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5 marzo 2017

Tzvetan Todorov - La letteratura in pericolo





Studioso di letteratura, linguaggi, storia e assetti sociali, originario di Sofia, dov’è nato nel ’39, Tzvetan Todorov si può forse definire tra i pensatori più brillanti dell’età contemporanea, voce critica delle attuali derive risvegliate nelle nostre democrazie dai rovesci economici e in particolare dai profondi cambiamenti in atto nel mercato del lavoro, se vogliamo la principale causa e controparte dei problemi da cui siamo investiti. Qualsiasi analisi dei perturbamenti politici degli ultimi anni non può prescindere dal divario sociale che trova una base sempre più ampia, non solo in Europa ma ancor più diffusamente fuori da questa. Qui, gli squilibri regionali ereditati dal colonialismo, esasperati dalla desertificazione prodotta dal modello globale, includendo guerre per procura e ogni genere di conflittualità antica e recente, nel quadro di un incremento demografico che non conosce battute d’arresto, non allenterà certo la pressione migratoria verso il continente, anzi per i prossimi anni si calcola verosimilmente un aumento dei flussi.  
Le nostre società sono dunque destinate al mutamento sotto diversi aspetti e se la classe politica non si dimostra all’altezza di saper intercettare e risolvere le criticità che tali fenomeni sollevano, saranno inevitabili situazioni di graduale chiusura verso l’esterno, con conseguente involuzione democratica, incertezza e definitivo impoverimento materiale. Nei suoi scritti Todorov ci invita a considerare i cambiamenti in un’ottica costruttiva. Se, a livello psicologico, la paura per ciò che abbiamo di fronte è giustificabile, può diventare un aspetto invalidante nella ricerca di soluzioni e inficiare la lucidità con cui tali esiti andrebbero conseguiti. Incoraggiare le crisi, dice Todorov, col pretesto che possano veicolare forme diverse di creatività e produrre rovesciamenti in grado di inaugurare nuovi cicli storici, è pericoloso. Le fratture rischiano di compromettere a lungo quel che in realtà si sarebbe voluto rafforzare o mettere in discussione.
Francese di adozione, dopo un lungo impegno nell’ambito della ricerca umanistica, Todorov è scomparso all’inizio di febbraio di quest’anno. Con lui se ne va una voce importante in una fase assai delicata del dibattito intellettuale e politico non solo in Francia ma in tutta Europa. In maniera un po’ paradossale, in un mondo diviso e sull’orlo della catastrofe, ai tempi della sua formazione era infatti ancora possibile divenire quel che si aveva in mente, senza rispettare schemi o fare aperta professione di fede verso i riti del potere, grazie alla presenza di fondi svincolati da eccessi burocratici o nevrosi governative. Non che l’avventura di Todorov a Parigi sia stata semplice, specie nei primi tempi, ma ad ogni modo gli sono stati offerti sbocchi e, soprattutto, è stato ascoltato e valorizzato per quelle erano le sue attitudini. Nelle sue pagine autobiografiche ci tiene a rimarcare quest’aspetto, perché oggi con fin troppa facilità lo trascuriamo, non accorgendoci che è invece uno dei primi produttori di idiosincrasie e altre incomprensioni sul terreno degli studi, oltre che della didattica. E proprio da qui prende le mosse il suo folgorante saggio in difesa della letteratura. Da campo d’elezione per osservare il mondo e coglierlo nei suoi aspetti più profondi, la materia letteraria dal Novecento in poi si è ridotta a elemento statico su cui verificare la validità di un metodo d’analisi anziché di un altro. Al punto che i mezzi della critica, le impalcature per così dire che vengono innalzate intorno alla parola letteraria in quanto funzionali a interpretarla, finiscono per diventare prevalenti sul senso vero e proprio; più che scoprire la bellezza, la genuinità della creazione, insomma, nascondono. Todorov vuole mettere in guardia da una simile visione meccanicista dell’opera letteraria e non si fa problemi a dichiarare che il formalismo nella scrittura come nell’insegnamento ha il vizio di frammentare, destrutturando l’insieme, quel tutto inscindibile che conserva la sacra scintilla dell’arte, e che è qualcosa di non esattamente spiegabile ma che attiene alla sensibilità di ognuno.
A quanto pare, nel mare agitato del contemporaneo tra crisi di valori e naufragi politici, l’inautenticità che governa il nostro rapporto con le fonti del sapere e le sue manifestazioni artistiche incide non poco. Qualcuno parla non a caso di un’implosione già in atto delle professioni legate alla cultura. Se da una parte le occupazioni che vengono definite creative sono destinate ad aumentare, è pur vero che si va configurando una fase transitoria piuttosto incerta, fin dall’immediato rivelatrice di non poche difficoltà sul reclutamento concreto dei singoli. Forse la rilettura di queste pagine di Todorov aiuta a indagare sulle cause che ci hanno portato a imboccare un simile vicolo cieco, con la prospettiva di riprendere un dialogo con la realtà, disertata a favore di un’inservibile astrazione. 


(Di Claudia Ciardi)


Edizione consigliata:

Tzvetan Todorov, La letteratura in pericolo,
traduzione di Emanuele Lana,
Garzanti, 2015 

3 novembre 2015

Igort - Quaderni ucraini






L’opera di Igort, disegnatore nato a Cagliari cinquantasette anni fa e bolognese di adozione, è stata per me una delle più interessanti scoperte narrative sulla vicenda ucraina. In generale direi che è finora una della più belle graphic novel che mi sia capitato di leggere. Un volume denso che ripercorre le principali e strazianti tappe della storia del paese, dalle collettivizzazioni staliniane, passando per l’invasione nazista e l’inquinamento radioattivo, a oggi. Un paese povero difficile, poco amato dai suoi amministratori, troppo spesso corrotti quando non spudoratamente collusi con la criminalità locale. Patria perciò di disagio, divario, scissioni, violenze, drammi. Luogo destinato a oscillare tra la farsa delle “rivoluzioni colorate” e i carri armati russi. Nel febbraio 2014 abbiamo visto com’è finita a piazza Majdan. Un massacro consumato tra un’opinione pubblica cosiddetta europeista che se ne sbatteva dei fremiti fascisteggianti di Kiev – come dire, va bene tutto, purché sia muro contro muro con la Russia – e dall’altra parte gli entourages sovietici sempre più determinati a trasformare la questione ucraina in una prova di forza. Intanto la crisi economica si è aggravata. Sempre nel 2014 i razionamenti dell’energia elettrica hanno comportato il ritorno all’utilizzo del carbone e della legna anche in città, con un conseguente aumento dei prezzi di questi materiali. Nella sua appendice Igort dedica una tavola più che eloquente alle foreste della steppa, minacciate dall’assalto al legname da parte di bisognosi e trafficanti.
Quanto a me, per tutto il periodo delle medie, associai l’Ucraina al mio manuale di tecnica. E più precisamente a una pagina di quel manuale che descriveva l’incidente di Černobyl’. Una striminzita cronologia sulle fasi del disastro, descritto ora per ora, da cui trapelava una crescente concitazione mentre la cosa scivolava di mano agli addetti. Insomma, nell’adolescenza l’Ucraina fu per me nient’altro che un incubo nucleare, rafforzato dalla presenza dei bambini contaminati ospiti di alcune colonie marine. L’Holodomor non sapevo neppure cosa fosse. La prima volta che ho sentito questa parola, prima ancora di capire a cosa si riferisse, ricordo di averla percepita in tutta la sua negatività; era a causa delle sillabe, come dire, mi suonava male. In genere succede così, i suoni mi influenzano, anche dopo averli riportati al loro significato. Qualora una spiegazione venga in soccorso e attenui l’effetto negativo, e non è certo questo il caso, la mia sensibilità si converte a fatica.
Holodomor, suono scuro, pesante, una di quelle parole che ti battono in testa fredde come il ferro. Dal ’31 al ’33 l’Ucraina, la regione del Kuban’, il Kazakistan sono falcidiati dalla carestia. Le vittime vengono stimate tra i 4 e i 7 milioni. Ci si liberava dei corpi scaricandoli in fosse comuni. Venivano issati a gruppi di venti sui carri, come si faceva durante le epidemie. Qualcuno, ancora vivo, si divincolava in mezzo alla catasta, troppo debole per liberarsi. I monatti ucraini arrivavano di notte, nei villaggi, un giro silenzioso, affrettato, con cui si cercava di occultare l’orrore. Questa la conseguenza degli espropri stalinisti. Un autentico genocidio che Igort evoca con struggenti litanie di volti disegnati a carboncino, fantasmi in giacca e colbacco, in fila con una valigia in mano, avviati alla deportazione. E poi le isbe, le fattorie abbandonate, corpi rantolanti di fronte a un focolare vuoto.
L’Ucraina è stata per la Russia ciò che l’Egitto fu per Roma: un immenso granaio, la dispensa dell’impero. Sotto Stalin venne avviato un programma a marce forzate teso a sostenere l’industrializzazione sovietica; i prodotti agricoli, principalmente il grano, furono prelevati per la quasi totalità dai commissari incaricati. Con un impatto devastante sull’economia e sui secolari equilibri di quel mondo. Annientata la proprietà, spazzate via in un soffio le relazioni che ruotavano attorno a questa. I funzionari furono così cinicamente zelanti nell’attuare il piano che lo stesso Stalin ebbe a lamentarsene. Tardi comunque e con lacrime di coccodrillo. Più che altro gli bruciava la consapevolezza che l’Ucraina sarebbe stata da allora in poi refrattaria al sentimentalismo russofilo. Solita cecità della politica di regime. Pretendere tutto e subito, bruciare le tappe a qualsiasi prezzo, fosse anche l’autodistruzione. Quello ucraino è un popolo paziente, avvezzo alla fatica, al sacrificio. Come in ogni società contadina, il carattere è dato dalle lunghe attese cui abitua la natura. Sfiancarlo, svilirlo, perseguitarlo è stato un errore colossale, irrimediabile. Un vulnus che resta lì, aperto, talmente sconcio da far rabbrividire. E anche ora la Russia, anziché assecondare l’indole di questo popolo, slavo di cultura, dunque vicino, più che mai vicino – impossibile non capirsi tra vicini, se non per una reciproca voluta sconsideratezza – insiste sulla strada dello scontro aperto, perfino del terrore. 
La terra, dunque. Questa sconfinata bellezza ucraina. Oggi i giovani non la vedono come una risorsa. È semmai qualcosa che suscita apprensione. Inurbamento e fine violenta di un microcosmo tradizionale, antico, cosparso di una grazia originaria. Morte pasoliniana di un mondo arcaico. Come è stato per il nostro meridione e per ogni collettività trascinata nel livellamento capitalista. Con l’aggravante del nazismo e dei soviet; proprio il caso di dire che gli ucraini hanno sperimentato tutte le “opzioni” politiche. E i segni sulla loro pelle sono ben visibili.
Igort punta la sua matita sulla leva biografica. Nel libro si alterna una galleria di ritratti, visi di anziani con una storia familiare sconvolgente alle spalle e davanti a loro. Perché sempre ci sono i figli, perduti allo stesso modo e forse anche peggio in questo Holodomor permanente, una carestia della storia, una vacatio di potere e progettualità politica che dura da troppo tempo. Holodomor, parola grave, di timbro cupo che suona ancora più triste quando si apprende che neppure sul riconoscimento della carestia come crimine contro l’umanità gli Stati sovrani sono riusciti a pronunciarsi in modo unanime. Fra i sottoscrittori pesano le assenze di Cina, Russia, Francia, Inghilterra e Germania, per citare le più vistose. 
Molti sentimenti scuotono le pagine di questo reportage. Tutto ruota attorno a un’umanità gentile ma annichilita, rassegnata, ormai chiusa in se stessa, per aver visto oltre ciò che è umanamente sopportabile. E tutto torna sempre alla terra, eterno ciclo degli eventi. Quella campagna generosa ma anche estremamente desolata che Igort inserisce come un fondale ritmico nel suo racconto. Un personaggio silenzioso eppure potente che entra dappertutto, vero specchio dell’anima ucraina, radice della sua identità e resistenza.

(Di Claudia Ciardi) 


Igort – Quaderni ucraini. Le radici del conflitto.
Un reportage disegnato,
Coconino Press, 2010 (2014)






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Il sito di Igort

Quaderni ucraini - La scheda su Coconino Press

Ogni cosa è illuminata - Il film di Liev Schreiber che tra le altre cose mostra la campagna ucraina in tutta la sua bellezza

Intervista a Rassegna est - Con Matteo Tacconi, fondatore e coordinatore di «Rassegna est», riflettiamo sulla crisi in Ucraina

L'inquieta frontiera orientale (I) - Dalla protesta alla strage. Escalation di un conflitto

L'inquieta frontiera orientale (II) - Joseph Roth, La marcia di Radetzky. Una narrazione della frontiera

23 giugno 2015

Intervista a Rassegna est


Parlare della situazione in Ucraina non è semplice e neppure scontato. I media occidentali se ne occupano ormai a singhiozzo. Dopo gli accordi di Minsk è sceso un silenzio piuttosto surreale. Poi riflettori nuovamente accesi ai primi di maggio di quest’anno in seguito ai violenti scontri a Marynka (Ucraina orientale) che hanno fatto parlare gli analisti dell’inizio di un’ “offensiva d’estate” in Ucraina. E quando il clima sembra surriscaldarsi, la macchina della diplomazia europea e americana torna puntuale a spolverare lo strumento delle sanzioni. Putin ha recentemente risposto con una blacklist di ottantanove indesiderati, cioè persone cui per diverse ragioni potrebbe essere negato il visto di ingresso in Russia. A Elmau, sulle Alpi bavaresi in Germania, lo scorso 7/8 giugno (assente la Russia esclusa dal G8 dopo l’annessione della Crimea) Obama si è lasciato andare a dichiarazioni ripetitive e nella sostanza deludenti: le sanzioni avrebbero sortito l’effetto sperato sull’economia russa – entrata in difficoltà, secondo il presidente americano, in conseguenza della loro applicazione – e perciò sarebbe bene tenersi pronti, se necessario, a incrementarle. 
Gelo da parte di non pochi osservatori e qualche imbarazzo pure nel governo tedesco, fino ad allora alfiere convinto delle posizioni statunitensi. Tra i commenti a caldo che mi è capitato di leggere, ve ne era uno molto significativo che più o meno diceva così: Obama senza freni al G7, dall’altra parte la Russia, in mezzo noi.
Giusto, ma direi che in mezzo, prima di tutto, ci sono gli ucraini di cui non si parla mai o quasi. Non si parla delle condizioni di questo popolo, ed è difficile imbattersi in una fotografia nitida, scattata senza faziosità, in grado di raccontarci cosa sia l’Ucraina ora. Più facile leggere articoli sulla futura terza guerra mondiale – Kiev contenderebbe a Sarajevo il primato di nuova polveriera d’Europa – o sui ritorni di fiamma tra i nostalgici della guerra fredda.  
Majdan è stata sì il centro di una contestazione guidata da certa intellighenzia filooccidentale che vorrebbe portare l’Ucraina sotto l’egida di Bruxelles ma non si è detto abbastanza che conteneva anche un moto di protesta assai più turbolento, che sfidava la corruzione del governo in carica, denunciando le drammatiche condizioni economiche del paese. Questa era (è) la pancia della piazza. Di anno in anno l’economia ucraina peggiora. Il Fondo Monetario Internazionale ha chiesto di riformare il sistema paese ma le criticità, proprio in quanto sommate a uno scenario di guerra, rischiano di permanere a lungo e certe esortazioni, per quanto lecite, sono destinate a suonare assai ridicole. 
Ne discutiamo qui col coordinatore di «Rassegna est», giornalista professionista, collaboratore di «Il Foglio» e autore per Castelvecchi, Matteo Tacconi, classe ’78, che risponde a una serie di domande il cui scopo è riassumere alcune vicende nodali che hanno scosso l’Ucraina nel biennio 2014-2015. Si tratta anche di ristabilire un ponte con i due contributi ospitati da questo blog nel maggio 2014, incentrati sul tema dell’inquieta frontiera orientale, peraltro riportando anche il punto di vista di un narratore galiziano d’eccezione, Joseph Roth.
Da tempo il sito «Rassegna est» dedica spazio a questi temi, mettendo al centro il quadro economico e politico ucraino e quindi europeo, che certo risente di quel che sta accadendo. Diversamente qualsiasi discussione su tale scenario non avrebbe senso. Trascurare le reali problematiche di questo territorio esteso quanto complesso lo riduce a uno strano oggetto del contendere tra poteri forti, dove fascismi e capitalismi di vecchia e nuova fabbrica intrecciano una relazione pericolosa, senza curarsi dell’impatto sulla vita della gente – e ciò per i suoi effetti negativi, lo ripetiamo, non riguarda solo gli ucraini, ma anche russi e europei. Ecco qui un estratto di uno degli ultimi pezzi pubblicati sul sito da Matteo Tacconi  e Stefano Grazioli:
«Due milioni di posti di lavoro e cento miliardi in valore aggiunto nell’export di beni e servizi. Nel peggiore dei casi sarebbe questo il costo economico e sociale che l’Europa pagherebbe in ragione delle sanzioni comminate alla Russia, che a sua volta ha eretto un muro commerciale nei confronti dell’agroalimentare europeo. I dati sono quelli del Wifo, l’Istituto austriaco per la ricerca economica, con sede a Vienna. I suoi ricercatori si sono messi al lavoro per conto del Lena, consorzio di testate giornalistiche europee, di cui fa parte anche «Repubblica». Ma quando è lontano questo scenario apocalittico? Purtroppo non molto. Il Wifo sostiene che avanti di questo passo la più amara delle previsioni potrebbe diventare realtà. I paesi Ue che ne risulterebbero più penalizzati sono la Germania e l’Italia. Berlino potrebbe perdere un punto di Pil, l’Italia lo 0.9%».
L’invito è a leggere questo e gli altri contributi, che con chiarezza ci guidano in una vicenda all’interno della quale non è facile orientarsi e i cui numerosi punti insoluti rischiano di creare una massa critica con pesanti ricadute per tutti.






L’Ucraina, parola contenente la radice slava “kraj” (limite, bordo), ha inscritto nel suo nome un destino che la colloca “al margine”, “sul confine”. Ciò non sarebbe di per sé un fatto negativo. Intanto perché la natura di confinanti è un tratto diffuso nelle comunità umane – ognuno è confinante di qualcuno. Poi perché lo stare sul confine non dovrebbe necessariamente comportare un’equazione con la marginalità. Escludere, allontanare se non bandire da un contesto, da un orizzonte culturale ha assai poco a che fare con la reale posizione occupata da un soggetto, da una comunità, da uno spazio geografico. Si tratta piuttosto di un’operazione “ex post”, dovuta a fattori che mutano col mutare degli eventi storici e dunque delle differenti attitudini umane che ad essi si accompagnano. La natura di ponte, per così dire, tra Europa e Asia che l’Ucraina reca in sé, dovrebbe essere una risorsa sia per gli occidentali sia per i russi. Oggi invece tutto questo ci spaventa, lo guardiamo come un focolaio destinato a destabilizzarci, c’è chi addirittura parla di nuova Jugoslavia. Come riportare la situazione di questa affascinante e turbolenta frontiera su binari che permettano una seria discussione politica con cui affrontare, e possibilmente risolvere, i tanti problemi che affliggono il paese, mettendo al centro finalmente il popolo ucraino di cui poco o nulla si parla? 

Ormai lo spazio negoziale è sempre più stretto. A livello ucraino il governo di Kiev non vuole decentralizzare più di tanto la gestione amministrativa, perché lo considera un cedimento ai filorussi. Che da parte loro pretendono un vero e proprio autogoverno, quasi uno Stato a sé. Un punto d’incontro non è facile da trovare. Le strozzature sono evidenti anche sul piano internazionale, che non è certo slegato da quello ucraino. L’Occidente ha confermato le sanzioni alla Russia per i prossimi sei mesi. Proviamo a metterci nei panni di Obama, Merkel e altri. Foste in loro fareste cadere le sanzioni? Per fare cosa? Per ridare linfa all’export ma confermare lo scippo russo dell'Ucraina? Ora proviamo a entrare nella testa di Putin. Ha ottenuto quanto voleva ottenere: la Crimea a Mosca, il Donbass ingovernabile, l’Ucraina dilaniata e sull’orlo del default economico. Il Cremlino è parte del problema e della soluzione. Situazione perfetta. Per quali motivi dovrebbe rinunciare a questo privilegio? Sacrificare due o tre punti di Pil val bene il gioco che Putin sta conducendo. Ecco, davanti a tutto questo lo spazio negoziale si stringe.   

Parliamo di un paese molto esteso, secondo per superficie nel continente europeo con i suoi 600.000 km², abitato da circa 50 milioni di persone. Al suo interno ha una vasta varietà di gruppi etnici il maggiore dei quali è quello ucraino cui fa seguito la cospicua minoranza russa, che non coincide però con la più ampia popolazione russofona. Vi sono poi etnie cosiddette minoritarie, che però nell’insieme costituiscono un panorama molto ampio e vivace: bielorussi, rumeni e moldavi, tatari di Crimea, tedeschi, ungheresi, polacchi, ebrei, armeni, greci, rom, caucasici, turchi, azeri, georgiani.
Insomma, un quadro assai composito che, se da una parte moltiplica a dismisura il fascino culturale dell’Ucraina, dall’altra complica non poco le cose sul piano politico, data la moltitudine di interlocutori rappresentativa di altrettante anime del territorio. Dire, ad esempio, che ad ovest del Dnepr c’è un’Ucraina più europea rischia di essere una semplificazione, perché sempre si faranno i conti con la straordinaria eterogeneità antropologica e storica di quest’area: Galizia, Transcarpazia, Crimea, Bucovina sono realtà non assimilabili e con tratti distintivi accentuati.
Un mediatore, un cooperante, un diplomatico hanno davanti a sé una doppia sfida. Evitare il radicalizzarsi della posizione russa versus quella del continente europeo, che spazzerebbe via tutto il resto e farebbe violenza ai tanti volti del paese, ma badare anche a non costituire un incentivo, per quanto involontario, alla disgregazione. È un’analisi condivisibile? E nel caso, dove e come trovare le risorse per questo collante politico? 

L’Ucraina paga la mancata costruzione di una statualità condivisa e di un idem sentire del paese. Non è certo una missione facile, tenuto conto della complessa stratificazione culturale. Ma il punto è proprio questo. Questa crisi ha dimostrato che una statualità pallida può creare, anche in assenza di precedenti tentazioni separatiste o radicaliste (queste sono invenzioni, manipolazioni e conseguenze del conflitto in corso), voragini enormi. La soluzione, visto che l'origine del caos è anche uno Stato fragile, sta proprio nella costruzione di uno Stato nuovo, diverso, serio. Ci sarà molto da lavorare. 

Mi collego alla domanda precedente, citando una riflessione di Lucio Caracciolo apparsa su «La Repubblica» del 21 febbraio 2014: «Lo sfaldamento della Repubblica ucraina difficilmente avverrebbe lungo una nitida linea est-ovest, produrrebbe semmai una pletora di Ucraine maggiori e minori, divise da confini porosi». Dico subito che non condivido gli esiti di questo pezzo di Caracciolo che si augurava allora l’intervento deciso e decisivo di Obama – dopo aver sentito le dichiarazioni del presidente americano all’ultimo G7 rabbrividisco, anche se col senno di poi è facile parlare. Parto dal presupposto che l’Europa bisogna che impari a togliersi da sola le castagne dal fuoco, specialmente se a bruciare è il camino di casa. E però la prospettiva evocata da Caracciolo mi pare credibile. Difficile immaginare una linea di frattura netta est-ovest ma piuttosto una frantumazione con esiti imprevedibili. Qual è il vostro punto di vista sia riguardo l’intervento americano sia sull’ipotesi di uno sfaldamento dell’Ucraina?

Si leggono ultimamente analisi da risiko. Un pezzo d’Ucraina alla Russia, un altro alla Polonia, una strisciolina sottile sottile di terra anche all’Ungheria. Lasciano il tempo che trovano. Quanto alla linea di frattura est/ovest, su questo in effetti non ci sono grossi dubbi. Parliamo di linea sfumata, non chiara, che scorre gradualmente. Ci sono “terre di mezzo” che rendono impossibile la spaccatura netta del paese.   

E veniamo alla questione principale attorno a cui ruota la galassia Ucraina. L’economia del paese va letteralmente a rotoli. Il Fondo Monetario esige riforme in cambio di aiuti, un ritornello ormai noto – lo sentiamo ogni giorno nelle trattative sul debito greco. Tuttavia in un paese che in parte è coinvolto in un conflitto, suona come un’esortazione ridicola - del resto lo è pure per la Grecia, figuriamoci in un contesto belligerante.
Leggendovi, avete dedicato molti articoli all’economia ucraina, richiamando l’attenzione su dati affatto secondari e che invece, nelle analisi che circolano, tendono a passare inosservati, se non a essere taciuti.
Nell’ipotesi che si trovi una soluzione per riassorbire del tutto i sintomi della guerra, cosa che non può in ogni caso prescindere dall’andamento del mercato interno e dai dati allarmanti sulla disoccupazione, quali rischi corre l’Ucraina dal punto di vista 
economico? 

Crediamo che l’economia sia una cartina di tornasole formidabile di questo paese e di questo conflitto. Le logiche oligarchiche, il rapporto tra denaro e consenso, l'energia russa, l’impegno irrituale del Fondo Monetario Internazionale (ha prestato soldi a una nazione in guerra, mai visto): di cose da raccontare ce ne sono, eccome, sul fronte dell'economia. Chiusa questa premessa, rispondo alla domanda. L’Ucraina corre rischi enormi, primo tra tutti l’insostenibilità del debito (i creditori pretendono di essere pagati, Kiev non ha soldi) e il conseguente pericolo che il Fondo Monetario, se non si trovasse un accordo sul debito tra governo e creditori, potrebbe chiudere i rubinetti. Questa è l’emergenza di queste settimane. 
  
Poco più di un anno fa, alla fine del febbraio 2014, a Kiev si consumò un bagno di sangue. Per strangolare la protesta di piazza Majdan, uno Yanukovich sempre più isolato, lasciò mano libera ai cecchini. Fu il punto di non ritorno. Scaricato dai suoi e dai russi - clamorose le dimissioni del sindaco di Kiev e la fuga del principale finanziatore del potere presidenziale, l’oligarca russofono Akhmetov, noto al mondo come patron dello Shaktar calcio di Donetsk, che riparò prontamente a Londra in quei giorni di orrore e vergogna – dopo aver precipitato il paese nel caos, il suo futuro di statista era ormai compromesso.
Allora si parlò di guerra civile, oggi si prospetta uno scontro fra Nato e Federazione Russa, senza che peraltro l’Ucraina abbia risolto le sue clamorose lacerazioni interne. Come si è giunti a questo sviluppo e cosa rischia l’Europa? 

Questo scontro tra Nato e Russia lo vedo molto improbabile. Non è nell'interesse della prima, né della seconda. Realisticamente parlando la Nato non pensa affatto di allargarsi all’Ucraina (perché offrire un posto a un paese senza esercito, senza economia e senza dei pezzi di terra?). Quanto alla Russia: pensiamo davvero che possa permettersi uno scontro con la forza militare più potente al mondo? Non scherziamo. Una cosa è tuttavia chiara. La crisi ucraina ha smontanto pezzo dopo pezzo il dialogo tra Russia e Occidente, dimostrando quanto questo stesso dialogo, questo presunto matrimonio su cui tanta enfasi s’è fatta in questi anni, fosse nelle basi molto debole. Si può fare un matrimonio solo sulla base di scambi commerciali, a “loro” la nostra tecnologia e a “noi” la loro energia, senza creare uno spazio comune che tenga conto di diritti, giustizia, governance?

 (Intervista di Claudia Ciardi)


12 marzo 2014

La grande illusione




Un film di Jean Renoir. Con Jean Gabin, Pierre Fresnay, Erich von Stroheim, Dita Parlo, Marcel Dalio
Titolo originale: La grande illusion 
Genere: drammatico
Durata: 113'
Francia, 1937

«Da una parte ragazzi che giocano a fare i soldati, dall’altra soldati che giocano come ragazzi». Affacciati a una finestra che guarda sul cortile delle esercitazioni in un campo di prigionia in Germania, le voci dei soldati francesi s’insinuano a fatica nel rumore assordante della marcia delle giovani reclute tedesche. Jean Renoir rappresenta la prima guerra mondiale ma nulla o quasi di quel che accade in prima linea entra nel racconto. La sua è una guerra che si fa strada attraverso i bollettini affissi alle pareti del campo o si lascia interpretare nei gesti e nelle espressioni dei sorveglianti, la cui quotidianità scorre en face con quella dei prigionieri. Guerra di logoramento, dunque, non solo per chi è immerso nel fango delle trincee, ma anche per coloro che da troppo tempo se ne stanno rinchiusi, lontani dalla casa e dagli affetti. Nel frattempo si attinge a ogni risorsa per provare a evadere. Più che altro con la mente. Per una ragione o per l’altra qualsiasi tentativo di fuga infatti non tarda a rivelarsi inutile, e i prigionieri finiscono sempre per ritrovarsi attorno a un tavolo con la loro impotenza e tutta la stanchezza che il protrarsi degli eventi comporta. In questo perenne, a tratti perfino comico, inseguimento di ruoli degno del più riuscito "guardie e ladri", è racchiuso il fortissimo desiderio di normalità provato da tutti i protagonisti. Ogni trasgressione del regolamento apre delle crepe in cui affiora con prepotenza la voglia di tornare a essere uomini. La ribellione è principalmente nei confronti di ciò che tiene distanti gli uomini l’uno dall’altro. Di scene da incorniciare ve ne sono molte, e l’interpretazione di Jean Gabin (Maréchal), un gigante nel ruolo del pilota ferito che le prova tutte finché, insieme a un compagno, non gli riesce di scappare dalla fortezza in cui lo hanno confinato, è un contributo rilevante al capolavoro. L’aspetto ludico attraversa per intero il film, culminando nel concerto di flauti e pentole, orchestrato da un maestro d’eccezione, il capitano De Boëldieu, che vuole dare al suo buon Maréchal un’ultima possibilità per chiuderla una volta per tutte con la prigionia. La danza tra i costoni del perimetro del castello, nella quale De Boëldieu si esibisce, suonando il flauto davanti ai suoi carcerieri, è la metafora della fine di un mondo. Quando il direttore della fortezza, che con il capitano ha un rapporto di profondo rispetto, perché a lui lo accomuna l’appartenenza a quell’aristocrazia ormai avviata al tramonto, si vede costretto a sparargli, il colpo che esce dalla sua pistola è come se uccidesse anche lui. 
Prima di cadere esanime, De Boëldieu guarda un istante l’orologio: certezza che la fuga è riuscita, volontà di stabilire l’attimo della propria fine. Il corpo che si accascia nel buio è l’istante in cui la realtà, la tragedia che si consuma fuori, entra nel forzato isolamento dei soldati. Quella pallottola che squarcia la notte ricorda che nulla è accaduto per gioco.   
La grande illusione è un film sulla pace. Il titolo non sorprende: quanto a illusioni la prima guerra mondiale ne ha seppellite parecchie. Il conflitto secondo Renoir ha un volto grottesco, gli uomini sono principalmente prigionieri di se stessi, delle tante aberrazioni grandi e piccole che il tempo così sospeso, estromesso dal vivere di tutti i giorni, comporta. Con una scelta narrativa volutamente arretrata rispetto ai campi di battaglia, il regista illumina da una prospettiva fino a allora inedita l’amara ribalta della Grande Guerra. Va in parallelo, viene da dire in perfetta sintonia col messaggio dell’opera, la storia travagliata della sua conservazione. Premiato alla Mostra di Venezia del ’37, il film lascia freddi Hitler e Mussolini. Quest’ultimo pensa bene di vietarne la diffusione in Italia: ci vorranno dieci anni perché la censura fascista decada. Intanto i primi venti di guerra prendono forza sul continente. Con l’occupazione della Francia da parte dei tedeschi (giugno del ’40), le bobine scompaiono dal laboratorio parigino che le custodiva per riapparire a Berlino. Niente di preciso si sa riguardo questa operazione: l’unico dato certo è che non deve essere stata semplice, perché parliamo di almeno quaranta casse di materiali. Ma l’odissea di Renoir non è affatto conclusa. Entrati a Berlino i sovietici si impadroniscono delle casse che migrano a Mosca. Non se ne saprà più nulla fino alla metà degli anni Sessanta, quando il ritorno del film in Francia viene barattato per un episodio di James Bond. Restaurato dalla Cineteca di Bologna nel 2011, ne è finalmente riemerso in tutto il suo splendore narrativo. Quando è stato girato, è chiaro che nessuno poteva immaginare un destino così difficile e tanto profondamente legato alle lacerazioni continentali. Di fatto a ovest come a est l’impegno di Renoir contro la guerra sembra aver incantato anche coloro che, prigionieri dell’ideologia dei due blocchi, non se la sono sentita di distruggerlo.

(Di Claudia Ciardi)




In questo blog:

«L’allestimento documenta le atrocità che si sono consumate in ogni angolo del pianeta, da “Il miliziano colpito a morte” di Robert Capa, indimenticabile narratore della Spagna dilaniata dalla guerra civile, alle primavere arabe. Dagli sguardi annientati dei passanti che scrutano il cielo durante gli allarmi aerei in una Bilbao sfinita dall’assedio (maggio del ’37) a quelli altrettanto persi dei soldati tedeschi che, anni dopo, si troveranno prigionieri in Normandia, sopravvissuti sì ma costretti a fare i conti con la propria sconfitta».

«Un libro passato forse senza troppo clamore nelle librerie italiane ma su cui vale la pena riaccendere l'attenzione dei lettori. Una cronaca in presa diretta della seconda guerra mondiale che costituisce una testimonianza unica per la ricchezza di fatti e ritratti raccolti al fronte e per l’efficace semplicità con cui l'autore ce li presenta.
La grande metafora dello spazio-tempo fiabesco evocata da Steinbeck potrebbe risultare in un primo momento stridente, dato che siamo in presenza di un dramma collettivo in cui hanno agito figure concrete, fatalmente racchiuse in una precisa porzione di storia».

«Cinque frammenti che ci consegnano uno spaccato di vita di un grande interprete della Mitteleuropa. Un flâneur che con passo lucido e originale ha esplorato ambienti e ossessioni della propria epoca, a partire da una deflagrazione drammatica occorsa lungo il suo cammino: l’esperienza del primo conflitto mondiale».

Naufragio di guerra #0:
«Le aspettative legate all’ingresso in guerra dell’Italia furono spazzate via dall’alto tributo di sangue versato dalla nazione (5.200.000 gli italiani arruolati, di cui 650.000 i caduti). Le dodici battaglie sull’Isonzo (qui, sui due fronti, si contarono 250.000 morti e 100.000 dispersi, cioè tre volte Hiroshima) non passarono senza conseguenze, gettando discredito sul comando e le alte cariche dell’esercito. Ne scaturirono inchieste e strascichi polemici che si protrassero fino al ’25, l’anno della vergognosa ‘riabilitazione’, quando Mussolini nominò Cadorna maresciallo d’Italia».



25 gennaio 2014

Meeting Ost: «Most»



Parallelamente alla crisi economica che da diversi anni affligge gli stati membri dell’Europa occidentale, è cresciuto il dibattito attorno ai paesi che occupano la metà orientale del vecchio continente. Tra aspettative e demonizzazioni l’intellighenzia figlia di un occidentalismo oltranzista, in preda ormai alla stanchezza senile, continua a guardare a est con non poco scetticismo, mostrando spesso nelle proprie analisi scarsa obiettività. L’eredità di atteggiamenti coltivati in piena guerra fredda è dura a morire e continua a infiltrare l’evolversi dei rapporti tra europei occidentali e orientali.
Non è infrequente sentir dire che il recente allargamento dell’Unione sarebbe una delle cause della crisi e del suo acuirsi. Dirimere una tale questione implicherebbe incrociare diversi dati e perdersi in parecchi meandri statistici. Sia sufficiente dire che le letture sbilanciate verso una sola ‘verità’ in genere fanno rima con parzialità, e chi punta preventivamente il dito contro qualcuno, di solito ha più di una cosa da farsi perdonare. Ricordiamo, per chiarezza storica, che a Atene nel 2003, dieci paesi dell’Europa centrale, orientale e mediterranea firmavano il trattato di adesione alla UE, entrato in vigore il 1° maggio del 2004 con le quindici ratifiche dei vecchi stati membri. Si realizzava così quello che è stato ribattezzato come “allargamento big bang”, con il passaggio dei membri UE da quindici a venticinque, per poi divenire ventisette nel 2007 (con l’ingresso di Romania e Bulgaria). Di fatto, a partire dal 2004, l’Unione non è più soltanto tra stati occidentali. Saper guardare a questa nuova realtà implica uscire dalla sindrome del “blocco unico”, visione livellante e deliberatamente preclusa a qualsiasi approfondimento. Entità unica l’Europa orientale lo è stata, pagando peraltro, è giusto non dimenticarlo, un prezzo altissimo a livello culturale e identitario. Ciò che ha reso temporaneamente possibile tale assimilazione è una sovrastruttura politica, perciò quando parliamo di Europa dell’est si dà propriamente a tale espressione un significato politico e non geografico. Questa Europa infatti non è nata né culturalmente né etnicamente omogenea. Al suo interno vivono comunità di orientamento religioso differente: cattolico, greco-cattolico, russo-ortodosso, romeno-ortodosso, luterano, battista, ebraico e musulmano. Abitano in città cosmopolite o comunità rurali, appartengono a diverse aree linguistiche: slave, romanze, ugro-finniche, baltiche e germaniche. Si può parlare di una regione orientale, non senza periodi di insofferenza e turbolenze all’indirizzo di Mosca, in un periodo storico preciso, che si colloca tra il 1945 e il 1989. E anche all’interno di questa forzata koiné bisogna distinguere tra chi faceva parte dell’Unione Sovietica già dal 1917-’18 e chi è entrato nel blocco dopo la seconda guerra mondiale. Se poi ci si spinge ancora più indietro, alla dominazione asburgica e all’influsso veneziano, ad esempio, si scoprono ulteriori incroci e ci si imbatte in altre realtà peculiari e non meno complesse. La sensazione rothiana di «perdere una patria dopo l’altra» – dapprima la sua Galizia si dissolverà insieme ai fasti viennesi con lo scoppio della Grande Guerra, poi l’annessione dell’Austria da parte della Germania nel 1938, aprirà una falla irreparabile nella sopravvivenza di questo ‘mondo di mezzo’ – testimonia la labilità in cui è immerso da sempre il variegato cosmo orientale, inevitabilmente fascinoso quanto sfuggente agli occhi di chi lo attraversa.  
Dunque, come differenti sono le storie e gli apporti culturali dei paesi dell’est (una cosa sono le repubbliche baltiche, un’altra i Balcani, altra ancora Polonia, Ucraina, Romania, Ungheria), come differente è stato il loro complicato decorso post sovietico, altrettanto versatile, comprensivo e lungimirante dovrebbe essere il dialogo che i membri fondatori dell’Unione europea hanno interesse a sostenere con una realtà tanto frastagliata.
La tendenza che va per la maggiore, anche perché per proporzione inversa comporta uno sforzo minore a livello di studio e ricerca sull’altro, è invece quella della riduzione della complessità fino alla banalizzazione del passato storico. Non c’è da stupirsi dunque, se la dialettica ovest-est conosce periodi di allontanamento e battute di arresto. Il pregiudizio occupa un posto ancora rilevante nel dibattito, e il vederne affiorare per intero l’apporto negativo, quando maggiori sono le difficoltà per tutti i membri comunitari, invita a fare urgentemente autocritica e a svecchiare visioni politiche molestamente incardinate a una dottrina occidentalista ormai in affanno.
L’incertezza che costantemente paralizza l'azione, il rigore astratto dei dettati protocollari di Bruxelles, il calendario delle regalie da elargire non prima di aver dato prova di adesione incondizionata alle teologie della BCE, se tirati troppo per le lunghe e senza che si giunga a un maggior coinvolgimento delle parti, come in tutti i progetti, quindi anche in quello unitario, rischiano di produrre disaffezione e logoramento.
Di tutto questo ci parla con competenza e passione «Most», la rivista quadrimestrale prodotta dalla redazione di East Journal, sito di approfondimento storico e analisi politica dedicato a eventi rilevanti di Europa centrale, orientale, Russia, Vicino Oriente e Asia. Si tratta di un osservatorio quanto mai prezioso, che mi sento di consigliare a chi desidera documentarsi e tenersi aggiornato su questa parte di mondo, perché proprio qui sono in atto importanti redistribuzioni di potere non prive di conseguenze per il futuro dell’Europa.
Gli autori insistono a ragione su un concetto che, in questo momento di bonaccia e disorientamento nelle dinamiche europeiste, è bene non stancarsi di divulgare: «Il processo di allargamento è ancora in corso e i Balcani e la Turchia sono oggi le sfide che l’Unione si trova davanti. Nella storia degli ultimi sessant’anni di integrazione europea, allargamento e approfondimento dell’Unione sono sempre andati di pari passo. L’UE assomiglia ad una bicicletta, che funziona solo quando le due ruote, allargamento ed approfondimento, procedono insieme. Se l’allargamento dovesse veramente essere messo in pausa, come paventato da alcuni, il rischio è che anche l’integrazione si arresti».
Un’affermazione che proprio nell’Ucraina degli ultimi due mesi vede un banco di prova molto delicato. La protesta pro-Europa si sta allargando anche alla parte russofona della popolazione. Se in questa circostanza Bruxelles mostrasse un po’ più di coraggio, la Russia finirebbe per venire a più miti consigli. Una Ucraina europea farebbe cadere le minacce russe: davvero Putin insisterebbe sulla chiusura dei rubinetti del gas? Andrebbe avanti su una posizione che implicherebbe la perdita degli entroiti derivanti dalla vendita degli idrocarburi ai paesi europei? Improbabile. Si tratta più che altro di una guerra dei nervi. L’Europa teme una escalation delle ritorsioni e allora l’unica cosa di cui è capace, mettendosi nella scia di Washington, è agitare lo spauracchio delle sanzioni, che danneggerebbero inevitabilmente la popolazione, già provata da un quadro economico difficile. I tentennamenti europei nei confronti dell’Ucraina hanno ricadute immediate sulla gente che adesso è in piazza ma anche sulla tenuta e coerenza del processo di integrazione. La giornalista Julija Mostovaja ha dato voce alla drammaticità di questo stallo, riassumendolo qualche settimana fa su «Zerkalo Nedeli» con queste parole: «Un tempo l’Ucraina era considerata il ponte tra la Russia e l’Europa. Lo è ancora oggi, ma in questa fase i suoi estremi geografici stanno affondando in un mare di soldi russi. E in questo mare si trova anche Evromajdan ["Piazza europea", il nome con cui in Ucraina si indica la mobilitazione filoeuropea]. Mosca la odia, Washington è nervosa, Bruxelles la ama di un amore platonico».
Il laboratorio di «Most» contribuisce alla costruzione di un’alternativa culturale e politica. Attraverso la ricognizione di dati storici, alternati al racconto dell’ampio spettro dell’attualità, invita il lettore a esercitare tutto il proprio senso critico, perché essere attori di quel che sta accadendo, avrà una profonda rilevanza nel dialogo tra future generazioni.

(Di Claudia Ciardi)


Alcuni tra gli argomenti di maggior rilievo su «Most» #6:
  • L’avventurosa e difficile migrazione dei Trentini in Bosnia
  • La questione dei Rom in Ungheria: tra razzismo e degrado sociale
  • L’allargamento dell’Europa: il problematico dialogo con la Turchia, la costellazione jugoslava, le aspettative europee del popolo ucraino
Ulteriori informazioni sul sito di East Journal 

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Oriente-Occidente
oriente - come ‛ occidente ' (v.), o. per lo più è usato in senso generico, a indicare la parte dell'orizzonte dove sorge il sole, il balco d'orïente dell'Aurora (Pg IX 2), la plaga irraggiata e fatta ridente da Venere mattutina (I 20, XXVII 94), la parte del cielo ove, poco prima dell'alba, i geomanti (v.) vedono apparire delle stelle nelle quali possono scorgere la figura della loro Fortuna Maggiore (XIX 5).
Assume un significato metaforico e simbolico quando è designato come luogo di nascita di s. Francesco in sostituzione di Assisi (Ascesi, Pd XI 54). Un altro punto interessante in tal senso è quello in cui un'anima della valletta dei principi intona l'inno della sera ficcando li occhi verso l'oriente (Pg VIII 11).
In proposito il Buti commenta: «nome de' fare l'omo quando adora Iddio, che si de' volgere all'oriente: e però tutte le chiese antiche ànno volto li altari a l'oriente; ma ora, quando non si può commodamente fare, non v'è cura, imperò che Iddio è in ogni luogo».

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