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3 maggio 2017

Aleksandr Blok - I dodici



«Mi piace il suo viso severo e la sua testa di fiorentino del Rinascimento»
 (M. Gorkij)


Quando la rivoluzione è in marcia, allora viene il bello. Perché in quel periodo di sovvertimento e sospensione tante sono le aspettative che esplodono e cozzano. Di questo turbine fragoroso ed esaltante i versi di Blok sono una presa diretta immaginifica quanto implacabile. Il carro della storia viene qui rappresentato nel massimo del suo impeto sconvolto ma indirizzato al raggiungimento di un nuovo quadro sociale, coincidente per chi alla rivoluzione prende parte con una nuova visione del mondo.
Ai primi di gennaio del 1918, quando le piazze erano ancora calde e riecheggiavano i fatti dell’ottobre, Blok si dette a una scrittura veloce, quasi vorticosa, che in larga parte rifletteva anche nei ritmi quell’incredibile stagione da poco inaugurata. In seguito alle delusioni del 1905-1906, il giovane letterato ebbe modo di rimeditare la propria poesia, abbandonando il simbolismo e approdando a una fase più matura della sua pratica letteraria, non estranea da questo momento in poi a elementi di aperto realismo e perfino cinismo; con spirito rinnovato e rimesso in discussione per tutto un decennio, il poeta sta in piedi davanti al nero orizzonte, iracondo, violento ma anche fantastico della rivoluzione, uscita dalla testa dei suoi levatori e portata nelle strade dal popolo.
Nei suoi trecentotrentacinque versi, che ne fanno il poema più breve della letteratura russa, la vicenda si scompone e si sincronizza organicamente al moto rivoluzionario. Come una partitura I dodici avanzano nell’autunno moscovita, queste figure della guardia incappottate, con la baionetta a spalla, tra il rassegnato e l’astratto, segni appena accennati sulla tela che nel canto finale, il dodicesimo per l’appunto, apoteosi e sublimazione del narrare anche nel simbolismo numerico, incedono guidati da un Cristo diafano, misterico iniziatore dell’era che si va aprendo.
Durante la stesura Blok ebbe contatti coi comitati bolscevichi, davanti ai quali perorò la sua causa personale nell’ambito di quella politicamente articolata dalla rivolta: «a voi interessa la politica, il partito, mentre noi poeti cerchiamo l’anima della rivoluzione. Essa è stupenda, e qui siamo tutti con voi». E in effetti alla divulgazione del messaggio nato nella fucina dei soviet, l’arte contribuì in buona misura, almeno nella primissima fase degli avvenimenti. Quando subentrò la disillusione, molti ingegni che avevano sostenuto quel primo slancio presero le distanze, alcuni finirono emarginati, come successe allo stesso Blok, per non dire delle vere e proprie persecuzioni cui tanti andarono incontro nell’isteresi delle purghe staliniane.
Tuttavia, la letteratura di inizio secolo, e in massimo grado la produzione poetica, filtra fino al dissolvimento dell’Unione Sovietica come patrimonio indiscusso di una stagione destinata a lasciare unorma proprio nel farsi della storia. Tra alti e bassi il cosmo letterario di quei primi diciassette anni del Novecento restò un faro per la cultura slava e non solo.
Il contrasto di bianco rosso nero, il monotono accumularsi della neve, il drappo della colonna di soldati che nel suo biblico andare diffonde il vangelo rivoluzionario, il nero della rabbia che impaurisce e sovverte ma che è pure azzeramento e moto generativo – si pensi ai quadrati di Malevič – è la dominante cromatica di questo scritto. Descrizioni fulminee, lampi d’ambientazione – lo striscione della costituente preso di mira dalla bufera, la vecchietta che si lamenta dei tempi, il borghese turlupinato – gesti e sguardi appesi a una dissonanza ritmica che pure sa anche trasformarsi in momenti di assoluto silenzio e raccoglimento. Come la quiete che cade improvvisa sul Névskij o sulla parata finale di cui già s’è detto.
In tutto ciò Blok gioca da artigiano esperto mischiando metri, toni, registri verbali. Dal latino, alla citazione letteraria, al preziosismo erudito fino al gergo di strada. Non è infrequente che nelle chiuse delle singole parti si concentri l’intera carica emotiva delle strofe precedenti, talora affidate alla saggezza proverbiale, come accade al capitolo sette: «Spalancate  le cantine – oggi giran gli straccioni!». Oppure al capitolo nove, dove l’immagine del vecchio mondo ormai in bilico e da demolire va insieme a quella del borghese fermo all’incrocio con accanto un cane rognoso – tra l’altro nell’escatologia legata ai miti sia il cane che l’incrocio rimandano a un passaggio ultraterreno, in genere verso gli inferi.
Innegabile che il poeta connoti l’evento rivoluzionario nel senso di una palingenesi storica, la quale necessariamente attinge ai simboli religiosi. Questa grazia e, se vogliamo dire, leggerezza sacrale nel sommovimento di un mondo che porta con sé morti e distruzione – ma è il prezzo da pagare per far largo al nuovo – s’inserisce nell’ideale messianico e metastorico della grande Russia in cui Mosca per l’epoca moderna vorrebbe assumere su di sé il ruolo che fu della Roma imperiale.
Uno dei suoi confidenti nello strepito creativo di quel gennaio disse di Blok: «sente la musica in tutta questa bufera, tenta di descriverla». E in effetti ci ha consegnato un canto, quasi un salmo, una scena musicale che con martellante incedere polifonico ci proietta anima e corpo dentro il golem rivoluzionario. Non è un caso che le strofe blokiane abbiano ispirato celebri ritornelli di canzoni popolari italiane, dall’inno della Guardia rossa a Prospettiva Névskij di Battiato. Cosa che ancor più testimonia delle profonde suggestioni che questi versi hanno risvegliato in umori artistici distanti dal punto di vista culturale e temporale, traccia di quell’universalità rivoluzionaria che qui premeva liberare.

(Di Claudia Ciardi)


Edizione consigliata:


Aleksandr Blok - I dodici
a cura di Cesare G. De Michelis, con testo a fronte
Marsilio, 1995












25 gennaio 2014

Meeting Ost: «Most»



Parallelamente alla crisi economica che da diversi anni affligge gli stati membri dell’Europa occidentale, è cresciuto il dibattito attorno ai paesi che occupano la metà orientale del vecchio continente. Tra aspettative e demonizzazioni l’intellighenzia figlia di un occidentalismo oltranzista, in preda ormai alla stanchezza senile, continua a guardare a est con non poco scetticismo, mostrando spesso nelle proprie analisi scarsa obiettività. L’eredità di atteggiamenti coltivati in piena guerra fredda è dura a morire e continua a infiltrare l’evolversi dei rapporti tra europei occidentali e orientali.
Non è infrequente sentir dire che il recente allargamento dell’Unione sarebbe una delle cause della crisi e del suo acuirsi. Dirimere una tale questione implicherebbe incrociare diversi dati e perdersi in parecchi meandri statistici. Sia sufficiente dire che le letture sbilanciate verso una sola ‘verità’ in genere fanno rima con parzialità, e chi punta preventivamente il dito contro qualcuno, di solito ha più di una cosa da farsi perdonare. Ricordiamo, per chiarezza storica, che a Atene nel 2003, dieci paesi dell’Europa centrale, orientale e mediterranea firmavano il trattato di adesione alla UE, entrato in vigore il 1° maggio del 2004 con le quindici ratifiche dei vecchi stati membri. Si realizzava così quello che è stato ribattezzato come “allargamento big bang”, con il passaggio dei membri UE da quindici a venticinque, per poi divenire ventisette nel 2007 (con l’ingresso di Romania e Bulgaria). Di fatto, a partire dal 2004, l’Unione non è più soltanto tra stati occidentali. Saper guardare a questa nuova realtà implica uscire dalla sindrome del “blocco unico”, visione livellante e deliberatamente preclusa a qualsiasi approfondimento. Entità unica l’Europa orientale lo è stata, pagando peraltro, è giusto non dimenticarlo, un prezzo altissimo a livello culturale e identitario. Ciò che ha reso temporaneamente possibile tale assimilazione è una sovrastruttura politica, perciò quando parliamo di Europa dell’est si dà propriamente a tale espressione un significato politico e non geografico. Questa Europa infatti non è nata né culturalmente né etnicamente omogenea. Al suo interno vivono comunità di orientamento religioso differente: cattolico, greco-cattolico, russo-ortodosso, romeno-ortodosso, luterano, battista, ebraico e musulmano. Abitano in città cosmopolite o comunità rurali, appartengono a diverse aree linguistiche: slave, romanze, ugro-finniche, baltiche e germaniche. Si può parlare di una regione orientale, non senza periodi di insofferenza e turbolenze all’indirizzo di Mosca, in un periodo storico preciso, che si colloca tra il 1945 e il 1989. E anche all’interno di questa forzata koiné bisogna distinguere tra chi faceva parte dell’Unione Sovietica già dal 1917-’18 e chi è entrato nel blocco dopo la seconda guerra mondiale. Se poi ci si spinge ancora più indietro, alla dominazione asburgica e all’influsso veneziano, ad esempio, si scoprono ulteriori incroci e ci si imbatte in altre realtà peculiari e non meno complesse. La sensazione rothiana di «perdere una patria dopo l’altra» – dapprima la sua Galizia si dissolverà insieme ai fasti viennesi con lo scoppio della Grande Guerra, poi l’annessione dell’Austria da parte della Germania nel 1938, aprirà una falla irreparabile nella sopravvivenza di questo ‘mondo di mezzo’ – testimonia la labilità in cui è immerso da sempre il variegato cosmo orientale, inevitabilmente fascinoso quanto sfuggente agli occhi di chi lo attraversa.  
Dunque, come differenti sono le storie e gli apporti culturali dei paesi dell’est (una cosa sono le repubbliche baltiche, un’altra i Balcani, altra ancora Polonia, Ucraina, Romania, Ungheria), come differente è stato il loro complicato decorso post sovietico, altrettanto versatile, comprensivo e lungimirante dovrebbe essere il dialogo che i membri fondatori dell’Unione europea hanno interesse a sostenere con una realtà tanto frastagliata.
La tendenza che va per la maggiore, anche perché per proporzione inversa comporta uno sforzo minore a livello di studio e ricerca sull’altro, è invece quella della riduzione della complessità fino alla banalizzazione del passato storico. Non c’è da stupirsi dunque, se la dialettica ovest-est conosce periodi di allontanamento e battute di arresto. Il pregiudizio occupa un posto ancora rilevante nel dibattito, e il vederne affiorare per intero l’apporto negativo, quando maggiori sono le difficoltà per tutti i membri comunitari, invita a fare urgentemente autocritica e a svecchiare visioni politiche molestamente incardinate a una dottrina occidentalista ormai in affanno.
L’incertezza che costantemente paralizza l'azione, il rigore astratto dei dettati protocollari di Bruxelles, il calendario delle regalie da elargire non prima di aver dato prova di adesione incondizionata alle teologie della BCE, se tirati troppo per le lunghe e senza che si giunga a un maggior coinvolgimento delle parti, come in tutti i progetti, quindi anche in quello unitario, rischiano di produrre disaffezione e logoramento.
Di tutto questo ci parla con competenza e passione «Most», la rivista quadrimestrale prodotta dalla redazione di East Journal, sito di approfondimento storico e analisi politica dedicato a eventi rilevanti di Europa centrale, orientale, Russia, Vicino Oriente e Asia. Si tratta di un osservatorio quanto mai prezioso, che mi sento di consigliare a chi desidera documentarsi e tenersi aggiornato su questa parte di mondo, perché proprio qui sono in atto importanti redistribuzioni di potere non prive di conseguenze per il futuro dell’Europa.
Gli autori insistono a ragione su un concetto che, in questo momento di bonaccia e disorientamento nelle dinamiche europeiste, è bene non stancarsi di divulgare: «Il processo di allargamento è ancora in corso e i Balcani e la Turchia sono oggi le sfide che l’Unione si trova davanti. Nella storia degli ultimi sessant’anni di integrazione europea, allargamento e approfondimento dell’Unione sono sempre andati di pari passo. L’UE assomiglia ad una bicicletta, che funziona solo quando le due ruote, allargamento ed approfondimento, procedono insieme. Se l’allargamento dovesse veramente essere messo in pausa, come paventato da alcuni, il rischio è che anche l’integrazione si arresti».
Un’affermazione che proprio nell’Ucraina degli ultimi due mesi vede un banco di prova molto delicato. La protesta pro-Europa si sta allargando anche alla parte russofona della popolazione. Se in questa circostanza Bruxelles mostrasse un po’ più di coraggio, la Russia finirebbe per venire a più miti consigli. Una Ucraina europea farebbe cadere le minacce russe: davvero Putin insisterebbe sulla chiusura dei rubinetti del gas? Andrebbe avanti su una posizione che implicherebbe la perdita degli entroiti derivanti dalla vendita degli idrocarburi ai paesi europei? Improbabile. Si tratta più che altro di una guerra dei nervi. L’Europa teme una escalation delle ritorsioni e allora l’unica cosa di cui è capace, mettendosi nella scia di Washington, è agitare lo spauracchio delle sanzioni, che danneggerebbero inevitabilmente la popolazione, già provata da un quadro economico difficile. I tentennamenti europei nei confronti dell’Ucraina hanno ricadute immediate sulla gente che adesso è in piazza ma anche sulla tenuta e coerenza del processo di integrazione. La giornalista Julija Mostovaja ha dato voce alla drammaticità di questo stallo, riassumendolo qualche settimana fa su «Zerkalo Nedeli» con queste parole: «Un tempo l’Ucraina era considerata il ponte tra la Russia e l’Europa. Lo è ancora oggi, ma in questa fase i suoi estremi geografici stanno affondando in un mare di soldi russi. E in questo mare si trova anche Evromajdan ["Piazza europea", il nome con cui in Ucraina si indica la mobilitazione filoeuropea]. Mosca la odia, Washington è nervosa, Bruxelles la ama di un amore platonico».
Il laboratorio di «Most» contribuisce alla costruzione di un’alternativa culturale e politica. Attraverso la ricognizione di dati storici, alternati al racconto dell’ampio spettro dell’attualità, invita il lettore a esercitare tutto il proprio senso critico, perché essere attori di quel che sta accadendo, avrà una profonda rilevanza nel dialogo tra future generazioni.

(Di Claudia Ciardi)


Alcuni tra gli argomenti di maggior rilievo su «Most» #6:
  • L’avventurosa e difficile migrazione dei Trentini in Bosnia
  • La questione dei Rom in Ungheria: tra razzismo e degrado sociale
  • L’allargamento dell’Europa: il problematico dialogo con la Turchia, la costellazione jugoslava, le aspettative europee del popolo ucraino
Ulteriori informazioni sul sito di East Journal 

In questo blog:
Oriente-Occidente
oriente - come ‛ occidente ' (v.), o. per lo più è usato in senso generico, a indicare la parte dell'orizzonte dove sorge il sole, il balco d'orïente dell'Aurora (Pg IX 2), la plaga irraggiata e fatta ridente da Venere mattutina (I 20, XXVII 94), la parte del cielo ove, poco prima dell'alba, i geomanti (v.) vedono apparire delle stelle nelle quali possono scorgere la figura della loro Fortuna Maggiore (XIX 5).
Assume un significato metaforico e simbolico quando è designato come luogo di nascita di s. Francesco in sostituzione di Assisi (Ascesi, Pd XI 54). Un altro punto interessante in tal senso è quello in cui un'anima della valletta dei principi intona l'inno della sera ficcando li occhi verso l'oriente (Pg VIII 11).
In proposito il Buti commenta: «nome de' fare l'omo quando adora Iddio, che si de' volgere all'oriente: e però tutte le chiese antiche ànno volto li altari a l'oriente; ma ora, quando non si può commodamente fare, non v'è cura, imperò che Iddio è in ogni luogo».

6 maggio 2013

Prague, 1968 - La primavera e "l'estate troppo bella"


Praga (Praha), 1968



Primavera di Praga, scontro sulla memoria

«Nel quarantacinquesimo anniversario della Primavera di Praga, che “esplose” nel marzo-aprile 1968, si torna a ravvivare il dibattito sulla memoria storica nella Repubblica ceca. La miccia è partita da un’infornata di nomine al consiglio d’amministrazione dell’Istituto per lo studio dei regimi totalitari (Ustr) da parte del Senato ceco. Dopo anni di predominio della destra alla Camera alta, il Senato è ora retto da una solida maggioranza socialdemocratica, che ha nominato nel cda dell’Ustr alcuni intellettuali di riferimento come il politologo Lukas Jelinek e il sociologo Michael Uhl. A breve giro è stato sfiduciato il direttore Daniel Hermann, che ha commentato l’accaduto puntando il dito contro i socialdemocratici. Tuttavia la sfiducia a Hermann ha fatto partire una valanga di dimissioni dal cda, dal Consiglio scientifico e da altri organi collegiali.
L’Ustr ha una posizione particolare tra gli istituti scientifici cechi, in quanto le sue funzioni sono fissate per legge. In primo luogo deve gestire gli archivi della polizia segreta Stb, una funzione di grande rilievo e delicatezza, visto che rimangono in vigore le leggi sulle proscrizioni per chi sia stato agente o collaboratore consenziente con i servizi segreti. In secondo luogo deve condurre la ricerca scientifica e – presumibilmente – deve dare un’interpretazione quasi ufficiale del periodo 1948-1989. L’attuale scontro sull’Ustr tra la sinistra moderata e la destra è indicativa di diversi punti di conflitto. In primo luogo c’è l’interpretazione storica del periodo 1948-1989, quando fu al potere il Partito comunista cecoslovacco. Per la destra e gli storici d’area dell’Ustr in tutto quel periodo la Cecoslovacchia fu uno stato totalitario guidato dal Partito comunista cecoslovacco. In quell’ottica gli archivi della polizia segreta assumono un valore enorme, in quqnto rappresentano il cuore dell’apparato statale.
Tuttavia ormai molti storici dubitano che il paradigma del totalitarismo possa essere applicato in maniera così estesa e disinvolta. Un punto di rottura è rappresentato dalla Primavera di Praga, che con la sua atmosfera di apertura e libertà, oltre ad alcune riforme come l’abrogazione della censura, non riesce a essere esplicata usando esclusivamente questa concezione storica. Inoltre anche durante la cosiddetta normalizzazione le interazioni tra la società e il potere politico avevano un carattere più complesso di quando possa suggerire la teoria del totalitarismo. Perciò uno degli obiettivi dei nuovi consiglieri, nominati dal Senato a maggioranza socialdemocratica è quello di aprire il dibattito su questo punto fondamentale della memoria storica. […] Il fatto che la legge affidi gli archivi della polizia segreta a un istituto storico e non semplicemente a un’istituzione di stampo archiviale, sottolinea la delicatezza dei faldoni gestiti dall’Ustr. Una delle poche attività dell’Ustr su cui vige un largo consenso è la digitalizzazione e l’apertura dei fascicoli, che sta portando avanti da diversi anni. Visto che molti fascicoli sono stati scartati, i registri degli archivi sono frammentati e richiedono un significativo lavoro di cura e interpretazione. L’Ustr dovrebbe avere quindi un ruolo di mediazione e di ricomposizione dei contenuti d’archivio in un contesto storico, un ruolo totalmente disatteso negli scorsi anni. In diverse occasioni infatti l’Ustr ha direttamente o indirettamente favorito le campagne stampa contro noti personaggi della vita pubblica sulla base delle registrazioni contenute negli archivi. Il caso più noto è quello dello scrittore Milan Kundera, ma di tentativi di killer aggio contro uomini politici, dello spettacolo o dell’ambiente scientifico ce ne sono molti altri. Insomma negli anni passati l’Ustr era diventato una macchina del fango e i suoi dipendenti suggeritori di articoli scandalistici senza rilievo storico e certe volte anche con gravi imprecisioni sui fatti accaduti».

Ja. Hor. «Il Manifesto», 20 aprile 2013 (un estratto)
                                                              


Gypsies in the Czech Republic, 1966, by Joseph Koudelka

«Nell’emisfero settentrionale l’anno 1968 verrà ricordato come l’anno delle tre grandi crisi: l’insurrezione del maggio in Francia che portò la quinta Repubblica sull’orlo del crollo, la crisi del sistema monetario internazionale che culminò con le difficoltà della moneta francese e la conseguente conferenza internazionale a Bonn in novembre, e infine l’intervento militare dell’Unione Sovietica e di quattro altri paesi membri del Patto di Varsavia in Cecoslovacchia, il 21 agosto. Le prime due crisi rimangono notevoli per ciò che non sono riuscite a realizzare, la seconda per ciò che è riuscita a realizzare». (Karl Kaiser, La Germania fra Est e Ovest, Il Mulino, Bologna, 1968-69)

Il quadro dell’Est è complesso ed è reso ancor più instabile dal riproporsi della questione tedesca, che vede la Germania Occidentale perseguire le due strade dell’atlantismo e della Ostpolitik. La concorrenza fra le due Germanie e il dilatarsi delle interrelazioni economiche in questo settore del mercato centro orientale dell’Europa, uno dei settori strategici nel quadro mondiale, rendono sicuramente più preoccupanti – agli occhi di Mosca e della DDR (la Germania orientale appunto) – le iniziative di cambiamento e le oscillazioni di alcuni paesi fra filo-sovietismo e apertura alla Cina maoista (grande antagonista dell’URSS nel cosiddetto ‘mondo comunista’).
La Germania, divisa in due dalla guerra, è il paese che sta al di qua e al di là della cortina. Nell’ottica di lungo periodo, per esempio nella visione strategica di De Gaulle, si profila il superamento della divisione della Germania mediante un processo a lunga scadenza di distensione e di riavvicinamento tra Est e Ovest. Ma nel presente i due diversi regimi svolgono un ruolo relativamente centrale all’interno del proprio schieramento: sono avamposti, ma al contempo sono le due parti di un’unica nazione.
Le due Germanie fanno così da scala mobile dei problemi internazionali, tendenzialmente da amplificatore. Ogni cosa diviene più minacciosa e i due regimi sono ipersensibili di fronte alle conseguenze interne di un cambiamento di clima politico.
Vi sono buone ragioni per pensare che, nel quadro della destalinizzazione e dei rapporti fra gli stati del ‘blocco sovietico’, e gli eventi successivi che sono ben noti, sia decisamente più significativa la deriva polacca, rispetto alle convulsioni della Praga del nuovo corso.
Se seguiamo il corso degli eventi, infatti, in questa parte del mondo il tutto iniziava già molto prima, o per meglio dire cominciava a manifestarsi e a essere stroncato ciò che nel ’68 si ripropose (in forme forse mimetiche).

Possiamo dire che le grandi manifestazioni del 1956, in Polonia (sciopero operaio di Pozvan del giugno 1956 e ritorno al potere di Gomulka nell’ottobre dello stesso anno) e in Ungheria (insurrezione antisovietica nel novembre ), ma anche in altre zone dell’universo ‘socialista’, determinarono una forte presa di posizione e di coscienza da parte di molti esponenti del campo democratico e socialista e di molti intellettuali di varie parti di Europa. Il tragico epilogo che ne conseguì – l’invasione dell’Ungheria e prima la normalizzazione polacca - proiettò le sue ombre sul decennio seguente, ma trovò poi nuova linfa nelle contraddizioni del sistema internazionale, e ancor più, forse, nelle aspettative generali.
«Le vicende polacche e ungheresi avevano mostrato chiaramente che le democrazie popolari al loro interno godevano di un’autonomia assai limitata. Esse potevano soltanto, previo consenso di Mosca, mettere in atto alcune moderate riforme, purché non intaccassero il ruolo dirigente del partito comunista, le strutture fondamentali su cui si reggeva il sistema socialista e l’alleanza con l’Unione Sovietica. Sotto questo profilo la Polonia di Gomulka e l’Ungheria di Kadar divennero delle specie di “laboratori di sperimentazione” delle riforme che erano compatibili con il socialismo». (Marelli e Salvalaggio, ’45-’95 Cinquant’anni di storia, A. Mondadori scuola, 1995)

Il vento di marzo in Polonia

«Il 30 gennaio si svolse a Varsavia una manifestazione  di protesta degli studenti contro il divieto di continuare la presentazione del dramma Gli Antenati di Adam Mickiewicz al teatro Narodowy. Circa 35 studenti furono fermati (con l’accusa di aver turbato l’ordine pubblico)». (Contestazione a Varsavia, Bompiani, Milano, 1969)

Così prende il via una catena di eventi che ruotano attorno alle rivendicazioni di autonomia nazionalista da parte della società polacca e dalle restrizioni dettate dalla ragion di stato dei rapporti con l’Unione Sovietica.
Il quadro polacco è ancor più complicato dalla forte presenza della Chiesa cattolica, molto più consistente che negli altri paesi dell’area.
L’alleanza fra gruppi di dissidenza laica (di orientamento liberale come quella che ruota attorno ad Adam Michnik, lo studente espulso dall’Università e che diverrà poi il direttore del maggior giornale della Polonia contemporanea e di orientamento operaista come quella diretta da Jacek Kuron, animatore del KOR) e la Chiesa sarà la morsa nella quale finirà soffocata la dirigenza filo-sovietica, nel corso degli anni Ottanta.
La tensione sale decisamente a marzo, quando gli studenti dell’Università di Varsavia organizzano una protesta. Seguono provocazioni e scontri, che si estendono in diverse province. Il movimento di marzo porta a diverse occupazioni a Cracovia e a Lublino e le parole d’ordine ricordano decisamente quelle che contemporaneamente si diffondevano nella vicina Cecoslovacchia: libertà e democratizzazione.
La repressione scattò inesorabile e molte migliaia di studenti furono espulsi e allontanati dalle università del paese. Ma – diversamente da altrove – il solco era ormai scavato e la resa dei conti era solo rimandata.

La primavera di Praga

«Poiché i nostri popoli sono sull'orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo. Il nostro gruppo è costituito da volontari, pronti a bruciarsi per la nostra causa. Poiché ho avuto l'onore di estrarre il numero 1, è mio diritto scrivere la prima lettera ed essere la prima torcia umana. Noi esigiamo l'abolizione della censura e la proibizione di Zpravy (il giornale delle forze d'occupazione sovietiche). Se le nostre richieste non saranno esaudite entro cinque giorni, il 21 gennaio 1969, e se il nostro popolo non darà un sostegno sufficiente a quelle richieste, con uno sciopero generale e illimitato, una nuova torcia s'infiammerà».
Più dirompente fu la vicenda cecoslovacca, e la sue tragiche icone sono le immagini dei carri armati del Patto di Varsavia che attraversano le vie di Praga e le fiamme che avvolgono lo studente Jan Palak, che si diede fuoco per protesta, cui appartengono le parole sopra riportate.
Tra la fine del 1967 e il 1968 si ripresentavano in Cecoslovacchia problemi già affrontati nel corso della fase di destalinizzazione. Qualche timido tentativo di riforma, qualche esperimento di liberalizzazione era stato approntato, ma gli esiti non erano confortanti. Nel partito si facevano strada istanze di maggiore libertà e riemerse una certa tradizione di democrazia di base.
Nel partito si fronteggiavano due posizioni:
Ortodossa e conservatrice, di stampo stalinista (che ruotava intorno a Novotny).
Riformista (che aveva il suo leader in Alexander Dubček, capo del partito comunista slovacco).
Nel gennaio del 1968 Dubček la spunta e viene eletto segretario: inizia una vasta campagna di democratizzazione (vedi più avanti i punti salienti del programma di azione); l’idea è quella di promuovere la partecipazione e una più completa espressione della personalità individuale, al di là della stessa democrazia borghese.
Le speranze e gli entusiasmi della grande maggioranza dei cecoslovacchi erano accesi, ma il programma trovò l’ostilità degli altri governi dell’Est. Soprattutto i comunisti polacchi e tedeschi si schierarono contro il nuovo gruppo dirigente raccolto attorno a Dubček. Il governo polacco temeva il contagio della ‘Primavera di Praga’, peraltro già esploso nelle strade di Varsavia, Lublino, Cracovia ecc.
Il governo della Repubblica Democratica Tedesca, da parte sua, oltre che del contagio ideale, era preoccupato dei rapporti economici e politici che il nuovo regime cecoslovacco avrebbe potuto instaurare con la Germania occidentale, che, con i preliminari della Ostpolitik, stava aprendo ai paesi dell’Est.
A Mosca si temeva che il moto di liberalizzazione sfuggisse dalle mani dei suoi promotori e che il paese prendesse una ‘sbandata’ verso Occidente.
I consensi manifestati da vari partiti comunisti occidentali, quello italiano e francese in particolare, ma soprattutto le posizioni dei governi jugoslavo e rumeno a favore del Nuovo Corso preoccuparono la dirigenza sovietica, che temendo un’ulteriore incrinatura all’interno del blocco optarono per la ‘chiusura’ dell’esperimento e la notte del 21 agosto il paese fu occupato dalle truppe del Patto di Varsavia. Si apriva l’era della sovranità limitata, mentre Husak sostituì Dubček.

(Sintesi di Maurizio Cuccu/ Un estratto)
 *****

                                Foto di Claudia Ciardi ©

Rumbling Of Tanks

In the early morning hours of August 21, 1968, it wasn’t television that broke the news. There was no CNN.

People awoke at 2 a.m. to the rumbling of tanks and an announcement broadcast by Czechoslovak State Radio from Prague.

«Yesterday, on August 20th, 1968, at around 11 p.m., forces from the Soviet Union, the Polish People's Republic, the German Democratic Republic, the Hungarian People's Republic, and the Bulgarian People's Republic crossed the state border of the Czechoslovak Socialist Republic. This happened without the knowledge of the [Czechoslovak] president, the head of the National Assembly, or the prime minister and the first secretary of the Central Committee of the Communist Party of Czechoslovakia and its official bodies».

Prague residents holding Czechoslovak flags and placards reading 'Go Home' and 'Why Are You Shooting At Us? protest on Wenceslas Square.
For months preceding the invasion, the Czechoslovak Communist Party, led by Alexander Dubcek, had carried out a reform program aimed at eliminating the regime’s most repressive features and creating socialism with a human face.

It soon became known as the Prague Spring. And it quickly gathered momentum.
By the summer of 1968, censorship had been lifted. Open discussion in newspapers, magazines, and literary journals flourished.
Some even questioned the very foundation of the communist regime.
The freewheeling debate made Czechoslovakia’s communist neighbors -- and above all the Soviet Politburo -- very nervous.
By August, Moscow’s patience had run out.

Impromptu Studios

Once they entered the Czechoslovak capital, Soviet soldiers quickly found their way to radio headquarters and took over the studios.

What they didn’t know was that many staffers had managed to flee, taking equipment with them to private apartments around the city, where they set up impromptu studios and continued broadcasting.

«In these small studios, there were people from Czechoslovak radio, and they were broadcasting for a number of days underground," recalls Pavel Pechacek, who was a producer at Czechoslovak State Radio. They were getting news from all over Prague. People destroyed the names of the streets on the walls of Prague. It was difficult for the Soviets to know where they exactly were. And that brodcasting continued for a number of days».

Pechacek also recalls the unusual scenes that unfolded on the streets of Prague over the following days. Before they rolled into Czechoslovakia, Soviet soldiers had been told that a counterrevolution was in progress. Some even thought World War III had started.

Instead, they found crowds of unarmed civilians, many bewildered, many upset. Some Czechs climbed right up onto their tanks and demanded to know: “Why are you here?”

«I remember the most famous athlete, Emil Zatopek. He was going from one tank to another tank. And he was discussing the situation with the Soviet soldiers» Pechacek says. «Some of them didn't feel well. You could see it. They expected people with weapons, fighting. And now they could see just regular people who were trying to persuade them that there was nothing going on against the Soviet Union or that someone here in Czechoslovakia wanted to start a third World War. It was fascinating. It was fascinating what people were doing. And there was unbelievable courage».
Source:
Radio Free Europe - http://www.rferl.org/

Czechoslovakia, August 1968. Koudelka positioned a passerby to show the exact time that Soviet troops invaded Prague. Photograph: Josef Koudelka/Magnum

See also:

Special Report - Prague Spring/ Radio Free Europe

L'Europa e le contestazioni - Das Europa und die Proteste
Café Babel

11 aprile 2013

Andrzej Wajda - Katyn

Il massacro di Katyn


Andrzej Wajda
Per sottrarre dall’oblio la vicenda che va sotto il nome di Katyn, lunedì 15 aprile 2013, alle 20,30, a Povo di Trento (ex Centro civico, Via Salè 1) viene proiettato il film di Andrzej Wajda. Introduce Fernando Orlandi.
L’ingresso è gratuito.
Katyn è stato uno dei crimini più efferati del Novecento, ma è anche una delle vicende paradigmatiche del secolo scorso: l’assassinio, nella primavera del 1940, di oltre 22.000 ufficiali e sottufficiali dell’esercito polacco. Erano prigionieri di guerra dell’URSS e vennero “liquidati” per ordine della più alta dirigenza del partito comunista. La vicenda servì a Stalin anche per rompere con il governo polacco in esilio a Londra e nel dopoguerra l’Unione Sovietica intraprese una delle più vaste campagne di disinformazione per occultare il crimine commesso, cercando di farne ricadere la colpa sui nazisti. Nella Polonia comunista, fino al 1989, di Katyn era proibito parlare.
Nell’ottobre 1992 l’allora presidente russo Boris Eltsin fece consegnare al governo di Varsavia i documenti che testimoniavano la decisione e la colpevolezza della dirigenza sovietica. Poteva aprirsi una pagina nuova nei rapporti fra Polonia e Russia, ma purtroppo le cose sono cambiate a Mosca e un vento di segno contrario spira dal Cremlino, impegnato in una riscrittura della storia del Ventesimo secolo.

Questa pagina terribile del Novecento è stata narrata in un film dal grande regista Andrzej Wajda, mentre la ricostruzione della vicenda storica la si può leggere in Pulizia di classe di Victor Zaslavsky (Il Mulino).

Katyn, di Wajda, è un film scomodo. Senza cedere all’odio, narra una pagina terribile della storia della sua Polonia. Il film è passato troppo velocemente nelle sale cinematografiche italiane; un vero peccato perché rappresenta uno straordinario contributo al recupero di quella “memoria storica” cui tante volte ci si richiama.
(di Fernando Orlandi per lo CSSEO, Centro Studi sulla storia dell'Europa orientale)


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