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4 aprile 2020

Italian dream


Qualche giorno fa mi è tornato tra le mani un diario che compilai nel novembre 2008, poche settimane dopo l’inizio della grande tempesta finanziaria che segnò quell’anno e le politiche dei molti a venire. Fu l’ultimo scritto a carattere sociale che destinai alla rivista universitaria, l’ultimo che accese la discussione coi miei compagni. Da allora non ho più fatto la prova di rileggere quei pezzi, con l’eccezione appunto di questo “Italian dream”. Il titolo richiama il cosiddetto “sogno americano” che dalla seconda guerra mondiale ha cullato l’occidente, per certi versi cullandolo ancora. Stride ovviamente con i tanti disastri cui l’utopia si è accompagnata, non ultimo il divario sociale che il diffondersi delle nuove tecnologie avrebbe avuto il compito di risolvere, salvo poi ridestarci nel bel mezzo del ciclone.
Come sempre accade mentre si vive un evento, è difficile valutarne pienamente la portata e le ricadute. In queste settimane abbiamo fatto esperienza del concetto di distanziamento. Abbiamo attuato una separatezza fisica tra noi e gli altri perché il contagio corresse meno velocemente. Una simile disposizione può giovare talvolta anche nel discernere i fatti. L’attesa si scopre spesso molto più proficua della riflessione a caldo. Mi son sempre chiesta come fosse possibile scrivere nell’immediatezza di un avvenimento; intendo una narrazione, una poesia. Son cose queste che necessitano di profondità e per andare in profondità, per scendere dalla superficie, occorre prendere le distanze.
Del 2008 si intuiva che sarebbe stato un anno di svolta, in senso peggiorativo. Tuttavia da questo peggio avremmo potuto trarre una lezione, cogliere un’opportunità per consolidarci in un assetto diverso che nel presente si sarebbe rivelato d’importanza strategica.  Di certo fu un anno che impattò negativamente e con sinistra accelerazione dopo il quinquennio e più di ricadute seguito all’ingresso nell’euro. E qui non si vuol fare una riflessione pro o contro la moneta unica, ma semplicemente constatare che quella scelta comportò una pesante erosione del potere d’acquisto e delle capacità di risparmio di una parte molto estesa dei nostri connazionali (si vedano i rapporti Cies sull’esclusione sociale dall’inizio del nuovo millennio). Quando il crollo del 2008 ci investì, le strutture erano già fragili e non si misero in campo provvedimenti adeguati, non si formularono piani coraggiosi di rilancio accompagnati da ammortizzatori sociali e strumenti di previdenza veramente inclusivi. Si preferì adattare le cornici dei bilanci, rimanere invischiati nella rigidità dei parametri, fare quello che si presumeva apparentemente gradito ai mercati – senza che peraltro vi fossero reali stabilizzazioni e ricadute positive neppure per quelli. Oggi che viviamo un’emergenza inaspettata scontiamo lassenza di tutele che allora andavano incardinate e i plateali errori di quel recente passato.
Il presidente dell’associazione dei comuni italiani, dunque un portavoce dei territori, ha dichiarato che oggi, il reddito di cittadinanza, in una situazione che ci sta facendo sfiorare il dissesto, si è rivelato l’unica misura che ha permesso di arginare i risvolti estremi del conflitto sociale. Ad ora il reddito di cittadinanza è la sola forma di accredito diretto di denaro che offra qualche garanzia agli strati privi di protezione, espulsi dal mercato del lavoro, parcheggiati in un incubo perpetuo di inedia e impossibilità di far valere i propri diritti. Adesso si è costretti a parlare di reddito di emergenza: allora perché, mesi fa, si continuavano a portare attacchi imbarazzanti contro tale misura che sta offrendo l’esempio per le politiche attualmente in discussione di sostegno al reddito? Perché ancora oggi, qualcuno, con scarsa lungimiranza e mostrando di non capire il quadro di crisi globale che va configurandosi, insiste col dire che si tratta di un provvedimento inutile, se non deleterio? Se questo strumento non fosse stato così osteggiato, già mesi fa si sarebbero potute stanziare risorse maggiori e arrivare meno impreparati all’oggi. Si poteva ampliare la platea dei beneficiari, perché molte attività e tanti liberi professionisti scontavano da lungo tempo situazioni ai limiti della sopravvivenza. Gettando lo sguardo oltre l’epidemia, la crisi del fattore lavoro è un elemento che non si può più fingere di ignorare: precarizzazione, caduta dei salari, automazione che sostituisce la figura del lavoratore, anche specializzato. L’epidemia sta solo accentuando un processo già in atto, è una sorta di “cigno nero” che incontra quello che aveva scosso le economie mondiali nel 2008. L’ortodossia liberista, al di là delle implicazioni sociali che disapprovo, non è più funzionale. Produce sacrifici che non portano da nessuna parte e non consente di riavviare il motore. È un tempo nuovo, occorre una mentalità nuova per interpretarlo. 

(Di Claudia Ciardi)


* Ripropongo la versione quasi integrale del 2008. La rilettura ha comportato qualche minimo intervento sul testo, alcune correzioni sulla punteggiatura, l’adattamento dell’introduzione, qui più sintetica rispetto all’originale.





Italian dream

(prego non svegliateci)

Questo breve elenco di sensazioni ed eventi è vicino ai due diari da me compilati sul marzo francese e la rivoluzione d’Ungheria, senza tuttavia continuare a svolgere i temi e le motivazioni che hanno portato alla scrittura di quei progetti. Non solo infatti è passato diverso tempo dai due precedenti lavori (entrambi si riferivano a fatti accaduti nel 2006) ma ciò che ancor più mi separa da essi è una sorta di rassegnata inquietudine, se l’aporia di questa espressione può essere accolta, che sembra approdare a un disincanto dalle ricadute nettamente fisiche e che mi impedisce di raccogliere qualsiasi energia per commentare.
In questo che non saprei definire né diario, né cronaca, né pamphlet, ho lasciato incontrare nel modo più semplice e asciutto possibile le date, i fatti, le impressioni personali.               
                                                                            

 Ai sogni non ancora saccheggiati              
                                                                           
22 ottobre

Cagliari. Alluvione. L’acqua e la terra scese dai monti investono le case costruite davanti al fiume. Da qualche parte dovevano defluire. Dispersi.

23 ottobre

Monitoraggio ambientale in ritardo. Visita di rito della protezione civile. Ci si sbriga tra sopralluoghi e bollettini. Poi via tutti. La gente resta in casa a spalare il fango e a prendersela col mutuo trentennale da pagare. 

Pisa: in ventimila. Si manifesta contro l’assalto alla scuola pubblica. Le ombre della crisi finanziaria fanno ressa quanto la gente per strada.

24 ottobre

Borse giù. Una caduta libera che dura da troppe settimane. I mercati bruciano, le cifre spargono ipoteche sulle vite di tutti ogni giorno che passa.
 
25 ottobre

Sabato sera. Al solito. Tutto inutilmente tranquillo. Fa quasi rabbia questo anestetico ordinato a larghe dosi dal Comitato di Salute Pubblica. In televisione gli fa da pendant la parodia del Ministro della Paura. Anche la satira diventa ripetitiva e doppia il senso di vuoto.

26 ottobre

In città, piazza centrale. Tra proteste e aperitivi. I graziati al bar e i tampinati seduti in cerchio a sputare rabbia negli altoparlanti. Ma forse anche qui più apparenza che  diversità. Bisogno di sentire la vita in un corpo. La sua casa, lontana da questo. Fuggo, credo. Facciamo l’amore. Discutiamo, proviamo a immaginare una serenità che si ostina a scappare, anche lei. Tutto ha l’aria di essere così poco serio, terribilmente serio. 

27 ottobre

La borsa in perdita, ancora. Si pensa a salvare altre banche. Inflazione a portata di mano. Forse ne faranno qualche gadget. Coro affannato di numeri che segnano la regressione, pesante. Stavolta è una disfatta ma chiamarla così per qualcuno è vilipendio.

Colpi di coda. Il gigante imperialista continua a contorcersi. Si diffonde oggi la notizia del raid di ieri degli Stati Uniti contro la Siria. Nove morti, fiancheggiatori di Al Quaeda si dice. Guerra preventiva?

Sparatoria in un ateneo dell’Arkansas: due morti. Il ballo delle armi chiede coerenza al sogno americano.

28 ottobre

Si decide l’integrazione ambientale dell’Ilva di Taranto. Insorgono le associazioni e gli esperti che hanno valutato l’impatto del polo industriale sul territorio. Nei bambini tumori inspiegabili. Taranto città più inquinata d’Europa.

29 ottobre

Massa. Eaton, industria siderurgica sotto il vessillo americano. Il crollo dei mercati si porta dietro il crollo del lavoro. Licenziamenti. La società venduta al taglio.

Il decreto Gelmini è legge. Previsioni di gettito fiscale ridotto, sull’onda della riduzione dei redditi. Tagli.

Si protesta. Volo di spranghe a piazza Navona. Antagonismi di destra e di sinistra, ideologie ricucite per buttare sul palco vecchie provocazioni che ancora possono far comodo.
La polizia carica i dimostranti a Milano. Ma il premier assicura di non voler pestaggi nei cortei. Aria di lotta tra poveri costruita a tavolino. Meglio, lotta per la sopravvivenza. Ecco quando l’essere umano dà il meglio di sé.

30 ottobre

Per scrivere la tesi ho impiegato un tempo esorbitante. Il caos della mia testa e i casini della mia famiglia. Un bel condimento come al solito. Ora son cinque mesi che l’ho consegnata. Ma non frega a nessuno. Non pensavo si dovesse chiedere anche di leggerla. All’università non si dice mai dello spreco riguardante il tempo degli studenti, che passa per cosa dovuta. Invece è la prima inciviltà che si tira dietro tutte le altre. Continuano a parlarmi di libri da citare, autori da inserire, altrimenti il mio lavoro non ha sufficiente dignità accademica. Mi sento stupida.   

Roma. Sciopero nazionale della scuola. Manifestazioni in giro per l’Italia. Milano, Bologna, scontri, due cortei a Palermo. Dall’alto si paventano arresti e fermi, solito tono velato. Senza parere, la galera è dietro l’angolo. Carcerazione preventiva, come la guerra, come il pensiero.

Calca davanti al magazzino hi-tech, periferia di Roma. Feriti e contusi. Ferocia commerciale suburbana. Almeno qualcuno pensa a razziare le offerte dei supermercati invece che a cambiare il mondo. La TV è generosa d’immagini a sommo scopo. L’isterismo fa buon latte.

31 ottobre

Mattina. Caffè letterario. Si discute dei Cantos. Un’isola di umanità troppo piccola, la forma di una bellezza troppo fragile, adesso.

Da giorni sanguina l’est del Congo. Li chiamano conflitti etnici. Calcolati, poi  imprevisti quando si tratta di fermarli. Il nuovo hotel Ruanda ha aperto i battenti.

McCain Obama. Il bianco e il nero. Manicheismo in scena, anche questo copione sembra scontato. E mesi che se ne parla……

1 novembre

Congo. Soldati governativi sparano a freddo sulla gente. I ribelli bruciano un accampamento di profughi. Bambini schiacciati nella calca mentre chiedono cibo. Dacci oggi il nostro pane. Il grido di un continente.

Polemiche con la Germania sulle stragi nazifasciste. Strumentalizzazioni sui risarcimenti, proprio in mezzo alla crisi. Infinita vergogna per chi è morto. Non era proprio il caso.

2 novembre

Domenica sera. Falso Clamore. Al solito. Dura meno di un attimo, poi silenzio. Resa incondizionata. Ormai è facile, so come si fa.

Scorrono le immagini della Formula uno. Modelle ai box coccolano settantenni in livrea da milioni di euro. Shock di cilindrata.

3 novembre

Il lunedì si comincia sempre dal conto delle perdite. Il Ministero dell’economia informa. Nei primi dieci mesi dell’anno il settore statale fa registrare un fabbisogno di circa 52,5 miliardi di euro. È un aumento, si dice, di circa 14,5 miliardi rispetto allo stesso periodo del 2007.

Crisi Alitalia. Ci perseguita da settembre, anzi da prima. Pur con tutti i soldi pubblici che son finiti lì per far volare la bandiera, l’accordo è sempre in bilico. Si cerca ancora di raschiare il barile. Il tavolo dei debiti è tutto nostro.

C’è una donna che ha ereditato dal padre un mestiere bellissimo, salvare le piante. Sono alberi da frutto che nei secoli hanno sfamato tanta gente. Ma il mercato oggi li ha dimenticati. Bisogno di velocità, e in questo viene meno l’attenzione per le cose preziose e che vivono con maggiore lentezza. Naturalmente nessuno la finanzia. Così anche per le persone.

4 novembre

Anche le luci della sala computer hanno cominciato a stancarmi. Così, in biblioteca, alle spalle ho il solito ricercatore scosso dalla sua tosse isterica. Mi tornano in mente le mattine al liceo, l’arrivo in classe, odore di panni lavati, voce ancora assonnata, gesti impacciati di un’adolescenza tra mura malate. Fastidio e brividi.

Election day. Il mondo aspetta. No, il mondo aspetta?  

Dietro i vetri. Vento che scuote le case. Ma l’indifferenza è più forte.

5 novembre

Piove, i Senegalesi vendono ombrelli per strada. La bacheca davanti alle scale del dipartimento puzza d’umido e monotonia. Su pochi fogli imbarazzati gli accenni a una protesta che cerca di non soffocare. Accanto la lunga lista di saggi compilata da un giovane laureato in storia americana, impaziente di rivendere. Un altro cede il suo stipetto dei libri, con tutti i libri, per duecento euro. Rateizzazione del disincanto.

Si parla di campagna elettorale epica per le presidenziali statunitensi. Ma sembra più che altro che si elegga una reginetta del cinema o la nuova miss da calendario. A guardar bene le mitologie sono s-cadute dalle ginocchia delle società. Abbiamo ancora soltanto qualche simbolo che pare incepparsi di continuo. La crescita della percentuale di votanti è forse timore del fallimento della democrazia; ma il timore resta senza rappresentanza.
Si fa ressa sull’orlo della crisi.

Congo, centomila profughi. La versione ufficiale: è colpa degli Africani che geneticamente non sanno organizzarsi. Non si sono dati da fare in tempo e questo ci autorizza a depredarli.
Intanto vince l’uomo della speranza. Si mette a dormire la favola della libertà si comincia la nuova hope tale. Raccontata da uno di loro o uno di noi?

La forma di molte sere quaggiù, ombre masticate tra il ponte e il fiume, sentore d’esilio ma in mezzo agli altri, senza attraversare.

Exile’s song
And before the end of the day we were scattered like stars, or rain.
I had to be off to So, far away over the waters,
you back to your river-bridge.  (Ezra Pound)
   
(Di Claudia Ciardi, novembre 2008)


5 marzo 2017

Tzvetan Todorov - La letteratura in pericolo





Studioso di letteratura, linguaggi, storia e assetti sociali, originario di Sofia, dov’è nato nel ’39, Tzvetan Todorov si può forse definire tra i pensatori più brillanti dell’età contemporanea, voce critica delle attuali derive risvegliate nelle nostre democrazie dai rovesci economici e in particolare dai profondi cambiamenti in atto nel mercato del lavoro, se vogliamo la principale causa e controparte dei problemi da cui siamo investiti. Qualsiasi analisi dei perturbamenti politici degli ultimi anni non può prescindere dal divario sociale che trova una base sempre più ampia, non solo in Europa ma ancor più diffusamente fuori da questa. Qui, gli squilibri regionali ereditati dal colonialismo, esasperati dalla desertificazione prodotta dal modello globale, includendo guerre per procura e ogni genere di conflittualità antica e recente, nel quadro di un incremento demografico che non conosce battute d’arresto, non allenterà certo la pressione migratoria verso il continente, anzi per i prossimi anni si calcola verosimilmente un aumento dei flussi.  
Le nostre società sono dunque destinate al mutamento sotto diversi aspetti e se la classe politica non si dimostra all’altezza di saper intercettare e risolvere le criticità che tali fenomeni sollevano, saranno inevitabili situazioni di graduale chiusura verso l’esterno, con conseguente involuzione democratica, incertezza e definitivo impoverimento materiale. Nei suoi scritti Todorov ci invita a considerare i cambiamenti in un’ottica costruttiva. Se, a livello psicologico, la paura per ciò che abbiamo di fronte è giustificabile, può diventare un aspetto invalidante nella ricerca di soluzioni e inficiare la lucidità con cui tali esiti andrebbero conseguiti. Incoraggiare le crisi, dice Todorov, col pretesto che possano veicolare forme diverse di creatività e produrre rovesciamenti in grado di inaugurare nuovi cicli storici, è pericoloso. Le fratture rischiano di compromettere a lungo quel che in realtà si sarebbe voluto rafforzare o mettere in discussione.
Francese di adozione, dopo un lungo impegno nell’ambito della ricerca umanistica, Todorov è scomparso all’inizio di febbraio di quest’anno. Con lui se ne va una voce importante in una fase assai delicata del dibattito intellettuale e politico non solo in Francia ma in tutta Europa. In maniera un po’ paradossale, in un mondo diviso e sull’orlo della catastrofe, ai tempi della sua formazione era infatti ancora possibile divenire quel che si aveva in mente, senza rispettare schemi o fare aperta professione di fede verso i riti del potere, grazie alla presenza di fondi svincolati da eccessi burocratici o nevrosi governative. Non che l’avventura di Todorov a Parigi sia stata semplice, specie nei primi tempi, ma ad ogni modo gli sono stati offerti sbocchi e, soprattutto, è stato ascoltato e valorizzato per quelle erano le sue attitudini. Nelle sue pagine autobiografiche ci tiene a rimarcare quest’aspetto, perché oggi con fin troppa facilità lo trascuriamo, non accorgendoci che è invece uno dei primi produttori di idiosincrasie e altre incomprensioni sul terreno degli studi, oltre che della didattica. E proprio da qui prende le mosse il suo folgorante saggio in difesa della letteratura. Da campo d’elezione per osservare il mondo e coglierlo nei suoi aspetti più profondi, la materia letteraria dal Novecento in poi si è ridotta a elemento statico su cui verificare la validità di un metodo d’analisi anziché di un altro. Al punto che i mezzi della critica, le impalcature per così dire che vengono innalzate intorno alla parola letteraria in quanto funzionali a interpretarla, finiscono per diventare prevalenti sul senso vero e proprio; più che scoprire la bellezza, la genuinità della creazione, insomma, nascondono. Todorov vuole mettere in guardia da una simile visione meccanicista dell’opera letteraria e non si fa problemi a dichiarare che il formalismo nella scrittura come nell’insegnamento ha il vizio di frammentare, destrutturando l’insieme, quel tutto inscindibile che conserva la sacra scintilla dell’arte, e che è qualcosa di non esattamente spiegabile ma che attiene alla sensibilità di ognuno.
A quanto pare, nel mare agitato del contemporaneo tra crisi di valori e naufragi politici, l’inautenticità che governa il nostro rapporto con le fonti del sapere e le sue manifestazioni artistiche incide non poco. Qualcuno parla non a caso di un’implosione già in atto delle professioni legate alla cultura. Se da una parte le occupazioni che vengono definite creative sono destinate ad aumentare, è pur vero che si va configurando una fase transitoria piuttosto incerta, fin dall’immediato rivelatrice di non poche difficoltà sul reclutamento concreto dei singoli. Forse la rilettura di queste pagine di Todorov aiuta a indagare sulle cause che ci hanno portato a imboccare un simile vicolo cieco, con la prospettiva di riprendere un dialogo con la realtà, disertata a favore di un’inservibile astrazione. 


(Di Claudia Ciardi)


Edizione consigliata:

Tzvetan Todorov, La letteratura in pericolo,
traduzione di Emanuele Lana,
Garzanti, 2015 

30 novembre 2016

Stéphane Hessel - Indignatevi!




Un librino che si lascia leggere in un soffio e che è stato capace di mobilitare le piazze occidentali appena uscì alla fine del 2010. La crisi economica era iniziata da due anni, ufficialmente si disse con la bufera dei mutui subprime sottoscritti in America e il collasso di Lehman Brothers – lì imparammo che anche le banche possono fallire. Tuttavia segnali di stallo, accompagnati da altri sintomi più o meno manifesti, si erano cominciati a scorgere già qualche anno prima. L’estendersi della disoccupazione giovanile, crescente in Italia ed Europa, ha disegnato una curva progressiva e inarrestabile nell’ultimo decennio. Già ai suoi inizi era inevitabile pensare che ciò avrebbe avuto un impatto serio sugli equilibri interni dei paesi occidentali. Tra attesa e disincanto la pancia dei popoli ha iniziato a smuoversi; la Grecia continua a faticare nella spirale di un debito che bisognerebbe avere il coraggio di discutere una volta per tutte, la Gran Bretagna ha fatto “ciao” all’Europa – anche se è tutto da verificare cosa significherà in pratica “uscita” – e Trump sarà il prossimo inquilino alla Casa Bianca. Un’idea diversa di politica ha iniziato a scardinare certi dogmi su cui il potere si è autoalimentato fino ad oggi: forze antisistema o partiti che hanno voluto mettere in discussione il crisma dell’austerità, l’erosione imposta, e prescritta come necessaria, delle tutele sociali, in una parola la resa passiva di fronte alla compromissione dei diritti di ognuno, in quanto essere umano e cittadino di uno Stato. La posta in gioco, dunque, per i nuovi schieramenti non è più solo la scalata al vertice ma l’intento destinato a maggior durata di ridisegnare la sostanza dell’arte politica e della partecipazione, estesa e realmente rappresentativa, alle decisioni che riguardano la collettività.
A novantatré anni Stéphane Hessel ha voluto rivolgersi ai più giovani perché sentissero sulle loro spalle l’eredità della resistenza e, dunque, la missione di difendere quei valori conquistati col sacrificio di tante donne e uomini generosi, oltre che coraggiosi. L’essenza del discorso è la stessa che Tina Anselmi ha evidenziato in uno dei suoi ultimi interventi: c’è una lotta per la libertà ma c’è anche la lotta necessaria perché questa libertà venga preservata a beneficio delle future generazioni.
Stéphane, nato a Berlino nel 1917 da Franz Hessel, il famoso scrittore e giornalista amico di Walter Benjamin con cui tradusse in tedesco l’opera di Proust, quando descrive la sua vicenda nella resistenza parla di “vita restituita”, intendendo non solo l’essere scampato alla morte, in modo fortunoso e quasi miracoloso a un istante dall’esecuzione per mano del plotone tedesco, ma anche il ritorno a una vita ancora più piena e consapevole, perché passata attraverso scelte radicali che avevano messo in discussione tutto, e dunque appunto anche la cosa più preziosa. Quella fase di lotta e impegno nella causa di liberazione ha orientato l’esistenza di chi vi ha preso parte nel segno di un attivismo irrequieto e propositivo. Hessel sprona quindi i giovani a guardarsi intorno; sebbene infatti non vi sia in apparenza un nemico da battere al fronte, molte sono le minacce che rischiano di assottigliare, se non cancellare, i progressi del secondo dopoguerra. Tali minacce vanno arginate al più presto, affinché il danno non divenga irreparabile, e perciò l’anziano ma energico “resistente” scuote ogni cittadino responsabile a essere vigile, a porre le proprie capacità e sforzi al servizio degli altri e della loro tutela. Insistere in un cammino che tenda a liberare l’essere umano dal timore e dal bisogno, risolvere gli squilibri, non trascurare né tantomeno accrescere il divario, garantire istruzione e un reddito che possa dare opportunità effettive e durevoli di inserimento nella società. L’emarginazione è ciò che deve più di tutto spaventarci, in quanto anticamera di conflitto, rancore, odio, guerra. Dove vi è emarginazione, il diritto arretra, la democrazia cede.   
A volte al cambiamento – un cambiamento insidioso se generico, non declinato, non meditato né condiviso – è preferibile la conservazione. Questa, troppo affrettatamente liquidata come lentezza o inadeguatezza ai tempi, è invece un bastione sicuro da cui difendere la nostra identità e, dunque, i valori libertari che questa identità affermano.

(Di Claudia Ciardi)


Stéphane Hessel,
Indignatevi!,
Add editore, 2011


17 novembre 2015

Un caffè con Weber


Vincent van Gogh, Vecchio seduto, (1890) olio su tela, Otterlo, Kroller-Muller Museum

Era il 2006, un anno importante sul piano personale, per alcuni incontri che si materializzarono nella mia vita, quasi fossero stati preparati e rafforzati da certe letture in cui mi addentrai allora in circostanze assolutamente casuali. Mi riferisco alla saggistica antropologica e alla poesia americana. L’antropologia innescò un lento processo di apertura verso l’esterno, cosa che l’esperienza universitaria aveva offerto in dosi carentissime, e inaugurò una fase di rimozione di quelli che nella sfera culturale si potrebbero definire freni inibitori. Espressione questa che forse suscita qualche perplessità, ma non saprei trovarne una più appropriata ripensando dopo tanto tempo a come la pluriennale ligia attenzione da parte mia a programmi e studi troppo poco discussi nel divenire delle cose, avesse stemperato una certa vivacità critica, o meglio, l’avesse messa al bando sul nascere. E qui ebbe inizio anche una singolare rottura, che purtroppo non trovò altro sbocco se non in una definitiva presa di distanza. Il chiuso delle aule aveva un volto piuttosto compiaciuto, non vi era alcuna drammatizzazione al riguardo, il corpo accademico rattrappiva ingessato e contrapposto da presunte distrofie ideologiche o da semplice disinteresse verso un progetto comune. Siccome l’obiezione sarebbe riuscita a manifestarsi solo dopo aver intrapreso dei giri molto larghi e sempre trascinandosi dietro lo spettro del fraintendimento, fu abbastanza naturale arretrare. Chiaramente nella totale indifferenza, ci sarebbe stato da sorprendersi del contrario. 
In parallelo, la poesia americana che cominciai a divorare allora, da Ezra Pound a Lawrence Ferlinghetti, gustati in piena beatitudine, nel rigetto istintivo di biografi e commentatori, mi aiutò a traghettare l’ormai appesantito bagaglio dei classici verso altre direzioni. Si può dire che sul piano letterario avvenne ciò che aveva insidiato, ribaltandolo, il mio sguardo sulla realtà. Era bastato entrare in una stanza e aprire una finestra per respirare un po’ d’aria fresca, gesti in apparenza banali ma non così tanto se qualcuno con una scusa o con un’altra ci tiene lontano dalla porta. L’ingenuità in cui mi dibattevo era tuttavia colossale. Non si tocca un personaggio ingombrante come Pound, pensando di campare solo dei suoi versi. Quello che io davo per scontato, non lo era per altri. Mi trascinai mio malgrado in una strana situazione, dove un interesse del tutto spontaneo per un poeta veniva stiracchiato e quindi platealmente tradito. Bisognava intanto capire chi fosse costei che parlava del poeta fascista. Una simpatizzante o un’innocua da palleggiare perché una bandiera fosse portata davanti a un’altra? Due aspetti che avrebbero potuto tranquillamente coesistere, sulla cui convivenza si faceva anzi un grande affidamento. Il bello però doveva ancora venire. La questione ebraica. Nel dubbio che fossi un’antisemita, l’indagine proseguì. Poiché avevo frequentazioni tedesche, pur non facendo parte di nessun empireo universitario, a che titolo soggiornavo in Germania, non avendo una borsa di studio né figurando il mio nome in nessuna zona franca nepotista? Credo di aver fatto un pieno di luoghi comuni come mai in nessun’altra stagione della mia vita. Per fortuna, quando questo controllo kafkiano mostrò il suo profilo dozzinale e abborracciato, i doni della poesia si erano già consolidati in me, e la seccatura in cui ero incappata non li poté disperdere. Fu come se stessi guadando un fiume in piena notte. Mentre qualcuno aspettava nel punto in cui mi ero immersa, pensando che sarei presto tornata indietro, i miei piedi poggiavano già su un fondale sicuro. E non se ne parlò più, com’era prevedibile, com’è sempre quando le cose cominciano mancando di autenticità, e su una forzatura così evidente pretenderebbero di accampare anche qualche diritto. 
Estate di nove anni fa, dunque. Con l’insospettabile immediatezza di un’alchimia tutto bruciò in me a una velocità vertiginosa. A un tale processo contribuì molto l’amicizia e il dialogo con una cerchia bizzarra e tutto sommato eterogenea per età e inclinazioni che mi spronò a andare fino in fondo a quel ripensamento. La rivolta interiore insomma abbracciò felicemente i suoi complici. 
Ma c’è un episodio che ricordo in particolare, fra le lunghe chiacchierate dell’anno in cui meglio mi sono conosciuta. Avvenne con uno studente fuori corso, ignoro chi me l’avesse presentato né come ci ritrovammo soli a un tavolino a parlare e parlare. Passarono due ore forse più e sembrava che ci fossimo appena seduti. A un tratto, confessò: «Io comunque mollo, ho bisogno di un lavoro. Non so neppure se lo troverò. Con questa roba non vado da nessuna parte. Qui siamo rimasti a Weber, te lo propinano come una Bibbia, e dopo sembra che non sia esistito altro. Siamo fermi al primo dopoguerra, quando va bene».
Fu una dichiarazione d’intenti abbastanza brusca e diceva tutto. Era anche molto più avanti di me. Se io avevo un’insofferenza generica verso alcune forme della ritualità accademica che mi sembravano indisponibili alla comunicazione e all’incontro, lui si era posto il problema di un’utilità reale, una ricaduta concreta di quello che era materia di studio. Fino a allora non avevo pensato di mettere in discussione, diciamo così, la sostanza del modello. Pur espressa in modo un po’ approssimato, la sua indignazione fotografava la comunità studentesca, nel suo intero o quasi, come un recipiente cui era destinato molto poco di quello che si sarebbe dovuto sapere, e quel poco era esposto a diverse storture se non proprio stravolto. Per lui, l’aver avuto coscienza di una cosa simile, bastava e avanzava a farlo desistere dal proseguire.
Qualche settimana dopo scrissi un articolo su questi temi, un articolo asciutto, direi maturo, che tuttora rivendica a pieno titolo l’attualità dell’argomento sollevato davanti a quel caffè, senza rivelare direi nessuna giovanile sfasatura, o se anche fosse, la si percepisce molto in sordina. Ecco perché mi sorprende non poco chi mi legge adesso, quando, inciampando in qualcosa che magari non gradisce su basi ideologiche, sposta il proprio fastidio su una mia presunta attitudine a imbarcarmi, a soggiacere a aspetti un po’ troppo ruvidi per una personalità femminile, a invischiarmi nella polemica – molto poco femminile anche questo – tutte cose che, volendo essere obiettivi, si sono sempre date, fin dal primo momento in cui ho cominciato a scrivere, e non mi pare abbiano corroborato nulla di eccessivamente indigesto.
Alcuni, quando leggono qualcosa senza aver prima allentato i lacci che legano la loro sensibilità, pregiudizi che condizionano irrimediabilmente il loro rapporto con l’altro, di cui credono di conoscere il carattere, tendono a scambiare un atteggiamento critico per una morbosa assiduità nel non essere in pace con se stessi. Quando dicono “arrabbiato” intendono “poverino”, mentre la rabbia è un sentimento pure molto nobile, quando è ragionato rifiuto di cose ingiuste e superficiali che attentano a un dibattito, al confronto di posizioni differenti, estromesse per impedirne l’integrazione, e non ha perciò nulla a che spartire con il pregiudizio borghese.   
E vengo a quanto ha sorretto fin qui il mio ragionare. L’incomunicabilità. Le lacerazioni che attraversano il nostro mondo, quello in cui comprensibilmente rivendichiamo di voler stare tranquilli, un mondo che nulla potrà impedire vada nella direzione della pace, della cultura e della convivenza proficua tra esseri umani, non solo in occidente ma ovunque, le tragedie che scuotono quelle che un attimo prima pensavamo fossero per noi delle indiscutibili certezze, uscire, incontrarsi, visitare un museo, sono figlie di una incomunicabilità di fondo. Siamo divisi, violentemente contrapposti anche a casa nostra. Il divario sociale scava solchi spaventosi. Disoccupazione, sacche di esclusi, diseredati, gente per cui l’opportunità di un riscatto dovrebbe essere contemplata al pari di coloro che quell’opportunità riescono a coglierla assai precocemente nella propria vita. Non possiamo ignorare che tutto questo ci indebolisca e ci esponga. La scuola, l’università devono essere strutture formative vere, comunità condivise e frequentate dai cittadini, anche dopo che il ciclo di studi di ognuno si sia concluso. Io vedo, invece, un occidente sempre più frantumato, colmo di livore, di deliri revanscisti degli uni contro gli altri, in preda a falsi ideologismi, a atteggiamenti di sconvolgente incongruenza qualsiasi siano i problemi che ci pungolano a cercare delle soluzioni. È chiaramente una guerra, strisciante, brutale come solo una guerra può esserlo, una rappresentazione bellica in astratto, perché si annida in una mentalità, quella occidentale odierna, che non vuole riconoscersi anche nelle sue debolezze. Non ci sarebbe nulla di male, anzi, ne usciremmo rafforzati. E il terrore non troverebbe più dove ingaggiare la propria battaglia.

(Di Claudia Ciardi)

9 novembre 2013

Disoccupazione e rivolta – Arbeitslosigkeit und Revolte


I congressi sulla disoccupazione, del 1906 a Milano e del 1910 a Parigi, di estremo interesse, sono rivelatori di un grave problema, che sarebbe stato almeno in parte risolto solo dopo l’esperienza, anche in questo discriminante, della Grande Guerra. I convegni degli anni Dieci infatti rivelano una grave sproporzione fra le analisi, la massa di informazioni, la rete di relazioni messe in campo, già consistenti, e la fragilità delle ipotesi di soluzione almeno parziale dei problemi prodotti dalla disoccupazione in termini di reddito e di qualificazione del lavoro. […] Negli anni Venti, il cosiddetto “biennio rosso” italiano, gli episodi rivoluzionari in Germania, gli scioperi di massa in Francia ebbero la caratteristica comune di varcare la soglia della fabbrica e violarne la sacralità in quanto proprietà privata. Tali forme diverse di radicalizzazione erano accomunate dall’occupazione fisica del luoghi di lavoro durante gli scioperi. D’un colpo la questione dell’occupazione diventava una questione di distribuzione del lavoro esistente e di autocontrollo della prestazione. […]
La disoccupazione è emersa come problema autonomo e specifico insieme a molti altri che rispondono a codici, problemi e gruppi sociali diversi ma connessi: il controllo del corpo, del tempo, l’imposizione della rispettabilità attraverso l’introiezione del risparmio, della previdenza e dei diritti del mercato o il contrario, la libertà dei corpi dalla servitù dell’incidente e della malattia precoce, la disposizione libera del tempo di vita attraverso la riduzione contrattuale e legale degli orari, la libertà dall’ansia del risparmio inutile perché divorato dagli imprevisti, e sostituito dal versamento agli organismi del miglioramento e della resistenza.
La disoccupazione come problema autonomo, insomma, può emergere solo quando il diritto alla continuità del reddito e dell’attività lavorativa hanno cominciato ad affermarsi contrattualmente prima, e poi giuridicamente. Ma tutti questi elementi convergono in un percorso che possiamo così delineare. Lo Stato sociale nasce, come dimostra la precocità dell’esperienza tedesca, da esigenze di polizia amministrativa, ma cambia radicalmente – o meglio cambiano i modi in cui esso si manifesta – nella svolta del XX secolo quando per la prima volta – oggi sappiamo che questa svolta non è necessariamente né permanente né definitiva – la condizione di lavoratore si distingue da quella di povero. Certamente questa distinzione comporta l’accettazione di una qualche forma di produttivismo non priva di compromissioni, in alcune culture politiche, con aspetti del darwinismo sociale. Ma rappresenta anche l’ingresso delle speranze e dei progetti di molti lavoratori, di cui gli stessi riformatori “dall’alto” devono tenere conto.

Sources:

Maria Grazia Meriggi, La disoccupazione come problema sociale. Riformismo, conflitto e “democrazia industriale” in Europa prima e dopo la Grande Guerra, Franco Angeli, Milano, 2009
Sulla mobilitazione industriale in Italia e il suo effetto nei rapporti fra lavoratori, governo e imprenditori si veda:
 Giovanna Procacci, Dalla rassegnazione alla rivolta: mentalità e comportamenti popolari nella Grande Guerra, Bulzoni, Roma, 1999
Luigi Tomassini, Stato e classe operaia in Italia durante la prima guerra mondiale, a cura di Giovanna Procacci, Franco Angeli, Milano, 1983

Francisco Goya - Viejos comiendo sopa. Óleo sobre muro trasladado a lienzo
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Cominciando da una definizione


Già le società preindustriali conoscevano persone prive di un lavoro remunerato per un periodo determinato o indeterminato e perciò senza mezzi di sostentamento; erano la moltitudine dei poveri (Pauperismo), il cui destino era ritenuto legato alla volontà divina o imputabile all'incapacità del singolo. Nei loro confronti venivano prese le più svariate misure, che andavano dalla beneficenza ai lavori forzati. Attorno alla fine del XIX sec. le condizioni di vita nelle regioni industrializzate subirono importanti trasformazioni. Da un lato il diffondersi del lavoro salariato e l'urbanizzazione resero sempre più complicato il ricorso alla solidarietà fam. in situazioni di emergenza; dall'altro, il Movimento operaio, in forte crescita, sollevò la questione dello status quo denunciandone gli abusi. Ciò indusse la Politica sociale, soprattutto a partire dal decennio 1880-90, a differenziare le cause che conducevano alla Povertà; malattia, incidente, età e disoccupazione trovarono così il dovuto riconoscimento sociale. Il termine "disoccupazione", spesso accompagnato dagli aggettivi "reale" o "involontaria", si diffuse a partire dal periodo compreso tra il 1880 ca. e la prima guerra mondiale, quando diversi Paesi cercarono, con alterni risultati, di definirlo. Dalla fine del decennio 1870-80 i disoccupati, che in precedenza avevano rivendicato un aiuto collettivo solo in maniera occasionale, promossero dimostrazioni e raduni (ad esempio a Ginevra, Berna, Zurigo e Basilea) e riuscirono in questo modo a conferire al loro stato la dimensione di un problema sociale permanente. I comitati di soccorso, creati da cittadini filantropi con il sostegno crescente della mano pubblica, non furono però mai in grado di porre una distinzione netta fra i disoccupati in senso stretto e gli altri poveri. Secondo le autorità e le org. operaie, erano soprattutto gli aiuti agli alcolizzati e ad altri perdigiorno a danneggiare la reputazione dei disoccupati involontari. Solo l'adozione di criteri più precisi da parte dell'Assicurazione contro la disoccupazione, in via di diffusione, e le azioni di sostegno nel periodo tra le due guerre resero possibile una chiara distinzione. Ancora oggi, tuttavia, la disoccupazione costituisce un settore della politica sociale su cui convergono molte più contestazioni rispetto a categorie quali l'età, la malattia o l'incidente.

La disoccupazione si manifesta soprattutto in quattro forme. La disoccupazione strutturale risulta da profonde trasformazioni del sistema economico ed è caratterizzata da lavoratori che, colpiti dal declino di un settore, non trovano occupazione per molto tempo a causa di qualifiche professionali specifiche o per mancanza di alternative occupazionali nella regione, come ad esempio durante il periodo fra le due guerre nel settore del ricamo nei dintorni di San Gallo o nel 1970 nell'industria orologiera della Svizzera occidentale.

La disoccupazione congiunturale è provocata da recessioni o crisi economiche e giunge spesso massiccia e inaspettata. In Svizzera colpisce inizialmente l'economia di esportazione, poi i settori che le sono strettamente legati. Questa forma è quella che coinvolge di gran lunga il maggior numero di persone contemporaneamente; è perciò principalmente contro di essa che si rivolgono le disposizioni di politica sociale quali la creazione di occasioni di lavoro e le riforme delle assicurazioni o altro.

Un terzo tipo di disoccupazione è quella stagionale, che spec. in passato colpiva in inverno soprattutto il ramo delle costruzioni e del turismo, dipendenti dalle condizioni meteorologiche. Per questo motivo i comitati di soccorso che operavano a cavallo del XVIII e XIX sec. limitavano le loro attività ai mesi freddi. Con il trascorrere del tempo tuttavia questa forma di disoccupazione ha perso importanza a causa di nuove procedure e abitudini. Mentre nel periodo 1920-24 il tasso di disoccupazione del mese di febbraio superava del 64% quello di luglio, nell'ultimo decennio del XX sec. il divario si è sensibilmente ridotto. Dal tardo XIX sec. inoltre, la partenza degli Stagionali in inverno alleggerisce ulteriormente il mercato del lavoro.

La disoccupazione frizionale ricoprì un ruolo importante fino alla prima guerra mondiale. Fra due impieghi, gli artigiani itineranti trascorrevano spesso un periodo di inattività, mentre la stessa attività industriale era colpita da fluttuazioni considerevoli.

Source:
Dizionario storico della Svizzera
Historisches Lexikon der Schweiz



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What was the unemployment rate in Germany after the 1st world war?

1919: 5%
1926: 10%
1932: 30%

Germany's Weimar Republic was hit hard by the depression, as American loans to help rebuild the German economy now stopped. Unemployment soared, especially in larger cities, and the political system veered toward extremism. The unemployment rate reached nearly 30% in 1932. Repayment of the war reparations due by Germany were suspended in 1932 following the Lausanne Conference of 1932. By that time Germany had repaid 1/8th of the reparations. Hitler's Nazi Party came to power in January 1933.

1919-1928: Under the Treaty of Versailles, Germany must give up territory (and population) and pay reparations. War debt, reparations, and reckless printing of money cause crippling hyperinflation in the postwar years, while unemployment remains high through the '20s. The onset of the Depression ends a slight recovery. Government spending increases to 25 percent of GDP between the wars, up from 15 percent.

1929-1932: Depression in the United States prompts creditors to call in their loans to Germany. Unemployment rises to nearly 30 percent in 1932. Budget cuts designed to convince the Allies Germany was suffering too much to pay reparations do lead to a moratorium, but also cause misery and discontent, which in turn fuels the Nazi rise to power.

1933-1938: With the Nazis in power, subsidies boost industries tied to arms and self-reliance. Unemployment is almost zero, but wages are low, and foreign reserves shrink to fund expansion. Unlike Japan, Germany does not limit consumer goods, and rearmament is not yet fully planned. In 1936 Hitler urges Germany to be ready for war by 1940 through a Four-Year Plan that sets production quotas."
Source and further information:

Germany experienced hyperinflation in 1923 and chronic high unemployment throughout the 1920's as a result of the inability of the governemtn to cope with the problems of Germany effectively. When the unemployment rate jumped in 1930 as a result of the onset of the Great Depression the support for the Weimar Republic drained away.

The carefully thought-out social and political legislation introduced during the revolution was generally unappreciated by the German working classes. The two goals sought by the government, democratization and social protection of the working class, were never achieved. This has been attributed to a lack of pre-war political experience on the part of the Social Democrats. The government had little success in confronting the twin economic crises following the war.

The permanent economic crisis was a result of lost pre-war industrial exports, the loss of supplies in raw materials and foodstuffs from Alsace-Lorraine, Polish districts and the colonies along with worsening debt balances and reparations payments. Military-industrial activity had almost ceased, although controlled demobilisation kept unemployment at around one million. The fact that the Allies continued to blockade Germany until after the Treaty of Versailles did not help matters, either.

From:
Answer Bag

The Great Depression in Germany

Germans were not so much reliant on exports as they were on American loans, which had been propping up the Weimar economy since 1924. No further loans were issued from late 1929, while American financiers began to call in existing loans. Despite its rapid growth, the German economy was not equipped for this retraction of cash and capital. Banks struggled to provide money and credit; in 1931 there were runs on German and Austrian banks and several of them folded. In 1930 the US, the largest purchaser of German industrial exports, put up tariff barriers to protect its own companies. German industrialists lost access to US markets and found credit almost impossible to obtain. Many industrial companies and factories either closed or shrank dramatically. By 1932 German industrial production was at 58 per cent of its 1928 levels. The effect of this decline was spiraling unemployment. By the end of 1929 around 1.5 million Germans were out of work; within a year this figure had more than doubled. By early 1933 unemployment in Germany had reached a staggering six million.

The effects this unemployment had on German society were devastating. While there were few shortages of food, millions found themselves without the means to obtain it. The children suffered worst, thousands dying from malnutrition and hunger-related diseases. Millions of industrial workers – who in 1928 had become the best-paid blue collar workers in Europe – spent a year or more in idleness. But the Great Depression affected all classes in Germany, not just the factory workers. Unemployment was high among white-collar workers and the professional classes. A Chicago news correspondent in Berlin reported that “60 per cent of each new university graduating class was out of work”.

[…]

The Weimar government failed to muster an effective response to the Depression. The usual response to any recession is a sharp increase in government spending to stimulate the economy – but Heinrich Bruning, who became chancellor in March 1930, seemed to fear inflation and a budget deficit more than unemployment. Rather than ramping up spending, Bruning decided to increase taxes to reduce the budget deficit; he then implemented wage cuts and spending reductions, an attempt to lower prices. Bruning’s policies were rejected by the Reichstag – but the chancellor was backed by president Hindenburg, who in mid-1930 issued his policies as emergency decrees. Bruning’s measures failed and probably contributed to increased unemployment and public suffering in 1931-32. They also revived government instability and bickering between parties in the Reichstag.

The real beneficiary of the Great Depression and Bruning’s disastrous policy response was Adolf Hitler. With public discontent soaring, membership of the NSDAP grew to record levels. In September 1930 the NSDAP increased its representation in the Reichstag almost tenfold, winning 107 seats. Two years later they won 230 seats, the most won by any single party during the entire Weimar period. Hitler found the failures and misery of the Great Depression to his liking, remarking: “Never in my life have I been so well disposed and inwardly contented as in these days. For hard reality has opened the eyes of millions of Germans.”

Source: 
Alpha History

See also:
The German Unemployed: Experiences and Consequences of Mass Unemployment from the Weimar Republic to the Third Reich
Richard J. Evans, Dick Geary
Croom Helm, 1987


Hieronymus Bosch (detail)


Segnaliamo il reportage di «Internazionale» n. 1017 sul mercato del lavoro in Germania. L’articolo è uscito poco prima delle elezioni tedesche tenutesi nel settembre 2013. In parallelo faccio notare la copertina di «Der Spiegel», sulla politica ‘poco mossa’ della Merkel; il numero è anche interessante perché, come si vede dal titolo evidenziato in rosso in alto a sinistra, contiene l’inchiesta sui big data raccolti dall’NSA, che ha fatto scoppiare nelle settimane successive lo scandalo sullo spionaggio mondiale.
Tra flessibilità che si traduce in un precariato sempre più selvaggio e soluzioni di dubbia efficacia targate “mini-job”, i dati ufficiali sull’occupazione in Germania, aiutati da certa propaganda giornalistica confezionata nei paesi mediterranei, nascondono molte realtà problematiche di cui si può avere un’idea più profonda solo passando un po’ di tempo nel paese della Cancelliera.

Certo, parliamo di una nazione  “virtuosa” dal punto di vista amministrativo, che sa fare sistema in maniera più efficace dei suoi colleghi sud europei. Se il mercato del lavoro in Italia è al collasso, oltralpe si riesce ancora a respirare. Tuttavia, anche la Germania, come il vecchio continente in cui è inserita, risente gli effetti diretti e indiretti di una prolungata recessione che non accenna a mollare la presa. L’Europa e i suoi mercati sono da tempo febbricitanti e delle tanto annunciate misure per la crescita non si vede neanche l’ombra. Per quanto riguarda l’Italia a questo bisogna aggiungere un buon trentennio di immobilismo politico, una corruzione endemica, un’offerta formativa discutibile che negli ultimi anni ha perso più di un treno rispetto agli standard di preparazione delle generazioni più giovani negli altri paesi del continente ed extracontinentali. Ciò è più che sufficiente a giustificare il tormentone dell’ ‘italiano in fuga’ che ormai impazza in tutti i media; non c’è articolo o esperienza di viaggio che non cominci con questo adagio, un po’ scontato ormai, e pure spiacevole, perché dimostra la resa di un popolo che sfugge ai suoi problemi interni, raccontando a se stesso che ‘fuori’ è tutto molto meglio. Ma ci vedo anche un atteggiamento un po’ furbetto, abbastanza tipico in Italia, che si può sintetizzare così: “magari io ce la faccio; gli altri vedano loro”.
Quando si è fuori, si è stranieri, e ‘fuori’ non esiste nessun paese dei balocchi. L’Europa è quello che è, non cresce e non decide. Vivere in Germania non è facile. Il paese offre ancora risorse ed è capace di metterne in campo molto più che da noi (qui bisognerebbe aprire la voragine dei Diktate conditi di austerity che hanno aiutato le casse nordiche ma non voglio entrare nel merito della questione e comunque sono dell’idea che la Germania in parte ha ragione a esigere dai paesi mediterranei più correttezza e l’avvio delle riforme strutturali). Tuttavia, anche nel Nord si percepisce qua e là un lassismo preoccupante. L’impressione che ho avuto nella mia recente esperienza di viaggio pre-elettorale è più o meno questa: lasciamo che la barca segua la corrente; non abbiamo al momento problemi interni, ci preoccupano un pochino quelli che abbiamo attorno, ma faremo la voce grossa e tutto filerà liscio.
Quando sono salita in macchina del mio amico berlinese, che mi ha fatto da guida nei quartieri ovest della capitale, tra il villaggio della FU e le zone residenziali che orbitano attorno all’università, ho passato il tempo del viaggio letteralmente appiccicata al vetro. In strada era un continuo susseguirsi di cantieri: case orribili, una all’altra uguali fino allo sconforto, un tempo alloggi delle forze di occupazione, che adesso vengono ristrutturate nell'ambito di affrettati piani di privatizzazione. E tanti nuovi appartamenti, tirati su quasi con noncuranza. Chi ci lavora sembra farlo per tenersi occupato in qualcosa, per dimostrare a se stesso che la crisi non c’è, che le persone, nonostante quel che si dice, hanno fame di case perché, appunto, Berlino è una delle mete dell’europeo in fuga. Verrebbe da dire: qui tutto va bene. Si pensa a costruire, non c’è nessuna emergenza sociale all’orizzonte, tutto appare calmo e ovattato, inflazione è una parola espunta del dizionario, chi la pronuncia di sicuro non ci sta con la testa: in un supermercato tedesco si compra a prezzi che l’Italia ormai non ricorda più. Eppure i problemi che agitano il continente producono come un rumore di fondo che irrompe nella pace di questi vialetti e si unisce a quello ben più vicino dei martelli pneumatici in azione.
Una sera, davanti a un tè speziato, seduti a un tavolo all'aperto di Steglitz, quando il quartiere è finalmente calmo, l'aspetto dei casermoni appare leggermente più umano, i viali a scorrimento veloce sono meno trafficati, il mercato chiuso, leggiamo un po’ svogliati i giornali. Manca qualche settimana alle elezioni ma il dibattito è fiacco, quasi inesistente. A un tratto punzecchio il mio amico: «Voterete in massa la Merkel». Alza la testa, mi guarda un attimo per capire cosa volessi insinuare, e poi butta lì, senza scomporsi: «Non c’è alternativa».  
Le lamentele berlinesi e germaniche sono abbastanza note (caratteristica condivisa con gli italiani, che tuttavia danno al lamento un aspetto più teatrale ed esibito) eppure stavolta, confrontandomi di tanto in tanto con i miei interlocutori, pendolari del treno, impiegati che la mattina percorrono di corsa le 'vie della City' a Friedrichstrasse, proprietari di chioschi in quartieri-dormitorio, ho percepito in città un calo di entusiasmo, nel complesso un senso di stanchezza del cittadino medio tedesco. E per quanto mi riguarda un’inquietudine della vita nella metropoli più che raddoppiata.
Quello che voglio dire è che la Germania di adesso mi ha abbastanza delusa. La frenesia ‘alimentare’ del cemento, l’idea di costruire a ogni costo, l’ipertrofia progettuale mi hanno restituito un'immagine vuota. Pare quasi che questo forzato attivismo sia investito del compito di celare la stasi che attanaglia molti settori vitali della società tedesca. Fatto salvo il fascino letterario e culturale della ‘mia’ Berlino che in me è tutto particolare e scorre su un binario parallelo, non ho trovato nessuna assonanza, nessuna vera empatia con la quotidianità che ho esplorato. Gli anni della recessione picchiano duro anche qui, anche se di rimbalzo, e si avverte una lenta disfatta, pericolosa perché incolore e inodore ma se uno ha l’occhio allenato, e soprattutto, al di là del bene e del male, ama questo luogo, non può non coglierla.
Di accidia si può anche morire. In politica le conseguenze  possono essere disastrose. E per l’intera classe politica europea, questo è un rischio concreto. Negli ultimi cinque anni dalla Germania mi sarei aspettata più coraggio e molta meno propensione alla contabilità. Far quadrare i conti è nobile cosa e necessaria ma c’è bisogno ancor più di una leadership forte, in grado di ispirare e segnare una rotta nell’interesse comunitario. Questo paese dovrebbe sfruttare i margini di vantaggio che ha non per arroccarsi (e arrochirsi) ma per assumere il ruolo di cinghia di trasmissione di tutte quelle energie che il vecchio continente può mettere in campo per provare a riaccendere i motori.

(Di Claudia Ciardi)


                                       Hieronymus Bosch (detail)

Links:

DRadio-Nachrichten (9. November)

In questo blog: Novemberrevolution

November Group/ Novembergruppe (Germany, 1918)

Erika Mann: la donna del 9 novembre (un bel post dedicato da Berlin&Out a una figura artistica straordinaria)

Arbeitslosigkeit im Weimarer Republik/ La disoccupazione cambiò la storia

Revolte in Krisenzeiten von Stefan Sauer (Berliner Zeitung/ Juni 2013)

Georg Heym - I silenti (segnalazione di Luca Buonaguidi sul suo blog "Caruso Pascoski")
https://carusopascoski.wordpress.com/2013/11/07/georg-heym-i-silenti/

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