attraverso le riproduzioni, di ciò che facevano i pittori contemporanei e per la cultura mi ero già incontrato con Nietzsche, il quale ebbe molta influenza sulla mia prima formazione artistica.
Più tardi abbandonai, non senza fatiche e patimenti, alcune altezze inebrianti raggiunte per mano al grande filosofo-poeta tedesco, per mettermi davanti a me stesso, alle mie possibilità – mi dicevo – e ciò invece mi servì ad entrare nel vivo della tradizione italiana».

[…]

«Sebbene un sogno che sembra fosse in me fino da bimbo, ed esistesse prima che ne avessi coscienza, mi porti a pensare alla mia ambizione di fare il pittore, come ad un’azione liberatrice dello spirito, tutta inserita in un’angelica visione, la realtà è stata ben altra, e di una durezza che a ripensarla a distanza di anni, è quasi paurosa».

[…]

«So che il resto dei miei anni li dedicherò ancora alla pittura, ed in ultima analisi, al raggiungimento di un ideale di felicità, perché ancora penso che l’arte, cioè il credere in qualcosa che va oltre i limiti della nostra conoscenza, inserendosi nell’ordine spirituale delle cose, debba essere felicità».

[…]

«…il progredire della scienza con la disgregazione dell’atomo, coi satelliti che vanno a esplorare le zone mai viste dall’uomo. Anche tutto questo trasformarsi nella realtà ha messo l’attento artista in una condizione di crisi. Allora mi è venuto da pormi la domanda: “Nel mondo in cui si vive oggi, che fa questi enormi passi avanti, si può continuare a riflettere pittoricamente ciò che la società produce seguitando ad esprimersi attraverso la figurazione, il figurativo? Ed è venuto un momento nel quale mi sono detto “no, non è più possibile!”. Allora ho avuto un altro periodo, diverso da quello mistico-religioso. Ho fatto un altro passaggio: un passaggio alla pittura senza oggetti, alla cosiddetta ‘pittura astratta’. Però anche quando ho fatto l’astratto, quasi generalmente, l’ho fatto con motivi esatti, partendo da fatti precisi. Uno dei primi quadri astratti l’ho dipinto quando, sia russi che americani, mandarono i satelliti nella stratosfera. Allora si parlò di “pulviscolo”, dalla stratosfera si sentirono certe specie di rumori, ecc. ed il primo quadro astratto l’ho impostato su questo problema, l’ho accostato a questo mondo dove l’uomo non era mai stato».

[…]

«Direi che coscientemente non ho voluto né insegnare, né trasformare, perché l’artista si differenzi dal politico, dal teologo, dal filosofo, proprio perché non si pone il preciso problema di voler educare in un certo senso speciale la massa degli uomini per portarli verso determinati punti. Anche nell’artista c’è questo, però non è conscio. Se questo è fatto programmaticamente, si ottiene il rovescio dello scopo».

[…]

«In ogni artista degno di questo nome, nel suo sub-conscio, c’è questa componente evolutiva di voler portare avanti qualcosa. Avanti come? Con un lavoro di bellezza, di persuasione: portare avanti l’umanità».

[…]

«In questo momento mi pongo davanti alla tela ed al soggetto in un estremo stato di debolezza, a causa della malattia che si diceva, e debbo fare uno sforzo tremendo per giungere a fare ciò che in condizioni normali facevo con estrema facilità. Mi pare però che pur avendo perduto parecchia della mia forza, avrei acquistato in finezza: nel senso che quello che faccio è diventato, come dire?, una specie di pittura giapponese o cinese».

Alfiero Cappellini



Nello studio del pittore - Im Malers Atelier

Ricordo di Aldo Frosini
allievo di Alfiero Cappellini
Zur Erinnerung an Aldo Frosini
Schüler von Alfiero Cappellini

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