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25 agosto 2021

Se si danno solo i numeri




Charlie Chaplin aveva capito tutto. Nel 1936 il suo film Tempi moderni, capolavoro legato all’ultima apparizione del personaggio di Charlot, sbeffeggiava i ritmi della catena di montaggio, l’alienazione prodotta dalla fabbrica, il disagio sociale e psicologico in cui versavano i più sfruttati fra gli operai. Analisi della massa nel suo spaccato più problematico di diseredati e working poors in lotta per la sopravvivenza. Già in un’intervista del 1931 l’attore dichiarava: «I macchinari che consentono di risparmiare manodopera ed altre invenzioni moderne non sono stati fatti per ricavare profitto ma per assistere l’umanità nella ricerca della felicità. La speranza per il futuro dipende da cambiamenti radicali per far fronte a questa situazione. I benestanti non vogliono che la situazione presente cambi».
E dunque, nella nostra società ipertecnologica che finalmente potrebbe (e bisognerà lo faccia) guardare a forme di affrancamento da tipologie di lavoro ripetitive, usuranti, deprimenti, siamo piuttosto inclini a un uso coercitivo di tali conquiste, potenziando sistemi di controllo del lavoratore, obbligato, minacciato, tenuto in bilico tra nuovo caporalato, tracciamenti, tutele riviste al ribasso.
Agosto si chiude con l’immagine dei dipendenti Ikea sprovvisti di green pass fatti accomodare fuori dai locali mensa, seduti per terra a consumare il pranzo. Ciò che ho scritto una ventina di giorni fa, sul rischio di esiti discriminatori, sul fatto che questo strumento nato per dare regole di viaggio sicure e uniformi in UE si frammentasse in una miriade di utilizzi pretestuosi, generando sovrapposizioni, confusione e situazioni paradossali, eccolo sotto i nostri occhi – e alla fin fine proprio quello per cui era stato concepito ha incontrato semmai una blanda applicazione, tra chi è rientrato da paesi a rischio senza essere testato e automobilisti che sono riusciti a bucare i confini senza particolari problemi (come nel caso della frontiera Italia-Svizzera). Nel frattempo si ragiona sull’estensione del pass, cercando di arrivare almeno a fine anno. Evidenze scientifiche o necessità strategica? Come ricominciare a vaccinare il personale sanitario che ha il pass in scadenza a ottobre, presumibilmente alle soglie di un’altra stagione in emergenza? Numeri che cambiano ancora. Le cosiddette prove scientifiche solo a seguire. Forse.
La pervasività dei numeri ci accompagna ormai da due anni. Quasi che elencare delle cifre fosse sufficiente a conferire maggiore autorevolezza a quel che si dichiara. Sì, certo, i numeri sono importanti ma occorre analizzarli, definirli con precisione nel contesto cui si riferiscono, raffrontarli, cose che invece si continuano a fare piuttosto di rado. Ognuno porta le sue cifre e ne astrae le proprie evidenze, quando anche il più limitato ed elementare esercizio statistico richiederebbe invece tempi lunghi e campioni molto più compositi. Ma questi due anni, se da una parte son venuti a imporre battute d’arresto, cesure, divieti, sembrano aver esasperato non di poco la fretta del giudizio, che si concede appena un paio di mesi o solo una, due settimane per rivedere parametri, tendenze, discutere benefici, decidere interventi che produrranno conseguenze e che per questo andrebbero stabiliti con criteri inclusivi e possibilmente coerenti.
Se la società è un corpo armonico, che come tale occorre si sviluppi e consolidi in tutte le sue parti – così è già nella buona teoria politica degli antichi – produrre frammentazione non si direbbe per nulla un buon affare.
L’esercizio ragionieristico pare aver sostituito progetti di ampio respiro che prevedano un ruolo consolidato e di responsabile investimento da parte delle banche. A parte la cessione del quinto, l’indebitamento costante di stipendiati e pensionati, il ricorso al prestito indotto dal sistema in cui viviamo – e non pagare adeguatamente le persone ben rientra in questo disegno –  cos’è intervenuto di diverso dal 2019 ad oggi? È cambiata forse impostazione?
Eppure ci sono tanti economisti, studiosi di nuove teorie del mercato e ricercatori impegnati in diversi ambiti disciplinari, in quei settori dove si stanno producendo i veri cambiamenti – scientifici, tecnologici, umanistici – che spingono per una riconsiderazione drastica di una gestione che ormai appare avvitata su se stessa. Chi parla di redditi universali, della presa d’atto necessaria che ci sono masse escluse dai meccanismi produttivi destinate a crescere, della crisi dei meccanismi di domanda e offerta finora alla base del nostro sistema – pur già con tutte le contraddizioni e divari del caso, anche in tempi all’apparenza non sospetti – non è un pazzo. Lo si può paragonare a un Necker che ammoniva Luigi XVI sulle necessità di non procrastinare un intervento finanziario per redistribuire risorse nel paese, mediando con gli Stati Generali. Si sarebbe evitato il dissesto. In Germania la SPD sta parlando senza tabù di patrimoniale – da sempre bollata come strumento della sinistra, precisamente vetero comunista, per rimediare a malversazioni di vario tipo. Comunque la si pensi, favorevoli o contrari, nella situazione in cui siamo io credo che non sia rimandabile l’atto di redistribuire delle risorse. Qualora non sia la patrimoniale, occorre pensare a uno strumento valido, condiviso, rapido che ponga rimedio. Se proseguiamo con i falsi moralismi all
indirizzo dei fannulloni, vetero comunisti, anarchici, disadattati che non sanno trovarsi un lavoro… possiamo anche accomodarci, tanto sempre tutto andrà in quell’altra direzione. Oltre i Necker del momento. E in Francia peraltro andò in un certo modo.
Tra coloro che premono e raccomandano azioni decise si contano ormai soggetti che per appartenenze, percorsi formativi, convinzioni politiche rappresentano una nutrita ed eclettica trasversalità. Difficile quindi incasellare simili teorie in scia a un certa scuola di sinistra o di destra, qualora anche si abbiano pregiudizi in tal senso. L’unica scuola possibile in un quadro così preoccupante è quella che chiama alla responsabilità sociale.
Detto ciò, a leggere e ascoltare i cavilli su cui si disquisisce da quando ci siamo rinchiusi nel perimetro dell’emergenza pandemica totale, viene il capogiro.
Ma torniamo al cozzare delle cifre. I numeri a tamburo battente di contagiati, tamponi, rt, indici, contro indici, istituti che predicono una cosa, centri di ricerca che ne ipotizzano un’altra. Scenario in continua evoluzione, si sente dire, giustificando così l’accatastarsi quotidiano delle percentuali, paesi dove molto si è vaccinato in cui il contagio si ripresenta massivo, protocolli che vengono costantemente ritoccati, decreti che s’incalzano fra loro, categorie divise sul da farsi. Mancano tuttavia letture di più largo respiro, un modo più rassicurante e direi corretto di aggregare i dati, di metterli in condizione di essere davvero comprensibili, dando diverse risposte in più alle troppe domande che vengono lasciate in sospeso.
Nei giorni scorsi, entrato in vigore il pass nei musei, si sono inseguiti subito diversi articoli, alcuni trionfalisti altri invece che lasciavano largo a disdette nei parchi archeologici, perdite, cali. Per leggere il disappunto della direttrice del museo Archimede di Siracusa ho dovuto cercare con il lanternino. Insomma, è evidente che si teneva a snocciolare a caldo un po’ di cifre raccolte in biglietteria per confezionare velocemente qualche pezzo. A ferragosto nei musei civici di Firenze ci sono stati 1759 biglietti in più – e la stampa parlava di un boom da green pass. Al Colosseo invece si riportava un lieve calo nell
ordine di 3000 ingressi mancati. Allora, prendendo i numeri così, se è un boom avere 2000 biglietti in più per un polo museale articolato in diverse offerte, dovrebbe essere un sonoro flop perderne 3000 per un solo monumento. La mia è una provocazione per dire che senza analisi più rigorose delle diverse realtà museali – ognuna rappresentando un microcosmo a parte, con le sue caratteristiche distintive senza concedersi un po’ di tempo per osservare le tendenze, comparandole infine con le perdite dell’anno scorso, non si può parlare né di recuperi né tantomeno di exploit.
Appendice sulla situazione torinese che vivo e conosco da tempo. Anche qui articoli su un 30% in più di ingressi nei musei. Tutto questo focus affrettato e trionfale su Torino, cioè su una metropoli che da anni, anche ante covid, è scissa da polarizzazioni in cerca di nuove rappresentanze politiche, era assolutamente atteso. La città dove si sono viste le prime piazze di protesta sociale proprio in queste ultime settimane, con migliaia di adesioni, la città che cerca risposte a un divario tra periferia e centro, in cui da tempo si creano laboratori, progetti orientati al riutilizzo di spazi e beni comuni, dove il corpo civico diviso su tante questioni – la Tav, altro elemento di scontro in cui pure non sono mancate le occasioni per denigrare pubblicamente i contestatori – sta forse provando a tracciare vie diverse, alternative a un certo ordine economico che produce ricchezza solo per pochi e lascia per strada tutti gli altri. Ecco, qui si sono creati più che altrove elementi di frizione; perciò certe letture non sorprendono. Lo stesso tono petulante in cui questi articoli massimamente rosei e positivi si sono susseguiti nel giro di pochi giorni, solleva qualche dubbio. A fare da pendant i titoli altrettanto serrati sulle piazze sempre più vuote: ma sabato 14, week-end di ferragosto, erano scese in strada più di mille persone. Cosa assolutamente inedita per la compassata Torino. E si torna alle analisi, alla necessità di leggere con minore vizio pregiudiziale i contesti, qualora si voglia informare, cioè offrire un racconto che dica veramente qualcosa.
La polarità boom/calo nei musei è comparabile coi dati del turismo, trattandosi del resto di settori che si trainano fra loro. Anche qui una bella ridda, che si riassume nel siparietto che ha visto Federalberghi di Cremona smentire i dati diffusi dall’ufficio turismo del comune, scoprendo evidentemente un’ulteriore situazione di conflitto tra attori legati da interessi diversi. Se da una parte il comune cerca di limitare i danni diffondendo attraverso i suoi organi un’immagine di ottimistica ripresa, la portavoce degli albergatori ed esercenti nel settore ha descritto uno scenario desolante, in cui stentano perfino i pernottamenti per motivi di lavoro, dunque raccontando un tessuto urbano fermo, che non produce scambi né legati agli affari né allo svago: «Cremona ha una nuova attrazione turistica: l’infopoint del Comune. Ne prendiamo atto. Lo deduciamo dai toni trionfalistici del report sulla attività dell’ufficio di Piazza del Comune che annuncia numeri record per gli accessi.
Ci sono quasi più turisti lì che negli alberghi. I numeri testimoniano – nonostante le cifre siano dell’ordine delle centinaia, dunque un campione poco significativo – di un successo non solo in luglio, ma anche in questa prima settimana di agosto (in sette giorni sono stati registrati tanti utenti quanti ce ne erano stati nell’intero mese di luglio del 2020, ben quattrocento persone). Sarebbe più interessante e oggettivo avere dati sulle occupazioni alberghiere o sui biglietti venduti nei musei, solo per cercare qualche indicatore più attendibile o comunque complementare a questo dato.
Non è la prima volta che l’infopoint parla di turismo in forte crescita. Anzi, questi spot rassicuranti, sui media locali, sono ormai una regola a cui ci siamo abituati. Più plausibile l’analisi che ne fanno web e carta stampata: è un turismo di passaggio, un mordi e fuggi di qualche ora che porta poco o nulla alla città. In realtà la città è deserta e molti alberghi tra Cremona e il circondario sono chiusi (anche quelli che non lo avevano mai fatto in passato) perché, senza prenotazioni, si hanno solo i costi di gestione». (Alessandra Cattaruzzi, presidente Federalberghi Cremona, 11 agosto 2021).
Infine, guardando fuori dall’Italia e diciamo, dall’Europa, dato che la Brexit sembra ormai acquisita. Quest’estate abbiamo visto immagini di supermercati del Regno Unito con scaffali vuoti, dei quali si sono riportate le difficoltà di approvvigionamento. Ci sono persone che abitano in certi quartieri londinesi che parlano di negozi dove scarseggia la merce, mentre in altri la distribuzione risulta regolare. Nelle grandi catene di fast food – McDonald’s, Nando’s, Kfc – mancano diversi prodotti dal menù, come il pollo e i frullati. Anche in questo caso emerge tutta la fragilità sistemica cui si accennava all’inizio, laddove queste aziende prosperavano su margini di guadagno dovuti in larga parte alle basse remunerazioni dei camionisti est europei (che con Brexit hanno battuto in ritirata). Poi ci sono certamente i problemi logistici dati dall’infinito covid. E qualcos’altro che lascia ancor meno tranquilli, perché sembra vacillare l’intero edificio della libera circolazione delle merci, della domanda e dell’offerta – come si diceva all’inizio – insomma di quei fondamenti che abbiamo dato per acquisiti finora. In attesa che qualcosa di diverso prenda posto nei vuoti che si aprono, non si annunciano tempi facili. E il problema non è il panino ipercalorico che non trovi più al fast food, ma tutto ciò che serve davvero al vivere quotidiano.
In ultimo. Segnalo i 60 miliardi persi in borsa nella prima metà di agosto dai produttori di vaccini. Non un
inezia. Fa scalpore che in piena pubblicistica vaccino a tutti i costi”, un signore che non è proprio il primo venuto nellambiente delle analisi di mercato e dei rischi, Geoffrey Meachan, analista per Bofa-Merryll Lynch, si sia reso protagonista di un downgrade ai danni di Moderna e Biontech, definendo ridicole le quotazioni raggiunte dalle due società. Tentativo di ridimensionare una bolla finanziaria made in Big Pharma? Anche qui, speriamo se ne possa capire qualcosa in più, magari attraverso ulteriori report.
Concludendo, se si danno solo i numeri, la realtà non ci parla né con maggiore né con minore forza. Ci trasmette solo quel che vogliamo vedere. Cifre impugnate dagli uni per trionfare, dagli altri per controbattere. Poi abbassandosi il polverone rimane tutta l’incertezza che stiamo vivendo. Ci si aspetta piuttosto che queste cifre vengano restituite a un contesto dialogante con diverse altre istanze, raccontandole dandosi un po’ più di tempo e non sull’onda emotiva del momento. Magari provando con un po’ di obiettività a capirne qualcosa in più. Che poi dare i numeri, dipende come, vuol dire non starci neanche tanto con la testa.

 
(Di Claudia Ciardi)

4 aprile 2020

Italian dream


Qualche giorno fa mi è tornato tra le mani un diario che compilai nel novembre 2008, poche settimane dopo l’inizio della grande tempesta finanziaria che segnò quell’anno e le politiche dei molti a venire. Fu l’ultimo scritto a carattere sociale che destinai alla rivista universitaria, l’ultimo che accese la discussione coi miei compagni. Da allora non ho più fatto la prova di rileggere quei pezzi, con l’eccezione appunto di questo “Italian dream”. Il titolo richiama il cosiddetto “sogno americano” che dalla seconda guerra mondiale ha cullato l’occidente, per certi versi cullandolo ancora. Stride ovviamente con i tanti disastri cui l’utopia si è accompagnata, non ultimo il divario sociale che il diffondersi delle nuove tecnologie avrebbe avuto il compito di risolvere, salvo poi ridestarci nel bel mezzo del ciclone.
Come sempre accade mentre si vive un evento, è difficile valutarne pienamente la portata e le ricadute. In queste settimane abbiamo fatto esperienza del concetto di distanziamento. Abbiamo attuato una separatezza fisica tra noi e gli altri perché il contagio corresse meno velocemente. Una simile disposizione può giovare talvolta anche nel discernere i fatti. L’attesa si scopre spesso molto più proficua della riflessione a caldo. Mi son sempre chiesta come fosse possibile scrivere nell’immediatezza di un avvenimento; intendo una narrazione, una poesia. Son cose queste che necessitano di profondità e per andare in profondità, per scendere dalla superficie, occorre prendere le distanze.
Del 2008 si intuiva che sarebbe stato un anno di svolta, in senso peggiorativo. Tuttavia da questo peggio avremmo potuto trarre una lezione, cogliere un’opportunità per consolidarci in un assetto diverso che nel presente si sarebbe rivelato d’importanza strategica.  Di certo fu un anno che impattò negativamente e con sinistra accelerazione dopo il quinquennio e più di ricadute seguito all’ingresso nell’euro. E qui non si vuol fare una riflessione pro o contro la moneta unica, ma semplicemente constatare che quella scelta comportò una pesante erosione del potere d’acquisto e delle capacità di risparmio di una parte molto estesa dei nostri connazionali (si vedano i rapporti Cies sull’esclusione sociale dall’inizio del nuovo millennio). Quando il crollo del 2008 ci investì, le strutture erano già fragili e non si misero in campo provvedimenti adeguati, non si formularono piani coraggiosi di rilancio accompagnati da ammortizzatori sociali e strumenti di previdenza veramente inclusivi. Si preferì adattare le cornici dei bilanci, rimanere invischiati nella rigidità dei parametri, fare quello che si presumeva apparentemente gradito ai mercati – senza che peraltro vi fossero reali stabilizzazioni e ricadute positive neppure per quelli. Oggi che viviamo un’emergenza inaspettata scontiamo lassenza di tutele che allora andavano incardinate e i plateali errori di quel recente passato.
Il presidente dell’associazione dei comuni italiani, dunque un portavoce dei territori, ha dichiarato che oggi, il reddito di cittadinanza, in una situazione che ci sta facendo sfiorare il dissesto, si è rivelato l’unica misura che ha permesso di arginare i risvolti estremi del conflitto sociale. Ad ora il reddito di cittadinanza è la sola forma di accredito diretto di denaro che offra qualche garanzia agli strati privi di protezione, espulsi dal mercato del lavoro, parcheggiati in un incubo perpetuo di inedia e impossibilità di far valere i propri diritti. Adesso si è costretti a parlare di reddito di emergenza: allora perché, mesi fa, si continuavano a portare attacchi imbarazzanti contro tale misura che sta offrendo l’esempio per le politiche attualmente in discussione di sostegno al reddito? Perché ancora oggi, qualcuno, con scarsa lungimiranza e mostrando di non capire il quadro di crisi globale che va configurandosi, insiste col dire che si tratta di un provvedimento inutile, se non deleterio? Se questo strumento non fosse stato così osteggiato, già mesi fa si sarebbero potute stanziare risorse maggiori e arrivare meno impreparati all’oggi. Si poteva ampliare la platea dei beneficiari, perché molte attività e tanti liberi professionisti scontavano da lungo tempo situazioni ai limiti della sopravvivenza. Gettando lo sguardo oltre l’epidemia, la crisi del fattore lavoro è un elemento che non si può più fingere di ignorare: precarizzazione, caduta dei salari, automazione che sostituisce la figura del lavoratore, anche specializzato. L’epidemia sta solo accentuando un processo già in atto, è una sorta di “cigno nero” che incontra quello che aveva scosso le economie mondiali nel 2008. L’ortodossia liberista, al di là delle implicazioni sociali che disapprovo, non è più funzionale. Produce sacrifici che non portano da nessuna parte e non consente di riavviare il motore. È un tempo nuovo, occorre una mentalità nuova per interpretarlo. 

(Di Claudia Ciardi)


* Ripropongo la versione quasi integrale del 2008. La rilettura ha comportato qualche minimo intervento sul testo, alcune correzioni sulla punteggiatura, l’adattamento dell’introduzione, qui più sintetica rispetto all’originale.





Italian dream

(prego non svegliateci)

Questo breve elenco di sensazioni ed eventi è vicino ai due diari da me compilati sul marzo francese e la rivoluzione d’Ungheria, senza tuttavia continuare a svolgere i temi e le motivazioni che hanno portato alla scrittura di quei progetti. Non solo infatti è passato diverso tempo dai due precedenti lavori (entrambi si riferivano a fatti accaduti nel 2006) ma ciò che ancor più mi separa da essi è una sorta di rassegnata inquietudine, se l’aporia di questa espressione può essere accolta, che sembra approdare a un disincanto dalle ricadute nettamente fisiche e che mi impedisce di raccogliere qualsiasi energia per commentare.
In questo che non saprei definire né diario, né cronaca, né pamphlet, ho lasciato incontrare nel modo più semplice e asciutto possibile le date, i fatti, le impressioni personali.               
                                                                            

 Ai sogni non ancora saccheggiati              
                                                                           
22 ottobre

Cagliari. Alluvione. L’acqua e la terra scese dai monti investono le case costruite davanti al fiume. Da qualche parte dovevano defluire. Dispersi.

23 ottobre

Monitoraggio ambientale in ritardo. Visita di rito della protezione civile. Ci si sbriga tra sopralluoghi e bollettini. Poi via tutti. La gente resta in casa a spalare il fango e a prendersela col mutuo trentennale da pagare. 

Pisa: in ventimila. Si manifesta contro l’assalto alla scuola pubblica. Le ombre della crisi finanziaria fanno ressa quanto la gente per strada.

24 ottobre

Borse giù. Una caduta libera che dura da troppe settimane. I mercati bruciano, le cifre spargono ipoteche sulle vite di tutti ogni giorno che passa.
 
25 ottobre

Sabato sera. Al solito. Tutto inutilmente tranquillo. Fa quasi rabbia questo anestetico ordinato a larghe dosi dal Comitato di Salute Pubblica. In televisione gli fa da pendant la parodia del Ministro della Paura. Anche la satira diventa ripetitiva e doppia il senso di vuoto.

26 ottobre

In città, piazza centrale. Tra proteste e aperitivi. I graziati al bar e i tampinati seduti in cerchio a sputare rabbia negli altoparlanti. Ma forse anche qui più apparenza che  diversità. Bisogno di sentire la vita in un corpo. La sua casa, lontana da questo. Fuggo, credo. Facciamo l’amore. Discutiamo, proviamo a immaginare una serenità che si ostina a scappare, anche lei. Tutto ha l’aria di essere così poco serio, terribilmente serio. 

27 ottobre

La borsa in perdita, ancora. Si pensa a salvare altre banche. Inflazione a portata di mano. Forse ne faranno qualche gadget. Coro affannato di numeri che segnano la regressione, pesante. Stavolta è una disfatta ma chiamarla così per qualcuno è vilipendio.

Colpi di coda. Il gigante imperialista continua a contorcersi. Si diffonde oggi la notizia del raid di ieri degli Stati Uniti contro la Siria. Nove morti, fiancheggiatori di Al Quaeda si dice. Guerra preventiva?

Sparatoria in un ateneo dell’Arkansas: due morti. Il ballo delle armi chiede coerenza al sogno americano.

28 ottobre

Si decide l’integrazione ambientale dell’Ilva di Taranto. Insorgono le associazioni e gli esperti che hanno valutato l’impatto del polo industriale sul territorio. Nei bambini tumori inspiegabili. Taranto città più inquinata d’Europa.

29 ottobre

Massa. Eaton, industria siderurgica sotto il vessillo americano. Il crollo dei mercati si porta dietro il crollo del lavoro. Licenziamenti. La società venduta al taglio.

Il decreto Gelmini è legge. Previsioni di gettito fiscale ridotto, sull’onda della riduzione dei redditi. Tagli.

Si protesta. Volo di spranghe a piazza Navona. Antagonismi di destra e di sinistra, ideologie ricucite per buttare sul palco vecchie provocazioni che ancora possono far comodo.
La polizia carica i dimostranti a Milano. Ma il premier assicura di non voler pestaggi nei cortei. Aria di lotta tra poveri costruita a tavolino. Meglio, lotta per la sopravvivenza. Ecco quando l’essere umano dà il meglio di sé.

30 ottobre

Per scrivere la tesi ho impiegato un tempo esorbitante. Il caos della mia testa e i casini della mia famiglia. Un bel condimento come al solito. Ora son cinque mesi che l’ho consegnata. Ma non frega a nessuno. Non pensavo si dovesse chiedere anche di leggerla. All’università non si dice mai dello spreco riguardante il tempo degli studenti, che passa per cosa dovuta. Invece è la prima inciviltà che si tira dietro tutte le altre. Continuano a parlarmi di libri da citare, autori da inserire, altrimenti il mio lavoro non ha sufficiente dignità accademica. Mi sento stupida.   

Roma. Sciopero nazionale della scuola. Manifestazioni in giro per l’Italia. Milano, Bologna, scontri, due cortei a Palermo. Dall’alto si paventano arresti e fermi, solito tono velato. Senza parere, la galera è dietro l’angolo. Carcerazione preventiva, come la guerra, come il pensiero.

Calca davanti al magazzino hi-tech, periferia di Roma. Feriti e contusi. Ferocia commerciale suburbana. Almeno qualcuno pensa a razziare le offerte dei supermercati invece che a cambiare il mondo. La TV è generosa d’immagini a sommo scopo. L’isterismo fa buon latte.

31 ottobre

Mattina. Caffè letterario. Si discute dei Cantos. Un’isola di umanità troppo piccola, la forma di una bellezza troppo fragile, adesso.

Da giorni sanguina l’est del Congo. Li chiamano conflitti etnici. Calcolati, poi  imprevisti quando si tratta di fermarli. Il nuovo hotel Ruanda ha aperto i battenti.

McCain Obama. Il bianco e il nero. Manicheismo in scena, anche questo copione sembra scontato. E mesi che se ne parla……

1 novembre

Congo. Soldati governativi sparano a freddo sulla gente. I ribelli bruciano un accampamento di profughi. Bambini schiacciati nella calca mentre chiedono cibo. Dacci oggi il nostro pane. Il grido di un continente.

Polemiche con la Germania sulle stragi nazifasciste. Strumentalizzazioni sui risarcimenti, proprio in mezzo alla crisi. Infinita vergogna per chi è morto. Non era proprio il caso.

2 novembre

Domenica sera. Falso Clamore. Al solito. Dura meno di un attimo, poi silenzio. Resa incondizionata. Ormai è facile, so come si fa.

Scorrono le immagini della Formula uno. Modelle ai box coccolano settantenni in livrea da milioni di euro. Shock di cilindrata.

3 novembre

Il lunedì si comincia sempre dal conto delle perdite. Il Ministero dell’economia informa. Nei primi dieci mesi dell’anno il settore statale fa registrare un fabbisogno di circa 52,5 miliardi di euro. È un aumento, si dice, di circa 14,5 miliardi rispetto allo stesso periodo del 2007.

Crisi Alitalia. Ci perseguita da settembre, anzi da prima. Pur con tutti i soldi pubblici che son finiti lì per far volare la bandiera, l’accordo è sempre in bilico. Si cerca ancora di raschiare il barile. Il tavolo dei debiti è tutto nostro.

C’è una donna che ha ereditato dal padre un mestiere bellissimo, salvare le piante. Sono alberi da frutto che nei secoli hanno sfamato tanta gente. Ma il mercato oggi li ha dimenticati. Bisogno di velocità, e in questo viene meno l’attenzione per le cose preziose e che vivono con maggiore lentezza. Naturalmente nessuno la finanzia. Così anche per le persone.

4 novembre

Anche le luci della sala computer hanno cominciato a stancarmi. Così, in biblioteca, alle spalle ho il solito ricercatore scosso dalla sua tosse isterica. Mi tornano in mente le mattine al liceo, l’arrivo in classe, odore di panni lavati, voce ancora assonnata, gesti impacciati di un’adolescenza tra mura malate. Fastidio e brividi.

Election day. Il mondo aspetta. No, il mondo aspetta?  

Dietro i vetri. Vento che scuote le case. Ma l’indifferenza è più forte.

5 novembre

Piove, i Senegalesi vendono ombrelli per strada. La bacheca davanti alle scale del dipartimento puzza d’umido e monotonia. Su pochi fogli imbarazzati gli accenni a una protesta che cerca di non soffocare. Accanto la lunga lista di saggi compilata da un giovane laureato in storia americana, impaziente di rivendere. Un altro cede il suo stipetto dei libri, con tutti i libri, per duecento euro. Rateizzazione del disincanto.

Si parla di campagna elettorale epica per le presidenziali statunitensi. Ma sembra più che altro che si elegga una reginetta del cinema o la nuova miss da calendario. A guardar bene le mitologie sono s-cadute dalle ginocchia delle società. Abbiamo ancora soltanto qualche simbolo che pare incepparsi di continuo. La crescita della percentuale di votanti è forse timore del fallimento della democrazia; ma il timore resta senza rappresentanza.
Si fa ressa sull’orlo della crisi.

Congo, centomila profughi. La versione ufficiale: è colpa degli Africani che geneticamente non sanno organizzarsi. Non si sono dati da fare in tempo e questo ci autorizza a depredarli.
Intanto vince l’uomo della speranza. Si mette a dormire la favola della libertà si comincia la nuova hope tale. Raccontata da uno di loro o uno di noi?

La forma di molte sere quaggiù, ombre masticate tra il ponte e il fiume, sentore d’esilio ma in mezzo agli altri, senza attraversare.

Exile’s song
And before the end of the day we were scattered like stars, or rain.
I had to be off to So, far away over the waters,
you back to your river-bridge.  (Ezra Pound)
   
(Di Claudia Ciardi, novembre 2008)


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