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4 aprile 2020

Italian dream


Qualche giorno fa mi è tornato tra le mani un diario che compilai nel novembre 2008, poche settimane dopo l’inizio della grande tempesta finanziaria che segnò quell’anno e le politiche dei molti a venire. Fu l’ultimo scritto a carattere sociale che destinai alla rivista universitaria, l’ultimo che accese la discussione coi miei compagni. Da allora non ho più fatto la prova di rileggere quei pezzi, con l’eccezione appunto di questo “Italian dream”. Il titolo richiama il cosiddetto “sogno americano” che dalla seconda guerra mondiale ha cullato l’occidente, per certi versi cullandolo ancora. Stride ovviamente con i tanti disastri cui l’utopia si è accompagnata, non ultimo il divario sociale che il diffondersi delle nuove tecnologie avrebbe avuto il compito di risolvere, salvo poi ridestarci nel bel mezzo del ciclone.
Come sempre accade mentre si vive un evento, è difficile valutarne pienamente la portata e le ricadute. In queste settimane abbiamo fatto esperienza del concetto di distanziamento. Abbiamo attuato una separatezza fisica tra noi e gli altri perché il contagio corresse meno velocemente. Una simile disposizione può giovare talvolta anche nel discernere i fatti. L’attesa si scopre spesso molto più proficua della riflessione a caldo. Mi son sempre chiesta come fosse possibile scrivere nell’immediatezza di un avvenimento; intendo una narrazione, una poesia. Son cose queste che necessitano di profondità e per andare in profondità, per scendere dalla superficie, occorre prendere le distanze.
Del 2008 si intuiva che sarebbe stato un anno di svolta, in senso peggiorativo. Tuttavia da questo peggio avremmo potuto trarre una lezione, cogliere un’opportunità per consolidarci in un assetto diverso che nel presente si sarebbe rivelato d’importanza strategica.  Di certo fu un anno che impattò negativamente e con sinistra accelerazione dopo il quinquennio e più di ricadute seguito all’ingresso nell’euro. E qui non si vuol fare una riflessione pro o contro la moneta unica, ma semplicemente constatare che quella scelta comportò una pesante erosione del potere d’acquisto e delle capacità di risparmio di una parte molto estesa dei nostri connazionali (si vedano i rapporti Cies sull’esclusione sociale dall’inizio del nuovo millennio). Quando il crollo del 2008 ci investì, le strutture erano già fragili e non si misero in campo provvedimenti adeguati, non si formularono piani coraggiosi di rilancio accompagnati da ammortizzatori sociali e strumenti di previdenza veramente inclusivi. Si preferì adattare le cornici dei bilanci, rimanere invischiati nella rigidità dei parametri, fare quello che si presumeva apparentemente gradito ai mercati – senza che peraltro vi fossero reali stabilizzazioni e ricadute positive neppure per quelli. Oggi che viviamo un’emergenza inaspettata scontiamo lassenza di tutele che allora andavano incardinate e i plateali errori di quel recente passato.
Il presidente dell’associazione dei comuni italiani, dunque un portavoce dei territori, ha dichiarato che oggi, il reddito di cittadinanza, in una situazione che ci sta facendo sfiorare il dissesto, si è rivelato l’unica misura che ha permesso di arginare i risvolti estremi del conflitto sociale. Ad ora il reddito di cittadinanza è la sola forma di accredito diretto di denaro che offra qualche garanzia agli strati privi di protezione, espulsi dal mercato del lavoro, parcheggiati in un incubo perpetuo di inedia e impossibilità di far valere i propri diritti. Adesso si è costretti a parlare di reddito di emergenza: allora perché, mesi fa, si continuavano a portare attacchi imbarazzanti contro tale misura che sta offrendo l’esempio per le politiche attualmente in discussione di sostegno al reddito? Perché ancora oggi, qualcuno, con scarsa lungimiranza e mostrando di non capire il quadro di crisi globale che va configurandosi, insiste col dire che si tratta di un provvedimento inutile, se non deleterio? Se questo strumento non fosse stato così osteggiato, già mesi fa si sarebbero potute stanziare risorse maggiori e arrivare meno impreparati all’oggi. Si poteva ampliare la platea dei beneficiari, perché molte attività e tanti liberi professionisti scontavano da lungo tempo situazioni ai limiti della sopravvivenza. Gettando lo sguardo oltre l’epidemia, la crisi del fattore lavoro è un elemento che non si può più fingere di ignorare: precarizzazione, caduta dei salari, automazione che sostituisce la figura del lavoratore, anche specializzato. L’epidemia sta solo accentuando un processo già in atto, è una sorta di “cigno nero” che incontra quello che aveva scosso le economie mondiali nel 2008. L’ortodossia liberista, al di là delle implicazioni sociali che disapprovo, non è più funzionale. Produce sacrifici che non portano da nessuna parte e non consente di riavviare il motore. È un tempo nuovo, occorre una mentalità nuova per interpretarlo. 

(Di Claudia Ciardi)


* Ripropongo la versione quasi integrale del 2008. La rilettura ha comportato qualche minimo intervento sul testo, alcune correzioni sulla punteggiatura, l’adattamento dell’introduzione, qui più sintetica rispetto all’originale.





Italian dream

(prego non svegliateci)

Questo breve elenco di sensazioni ed eventi è vicino ai due diari da me compilati sul marzo francese e la rivoluzione d’Ungheria, senza tuttavia continuare a svolgere i temi e le motivazioni che hanno portato alla scrittura di quei progetti. Non solo infatti è passato diverso tempo dai due precedenti lavori (entrambi si riferivano a fatti accaduti nel 2006) ma ciò che ancor più mi separa da essi è una sorta di rassegnata inquietudine, se l’aporia di questa espressione può essere accolta, che sembra approdare a un disincanto dalle ricadute nettamente fisiche e che mi impedisce di raccogliere qualsiasi energia per commentare.
In questo che non saprei definire né diario, né cronaca, né pamphlet, ho lasciato incontrare nel modo più semplice e asciutto possibile le date, i fatti, le impressioni personali.               
                                                                            

 Ai sogni non ancora saccheggiati              
                                                                           
22 ottobre

Cagliari. Alluvione. L’acqua e la terra scese dai monti investono le case costruite davanti al fiume. Da qualche parte dovevano defluire. Dispersi.

23 ottobre

Monitoraggio ambientale in ritardo. Visita di rito della protezione civile. Ci si sbriga tra sopralluoghi e bollettini. Poi via tutti. La gente resta in casa a spalare il fango e a prendersela col mutuo trentennale da pagare. 

Pisa: in ventimila. Si manifesta contro l’assalto alla scuola pubblica. Le ombre della crisi finanziaria fanno ressa quanto la gente per strada.

24 ottobre

Borse giù. Una caduta libera che dura da troppe settimane. I mercati bruciano, le cifre spargono ipoteche sulle vite di tutti ogni giorno che passa.
 
25 ottobre

Sabato sera. Al solito. Tutto inutilmente tranquillo. Fa quasi rabbia questo anestetico ordinato a larghe dosi dal Comitato di Salute Pubblica. In televisione gli fa da pendant la parodia del Ministro della Paura. Anche la satira diventa ripetitiva e doppia il senso di vuoto.

26 ottobre

In città, piazza centrale. Tra proteste e aperitivi. I graziati al bar e i tampinati seduti in cerchio a sputare rabbia negli altoparlanti. Ma forse anche qui più apparenza che  diversità. Bisogno di sentire la vita in un corpo. La sua casa, lontana da questo. Fuggo, credo. Facciamo l’amore. Discutiamo, proviamo a immaginare una serenità che si ostina a scappare, anche lei. Tutto ha l’aria di essere così poco serio, terribilmente serio. 

27 ottobre

La borsa in perdita, ancora. Si pensa a salvare altre banche. Inflazione a portata di mano. Forse ne faranno qualche gadget. Coro affannato di numeri che segnano la regressione, pesante. Stavolta è una disfatta ma chiamarla così per qualcuno è vilipendio.

Colpi di coda. Il gigante imperialista continua a contorcersi. Si diffonde oggi la notizia del raid di ieri degli Stati Uniti contro la Siria. Nove morti, fiancheggiatori di Al Quaeda si dice. Guerra preventiva?

Sparatoria in un ateneo dell’Arkansas: due morti. Il ballo delle armi chiede coerenza al sogno americano.

28 ottobre

Si decide l’integrazione ambientale dell’Ilva di Taranto. Insorgono le associazioni e gli esperti che hanno valutato l’impatto del polo industriale sul territorio. Nei bambini tumori inspiegabili. Taranto città più inquinata d’Europa.

29 ottobre

Massa. Eaton, industria siderurgica sotto il vessillo americano. Il crollo dei mercati si porta dietro il crollo del lavoro. Licenziamenti. La società venduta al taglio.

Il decreto Gelmini è legge. Previsioni di gettito fiscale ridotto, sull’onda della riduzione dei redditi. Tagli.

Si protesta. Volo di spranghe a piazza Navona. Antagonismi di destra e di sinistra, ideologie ricucite per buttare sul palco vecchie provocazioni che ancora possono far comodo.
La polizia carica i dimostranti a Milano. Ma il premier assicura di non voler pestaggi nei cortei. Aria di lotta tra poveri costruita a tavolino. Meglio, lotta per la sopravvivenza. Ecco quando l’essere umano dà il meglio di sé.

30 ottobre

Per scrivere la tesi ho impiegato un tempo esorbitante. Il caos della mia testa e i casini della mia famiglia. Un bel condimento come al solito. Ora son cinque mesi che l’ho consegnata. Ma non frega a nessuno. Non pensavo si dovesse chiedere anche di leggerla. All’università non si dice mai dello spreco riguardante il tempo degli studenti, che passa per cosa dovuta. Invece è la prima inciviltà che si tira dietro tutte le altre. Continuano a parlarmi di libri da citare, autori da inserire, altrimenti il mio lavoro non ha sufficiente dignità accademica. Mi sento stupida.   

Roma. Sciopero nazionale della scuola. Manifestazioni in giro per l’Italia. Milano, Bologna, scontri, due cortei a Palermo. Dall’alto si paventano arresti e fermi, solito tono velato. Senza parere, la galera è dietro l’angolo. Carcerazione preventiva, come la guerra, come il pensiero.

Calca davanti al magazzino hi-tech, periferia di Roma. Feriti e contusi. Ferocia commerciale suburbana. Almeno qualcuno pensa a razziare le offerte dei supermercati invece che a cambiare il mondo. La TV è generosa d’immagini a sommo scopo. L’isterismo fa buon latte.

31 ottobre

Mattina. Caffè letterario. Si discute dei Cantos. Un’isola di umanità troppo piccola, la forma di una bellezza troppo fragile, adesso.

Da giorni sanguina l’est del Congo. Li chiamano conflitti etnici. Calcolati, poi  imprevisti quando si tratta di fermarli. Il nuovo hotel Ruanda ha aperto i battenti.

McCain Obama. Il bianco e il nero. Manicheismo in scena, anche questo copione sembra scontato. E mesi che se ne parla……

1 novembre

Congo. Soldati governativi sparano a freddo sulla gente. I ribelli bruciano un accampamento di profughi. Bambini schiacciati nella calca mentre chiedono cibo. Dacci oggi il nostro pane. Il grido di un continente.

Polemiche con la Germania sulle stragi nazifasciste. Strumentalizzazioni sui risarcimenti, proprio in mezzo alla crisi. Infinita vergogna per chi è morto. Non era proprio il caso.

2 novembre

Domenica sera. Falso Clamore. Al solito. Dura meno di un attimo, poi silenzio. Resa incondizionata. Ormai è facile, so come si fa.

Scorrono le immagini della Formula uno. Modelle ai box coccolano settantenni in livrea da milioni di euro. Shock di cilindrata.

3 novembre

Il lunedì si comincia sempre dal conto delle perdite. Il Ministero dell’economia informa. Nei primi dieci mesi dell’anno il settore statale fa registrare un fabbisogno di circa 52,5 miliardi di euro. È un aumento, si dice, di circa 14,5 miliardi rispetto allo stesso periodo del 2007.

Crisi Alitalia. Ci perseguita da settembre, anzi da prima. Pur con tutti i soldi pubblici che son finiti lì per far volare la bandiera, l’accordo è sempre in bilico. Si cerca ancora di raschiare il barile. Il tavolo dei debiti è tutto nostro.

C’è una donna che ha ereditato dal padre un mestiere bellissimo, salvare le piante. Sono alberi da frutto che nei secoli hanno sfamato tanta gente. Ma il mercato oggi li ha dimenticati. Bisogno di velocità, e in questo viene meno l’attenzione per le cose preziose e che vivono con maggiore lentezza. Naturalmente nessuno la finanzia. Così anche per le persone.

4 novembre

Anche le luci della sala computer hanno cominciato a stancarmi. Così, in biblioteca, alle spalle ho il solito ricercatore scosso dalla sua tosse isterica. Mi tornano in mente le mattine al liceo, l’arrivo in classe, odore di panni lavati, voce ancora assonnata, gesti impacciati di un’adolescenza tra mura malate. Fastidio e brividi.

Election day. Il mondo aspetta. No, il mondo aspetta?  

Dietro i vetri. Vento che scuote le case. Ma l’indifferenza è più forte.

5 novembre

Piove, i Senegalesi vendono ombrelli per strada. La bacheca davanti alle scale del dipartimento puzza d’umido e monotonia. Su pochi fogli imbarazzati gli accenni a una protesta che cerca di non soffocare. Accanto la lunga lista di saggi compilata da un giovane laureato in storia americana, impaziente di rivendere. Un altro cede il suo stipetto dei libri, con tutti i libri, per duecento euro. Rateizzazione del disincanto.

Si parla di campagna elettorale epica per le presidenziali statunitensi. Ma sembra più che altro che si elegga una reginetta del cinema o la nuova miss da calendario. A guardar bene le mitologie sono s-cadute dalle ginocchia delle società. Abbiamo ancora soltanto qualche simbolo che pare incepparsi di continuo. La crescita della percentuale di votanti è forse timore del fallimento della democrazia; ma il timore resta senza rappresentanza.
Si fa ressa sull’orlo della crisi.

Congo, centomila profughi. La versione ufficiale: è colpa degli Africani che geneticamente non sanno organizzarsi. Non si sono dati da fare in tempo e questo ci autorizza a depredarli.
Intanto vince l’uomo della speranza. Si mette a dormire la favola della libertà si comincia la nuova hope tale. Raccontata da uno di loro o uno di noi?

La forma di molte sere quaggiù, ombre masticate tra il ponte e il fiume, sentore d’esilio ma in mezzo agli altri, senza attraversare.

Exile’s song
And before the end of the day we were scattered like stars, or rain.
I had to be off to So, far away over the waters,
you back to your river-bridge.  (Ezra Pound)
   
(Di Claudia Ciardi, novembre 2008)


9 novembre 2019

Marco Revelli - Poveri, noi



Analisi di un’emergenza sociale, denunciata a mezza bocca, molto più frequentemente sottaciuta dai canali ufficiali dell’informazione. In queste pagine, concentrate soprattutto sul quinquennio che va dal 2006 al 2010, si racconta, statistiche alla mano, come le economie del vecchio continente abbiano subito nel corso di quegli anni cruciali un riassetto senza precedenti, gettando i singoli paesi in un limbo in cui il meccanismo redistributivo è rimasto inceppato e l’incertezza è divenuta la regola del mondo del lavoro, via via più rarefatto e disgregato, incidendo pesantemente sulla qualità di vita di milioni di cittadini. Un racconto inchiodato ai numeri dei rapporti Cies – Commissione d’indagine sull’esclusione sociale, della quale Revelli è stato presidente proprio negli anni dell’affondo fatale dell’economia italiana – e a quelli diffusi da Istat, Eurostat e altri organismi, che nel periodo posto sotto osservazione hanno fotografato la crescita di uno stato d’emergenza ripetutamente mitigato da narrazioni politiche e mediatiche incaricate di stemperare, se non di distogliere l’attenzione da un qualcosa di somigliante a un incidente di percorso, nulla di più. Come se la crescita della povertà non dovesse in fondo riguardarci, tantomeno preoccuparci, come fossimo di fronte a una caduta fisiologica, una delle fasi alterne che si sono prodotte nel recente passato dell’esperienza capitalista. Come se il rischio di deprivazione, per quanto vicino, fosse sempre un po’ più distante da noi, in una misura bastevole da farci sentire sicuri. Eppure, le statistiche, la crudezza dei numeri, i sondaggi negli umori della classe media italiana, condotti all’inizio del millennio e poi di seguito, fino all’esplodere della crisi dei subprimes negli Stati Uniti accompagnata dalla fiammata inflazionistica del 2008, ci parlano di una fragilità materiale in aumento e di una parallela esasperazione psicologica a livello familiare e individuale – presidio tutto italiano quello della famiglia, con i suoi punti a favore ma anche le chiare limitazioni che un welfare informale incentrato quasi unicamente sulla parentela comporta.
A fronte di ciò, si è registrato un arretramento dell’idea, e dunque della pratica, universalistica dei diritti, la cui latitanza, laddove il cittadino tende la mano a determinate forme di tutela aspettandosi la loro attivazione, risulta ancora più nefasta in periodi di difficoltà. L’allarme lanciato da Marco Revelli, nella sua puntuale e articolata rassegna sugli anni neri della crisi non mancando di trattare i suoi immediati prodromi, è di una contestuale riduzione del concetto di cittadinanza, che si riflette inevitabilmente su quello di democrazia. Uno scivolamento da considerare con inquietudine, che gli squilibri politici odierni riflettono nella sua totalità – una politica che entra sempre più spesso in fibrillazione e che è costretta a ripiegare in assetti dichiarati fino a un minuto prima irricevibili – e sullo sfondo un panorama immobile, un ascensore sociale pressoché scomparso, dove perfino l’ingranaggio di cooptazione nel ciclo lavorativo pende in modo inaccettabile verso favoritismi privati, centri di potere, rapporti di forza vantati a titolo personale. Lo sguardo dell’autore coglie nella realtà che va configurandosi «il rischio della regressione a forme servili della cittadinanza – in cui alla forza emancipante dei diritti si sostituisca il mercato delle protezioni e delle fedeltà», e ancora «la ricchezza dei ricchi, come nelle società di ceto tardomedievali, è diventata intoccabile. Se redistribuzione dev’esserci, che sia tra le già scarse risorse degli altri, chiamati a contendersi le briciole del reddito e dei diritti che non sono ancora evaporate nei circuiti astratti della finanza globale e restano “in basso”, sul terreno, fisicamente visibili nella loro prossimità».
Tipologie diverse di lavoratori per diverse tipologie di cittadini. Dalla fine degli anni Novanta, nel vortice delle ristrutturazioni aziendali, nel progressivo smantellamento dei grandi poli industriali, nella giungla sregolata e competitiva dei subappalti, vi sono state trasformazioni e migrazioni del lavoratore garantito, legato a un contratto stabile e a un posto considerato altrettanto sicuro, in zone opache del mercato, settori che hanno generato situazioni atipiche contraddistinte dall’assenza di tutele. Questa implosione del lavoro tradizionale, almeno com’era inteso nel cosiddetto periodo aureo del fordismo dalla fine della seconda guerra mondiale agli anni Settanta circa, ha gettato intorno a sé frammenti, estensibili, di precarietà. Lavoro dipendente e lavoro autonomo si sono ricollocati nella parte inferiore della scala sociale, costretti a subire l’aggressività di leggi di mercato sempre meno mediate, portati a reinventarsi, attori inediti nei fatti dotati di limitatissima capacità di azione e autodifesa dai contraccolpi di uno sviluppo economico progressivamente più liquido e indecifrabile. Forza lavoro di regola sommersa, molto più di rado salvata.   
Da ciò deriva che pure l’esercizio della cittadinanza risulti esposto a una altrettanto forte divaricazione. Essere cittadino non è infatti giocare un ruolo passivo. La passività si attaglia a quella cittadinanza dimidiata, spinta sull’orlo del baratro, quando non spinta fuori dai riti regolati del vivere comune. Si coglie dunque «la divaricazione radicale tra élite e popolo, con le prime proiettate in alto, nel grande circuito dei flussi ad ampio raggio, e l’altro ancorato ai propri luoghi. Le une titolari di un’ipercittadinanza in un sistema-mondo a scorrimento veloce che riconosce solo la legge del più forte e le stelle di prima grandezza, l’altro di una cittadinanza dimidiata, inerte, inevitabilmente passiva». 
Essendo trascorsi dieci anni da questa scrittura, possiamo affermare che le dinamiche qui trattate si sono oggi espresse con brutale compiutezza, allargando questa intollerabile divaricazione, scagliando moltissimi in quella zona d’ombra tragicamente ampliata che segna il confine tra miracolati, nuovi poveri o a rischio povertà.
Fenomeno tuttora in atto questo del depauperamento di massa, che in occidente ha il volto di un feroce disincanto: colpisce infatti una platea di consumatori in preda alle più alte e ottimistiche aspettative, ma li costringe a scontrarsi con le loro ridimensionate possibilità. Parlarne è quasi un tabù, perché la povertà spaventa, e il solo evocarla è inteso come una iattura; non la razionale riflessione su un problema che sta facendo deflagrare le nostre società, ma una intollerabile lettura pessimistica di qualcosa di endemico, vecchio quanto l’uomo. È questa attitudine, peraltro, a giustificare politiche orientate all’indifferenza o al ridimensionamento. Basti pensare alla bufera che ha investito il reddito di cittadinanza, ancora al centro di polemiche, se non attacchi velenosi al limite dell’intolleranza, in un’Italia che nell’ultimo decennio ha visto evaporare il proprio pil e buona parte delle proprie rendite di posizione, arrivata nel bel mezzo della lunga crisi con ammortizzatori sociali scarichi e senza salvagenti sociali, unico caso europeo insieme a Grecia e Ungheria. E ancora si trovano argomenti per litigare perfino su questa misura di civiltà, difesa a ragione dallo stesso Marco Revelli in un suo recente intervento.   
Senza rientrare nell’ottica di uno stato di diritto, senza tutele degli ampi strati sociali caduti ai margini se non fuori dal sistema, senza riattivare quei meccanismi strategici e vitali di redistribuzione dei redditi, unica terapia in grado di abbassare il livello o prosciugare i serbatoi di invidia, livore, intolleranza, odio, il rischio concreto di una regressione dei fondamenti democratici è dietro l’angolo. Tutti i giorni si abbassa l’asticella e scatta un fosco preallarme. Implementare le tutele, significa garantire la tenuta di quegli strati sociali che sono l’unico argine funzionale a contenere il disastro. Qualche metro più in là c’è un fiume in piena. Stiamo camminando, in equilibrio sempre più precario, a pochi passi dalla piena.   

(Di Claudia Ciardi)


Edizione consultata:

Marco Revelli, Poveri, noi, Einaudi, 2010 (e ristampe)

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