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25 agosto 2021

Se si danno solo i numeri




Charlie Chaplin aveva capito tutto. Nel 1936 il suo film Tempi moderni, capolavoro legato all’ultima apparizione del personaggio di Charlot, sbeffeggiava i ritmi della catena di montaggio, l’alienazione prodotta dalla fabbrica, il disagio sociale e psicologico in cui versavano i più sfruttati fra gli operai. Analisi della massa nel suo spaccato più problematico di diseredati e working poors in lotta per la sopravvivenza. Già in un’intervista del 1931 l’attore dichiarava: «I macchinari che consentono di risparmiare manodopera ed altre invenzioni moderne non sono stati fatti per ricavare profitto ma per assistere l’umanità nella ricerca della felicità. La speranza per il futuro dipende da cambiamenti radicali per far fronte a questa situazione. I benestanti non vogliono che la situazione presente cambi».
E dunque, nella nostra società ipertecnologica che finalmente potrebbe (e bisognerà lo faccia) guardare a forme di affrancamento da tipologie di lavoro ripetitive, usuranti, deprimenti, siamo piuttosto inclini a un uso coercitivo di tali conquiste, potenziando sistemi di controllo del lavoratore, obbligato, minacciato, tenuto in bilico tra nuovo caporalato, tracciamenti, tutele riviste al ribasso.
Agosto si chiude con l’immagine dei dipendenti Ikea sprovvisti di green pass fatti accomodare fuori dai locali mensa, seduti per terra a consumare il pranzo. Ciò che ho scritto una ventina di giorni fa, sul rischio di esiti discriminatori, sul fatto che questo strumento nato per dare regole di viaggio sicure e uniformi in UE si frammentasse in una miriade di utilizzi pretestuosi, generando sovrapposizioni, confusione e situazioni paradossali, eccolo sotto i nostri occhi – e alla fin fine proprio quello per cui era stato concepito ha incontrato semmai una blanda applicazione, tra chi è rientrato da paesi a rischio senza essere testato e automobilisti che sono riusciti a bucare i confini senza particolari problemi (come nel caso della frontiera Italia-Svizzera). Nel frattempo si ragiona sull’estensione del pass, cercando di arrivare almeno a fine anno. Evidenze scientifiche o necessità strategica? Come ricominciare a vaccinare il personale sanitario che ha il pass in scadenza a ottobre, presumibilmente alle soglie di un’altra stagione in emergenza? Numeri che cambiano ancora. Le cosiddette prove scientifiche solo a seguire. Forse.
La pervasività dei numeri ci accompagna ormai da due anni. Quasi che elencare delle cifre fosse sufficiente a conferire maggiore autorevolezza a quel che si dichiara. Sì, certo, i numeri sono importanti ma occorre analizzarli, definirli con precisione nel contesto cui si riferiscono, raffrontarli, cose che invece si continuano a fare piuttosto di rado. Ognuno porta le sue cifre e ne astrae le proprie evidenze, quando anche il più limitato ed elementare esercizio statistico richiederebbe invece tempi lunghi e campioni molto più compositi. Ma questi due anni, se da una parte son venuti a imporre battute d’arresto, cesure, divieti, sembrano aver esasperato non di poco la fretta del giudizio, che si concede appena un paio di mesi o solo una, due settimane per rivedere parametri, tendenze, discutere benefici, decidere interventi che produrranno conseguenze e che per questo andrebbero stabiliti con criteri inclusivi e possibilmente coerenti.
Se la società è un corpo armonico, che come tale occorre si sviluppi e consolidi in tutte le sue parti – così è già nella buona teoria politica degli antichi – produrre frammentazione non si direbbe per nulla un buon affare.
L’esercizio ragionieristico pare aver sostituito progetti di ampio respiro che prevedano un ruolo consolidato e di responsabile investimento da parte delle banche. A parte la cessione del quinto, l’indebitamento costante di stipendiati e pensionati, il ricorso al prestito indotto dal sistema in cui viviamo – e non pagare adeguatamente le persone ben rientra in questo disegno –  cos’è intervenuto di diverso dal 2019 ad oggi? È cambiata forse impostazione?
Eppure ci sono tanti economisti, studiosi di nuove teorie del mercato e ricercatori impegnati in diversi ambiti disciplinari, in quei settori dove si stanno producendo i veri cambiamenti – scientifici, tecnologici, umanistici – che spingono per una riconsiderazione drastica di una gestione che ormai appare avvitata su se stessa. Chi parla di redditi universali, della presa d’atto necessaria che ci sono masse escluse dai meccanismi produttivi destinate a crescere, della crisi dei meccanismi di domanda e offerta finora alla base del nostro sistema – pur già con tutte le contraddizioni e divari del caso, anche in tempi all’apparenza non sospetti – non è un pazzo. Lo si può paragonare a un Necker che ammoniva Luigi XVI sulle necessità di non procrastinare un intervento finanziario per redistribuire risorse nel paese, mediando con gli Stati Generali. Si sarebbe evitato il dissesto. In Germania la SPD sta parlando senza tabù di patrimoniale – da sempre bollata come strumento della sinistra, precisamente vetero comunista, per rimediare a malversazioni di vario tipo. Comunque la si pensi, favorevoli o contrari, nella situazione in cui siamo io credo che non sia rimandabile l’atto di redistribuire delle risorse. Qualora non sia la patrimoniale, occorre pensare a uno strumento valido, condiviso, rapido che ponga rimedio. Se proseguiamo con i falsi moralismi all
indirizzo dei fannulloni, vetero comunisti, anarchici, disadattati che non sanno trovarsi un lavoro… possiamo anche accomodarci, tanto sempre tutto andrà in quell’altra direzione. Oltre i Necker del momento. E in Francia peraltro andò in un certo modo.
Tra coloro che premono e raccomandano azioni decise si contano ormai soggetti che per appartenenze, percorsi formativi, convinzioni politiche rappresentano una nutrita ed eclettica trasversalità. Difficile quindi incasellare simili teorie in scia a un certa scuola di sinistra o di destra, qualora anche si abbiano pregiudizi in tal senso. L’unica scuola possibile in un quadro così preoccupante è quella che chiama alla responsabilità sociale.
Detto ciò, a leggere e ascoltare i cavilli su cui si disquisisce da quando ci siamo rinchiusi nel perimetro dell’emergenza pandemica totale, viene il capogiro.
Ma torniamo al cozzare delle cifre. I numeri a tamburo battente di contagiati, tamponi, rt, indici, contro indici, istituti che predicono una cosa, centri di ricerca che ne ipotizzano un’altra. Scenario in continua evoluzione, si sente dire, giustificando così l’accatastarsi quotidiano delle percentuali, paesi dove molto si è vaccinato in cui il contagio si ripresenta massivo, protocolli che vengono costantemente ritoccati, decreti che s’incalzano fra loro, categorie divise sul da farsi. Mancano tuttavia letture di più largo respiro, un modo più rassicurante e direi corretto di aggregare i dati, di metterli in condizione di essere davvero comprensibili, dando diverse risposte in più alle troppe domande che vengono lasciate in sospeso.
Nei giorni scorsi, entrato in vigore il pass nei musei, si sono inseguiti subito diversi articoli, alcuni trionfalisti altri invece che lasciavano largo a disdette nei parchi archeologici, perdite, cali. Per leggere il disappunto della direttrice del museo Archimede di Siracusa ho dovuto cercare con il lanternino. Insomma, è evidente che si teneva a snocciolare a caldo un po’ di cifre raccolte in biglietteria per confezionare velocemente qualche pezzo. A ferragosto nei musei civici di Firenze ci sono stati 1759 biglietti in più – e la stampa parlava di un boom da green pass. Al Colosseo invece si riportava un lieve calo nell
ordine di 3000 ingressi mancati. Allora, prendendo i numeri così, se è un boom avere 2000 biglietti in più per un polo museale articolato in diverse offerte, dovrebbe essere un sonoro flop perderne 3000 per un solo monumento. La mia è una provocazione per dire che senza analisi più rigorose delle diverse realtà museali – ognuna rappresentando un microcosmo a parte, con le sue caratteristiche distintive senza concedersi un po’ di tempo per osservare le tendenze, comparandole infine con le perdite dell’anno scorso, non si può parlare né di recuperi né tantomeno di exploit.
Appendice sulla situazione torinese che vivo e conosco da tempo. Anche qui articoli su un 30% in più di ingressi nei musei. Tutto questo focus affrettato e trionfale su Torino, cioè su una metropoli che da anni, anche ante covid, è scissa da polarizzazioni in cerca di nuove rappresentanze politiche, era assolutamente atteso. La città dove si sono viste le prime piazze di protesta sociale proprio in queste ultime settimane, con migliaia di adesioni, la città che cerca risposte a un divario tra periferia e centro, in cui da tempo si creano laboratori, progetti orientati al riutilizzo di spazi e beni comuni, dove il corpo civico diviso su tante questioni – la Tav, altro elemento di scontro in cui pure non sono mancate le occasioni per denigrare pubblicamente i contestatori – sta forse provando a tracciare vie diverse, alternative a un certo ordine economico che produce ricchezza solo per pochi e lascia per strada tutti gli altri. Ecco, qui si sono creati più che altrove elementi di frizione; perciò certe letture non sorprendono. Lo stesso tono petulante in cui questi articoli massimamente rosei e positivi si sono susseguiti nel giro di pochi giorni, solleva qualche dubbio. A fare da pendant i titoli altrettanto serrati sulle piazze sempre più vuote: ma sabato 14, week-end di ferragosto, erano scese in strada più di mille persone. Cosa assolutamente inedita per la compassata Torino. E si torna alle analisi, alla necessità di leggere con minore vizio pregiudiziale i contesti, qualora si voglia informare, cioè offrire un racconto che dica veramente qualcosa.
La polarità boom/calo nei musei è comparabile coi dati del turismo, trattandosi del resto di settori che si trainano fra loro. Anche qui una bella ridda, che si riassume nel siparietto che ha visto Federalberghi di Cremona smentire i dati diffusi dall’ufficio turismo del comune, scoprendo evidentemente un’ulteriore situazione di conflitto tra attori legati da interessi diversi. Se da una parte il comune cerca di limitare i danni diffondendo attraverso i suoi organi un’immagine di ottimistica ripresa, la portavoce degli albergatori ed esercenti nel settore ha descritto uno scenario desolante, in cui stentano perfino i pernottamenti per motivi di lavoro, dunque raccontando un tessuto urbano fermo, che non produce scambi né legati agli affari né allo svago: «Cremona ha una nuova attrazione turistica: l’infopoint del Comune. Ne prendiamo atto. Lo deduciamo dai toni trionfalistici del report sulla attività dell’ufficio di Piazza del Comune che annuncia numeri record per gli accessi.
Ci sono quasi più turisti lì che negli alberghi. I numeri testimoniano – nonostante le cifre siano dell’ordine delle centinaia, dunque un campione poco significativo – di un successo non solo in luglio, ma anche in questa prima settimana di agosto (in sette giorni sono stati registrati tanti utenti quanti ce ne erano stati nell’intero mese di luglio del 2020, ben quattrocento persone). Sarebbe più interessante e oggettivo avere dati sulle occupazioni alberghiere o sui biglietti venduti nei musei, solo per cercare qualche indicatore più attendibile o comunque complementare a questo dato.
Non è la prima volta che l’infopoint parla di turismo in forte crescita. Anzi, questi spot rassicuranti, sui media locali, sono ormai una regola a cui ci siamo abituati. Più plausibile l’analisi che ne fanno web e carta stampata: è un turismo di passaggio, un mordi e fuggi di qualche ora che porta poco o nulla alla città. In realtà la città è deserta e molti alberghi tra Cremona e il circondario sono chiusi (anche quelli che non lo avevano mai fatto in passato) perché, senza prenotazioni, si hanno solo i costi di gestione». (Alessandra Cattaruzzi, presidente Federalberghi Cremona, 11 agosto 2021).
Infine, guardando fuori dall’Italia e diciamo, dall’Europa, dato che la Brexit sembra ormai acquisita. Quest’estate abbiamo visto immagini di supermercati del Regno Unito con scaffali vuoti, dei quali si sono riportate le difficoltà di approvvigionamento. Ci sono persone che abitano in certi quartieri londinesi che parlano di negozi dove scarseggia la merce, mentre in altri la distribuzione risulta regolare. Nelle grandi catene di fast food – McDonald’s, Nando’s, Kfc – mancano diversi prodotti dal menù, come il pollo e i frullati. Anche in questo caso emerge tutta la fragilità sistemica cui si accennava all’inizio, laddove queste aziende prosperavano su margini di guadagno dovuti in larga parte alle basse remunerazioni dei camionisti est europei (che con Brexit hanno battuto in ritirata). Poi ci sono certamente i problemi logistici dati dall’infinito covid. E qualcos’altro che lascia ancor meno tranquilli, perché sembra vacillare l’intero edificio della libera circolazione delle merci, della domanda e dell’offerta – come si diceva all’inizio – insomma di quei fondamenti che abbiamo dato per acquisiti finora. In attesa che qualcosa di diverso prenda posto nei vuoti che si aprono, non si annunciano tempi facili. E il problema non è il panino ipercalorico che non trovi più al fast food, ma tutto ciò che serve davvero al vivere quotidiano.
In ultimo. Segnalo i 60 miliardi persi in borsa nella prima metà di agosto dai produttori di vaccini. Non un
inezia. Fa scalpore che in piena pubblicistica vaccino a tutti i costi”, un signore che non è proprio il primo venuto nellambiente delle analisi di mercato e dei rischi, Geoffrey Meachan, analista per Bofa-Merryll Lynch, si sia reso protagonista di un downgrade ai danni di Moderna e Biontech, definendo ridicole le quotazioni raggiunte dalle due società. Tentativo di ridimensionare una bolla finanziaria made in Big Pharma? Anche qui, speriamo se ne possa capire qualcosa in più, magari attraverso ulteriori report.
Concludendo, se si danno solo i numeri, la realtà non ci parla né con maggiore né con minore forza. Ci trasmette solo quel che vogliamo vedere. Cifre impugnate dagli uni per trionfare, dagli altri per controbattere. Poi abbassandosi il polverone rimane tutta l’incertezza che stiamo vivendo. Ci si aspetta piuttosto che queste cifre vengano restituite a un contesto dialogante con diverse altre istanze, raccontandole dandosi un po’ più di tempo e non sull’onda emotiva del momento. Magari provando con un po’ di obiettività a capirne qualcosa in più. Che poi dare i numeri, dipende come, vuol dire non starci neanche tanto con la testa.

 
(Di Claudia Ciardi)

14 novembre 2020

Κρίσις – Cronache dell’economia che non c’è

 

Per il secondo trimestre del 2020 l’Ocse certifica il reddito delle famiglie italiane a meno 7,2%. Nel medesimo periodo il Censis dichiara che sono a rischio chiusura 460.000 imprese. Dati da bollettino di guerra che sicuramente non sono ancora definitivi, in quanto manchevoli delle reali implicazioni delle nuove misure restrittive in vigore da poco meno di due settimane, con conseguente ulteriore rallentamento dei motori economici. La battuta d’arresto portata dall’epidemia negli assetti mondiali ha aggravato un quadro reso instabile da almeno un decennio di crisi, all’interno del quale la situazione greca ha toccato il punto più basso, pagando al contempo il più alto prezzo in termini di depauperamento sociale. Dal 2010 la Grecia vive in bilico, senza aspirazioni né progetti di lungo termine, e poco ha significato l’uscita due anni fa dal programma di austerity. La durata pluriennale di quei piani, l’introduzione repentina di riforme che hanno determinato un taglio netto del potere d’acquisto in ogni ceto, la conseguente prolungata contrazione dei meccanismi produttivi hanno fatto saltare i residui e già fragilissimi equilibri interni, gettando la popolazione in un tunnel depressivo, fatto di vulnerabilità e mancanza di slancio, esponendo il paese al miglior offerente. La Cina ha saputo introdursi sapientemente in queste crepe, prima stabilendo le proprie teste di ponte al Pireo, fiore all’occhiello tra le infrastrutture greche ed hub imprescindibile per il ripristino della via della seta. Poi firmando accordi per la cessione di asset strategici essenziali, come ad esempio quello energetico. Vanno peraltro in questa direzione le recenti aperture del neopremier Kyriakos Mitsotakis, che dopo aver lanciato accuse al suo predecessore Tsipras sulla svendita del paese a Francia e Germania, ha impresso una definitiva svolta a oriente. L’Europa, in una sorta di tacita connivenza che suscita inquietudine, ha lasciato fare, favorendo anzi questa tendenza proprio attraverso politiche antifrastiche rispetto alla capacità di ricucire e ridare linfa al tessuto sociale.
Tanto per ricordare alcune misure che hanno fiaccato il popolo greco creando una pericolosa infiltrazione in una delle frontiere mediterranee più delicate e nodali; fronte all’Asia, spalle ai Balcani con tutto ciò che si sta giocando su queste rotte. Tre bail-out che hanno disposto altrettante tranche di aiuti economici secondo i dettami della Troika. Tali imposizioni si riassumono in privatizzazioni e tagli a tutto il tagliabile. Un greco sorpreso a far legna nei dintorni di Atene disse in quei giorni che ci vuol tempo per abituarsi alla povertà; durante la guerra e nel dopoguerra avevano imparato a gestirla, ma trovarcisi in mezzo da un giorno all’altro significa soccombere.
Dura resistere, la voragine aveva iniziato a inghiottire centinaia di migliaia di vite. Alla fine del 2018, quasi dieci anni dopo la cura da cavallo, il 35% della popolazione era a rischio esclusione sociale (contro il 23% della media europea, comunque un valore alto). Più di mezzo milione di greci, per lo più giovani e neolaureati, ultimi figli di quella borghesia che per un po’ ha potuto contare su qualche rendita di posizione pur ridotta dall’impatto della crisi, sono emigrati. Il calo delle pensioni è stimato tra il 40% e il 60%. Il tasso di natalità è tuttora in caduta libera, il più basso del vecchio continente. Il potere d’acquisto delle famiglie evaporato per più di un 30% rispetto al periodo pre-crisi. L’introduzione di un rigido controllo sui capitali ha comportato fra le altre cose un limite giornaliero al prelievo pari a sessanta euro (rimosso solo a ottobre 2018 con la fine dell’ultimo programma di aiuti). Nei momenti più foschi di quelle imposizioni economiche si vociferò di riformare perfino l’alfabeto greco, troppo difficile, troppo fuori dal tempo, si disse. Se questa non era un’intromissione che andava al di là del rimettere in sesto i conti, come definirla allora? Alla resa economica si puntava anche attraverso una sconcertante resa culturale.

Nel mentre, cosa impensabile fino a pochi anni prima, dal maggio 2016 in accordo col Fondo Monetario Internazionale iniziò una concertazione per l
alleggerimento del debito greco, così da ridare respiro al paese. La questione ellenica si trascinava da così tanto tempo che i creditori avevano cominciato a valutare questa azione. Alleggerire significava ritardare le scadenze dei pagamenti sulle esposizioni che la Grecia aveva nei confronti degli altri paesi europei. Per anni ciò è stato politicamente impraticabile, in particolare per l’opposizione della Germania, che temeva di creare un incentivo perverso ad altri paesi europei. E proprio riguardo il debito tedesco, udite, udite: «Quanto ad affidabilità fiscale, la Germania ha già fatto bancarotta quattro volte. Il suo miracolo economico deve molto al taglio del debito postbellico ottenuto nel 1953. La sua crescita dopo l’annessione della Germania est nel 1990 ha goduto della indiretta ma congrua partecipazione europea al colossale trasferimento dei capitali verso i nuovi Länder, tuttora in corso (una Transferunion interna). Infine, da quando esiste l’euro Berlino non è mai stata sanzionata malgrado abbia violato almeno sei volte le regole di austerità da essa reclamate – tra cui lo stesso patto di stabilità – e abbia spesso ecceduto il limite del 60% fissato dai trattati per il rapporto debito/pil (oggi è al 74,7%). Per tacere del formidabile surplus della bilancia commerciale, squilibrio macroeconomico incompatibile coi trattati». (Dall’editoriale di «Limes», n.7, 2015, pp. 21-22; un numero direi canonico se ci si vuole documentare sulla crisi greca e le sue radici storiche – peccato solo per l’assenza di voci femminili – penso ad artiste, scrittrici, cantanti di rembetiko, in quanto il loro punto di vista avrebbe dato un contributo essenziale all’analisi).
Per ammissione dello stesso Jeroen Dijsselbloem, l’ex capo dell’Eurogruppo che riunisce i ministri delle finanze dei diciannove Stati membri: «Sulle riforme l’Unione Europea ha chiesto troppo al popolo greco in cambio del salvataggio. La loro crisi è stata così profonda che non si può certo definirla un successo».

Dunque, se dopo l’introduzione della moneta unica il risparmio ha registrato un’erosione costante negli anni – si è parlato in un precedente articolo dei rapporti Ires per l’Italia –  mancava un casus belli, qualcosa che mettesse alla prova il sistema. E prima venne la Grecia. Qui si è compreso, come mai in precedenza, che se vivere in un assetto comunitario implica certamente la condivisione delle regole, quelle stesse regole possono arrivare quasi a strangolare se la loro applicazione avviene in esclusiva osservanza ai protocolli, senza essere concertate e mitigate sulla base del problema da risolvere.
Un’Europa che perde pezzi – lo si è visto con Brexit – non la paventata uscita della Grecia, come si diceva all’indomani dell’esplosione del debito greco, ma quella di un paese che nella storia ha sempre mal digerito l’attorialità continentale della Germania e che una volta di più ha preferito guardare alla propria alternativa in materia di commerci e prospettive politiche, il Commonwealth. Un’Europa che annuncia un piano Marshall per fronteggiare la crisi innescata dal coronavirus, ma che rischia fortemente di frammentarsi ancora, sui tempi, l’entità degli aiuti, l’efficacia territoriale, veloce, precisa, consapevole delle difese da mettere in campo, per ora oggetto soltanto di fantasiosi auspici. E sulla quale perciò alleggia, ancora una volta, lo spettro di quei rapaci interessi esterni cui accennavamo nel descrivere la condizione greca. Un’escalation, lo ripetiamo, che non nasce all’inizio di quest’anno segnato dalla pandemia – anche se in molte analisi si è voluta enfatizzare una cesura tra il prima e il dopo, tra numeri che apparivano da boom economico se rapportati con i freni del lockdown, al punto da farci dimenticare quell’incubo quasi ventennale della cosiddetta “recessione in crescita”, su cui alcuni economisti più capaci e lungimiranti hanno provato a richiamare la nostra attenzione. Incubo che in maniera subdola ha preparato il terreno a un divario che se finora è stato in qualche misura relegato a sacche della società indebolite, instupidite e non comunicanti fra loro, corre pericolo, adesso, su numeri estesi e in rapido aumento, di uscire dal quel “caos controllato” e fare massa critica. Critica, crisi. Torniamo alla nota parola strapazzata dal dibattito contemporaneo.
Dal greco κρίνω = separare, cernere, in senso più lato, discernere, giudicare, valutare. Originariamente di derivazione agricola. Il verbo era infatti utilizzato in riferimento alla trebbiatura, cioè all’attività conclusiva nella raccolta del grano, consistente nella separazione della granella del frumento dalla paglia e dalla pula. Da qui derivò sia il primo significato di “separare”, sia quello traslato di “scegliere”. A differenza dell’antico in cui descriveva un momento di passaggio, con le incertezze e aspettative che ciò implicava, nell’uso moderno si è connotata negativamente in quanto indicherebbe il peggiorare di una situazione. Ultimamente abbiamo sentito ripetere fino alla noia che la crisi può essere un’opportunità. Un concetto nobile in sé, ma come tutto ciò a cui si ricorre in misura eccessiva, purtroppo precocemente ammantato di banalità. Visto che la Grecia può essere considerata in maniera inconfutabile la prima esperienza di riassetto economico fronteggiata dall’Ue, e dati gli esiti complessi e poco lusinghieri che ha avuto, giusto per usare un eufemismo, c’è da chiedersi se l’Unione sia davvero pronta alle manovre di largo respiro cui sarà chiamata per la nuova crisi acuita dall’epidemia e che rischia di andare fuori controllo. In questi anni si è detto che c’è stata fin troppa economia, forse invece non c’è n’è stata abbastanza. Mi spiego. Laddove era necessario rimettere in discussione i modelli, la preferenza è stata accordata, per pigrizia e insipienza, ma anche per non toccare certi interessi, a cose note, alle lezioni del passato mentre i nodi che man mano abbiamo scoperto disegnavano scenari inediti, in continuo mutamento. A un certo punto le posizioni hanno iniziato a polarizzarsi, tra economisti osservanti dei metodi tradizionali e studiosi propensi a innovare. Ne sono nate discussioni, polemiche anche accese, in alcuni casi aperture ma tardivamente e sempre senza raggiungere obiettivi comuni. Avremmo dovuto essere incisivi, adattabili, visionari. E soprattutto ritrovare uno slancio politico autentico fuori dalle agende preconfezionate, impugnate a seconda del momento come fossero copioni intercambiabili. Il professor Canfora ha più volte citato la lunga guerra del Peloponneso per descrivere le dinamiche belliche di inizio Novecento. Non tanto due guerre separate da una ventennale crisi economica, piuttosto un conflitto permanente, che per certi versi rassomigliava alla sfibrante lotta intestina in cui la Grecia si dilaniò. Uno spunto che potrebbe tornare utile a descrivere anche le annose contrazioni e contraddizioni di questo inizio millennio, di fronte alle quali finora ci siamo arresi, subendole come fossero una necessità preordinata, anziché provare a convogliarle verso un orizzonte umanamente comprensivo e sostenibile.
Così invece ci ritroviamo frastornati, stanchi e sguarniti davanti alle sfide che ci attendono. La pressione scaricata sulle strutture ospedaliere che sono in questo frangente i bastioni più esposti, è solo uno degli indici che stanno marcando rosso e che ci avvisano che le nostre strutture, quelle costruite a partire dal dopoguerra e l’impostazione che gli abbiamo dato, sono compromesse.
Sviluppare strategie vincenti e vantaggiose comporta sacrifici e soprattutto avere carattere per superare la tempesta, da cui non si uscirà se non profondamente cambiati, il che non basta e non comporterebbe alcun moto in avanti senza il coraggio di prendere in mano questo cambiamento.

(Di Claudia Ciardi)


Per approfondire:

Tra Euro e Neuro. La tragedia greca spacca l’Europa, la Germania domina ma non guida e si scontra con l’America, «Limes» 7, 2015

Il rompicapo Atene sulle scelte di Draghi, «Corriere della Sera», 30 dicembre 2014

L’incognita Grecia scuote l’Europa, «Corriere della Sera», 30 giugno 2015

Il No greco spaventa l’Europa, «Corriere della Sera», 6 luglio 2015

La Grecia un anno dopo, «Il Post», agosto 2016

La Grecia è davvero uscita dalla crisi?, «Money»,  gennaio 2020

Weimar - La tentazione delle similitudini storiche

Luciano Canfora, 1914

Marco Revelli, Poveri noi, Einaudi


Il rompicapo Atene - 2014


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